Anno XXX, 1988, Numero 3, Pagina 218

 

 

GLI STATI NAZIONALI E IL NUOVO ORDINE ECONOMICO INTERNAZIONALE*
 
 
Nel corso degli ultimi decenni si sono verificati numerosi cambiamenti qualitativi nell’economia mondiale. Gli Stati nazionali si sono trovati in una situazione decisamente nuova. Questi cambiamenti sono diventati particolarmente evidenti e decisivi a partire dagli anni ‘70 ed hanno interessato tutti gli aspetti della formazione socio-economica.
I cambiamenti strutturali verificatisi nel dopoguerra a livello delle forze e dei rapporti di produzione sono stati accompagnati dalla rapidissima internazionalizzazione dell’economia mondiale. L’internazionalizzazione ha raggiunto un livello elevatissimo, mai verificatosi in passato. Questo processo ha interessato ogni settore dell’economia mondiale ed è stato accompagnato dall’emergere di numerosi problemi economici mondiali globali.
L’internazionalizzazione su vasta scala è apparsa, in primo luogo, sotto forma di una rapidissima espansione del commercio mondiale. La cooperazione internazionale è diventata particolarmente forte nel settore manifatturiero ed ha prodotto cambiamenti sostanziali nella struttura del commercio internazionale. Si è avuta una espansione dell’internazionalizzazione in tutti i settori produttivi. Lo sviluppo della produzione internazionale è stato realizzato, soprattutto a partire dagli anni ‘60, per buona parte dalle cosiddette multinazionali. Parallelamente all’affermarsi della rivoluzione scientifica e tecnologica, si è intensificata la cooperazione scientifico-tecnologica internazionale. Il flusso internazionale del capitale si è accelerato e l’interconnessione del capitale internazionale, soprattutto fra i paesi industrializzati dell’area capitalista, sono diventati una delle più importanti manifestazioni dell’internazionalizzazione. Il commercio ed i flussi di capitale sono stati accompagnati da un’espansione ed un’integrazione su vasta scala dei mercati finanziari internazionali. Lo scambio dei servizi è diventato un elemento significativo dei rapporti internazionali.
A partire dagli anni ‘70 i cosiddetti problemi economici mondiali globali si sono accentuati e sono diventati evidenti a tutti. Con il termine «problemi globali» solitamente ci si riferisce al declino storico delle fonti energetiche tradizionali, specialmente gli idrocarburi, alla scarsità di lungo periodo della produzione alimentare, all’inquinamento dell’ambiente, che in alcuni casi raggiunge già oggi il livello di guardia, allo sviluppo della popolazione mondiale al di là delle possibilità di crescita economica dei paesi sottosviluppati. Fra i problemi globali, bisognerebbe menzionare anche l’uso dello spazio e degli oceani.
Un aspetto comune dei cosiddetti problemi globali è che le loro cause, conseguenze e soluzioni sembrano avere un carattere prevalentemente internazionale, si manifestano su scala mondiale ed i paesi, piccoli e grandi, non possono ignorarli. Per quanto riguarda le cause, molte diagnosi illuminate generalmente concordano nell’attribuire la maggiore responsabilità del continuo accentuarsi dei problemi globali ad uno sviluppo sociale, economico e tecnologico che si fonda sulla salvaguardia di interessi nazionali, di gruppi o di individui, che ignorano nella maggior parte dei casi gli interessi di lungo periodo dell’umanità.
Il processo di internazionalizzazione si è sviluppato in modo diseguale fra le regioni del mondo. La divisione internazionale del lavoro si è approfondita in modo particolarmente rapido all’interno delle grandi aree regionali. A partire dalla seconda guerra mondiale, sono stati fatti numerosi tentativi per dare vita ad organizzazioni di integrazione regionale, come il COMECON e la CEE. Queste assumono un ruolo di importanza vitale soprattutto per lo sviluppo economico degli Stati più piccoli.
Negli anni ‘70, in molti settori sono state prese le prime misure per far fronte al processo di internazionalizzazione e di interdipendenza. Nessun paese poteva più evitare di confrontarsi con il problema dell’adeguamento al processo di internazionalizzazione. La mondializzazione ha coinvolto sia il livello nazionale che quello internazionale. La crisi degli anni ‘70 viene spesso paragonata a quella degli anni ‘30. Una delle differenze principali fra le due può essere individuata nei caratteri assunti dall’internazionalizzazione. L’orientamento verso misure nazionali non è avvenuto nella crisi più recente. Anzi, molti fatti mostrano che il processo di internazionalizzazione si è intensificato. Benché le radici della crisi risiedano nel processo di internazionalizzazione e nella sua insoddisfacente regolamentazione, la maggioranza dei paesi l’ha affrontata con uno sguardo al futuro, ed ha reagito alle difficoltà con un maggiore adattamento alla divisione internazionale del lavoro. In alcuni settori sono stati accentuati gli sforzi internazionali di regolamentazione.
Tuttavia, si può affermare che, per ogni settore dell’economia mondiale, l’armonia fra il livello di internazionalizzazione da un lato ed il sistema regolatore delle relazioni economiche internazionali dall’altro è stata spezzata e che il sistema economico mondiale esistente è ormai incapace sia di mantenere il necessario livello di coordinamento fra le nazioni, sia di affrontare e risolvere in modo adeguato i problemi economici globali. E’ ormai ampiamente diffusa la convinzione che occorra un nuovo sistema di relazioni internazionali.
Alcuni esperti sostengono che l’economia mondiale internazionalizzata potrebbe essere governata da un’entità internazionale sovrana, con poteri politici ed economici. Le si potrebbero conferire competenze adeguate e, se necessario, essa potrebbe dare direttive vincolanti agli Stati nazionali e agli altri soggetti dei rapporti internazionali. Periodicamente, personaggi di spicco della vita politica ed economica suggeriscono l’istituzione di un governo mondiale od un potenziamento significativo delle competenze dell’ONU. Tuttavia, altri rimangono scettici sulla possibilità di realizzare in qualche modo istituzioni sovrannazionali nel futuro. Si fa rilevare che nei decenni passati si è invece avuto un rafforzamento del nazionalismo e che gli Stati nazionali ancora oggi hanno gli strumenti più efficienti ed il potere necessario per regolare l’economia ed affrontare i problemi più gravi.
La CEE, in particolare, ha avuto progetti ambiziosi di integrazione politica sovrannazionale e molti hanno considerato l’integrazione economica iniziata negli anni ‘50 come la base dei cosiddetti Stati Uniti d’Europa. Negli anni ‘50 l’idea di una federazione dell’Europa occidentale si fondava su un programma difensivo di consolidamento nel quadro della guerra fredda. Più tardi, negli anni ‘60, quando è incominciata ad emergere la distensione, gli argomenti a favore della sovrannazionalità hanno riguardato essenzialmente l’efficiente funzionamento dell’unione economica. A sostegno del suo progetto di unione economica e monetaria, la CEE agli inizi degli anni ‘70 pose l’obiettivo della cosiddetta Unione europea. Essa si sarebbe dovuta realizzare entro il 1980. Ma le opinioni sulla natura dell’unione politica furono divergenti sin dall’inizio e, in seguito alla crisi degli anni ‘70, i progetti di unione politica vennero rinviati. Verso la fine degli anni ‘70, tuttavia, nuovi sforzi si sono prodotti per rilanciare il processo di integrazione. Nel 1979 è nato lo SME, che ha consentito uno stretto coordinamento monetario fra le banche nazionali al fine di stabilizzare i tassi di cambio e l’ECU è divenuto in misura sempre maggiore una effettiva moneta collettiva. Il coordinamento si è intensificato anche nella sfera delle politiche congiunturali, commerciali, energetiche e strutturali, e la costruzione di un reale mercato comune è prevista per il 1992. Si sono compiuti numerosi passi verso la cooperazione politica. Si afferma in misura crescente l’idea che un’ulteriore tappa dell’integrazione richieda istituzioni e strutture federali e la prospettiva dell’integrazione politica fondata su istituzioni federali sta guadagnando un crescente consenso.
In questo quadro sembra stia emergendo nel mondo la prospettiva di lungo periodo di un nuovo sistema di istituzioni e di regolamentazione dei rapporti internazionali. Esso va ben oltre le istituzioni ed i meccanismi internazionali tradizionali, ma si può prevedere che questo sistema assumerà un carattere sovrannazionale in una prospettiva temporale ragionevole solo in alcune aree regionali. Definisco questo nuovo sistema una struttura co-nazionale.
Con il termine «co-nazionale» mi riferisco alla caratteristica del nuovo sistema di relazioni internazionali che, accanto al mantenimento della sovranità nazionale, introduce una cooperazione intensa ed un coordinamento diffuso ai differenti livelli (individui, imprese, organismi governativi ecc.) della vita economica, sociale e politica; questo sistema, inoltre, comporta opportunità e disponibilità a raggiungere compromessi sulla base di interessi divergenti o conflittuali e, nei settori in cui ciò sia razionale e necessario, induce gli Stati nazionali ad un’azione e ad un comportamento collettivi.[1]
Gli aspetti caratteristici del sistema co-nazionale, vale a dire l’integrazione economica regionale, il coordinamento delle politiche economiche, la cooperazione diretta nel processo produttivo, eec. Sono apparsi già nei primi decenni del dopoguerra. Tuttavia, il sistema co-nazionale, fondato sulla reciproca dipendenza, è venuto alla ribalta soltanto negli anni ‘70. Esso oggi sta prendendo forma e può essere considerato come la prospettiva dei prossimi decenni. Il sistema co-nazionale, inteso come l’elemento che sotto il profilo storico caratterizza uno stadio di sviluppo, può essere definito come un sistema di transizione dal tipo tradizionale di cooperazione internazionale a quello di carattere sovrannazionale. In alcune aree e regioni esso può rappresentare una soluzione di lungo periodo; in altre, può essere un punto di partenza, una piattaforma per la creazione di strutture sovrannazionali o federali.
Le principali caratteristiche del sistema co-nazionale, secondo me, sono le seguenti:
1) all’atto della programmazione e della realizzazione delle politiche economiche nazionali, occorre tenere conto dei fattori internazionali. Negli scorsi decenni l’autonomia della politica economica nazionale è andata declinando, ma non sempre l’interdipendenza è stata presa in considerazione. Il fatto di aver ignorato questo elemento ha prodotto delle tensioni tra gli Stati nazionali. A partire dalla seconda metà degli anni ‘70, comunque, molti paesi hanno dovuto affrontare il compito di adeguarsi alle nuove condizioni imposte dall’economia mondiale. L’adeguamento è progressivamente divenuto una necessità in quasi tutte le sfere della politica economica (la politica strutturale, lo sviluppo economico, l’equilibrio interno e verso l’estero, ecc.). L’adattamento richiede specifici meccanismi e mezzi, nonché la costituzione di istituzioni particolari, che comportino, ad esempio, una trasformazione nella natura della pianificazione, data l’incertezza dei fattori economici. E’ ovvio che sia così, poiché l’adattamento per uno Stato nazionale non significa soltanto capacità previsionale e adozione di misure adeguate, ma comporta anche consultazioni bilaterali o multilaterali e conduce a politiche economiche coordinate, in particolare con i principali partners economici (nel pianificare, occorre tenere conto delle nuove condizioni che il sistema economico nel suo complesso deve essere capace di fronteggiare). A partire dalla seconda metà degli anni ‘70, allo scopo di realizzare un adattamento più efficace, una quantità di paesi ha liberalizzato la propria economia, esponendosi all’impatto dei processi economici mondiali. Ciò è avvenuto anche nei casi in cui i processi economici mondiali hanno finito col produrre tensioni politiche e sociali. La realizzazione di un più efficiente adattamento nazionale all’economia mondiale ha conseguenze profonde sulla politica interna.
2) L’adattamento alle nuove condizioni imposte dall’economia mondiale, richiede uno sviluppo intenso e complesso delle relazioni economiche internazionali e può essere particolarmente razionale e possibile all’interno delle grandi aree regionali. A causa dello sviluppo continuo, si può prevedere che tenderà ad aumentare l’importanza delle istituzioni create a livello regionale per favorire l’integrazione. Questo problema è di enorme rilevanza per i paesi più piccoli, tuttavia non dovremmo sottovalutare il fatto che anche l’interesse dei paesi più grandi nei confronti dell’integrazione sta aumentando. E’ ragionevole attendersi che i processi di integrazione nell’ambito del COMECON e della Comunità economica europea si intensifichino nei prossimi decenni e che si verifichi una più stretta cooperazione produttiva (allo scopo di realizzare un adattamento strutturale e fra le imprese), così come è prevedibile una intensificazione del coordinamento fra le politiche macroeconomiche. Nell’area capitalistica dell’Europa, con interessi economici e politici comuni, il processo di integrazione ha gradualmente coinvolto l’intera Europa occidentale (nuove adesioni e crescente dipendenza dell’EFTA dalla CEE), anche se l’allargamento rallenta l’approfondimento dell’integrazione e provoca tensioni interne alla Comunità economica europea. Nelle aree in cui è già in atto un processo di integrazione regionale, gli interessi sociali e politici stanno assumendo un ruolo prioritario e le possibilità di rafforzare le relazioni economiche dipenderanno da essi. Oltre ai due fenomeni di integrazione in atto in Europa, si può osservare che processi di integrazione si stanno avviando in altre regioni del mondo (paesi in via di sviluppo). Malgrado la persistenza del dilemma tra la scelta di una collaborazione intensa tra di essi e quella di salvaguardare i legami tradizionali con i paesi avanzati capitalistici, i paesi in via di sviluppo dovranno prendere atto del fatto che l’estensione dei rapporti Sud-Sud è sempre più necessaria e possibile. L’integrazione regionale non è in contraddizione con lo sviluppo globale delle relazioni economiche e l’autarchia regionale è destinata a diventare sempre meno rilevante in futuro.
3) Nei prossimi anni l’importanza della cooperazione internazionale nei settori produttivi è destinata ad aumentare. Il termine «cooperazione internazionale» interessa ogni sfera della riproduzione, dalla ricerca al marketing. Le imprese degli Stati, grandi e piccoli, sono obbligate a cooperare dalla stessa tecnologia avanzata e dai mutamenti strutturali e, in conseguenza di questi ultimi, la cooperazione internazionale diventerà sempre più stretta nei prossimi decenni. La cooperazione internazionale nei settori produttivi è uno dei più importanti fattori di aumento dell’efficienza. La massimizzazione dei vantaggi offerti dalla cooperazione produttiva non è perseguita soltanto nell’interesse del singolo produttore, ma anche in quello delle economie nazionali nel loro complesso.
Per quanto riguarda le economie industrializzate occidentali, ci si attende che la loro cooperazione nei settori produttivi avvenga tramite le imprese multinazionali. Le multinazionali giocano un ruolo importante nell’estensione dei rapporti internazionali di potere; ed il dualismo insito nelle relazioni di potere (che le vede contrapposte allo Stato) persisterà anche in futuro. Non ci sono dubbi sul fatto che le multinazionali, avendo un raggio d’azione che supera di gran lunga le frontiere nazionali, favoriscono la formazione del sistema economico co-nazionale. La pretesa di creare a livello sovrannazionale forme di regolamentazione e di controllo del loro operato potrebbe aumentare, benché non mi aspetti a questo riguardo un mutamento sostanziale. Da un lato, le multinazionali godono dell’appoggio e della protezione degli Stati nazionali (paesi industrializzati) e dall’altro sono soggette ad un controllo crescente. Nelle loro attività, esse dovranno adeguarsi in misura crescente alle norme internazionali (norme di comportamento stabilite dalle Nazioni Unite, ecc.).
4) La cooperazione co-nazionale si deve proporre di gestire e risolvere i cosiddetti problemi globali dell’economia mondiale. Attualmente tutti concordano nel riconoscere che soltanto con una accresciuta cooperazione internazionale si possono realizzare i mutamenti resi necessari dall’aumento dei prezzi dell’energia e dalle spese crescenti per la protezione dell’ambiente (transizione verso tecnologie che consentano risparmi energetici, verso nuovi prodotti e verso complessi progetti di sviluppo tecnologico che richiedono un massiccio investimento di capitali). Per quanto riguarda la cooperazione, i paesi più piccoli non possono assumere un ruolo-guida; essi possono sia adeguarsi ai metodi seguiti dai paesi sviluppati, sia «partecipare» al loro lavoro. Qualora fossero introdotti mutamenti radicali di tipo strutturale (quali nuove fonti di energia alternativa, nuove tecnologie, prodotti ed infrastrutture) la cooperazione diventerebbe una via obbligata. Naturalmente la gestione dei problemi globali e la ricerca di una soluzione per essi sono possibili, in alcuni settori, anche nell’ambito delle tradizionali forme di cooperazione internazionale (cooperazione produttiva fra imprese, programmi intergovernativi, ecc.). Tuttavia, in altri settori e per problemi di dimensioni particolari, la soluzione è possibile soltanto se si creano nuove istituzioni internazionali, se si introducono nuove forme e meccanismi di cooperazione. Molti problemi globali, infatti, possono essere definiti come diseconomie globali esterne e richiedono un finanziamento globale, per il quale ancora oggi c’è una disponibilità molto scarsa. Per quanto concerne la soluzione e gestione dei problemi globali, sono stati individuati soltanto alcuni scopi e compiti comuni, ma non hanno ancora preso forma politiche ed azioni collettive.
Le attuali istituzioni economiche mondiali, i meccanismi e i rapporti di interesse sono inadeguati per regolare e controllare i processi economici su scala mondiale o regionale. In futuro potremo agire collettivamente soltanto se gli interessi delle parti in causa coincideranno. Dobbiamo sottolineare questo fatto, poiché uno dei criteri di efficienza del sistema co-nazionale si fonda sulla definizione realistica e sul compromesso razionale degli interessi. Ma si devono trovare delle soluzioni anche per quei problemi che si pongono in ambiti nei quali gli interessi sono difficilmente armonizzabili, e devono anche essere compiuti dei sacrifici senza contropartita nei casi di maggiore gravità (come i programmi per la protezione ambientale su scala mondiale).
Quando si parla di interessi conflittuali, non si può ignorare la questione della sicurezza economica. L’equilibrio delle garanzie di sicurezza assume una particolare importanza nel sistema co-nazionale. In merito al materiale bellico o ai territori di rilevanza strategica, nessuna superpotenza vuole dover dipendere da un altro paese o da fattori che non può controllare. Tuttavia questa è una condizione richiesta dalla cooperazione razionale o dallo sviluppo congiunto di tecnologie o fonti di energia, quindi si possono trovare delle soluzioni soltanto «bilanciando» l’interdipendenza e la sicurezza. Per quanto riguarda la cooperazione co-nazionale, è presumibile che le politiche comuni ed i tentativi di agire collettivamente per risolvere i problemi globali, nel lungo periodo, costituiscano un punto debole della cooperazione; progressi su questa strada si potranno realizzare soltanto come conseguenza di crisi.
5) In date circostanze, le differenze nel grado di sviluppo, le disuguaglianze sociali, le differenti tradizioni storiche, culturali e sul piano dei valori possono diventare fonte di gravi conflitti. Il nostro maggiore problema nell’ambito dell’economia mondiale oggi è il divario crescente fra i paesi sviluppati e quelli invia di sviluppo. Rispetto ai problemi dello sviluppo nel mondo, assumono uguale importanza i fattori interni e quelli esterni. Sarebbe impossibile dire quali di essi siano più rilevanti. La rapida crescita delle regioni sottosviluppate dipende da buone relazioni commerciali ed è interesse politico ed economico del mondo intero aiutare questi paesi a superare il divario nei confronti delle economie più avanzate.
6) Benché l’interdipendenza sia crescente, i diversi paesi hanno fatto piccolissimi progressi per riuscire ad agire congiuntamente ed a mettere a punto politiche comuni. Le misure da prendere allo scopo di coordinare le politiche economiche fra i paesi industrializzati (a livello di Comunità economica europea o di OCSE, o di incontri al vertice dei paesi guida) non sono state concretamente realizzate, né sono andate al di là della semplice definizione dei compiti. Benché negli anni ‘70 siano state prese delle misure per accrescere il coordinamento della pianificazione dei paesi socialisti, si tratta tuttavia di misure che non presentano tutti i requisiti di una politica economica complessa ed efficace. A mio avviso, il coordinamento estensivo delle politiche economiche fra le nazioni è uno dei più importanti compiti del sistema co-nazionale.
In questo quadro, non è da escludere neppure qualche forma di coordinamento delle politiche economiche fra paesi socialisti e capitalisti o fra quelli sviluppati e quelli in via di sviluppo, coordinamento fondato sul reciproco riconoscimento dei rispettivi interessi. Benché a tutt’oggi i pochi programmi concepibili nell’ottica di questo coordinamento sembrino a volte dei sogni, essi dovrebbero essere incentivati, nel futuro, laddove siano possibili.
7) Il sistema co-nazionale dipende dal futuro sviluppo del sistema istituzionale di relazioni internazionali. Nel sistema co-nazionale la quantità di soggetti coinvolti nelle relazioni internazionali (istituzioni di Stati nazionali, imprese, organismi internazionali, ecc.) tende ad accrescersi, producendo azioni più efficaci. Per quanto concerne il loro comportamento, è prevedibile che essi debbano adattarsi alle mutate condizioni (riforma del sistema monetario internazionale ad esempio). L’appartenenza ad organismi internazionali va assumendo un carattere più globale (anche con i paesi socialisti) e ciò influisce sulle caratteristiche e sulle funzioni delle organizzazioni in questione. E’ prevedibile che nel prossimo futuro le imprese dei paesi socialisti — quelle nazionali come quelle internazionali — diventino partners attivi nelle relazioni economiche con l’estero. Soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti problemi globali dell’economia mondiale, le nuove organizzazioni internazionali avvertiranno l’esigenza di dotarsi di organismi efficienti, in grado di controbilanciare eventuali influenze negative esercitate dal mercato mondiale (ad esempio, tali meccanismi dovrebbero favorire la soluzione del problema alimentare o la limitazione di fluttuazioni troppo ampie nei prezzi).
Un aspetto predominante del sistema co-nazionale è che tutti gli attori che ne sono coinvolti si sforzano, separatamente e congiuntamente, di individuare, definire realisticamente ed analizzare i processi emergenti nell’economia mondiale. Il sistema co-nazionale si fonda sulla percezione e comprensione dell’interdipendenza. Dopo la seconda guerra mondiale, numerose istituzioni internazionali furono investite di ampie funzioni di informazione e di analisi. Su impulso della crisi degli anni ‘70, si sviluppò la tendenza ad aumentarne l’efficienza (FMI, Comunità economica europea, OCSE, ecc.). Queste istituzioni hanno analizzato le cause dei processi, le alternative in termini di azioni e mezzi e la coerenza delle politiche economiche nazionali. Nel mondo attuale, caratterizzato da una grande rapidità di cambiamento, si è accresciuta l’importanza delle previsioni economiche e i diversi «rapporti» o le conferenze promossi negli ultimi dieci anni (Club di Roma, Comitato trilaterale, Comitato Brandt) hanno fornito una base di orientamento, per la politica e le iniziative di governi ed organizzazioni internazionali.
Il sistema co-nazionale postula una riforma dei meccanismi economici mondiali in diverse direzioni e l’accettazione di nuovi principî e norme di collaborazione. Esistono numerosi gravi problemi che non possono essere risolti con gli attuali meccanismi dell’economia mondiale (come quello delle carestie), benché la loro soluzione costituisca un interesse politico ed economico di lungo termine per tutta l’umanità. L’applicazione pratica di alcuni fra i nuovi principî umanitari e morali (uguaglianza e solidarietà) è auspicata in misura crescente.
Il sistema co-nazionale, in quanto espressione delle situazioni sociali, economiche e politiche, può giungere a diversi livelli di controllo dei processi.
E’ probabile che il coordinamento e la regolamentazione collettiva delle relazioni economiche possano esplicarsi al massimo livello in regioni relativamente omogenee, che hanno interessi fondamentalmente simili o complementari. In questi contesti, un rilievo particolare può essere assunto dalle organizzazioni create per favorire il processo di integrazione, che in alcuni casi possono assumere un carattere sovrannazionale (come la Comunità economica europea). Ritengo, tuttavia, che le relazioni co-nazionali debbano essere considerate come un sistema globale che riguarda l’intera economia mondiale. Il sistema co-nazionale non deve entrare in contraddizione con il federalismo regionale e può rappresentare una base ed un prerequisito per la creazione di strutture sovrannazionali nel futuro. L’internazionalizzazione è un processo su scala mondiale che ha superato le frontiere dei sistemi sociali e politici differenti e dei gruppi di paesi con diversi gradi di sviluppo. L’importanza di soluzioni globali per i problemi di sviluppo può difficilmente essere contestata, ma la collaborazione co-nazionale fra sistemi differenti è altrettanto necessaria in parecchi campi e promette risultati considerevoli. Il fatto che in questi campi l’intensità e la profondità dell’interdipendenza e della regolamentazione sia minore, non è in contraddizione con un approccio sistemico globale. Naturalmente, in alcuni settori l’esplosione dei problemi economici mondiali può modificare radicalmente lo scenario. L’evoluzione del sistema co-nazionale è comunque difficile da prevedere.
Nel settore della gestione economica il sistema co-nazionale significa, prima di tutto, la modificazione dei rapporti di produzione dell’economia mondiale e, in stretta connessione con i più profondi cambiamenti nella struttura produttiva, in una prospettiva di più lungo periodo risponde alle esigenze reali della nuova era dell’economia mondiale. Dal mio punto di vista, la cooperazione co-nazionale è una assoluta necessità, indipendentemente dalle differenze attualmente esistenti nelle relazioni socio-economiche e dai livelli di sviluppo nel mondo.
Gli anni ‘70 hanno dimostrato che gli accordi e la cooperazione politica possono progredire molto lentamente, persino nell’ambito degli stessi sistemi sociali e fra alleati legati da vincoli politici, economici e militari, al punto da ostacolare lo sviluppo dell’economia (si veda, ad esempio, lo sviluppo contraddittorio dell’integrazione dell’Europa occidentale). Dal punto di vista storico, sarebbe stato estremamente negativo un eventuale arresto del processo di distensione; d’altra parte, in alcuni campi si è avuto un regresso, nonostante il fatto che la tesi marxista secondo la quale la coesistenza pacifica è una necessità obiettiva della nostra epoca si sia dimostrata esatta in modo inequivocabile. Essa si è rafforzata con l’evoluzione del sistema co-nazionale. Perciò, gli orientamenti della sfera politica negli anni ‘70 sotto molti aspetti hanno proceduto in una direzione opposta alle esigenze dell’ economia.
Nella metà degli anni ’80 è nata la speranza che le tendenze precedenti possano essere corrette e che emerga con sempre maggior forza una cooperazione di tipo co-nazionale.
 
Tibor Palankai


* In questa rubrica vengono ospitati interventi che la redazione ritiene interessanti per il lettore, ma che non riflettono necessariamente l’orientamento della rivista.
[1] Propongo il prefisso «co» principalmente per collegare sinteticamente le caratteristiche sopra menzionate delle relazioni, non limitando il suo significato a quello del prefisso latino. Non desidero creare nuove parole ad ogni costo o introdurre forzatamente nuovi concetti. Penso, tuttavia, che quando si presentano nuovi e importanti fenomeni si debba dare una giustificazione semantica delle parole in questione. L’uso di categorie o parole connesse con molte altre interpretazioni può essere fuorviante. La denominazione di imprese transnazionali causò molti problemi dopo che esse incominciarono a diffondersi ampiamente e ancora oggi noi spesso usiamo terminologie confuse che non rivelano interamente la novità dei concetti che designano (imprese internazionali o supermonopoli). La parola internazionale, secondo me, è troppo generale e, in effetti, include pure il termine co-nazionale. Potremmo anche dire relazioni interstatali transnazionali, ma ciò è facilmente associato con le imprese transnazionali e il nuovo sistema di regolamenti non soltanto attraversa le frontiere, ma comporta anche un’azione collettiva. Alla luce delle tendenze sopra menzionate, il termine sovrannazionale dovrebbe essere escluso. Ecco perché penso che l’introduzione di un nuovo termine sia necessaria. E’ una questione di convenzione e di uso.

 

Condividi con