Anno LII, 2010, Numero 1, Pagina 77

 

 

“IL FEDERALISTA” COMPIE CINQUANT’ ANNI [*]
 
 
Vi ringrazio e saluto tutto i partecipanti, i rappresentanti della Fondazione Albertini, i relatori, Alessandro Cavalli e Giulia Rossolillo della nostra Università e il prof. Pistone, titolare del corso di Storia dell’Integrazione Europea del Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino, una voce chiara ed autorevole, uno studioso di prestigio, che ringrazio di cuore per essere qui nella nostra città, a portare il proprio punto di vista ad un dibattito che sarà intenso, come già promette il suo titolo, “We, the European People?”, dove quell’interrogativo finale, sospeso, è sufficiente a mettere in crisi tante delle nostre certezze e ad insinuare il dubbio sulla autentica capacità nostra, di cittadini italiani, di essere in grado di pensare a noi stessi come abitanti di un continente in cammino e di agire con coerenza in questa prospettiva.
Il dubbio è una di quelle forze che, nella storia degli uomini, costringe a riflettere, camminare, progredire.
E l’inquietudine dell’intelligenza è il motore delle trasformazioni, grandi o piccole, che attraversano la nostra vita individuale o la nostra grande storia collettiva.
E’ l’energia che ci costringe a pensare, a non accontentarci del presente, ad immaginare un futuro migliore, a rifiutare la banalità degli orizzonti precostituiti.
Questa energia, a volte, è tanto potente da riuscire da dare aria e nuova luce alle stanze chiuse del mondo e ad aprire su un nuovo ordine e verso nuove prospettive le frontiere tra gli uomini e le nazioni.
L’idea federalista è anche tutto questo.
E’ un motore; un impulso; un punto di vista che apre al cambiamento.
Questa riflessione mi viene spontanea, perché siamo qui oggi anche per salutare i cinquant’anni di vita della rivista “Il Federalista” e per testimoniare l’eredità intellettuale e morale del suo fondatore, Mario Albertini, un’intelligenza lucida e acuta, uno di quegli uomini che non si sono accontentati mai; che, anche a costo dell’impopolarità, sono stati sempre un passo avanti i propri contemporanei; uno studioso che ha sempre rilanciato il profilo della sfida, sapendo che ogni sfida è, al tempo stesso, intellettuale e politica; un cittadino italiano di statura europea, che interpreta il bisogno di una organizzazione sovranazionale e l’idea dell’unità europea come occasione per far progredire in maniera autentica la causa prima, da cui tutto dipende: quella della pace.
E la pace è quel valore il cui significato è rigorosamente mutuato dal pensiero di Kant, oggetto privilegiato degli studi di Mario Albertini e del suo insegnamento nella nostra Università.
La pace non coincide né con un improbabile stato di naturache, scrive Kant nel suo trattato Per la pace perpetua del 1784,  “è piuttosto uno stato di guerra”, né con una provvisoria “sospensione delle ostilità”.
La pace, piuttosto, deve essere istituita” – è ancora il grande filosofo ad utilizzare questo termine.
Deve cioè prodursi tra gli uomini e gli Stati come risultante di alcuni presupposti, che Kant declina con la rigorosa esattezza di un teorema: la “costituzione repubblicana degli Stati, “il federalismo di liberi stati come fondamento del diritto internazionale e il principio “dell’universale ospitalità, che non è filantropia, ma diritto di uno straniero, che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente.”
Il federalismo di Albertini muove da questi, attualissimi, fondamenti teorici – che si diffondono e si trasformano in parole vive, “politiche” nella rivista che nasce cinquanta anni fa.
Siamo nel 1959, e ci vuole il coraggio intellettuale di Albertini per credere al progetto della rivista e per avviarne la realizzazione.
Perché l’unità europea sembra irraggiungibile e l’idea di un’Europa libera ed unita, disegnata nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi già negli anni ’40, sembra, al più, oggetto di ricerche e speculazioni teoriche, lontanissime dalla vita dei popoli.
L’Europa è divisa dal muro e il mondo intero vive gli ultimi sussulti della guerra fredda, appena temperata dalle parole di Kruscev al XX congresso (del PCUS) nel 1956 e poi, di nuovo, inquietante come la guerra vera, che si profila appena dietro l’angolo, con la crisi dei missili di Cuba del 1962.
Ci vuole un grande coraggio ed una grande determinazione per riuscire a mantenere vivo l’ideale europeista in questo contesto e per continuare a lavorare nella direzione indicata da Altiero Spinelli che, nel maggio del 1956, scriveva nel suo diario “ho lanciato ad Albertini l’idea di costituire un ordine federalista europeo.”
Spinelli aveva visto giusto.
Albertini aveva le caratteristiche per lavorare a quella idea: l’integrità, il coraggio, la devozione, la coerenza.
Aveva soprattutto la tenacia necessaria per confrontarsi con i fatti del potere e con le sue conseguenze e la profonda convinzione che la distruzione del genere umano, nel mondo del dopo Hiroshima, fosse un rischio tanto grande da richiedere una fortissima accelerazione dell’idea federalista, l’unica davvero decisiva per invertire la rotta e rimettere l’umanità in cammino verso quell’obiettivo che lega la politica alla morale: la pace – pensata non come utopia, ma al contrario, così come sosteneva Kant, come costruzione giuridica ed istituzionale.
Il Federalista è tutto questo; le sue pagine sono il luogo in cui si affermano questi concetti, in cui essi vengono messi in comune.
La rivista è lo strumento, uno degli strumenti, per divulgarli e farli camminare in Europa e nel mondo, sostenuti da un’interpretazione della storia considerata come “cammino dell’umanità” e non come divenire di singole nazioni.
La rivista è uno strumento di pace, e la pace è quell’obiettivo che richiede la trasformazione in senso federale del nostro continente e del nostro mondo.
Così, anche per questo, è importante ritrovarci oggi.
Fermarci a pensare.
Riallineare il nostro “fare” verso un obiettivo generale.
Dagli anni della guerra fredda, il mondo è cambiato e l’orizzontedelnostro continente, fra fratture e difficoltà, sembra virare verso la rotta indicata da Spinelli e Albertini.
Resta tuttavia l’interrogativo che accompagna il titolo del convegno di oggi.
Dalle pagine della “sua” rivista e delle sue pubblicazioni, ribadendolo con la propria voce all’interno del Movimento Federalista, Albertini sosteneva che in Europa – e in tutto il mondo – mancasse ancora una autentica cultura di pace, riconosciuta come obiettivo supremo della politica.
Nell’interrogarci se siamo un popolo europeo, al centro della nostra riflessione di oggi credo necessario porre questo concetto.
Nel nostro Paese la cultura della pace è davvero acquisita come priorità nelle coscienze delle persone e nelle politiche delle istituzioni?
Solo realizzando questo passaggio, sarà possibile parlare di noi come cittadini europei. Portare a compimento il disegno del manifesto federalista.
Buon lavoro a tutti.
 
Vittorio Poma
 
 


[*] Si tratta del saluto portato dal Presidente della Provincia di Pavia, al convegno organizzato presso l’Università di Pavia l’8 marzo 2010 per celebrare i 50 anni della rivista “Il Federalista”.

 

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