Anno XLIV, 2002, Numero 1, Pagina 47

 

 

SOVRANITA’, AUTOGOVERNO E GOVERNO GLOBALE.
UNA PROSPETTIVA FEDERALISTA MONDIALE*
 
 
In questa nota vengono presi in esame un concetto di sovranità, un insieme di punti di vista sull’autodeterminazione e sull’autogoverno che da esso derivano e, da ultimo, viene proposto un sistema federale per governare il mondo. Queste idee riflettono una Weltanschauung assai diversa da quella che sottende al concetto di sovranità che ancora prevale ed alle sue conseguenze.
 
Crollo del concetto del sovrano onnipotente.
 
Per tre secoli dopo i trattati di Vestfalia, man mano che il concetto di monarca assoluto veniva gradualmente eroso, il centro della sovranità — ossia la legittimità del governo e dei poteri che ne derivano — è passato gradualmente dal «sovrano» al governo del suo territorio o addirittura al territorio stesso, in particolare allo Stato nazionale. Tuttavia, nonostante il persistere di questo concetto di sovranità centrato sullo Stato, hanno cominciato ad emergere due differenti paradigmi. In primo luogo, la Riforma ha messo in dubbio il potere assoluto esercitato dal Papato e dal suo clero, che erano intervenuti non solo negli affari di fede, ma anche negli affari di Stato ed avevano preteso una fedeltà incondizionata, sostenendo di essere gli agenti terreni del potere divino. Successivamente, il clero protestante mirò ad ereditare il potere secolare dei suoi predecessori cattolici, ma con il Rinascimento, che aveva valorizzato il governo democratico greco e la repubblica romana, e con l’Illuminismo si arrivò alla graduale separazione del potere religioso da quello temporale, fino all’abolizione del monopolio o dell’oligopolio del potere nelle mani delle famiglie regnanti e dell’aristocrazia.
 
Democratizzazione della sovranità.
 
Questi sviluppi socio-culturali contribuirono alle due principali rivoluzioni del XVIII secolo, che diedero vita agli Stati Uniti d’America e alla Repubblica francese, repubbliche laiche che abolirono sovrani ereditari e religione di Stato. In entrambe le repubbliche, il diritto di governare — di scegliere cioè i governi e di fare le leggi — fu trasferito ai cittadini, cioè al popolo. Allo stesso tempo, in America nacque una nuova entità politica, la federazione, capace di unificare ed accogliere la popolazione di un territorio ampio e diversificato, una formula istituzionale alternativa rispetto a una debole lega o confederazione di Stati, quale era in precedenza l’America, o allo Stato unitario fortemente accentrato come quello francese.
L’idea dei Principi Fondamentali (First Principles) — l’attribuzione ai cittadini della sovranità, ossia del potere di creare e sostituire i governi e di approvare costituzioni, Carte fondamentali e leggi[1] — era largamente diffusa durante la rivoluzione americana. La Dichiarazione dei diritti della Virginia, in larga parte redatta da George Mason e adottata dalla Convenzione costituzionale della Virginia il 12 giugno 1776, affermava che «tutto il potere risiede e quindi deriva dal popolo…» e «qualora un governo si rivelasse inadeguato o contrario al bene comune, alla difesa e alla sicurezza del popolo, della nazione o della comunità, la maggioranza della comunità ha l’innegabile, inalienabile ed irrevocabile diritto di riformarlo, modificarlo o abolirlo…».[2]
Tre settimane dopo, la Dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie americane, redatta dal virginiano Thomas Jefferson, proclamava non solo che «tutti gli uomini sono creati uguali» (un principio universale di eguaglianza dei diritti), ma anche che «i governi sono istituiti tra gli uomini e derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati…» e che «è un diritto del popolo modificare o abolire un governo rovinoso e istituire un nuovo governo».
Di fronte alla debolezza della Confederazione americana, basata sulla League of Friendship e sugli Articles of Confederation, James Madison e Alexander Hamilton proposero a Filadelfia, nel 1787, una nuova costituzione federale. Nel tentativo di ottenere che la sovranità del popolo fosse sancita da questo documento fondamentale, Madison aveva l’appoggio di altri due delegati che sostenevano la democrazia: Mason e il delegato della Pennsylvania, di origine scozzese, James Wilson.
Nelle lettere di accompagnamento a Jefferson, al governatore della Virginia Edmund Randolph e al generale George Washington, nell’aprile del 1787, Madison definì il suo documento di lavoro (che successivamente fu indicato con il nome di Piano della Virginia) la prima bozza «di un governo costituzionale dell’Unione… che dovrà essere sanzionato dai popoli degli Stati, sulla base del loro carattere originario e sovrano». Nella Convenzione costituzionale, Madison stesso e Wilson proposero che l’autorità della «prima branca» del legislativo (la Camera dei Rappresentanti) derivasse dalla fonte legittima di ogni autorità, il popolo. Madison insistette anche perché la Costituzione fosse ratificata «dalla suprema autorità dei popoli stessi» e non dai parlamenti degli Stati membri. E quando un delegato chiese sulla base di quale autorità uno Stato di recente indipendenza potesse accedere alla nuova federazione nel caso in cui la Costituzione dello Stato non prevedesse una tale evenienza, egli rispose che «i popoli erano, di fatto, la fonte di ogni potere… Essi potevano modificare le costituzioni come meglio credevano. Nel Bill of Rights si stabiliva che si potesse fare ricorso ai principi fondamentali».[3]
Nell’assumere l’incarico di redigere i primi emendamenti alla Costituzione federale come rappresentante nel primo Congresso, nel 1789, Madison chiese che le parole sopracitate della Dichiarazione dei diritti della Virginia fossero inserite all’inizio della Costituzione. Tuttavia i deputati conservatori annacquarono il riferimento ai poteri e ai diritti del popolo in quelli che divennero il 9° e 10° emendamento.
Due mesi dopo, in seguito alla rivolta del popolo francese contro quelli che considerava i suoi oppressori — la monarchia, l’aristocrazia ed il clero — la nuova Assemblea nazionale promulgò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che proclamava: «La legge è l’espressione della volontà della comunità. Tutti i cittadini hanno il diritto di svolgere il proprio ruolo nella sua formazione, sia personalmente, sia attraverso i loro rappresentanti».
In entrambi i casi, nell’esercizio della propria sovranità, il popolo delegò poteri ai governi delle proprie comunità, ossia, nel caso degli USA, gli Stati membri e l’Unione federale repubblicana e, nel caso della Francia, la repubblica unitaria.
Cent’anni dopo, nel 1948, questi principi sono stati riconosciuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’articolo 21 stabilisce: «La volontà del popolo è la base del potere del governo… Ognuno ha il diritto di prendere parte al governo del proprio paese sia direttamente, sia tramite rappresentanti liberamente scelti…».
 
Applicazione della sovranità al governo del mondo.
 
L’idea che gli Stati nazionali siano sovrani ha continuato a dominare per tutto il XX secolo. Di conseguenza, alla Conferenza del 1945, la Carta delle Nazioni Unite ha seguito l’esempio del suo pur criticato predecessore, la Società delle Nazioni, basando l’ONU sul «principio dell’eguaglianza sovrana di tutti i suoi membri».[4] Gli estensori del Preambolo della Carta si sono richiamati al Preambolo della Costituzione degli Stati Uniti iniziando con le parole «Noi, popoli delle Nazioni Unite» (pare che ciò sia avvenuto più per le insistenze di un’organizzazione di cittadini americani che per quelle dei delegati dei governi). Tuttavia, dato che in esso veniva richiamato il vecchio concetto di sovranità, il Preambolo avrebbe potuto tranquillamente conservare la formula tradizionale con cui iniziano i trattati, che troviamo anche nel Covenant della Società delle Nazioni, e cioè: «le Alte Parti contraenti». In effetti si può affermare che la Carta dell’ONU non è neanche potenzialmente una costituzione democratica dei popoli del mondo.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Emery Reves, un editore di origine ungherese, diede un importante contributo all’analisi di queste problematiche con il libro Anatomia della pace. Egli sostenne che era giunto il momento di mettere in pratica un concetto rivoluzionario, che introduceva un nuovo paradigma nel modo di pensare. Se i popoli potevano delegare ai governi delle loro comunità locali, delle loro province e dei loro Stati nazionali i poteri di fare, far applicare e decidere leggi, essi avevano la stessa autorità per trasferire alcuni poteri ad un governo della loro comunità globale, il mondo.[5]
 
La visione del mondo dei federalisti mondiali.
 
Queste idee democratiche e globali hanno direttamente influenzato, negli anni ’90 alcune solenni dichiarazioni da parte di militanti di diversi gruppi di federalisti mondiali. Già durante la seconda guerra mondiale, gli Studenti federalisti, negli Stati Uniti, avevano chiesto un governo democratico del mondo radicalmente diverso. Successivamente, nel 1947, diversi gruppi americani confluirono negli United World Federalists (oggi World Federalists Association, WFA). Sempre nel 1947, l’UWF e i Federalisti mondiali del Canada, dei paesi dell’Europa occidentale e dell’Asia divennero affiliati al World Movement for World Federal Government (oggi World Federalist Movement, WFM). Tuttavia, la spinta verso una campagna globale, democratica e federalista fu ben presto frenata quando Stalin, il dittatore dell’Unione Sovietica, iniziò la guerra fredda occupando con la forza l’Europa centrale ed orientale, imponendo regimi comunisti e marchiando i federalisti mondiali come fascisti. Fortunatamente, all’inizio degli anni ‘90, il Presidente sovietico Michail Gorbaciov, che era giunto a richiedere lui stesso una forma di governo mondiale democratico,[6] mise fine alla guerra fredda (ponendo involontariamente le premesse per il collasso dell’Unione Sovietica e del suo impero nell’Europa orientale). Allora, per la prima volta in mezzo secolo, apparve possibile la realizzazione di due obiettivi: realizzare a livello mondiale il principio della sovranità popolare, emerso nel XVIII secolo, e preparare un piano d’azione affinché il mondo potesse essere governato in modo democratico.
Nel 1997, nello sforzo di modificare la tradizionale concezione che la sovranità sia assoluta e risieda nello Stato nazionale, la WFA ne ha formulato una definizione aggiornata, definendola come «il potere di creare e di cambiare il governo di uno Stato o di un’altra entità politica e di gestire sia gli affari interni che quelli esteri», limitato dai principi morali generalmente accettati, dai diritti civili dei popoli, dalla legge internazionale corrente e dai trattati internazionali applicabili (compresa la Carta delle Nazioni Unite). Mentre i governanti di Stati ed imperi unitari ed autoritari possono pretendere di esercitare poteri sovrani sulle popolazioni loro soggette, negli Stati democratici, o nelle altre unità politiche che si autogovernano, la sovranità è «la legittima autorità dei cittadini, che possono esercitare i loro poteri di governo direttamente, come nelle comunità politiche di minori dimensioni o, più spesso, indirettamente, delegando ed affidando poteri ai loro rappresentanti e governanti eletti secondo i dettati di una costituzione». Nei sistemi federali democratici, la sovranità è «la legittima autorità dei cittadini, che delegano, affidano e distribuiscono poteri tra il governo centrale dell’unione e quelli delle unità politiche che ne sono membri, secondo i dettati di una costituzione federale».[7]
Un comitato del World Federalist Movement, i cui membri provenivano da una dozzina di paesi di quattro continenti, nel 1998-99 ha elaborato una Dichiarazione di principi su «Federalismo e diritto dei popoli all’autogoverno». Tra i principi proposti si affermava: «La fonte della sovranità — legittima autorità di governare — sono i cittadini, che si associano per delegare ed affidare poteri ad istituzioni di governo di comunità via via più ampie. In un sistema federale, i poteri sono distribuiti tra governi di comunità a diversi livelli… Ogni abitante può essere cittadino non solo delle comunità più piccole, ma anche, alla fine, di una istituzione politica mondiale. I cittadini hanno diritto ad un governo democratico ed alla partecipazione, sia diretta, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti, al governo delle rispettive comunità…
Tra gli elementi indispensabili della democrazia vanno inclusi libere ed eque elezioni periodiche a scrutinio segreto e a suffragio universale dei cittadini adulti, la regolamentazione del finanziamento delle campagne elettorali, l’eguaglianza di fronte alle legge e un sistema giudiziario indipendente, il controllo civile dei militari, le libertà di religione, di parola e di riunione e la libertà dei mezzi di comunicazione di massa. Sono inoltre auspicabili: la separazione dell’autorità civile da quella religiosa, un limite temporale agli incarichi ufficiali (sia in caso di nomina che di elezione), una educazione ampiamente disponibile, il diritto di iniziativa, di referendum e di revoca, e il difensore civico per garantire la responsabilità dei pubblici ufficiali, la difesa dei diritti umani e la salvaguardia contro la corruzione.
I governanti oppressivi spesso sostengono che il loro regime è ‘sovrano’, e quindi autorizzato a governare il popolo soggetto senza ‘interferenze nei suoi affari interni’ da parte del mondo esterno. Tuttavia il loro potere è illegittimo, perché usurpato al popolo. Perciò la comunità mondiale, attraverso le Nazioni Unite, dovrebbe sentirsi obbligata a trovare i mezzi per restituire al popolo oppresso i suoi diritti fondamentali. In una federazione mondiale democratica i diritti di tutti i gruppi sarebbero salvaguardati, prevenendo l’ascesa di tiranni».[8]
Un ente morale pubblico, Filadelfia II, fondato in California all’inizio degli anni ‘90, soprattutto per iniziativa di federalisti mondiali, nel 2000 ha promosso la National Initiative for Democracy. Ispirandosi ai Principi fondamentali — il potere del popolo di creare, modificare o sciogliere i propri governi — così come furono applicati dai redattori della Costituzione federale (Filadelfia I) e dalle Convenzioni di ratifica, Filadelfia II ha elaborato il Democracy Amendment alla Costituzione americana e il Democracy Act. Il preambolo di quest’ultimo proclama: «Noi, popolo degli Stati Uniti, possediamo intrinsecamente la sovranità e il potere di autogovernarci. Abbiamo affermato questo potere nella Dichiarazione di Indipendenza e nella ratifica della nostra Costituzione attraverso l’esercizio dei Principi fondamentali…».[9]
La legge proposta estenderebbe il processo di iniziativa a tutte le giurisdizioni degli Stati Uniti. Movimenti per la democrazia diretta simili sono attivi in altri paesi, specialmente in Europa. Ne consegue che i Principi fondamentali possono essere elaborati in modo da essere applicabili universalmente.
 
La democrazia contro la tirannia.
 
Nonostante tutte le dichiarazioni che sostengono il diritto del popolo all’autogoverno, tra i pessimisti fautori della Realpolitik — sia politici che accademici — rimangono forti resistenze ad affrancare milioni di oppressi. Gli apologeti degli oppressori ribadiscono la teoria ormai superata che i loro regimi, essendo «sovrani», possono esercitare il potere sui loro sfortunati sottoposti in assoluta autonomia e senza interferenze esterne nei loro affari interni.
Gli oppositori del diritto all’autodeterminazione sostengono che, se essa venisse messa in atto, ne deriverebbero violenze. Tuttavia, come osservato nel 1999 da un militante civile filippino a proposito di Timor Est, e come sostenuto da molti americani ed europei negli ultimi decenni pensando al Tibet e alla Palestina, «la violenza è il risultato non dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione, ma del tentativo di sopprimerlo o di negarlo».[10] Infine, sta crescendo il consenso all’idea che in alcuni casi di gravi discriminazioni e violazioni continue dei diritti umani fondamentali, come la pulizia etnica, si possa giustificare il ricorso, come estremo rimedio, alla secessione.
Nel 1991, non molto dopo che Idi Amin e Pol Pot portarono impunemente al disastro i loro popoli e che Saddam Hussein attaccò il Kuwait dopo la pulizia etnica nei confronti dei Curdi, i Ministri degli Esteri di Canada, Germania, Italia ed Unione Sovietica affermarono che la comunità mondiale avrebbe dovuto intervenire per scopi umanitari contro questi tiranni.[11]
Nel 1999, mentre Slobodan Milosevic, il responsabile della disgregazione della Iugoslavia, era ancora al potere, il Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, chiese, di fronte all’Assemblea generale, di trovare un punto di equilibrio fra la sovranità dello Stato e la sovranità dell’individuo affermando: «Le forze della globalizzazione e della cooperazione internazionale stanno ridefinendo la sovranità dello Stato. Si ritiene ormai diffusamente che lo Stato sia al servizio del suo popolo e non viceversa. Contemporaneamente, la sovranità dell’individuo — i diritti umani e le libertà fondamentali di ogni individuo contenuti nella nostra Carta — è cresciuta sotto la spinta della rinnovata coscienza del diritto di ogni uomo al controllo del proprio destino».
La sfida centrale per le Nazioni Unite nel prossimo secolo — ha continuato — è «di forgiare l’unità sulla base del principio che non si deve permettere l’esistenza di massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani, ovunque possano verificarsi». Ci troviamo «in un’era in cui le nozioni tradizionali di sovranità non fanno più giustizia delle aspirazioni di tutti i popoli a raggiungere le proprie libertà fondamentali».[12]
 
Il futuro.
 
Che cosa dire del futuro? La Federazione degli Stati americani nacque dalla guerra di indipendenza. L’Unione europea — che evolve verso una Federazione europea — è nata da due disastrose guerre mondiali. Il sistema anarchico che persiste oggi nel mondo rende difficile agire contro coloro che perpetrano crimini contro l’umanità. Tuttavia, accanto alla tappa intermedia di insediare un Tribunale penale internazionale, la risposta ai crimini mondiali — insieme alla soluzione dei problemi globali che i singoli paesi, agendo da soli, non sono in grado di risolvere — potrebbe trovarsi nel fatto che al più presto il popolo mondiale divenga cosciente della necessità di un sistema federale di governo del mondo e combatta per esercitare la propria sovranità attraverso di esso, ossia un sistema del popolo, retto dal popolo e per il popolo.
 
John O. Sutter


* Nella rubrica “Interventi” vengono ospitati scritti che la redazione ritiene interessanti per il lettore, ma che non riflettono necessariamente l’orientamento della rivista.
[1] Vedi Philadelphia II, «First Principles», in www.p2dd.org/firstprinciples.htm.
[2] Sezioni 2 e 3.
[3] James Madison, Notes of Debates in the Federal Convention of 1787, New York, W.W. Norton, 1987, pp. 16, 70, 74, 97, 348, 564.
[4] Articolo 2.1 della Carta.
[5] Emery Reves, The Anatomy of Peace, New York, Harper & Brothers, 1945/46 (trad. it.: Anatomia della pace, Bologna, Il Mulino, 1990).
[6] Gorbaciov, parlando a Fulton, nel Missouri, nel maggio del 1992, osservò: «Oggi all’ordine del giorno non c’è solo una unione di Stati democratici, ma anche una comunità mondiale organizzata democraticamente… Sta crescendo la coscienza della necessità di un governo globale, al quale possano prendere parte tutti i membri della comunità mondiale».
[7] Vedi Toward Democratic World Federation, San Francisco, autunno 1997, p. 8.
[8] Vedi «Issues», in www.wfanca.org.
[9] Vedi Philadelphia II, Democracy Act, in http://p2dd.org/nationalinitiative/act.htm.
[10] The Human Rights Agenda, Manila, ottobre 1999.
[11] Vedi Toward Democratic World Federation, San Francisco, inverno 1992, p. 5. Il tedesco Hans-Dietrich Genscher ha dichiarato: «Oggi la sovranità trova il suo limite nella responsabilità degli Stati verso l’umanità nel suo insieme e verso la sopravvivenza del Creato. Quando vengono calpestati i diritti umani, la famiglia delle nazioni non è confinata nel ruolo di spettatore… Deve intervenire». L’italiano Gianni De Michelis ha proposto di rivedere alcune parti della Carta delle Nazioni Unite per far posto al «diritto di intervenire» negli affari interni degli Stati «per scopi umanitari e per difendere diritti umani». La comunità internazionale «deve avere il potere di sospendere la sovranità ogniqualvolta essa viene esercitata in modo criminale. Essa deve trovarsi al fianco sia dei parlamenti eletti democraticamente, sia delle nazionalità oppresse». La canadese Barbara McDougall e il sovietico Boris Pankin si sono espressi in modo analogo.
[12] Da un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 20 settembre 1999.

 

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