Anno LVi, 2014, Numero 1-2, Pagina 182

 

 

PREPARARSI ALL’AZIONE
NELLA NUOVA LEGISLATURA EUROPEA
E IN VISTA DEL SEMESTRE ITALIANO*

 

 

Le forze che vogliono l’Europa sono ancora maggioranza, ma non devono più perdere tempo

Le elezioni europee hanno confermato in diversi paesi la crescita dei movimenti antieuropei e filo-nazionalisti, l'esistenza in Francia di uno zoccolo duro sovranista, ed in Gran Bretagna di un movimento antieuropeo ormai maggioritario in quel paese. Ma le forze che dicono di volere l'Europa restano ancora ampiamente maggioritarie nel Parlamento europeo, nelle opinioni pubbliche e nei governi dei principali paesi dell'eurozona, anche in Francia, come in Germania, in Italia e in Grecia. Il problema è che queste forze, per essere credibili, devono ormai dire come ed entro quando vogliono fare l’Europa, risolvendo una volta per tutte la contraddizione di aver creato una moneta senza l'indispensabile unione politica. Perché o questa legislatura europea crea le istituzioni necessarie per governare l’euro e per promuovere le necessarie politiche economiche per lo sviluppo e l’occupazione; oppure le spinte alla disgregazione dell’Unione diventeranno irresistibili ed incontrollabili. Un'alternativa, questa, del resto ben presente nella bozza di programma del semestre di presidenza italiano, e che è stata evocata nei giorni scorsi a margine della riunione del Consiglio europeo e del confronto tra i responsabili dei principali gruppi politici, sulla nomina del nuovo Presidente della Commissione europea. Ma è dal programma di presidenza del governo italiano che conviene partire, perché è da questo documento che emerge la consapevolezza – condivisa in altre occasioni anche da esponenti del governo tedesco – che:

a) non sono possibili passi avanti senza una riforma istituzionale, anche ricorrendo ad un nuovo Trattato ad hoc su iniziativa italo-tedesca;

b) occorre un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini in una nuova fase costituente europea, attraverso la convocazione di una convenzione (anche se resta aperta la questione su come e sulla base di quale mandato convocarla);

c) il confronto in corso tra i governi e le istituzioni europee sulla forma ed il contenuto che dovrà assumere la Partnership per le riforme, la crescita e la competitività rappresenta il primo banco di prova della volontà di imprimere un nuovo corso economico a livello dell’eurozona, coniugando riforme nazionali con incentivi europei.

Si tratta, come si vede, di punti che il MFE ha messo da tempo – in particolare dal Congresso di Milano – al centro delle rivendicazioni e pressioni federaliste nei confronti della classe politica. Punti su cui si è sviluppata la Campagna per la federazione europea, che ha visto diffondersi, dall'ottobre scorso e in oltre 60 città, con decine di iniziative, un’azione che ha coinvolto migliaia di cittadini in vista delle elezioni europee e del semestre italiano di presidenza. E su cui si sono successivamente impegnate anche la JEF e l'UEF: per la prima volta abbiamo avuto un'azione comune europea durante una campagna elettorale con slogan e strumenti che rivendicano la federazione europea e la necessità di sciogliere il nodo del governo democratico dell'euro. Un’azione che ha consentito di coinvolgere e impegnare circa 250 candidati/personalità di tutte le grandi famiglie politiche – una settantina dei quali sono stati poi eletti – su di una dichiarazione federalista (nella sua versione europea e/o italiana), cosa non facile nel clima elettorale che si era creato.

Nemmeno ai tempi della battaglia per l'elezione diretta del Parlamento europeo e della moneta europea l'azione federalista sui punti strategici da cui dipende il futuro dell'Europa ha potuto contare su un così ampio consenso della JEF e dell'UEF. Si tratta ora di coltivare questo consenso, tradurlo in azioni, avendo la piena consapevolezza dell'attualità di quelle rivendicazioni federaliste, ben riassunte nella cartolina/appello, che sono il frutto della forte convergenza d’analisi manifestatasi nel MFE e che sono poi confluite nel dibattito europeo. Ricordiamole brevemente, anche per ricordarci di quanto sono ormai presenti, se non ancora a livello di soluzioni, almeno di coscienza dei problemi nelle agende parlamentari e dei governi:

“Con l'obiettivo di instaurare il governo dell'eurozona entro il 2015, i cittadini chiedono:

– l'istituzione di un bilancio autonomo dell'Eurozona finanziato con risorse proprie – come la tassa sulle transazioni finanziarie, la carbon tax, e l'emissione di euro-obbligazioni –, votato e controllato dai parlamentari europei dell'Eurozona;

– la firma di un "patto pre-costituzionale" da parte dei paesi dell'Eurozona e aperto ai paesi che vi vorranno aderire, che contenga l'impegno di realizzare un governo democratico e federale della moneta, della fiscalità e dell'economia dell'unione economica e monetaria;

– la convocazione di una Conferenza composta da parlamentari europei e nazionali, per avviare la discussione sulla riforma delle istituzioni europee;

– la convocazione, dopo le elezioni europee, di una Convenzione costituente europea con il mandato di elaborare una costituzione federale e di stabilire le norme per regolare le relazioni tra i paesi dell'Eurozona e il resto dell'Unione Europea”.

Nessun’altra organizzazione politica italiana o europea al di fuori del federalismo organizzato ha saputo isolare dopo la crisi così in anticipo i nodi da sciogliere sulla strada del consolidamento dell'unione monetaria in unione politica. I più si sono limitati a professare un pessimismo ipocrita, per approfittare della situazione difficile magari per liquidare l’euro, cavalcando la demagogia ed il populismo; o l’ottimismo di chi credeva ancora troppo nell’Europa facile. Il MFE ha, ancora una volta, avuto più ragione degli altri nell’analizzare i fatti e proporre i rimedi. Un fatto per noi non trascurabile: perché è sulla capacità di riuscire ad avere più ragione che si basa, nel tempo e in ultima istanza, il nostro grado di credibilità e potere nei confronti dell’opinione pubblica e della classe politica.

Ancora una volta, per quanto riguarda l’Italia, come hanno confermato i diversi confronti pubblici con i candidati ed i partiti, è risultata evidente l’importanza della presenza federalista in campagna elettorale per collegare i problemi della crescita e dello sviluppo con i temi politici ed istituzionali (utilizzando strumenti come il Manifesto UEF, la cartolina, la dichiarazione di impegno, questa volta tutti con una credibilità europea). Sul piano organizzativo è davvero ragguardevole il lavoro fatto nell’ultimo anno da militanti e sezioni: se si prova a tradurre (copiare) in numero di pagine l’elenco delle attività degli ultimi sei-sette mesi segnalate sulla pagina facebook, come ci ha chiesto di fare la segreteria UEF, ottenete un elenco di diverse decine di pagine.

Ora, dopo le elezioni si apre una nuova fase dell’azione, che inevitabilmente dovrà svilupparsi secondo due linee di sviluppo convergenti:

– una nei confronti del governo e della classe politica italiana, affinché orienti in senso federale l’aspirazione e la speranza di cambiare l’Europa, o più precisamente il governo dell’eurozona e della sua economia, che è l’urgenza del momento;

– l’altra nei confronti del Parlamento europeo, affinché dal suo interno si sviluppi una iniziativa per sciogliere il nodo della legittimità democratica.

 

Il compito dell’Italia: orientare in senso federale il cambiamento dell’Europa

Siamo di fronte all’occasione, oltre che alla necessità, di fare dei passi decisivi per realizzare la federazione europea. I federalisti europei, in Italia ed in Europa, devono cercare, con i mezzi a loro disposizione, di far passare questa verità nei partiti, nell’opinione pubblica, nei mezzi di informazione. Possiamo e dobbiamo farlo continuando la Campagna per la federazione europea. La maggior parte dei governi dell’eurozona non è ancora favorevole ad imboccare la strada verso l’unione federale. Ma la crisi economica e le sue conseguenze, sia sul piano sociale, sia dal punto di vista del funzionamento dell'Unione europea e dei rapporti negli e tra gli Stati, ha creato anche le premesse e le condizioni per nuovi avanzamenti. Del resto Schuman e Adenauer, nel 1951, ritenevano impensabile associare la formazione dell’esercito europeo alla costruzione di una Comunità politica, ma poi finirono con l’accettare perché i federalisti e De Gasperi seppero insistere. Come è vero che venne dall’Italia (e dal MFE) l’impulso a fare eleggere direttamente il Parlamento europeo. E che una operazione analoga da parte del governo italiano, su sollecitazione del MFE, ebbe successo ai tempi della creazione della moneta unica, mentre gli altri governi volevano limitarsi ad instaurare una moneta parallela.

Qual è oggi lo stato delle cose? Possiamo fare tre considerazioni:

1. Oggi sono in gioco tempi e modi per il consolidamento dell’unione monetaria in una effettiva unione. Senza una decisa ed inequivocabile presa di posizione dei massimi dirigenti della politica italiana su questo terreno, sarà impossibile influenzare la posizione degli altri governi europei, innanzitutto quello francese – che pure si è detto pronto a sostenere l’idea del bilancio dell’eurozona, ma che frena sul fronte dell’evoluzione istituzionale; e quello tedesco, favorevole ad una evoluzione in senso federale delle istituzioni europee, ma restio a condividere risorse. Molto concretamente, senza avanzamenti sotto questo aspetto, per il governo Renzi verrebbero a mancare le condizioni necessarie per poter mantenere il largo consenso guadagnato e tradurlo nel potere di fare le cose.

2. In questo momento, le reali possibilità di avanzare sul terreno europeo implicano il passaggio dalla fase di istituzionalizzazione del meccanismo di stabilità – che è stata necessaria per salvare l’euro e per ripristinare la fiducia tra gli Stati –, a quella dell’istituzionalizzazione di un meccanismo di solidarietà correlato all’avvio delle Partnership per le riforme, la crescita e la competitività, indispensabile per promuovere le riforme nei diversi paesi, incentivando la crescita e l’occupazione. Sappiamo che le decisioni in merito a questo problema dovranno essere prese a livello europeo in ottobre. E queste decisioni dovranno inevitabilmente rispondere a tre sfide:

– la prima, di carattere storico, perché è impensabile un futuro di progresso mantenendo l’Unione europea ancora a lungo allo stadio di pre-unione in troppi campi cruciali, con il rischio che nel frattempo cresca la divergenza tra i, e nei, paesi membri – che ad un certo punto diventerebbe insostenibile sul piano politico, sociale ed economico;

– la seconda, di tipo politico, per superare le poco efficaci e molto instabili soluzioni intergovernative e nazionali;

– la terza di ordine democratico, perché occorre dare alla democrazia una dimensione sovranazionale per far fronte alle sfide globali, coinvolgendo i parlamentari nazionali ed europei, i rappresentanti del popolo europeo, nel rilancio politico dell’Europa.

2. Sulla creazione del meccanismo di solidarietà e della Partnership per le riforme, la crescita e la competitività la classe politica italiana si giocherà la propria credibilità e capacità d’azione in campo nazionale ed europeo per i prossimi anni. La posizione dell’Italia e dei suoi rappresentanti nelle diverse istituzioni sarà tanto più forte e capace di coagulare consensi su una linea evolutiva, quanto più saprà esprimere nei fatti la volontà di collegare la realizzazione di questo meccanismo/partnership a vincoli e ad istituzioni e risorse sovranazionali – o comunque il più sovranazionali possibili –, e in tempi certi. Questo implica prendere al più presto e apertamente posizione per realizzare una capacità fiscale e di bilancio autonomo dell’eurozona, che sia collegata ad un controllo democratico esercitato dal Parlamento europeo attraverso un suo funzionamento differenziato. La posizione dell’Italia diventerà invece debole e senza sbocchi se verrà identificata con un mero tentativo di sfruttare il confronto sulla solidarietà per negoziare rimodulazioni ed allentamenti degli obiettivi del bilancio nazionale fini a sé stessi.

Nell'immediato, condurre la battaglia sul meccanismo europeo di solidarietà e dare delle risposte al problema del controllo democratico sovranazionale sulle politiche economiche e fiscali secondo le linee esposte brevemente sopra, corrisponde al genere di battaglie già condotte in passato in e dall'Italia. A patto che:

a) chi può farla – i massimi dirigenti delle istituzioni nazionali ed europee e delle forze politiche – se ne faccia carico;

b) il MFE non faccia venir meno la pressione sulla classe politica italiana su questi punti.

 

Il compito del Parlamento europeo: dare un senso costituente a questa legislatura

Porre le basi della trasformazione dell’unione economica e monetaria in una unione politica su basi federali, implica, da parte dei governi, entrare nella logica della stipula di un patto pre-costituzionale tra i paesi dell’euro per sciogliere i nodi della capacità fiscale e di un bilancio aggiuntivo per l’eurozona. Ma affinché il controllo del governo dell’euro e delle future politiche economiche e di bilancio ad esso collegate avvenga attraverso i rappresentanti dei cittadini dei paesi aderenti all’euro, e non resti nell’ambito intergovernativo – cioè della cooperazione più o meno volontaria tra Stati – occorre risolvere il problema del funzionamento del Parlamento europeo in un quadro di unificazione differenziata. Sarebbe infatti contro ogni logica democratica aumentare la sfera di intervento legislativo e di partecipazione al processo decisionale in campo fiscale, di bilancio e di politica economica da parte del Parlamento europeo su questioni relative al governo dell’euro, senza prevedere norme di funzionamento e di voto differenziato (come per esempio già accade per il Consiglio europeo, in cui i paesi che godono di particolari opt-out dalle politiche dell’Unione, non esercitano il diritto di voto quando si tratta di decidere su di esse). Non si tratta di un fatto teorico. Quando l’attuale Parlamento europeo voterà su questioni relative all’euro su cui è richiesto il suo coinvolgimento anche a seguito dei nuovi trattati, circa il 30-35% dei suoi membri continuerà ad esercitare il proprio diritto di voto pur non provenendo da paesi che hanno ancora adottato l’euro o che hanno escluso di adottarlo (si veda il documento di Nicolai von Ondarza su Strengthening the Core or Splitting Europe?, SWP Research Paper, Marzo 2013). In quale Parlamento si considererebbero democratiche votazioni su questioni monetarie ed economiche in cui oltre un terzo dei voti venisse espresso da parlamentari che rappresentano cittadini di aree o regioni che adottano una diversa moneta?

Un fatto questo che significativamente proprio la cultura e la tradizione parlamentare britannica tende ad escludere. Sono emblematici in proposito due fatti: il dibattito innescato agli inizi del novecento da Lionel Curtis (The Problem of the Commonwealth, 1915) a proposito della trasformazione in una federazione dell’Impero britannico, con tanto di Parlamento del Commonwealth, che avrebbe dovuto funzionare a geometria variabile in relazione alle decisioni da prendere per il governo della Gran Bretagna – con la partecipazione dei soli parlamentari britannici -, e dell'intero Commonwealth – con tutti i parlamentari; e la possibilità per il Parlamento britannico di lavorare come Committee of the whole (in cui tutti i parlamentari partecipano, per deliberare su questioni comuni) e dei Grand Committees (di cui sono membri specifici gruppi regionali di parlamentari).

 

I termini del problema.

La questione della legittimità democratica ed in particolare di quella del Parlamento europeo è stata più volte evocata negli ultimi vent’anni dalla Corte Costituzionale tedesca. Si tratta di una questione di sostanza ineludibile, quella posta dalla Corte di Karlsruhe; le istituzioni europee e nazionali, nonché i partiti politici, devono dare una risposta al problema di fondo sollevato a suo tempo dai giudici della Corte federale tedesca quando espressero l’opinione favorevole sulla ratifica del Trattato di Maastricht da parte della Germania (1992). In quella sentenza si leggeva che, fino a quando l’Unione europea avrebbe mantenuto la caratteristica di una aggregazione di Stati (Verbund), la legittimazione di questa aggregazione sarebbe continuata a dipendere in primo luogo dai popoli nazionali per il tramite dei rispettivi parlamenti, alla quale però si sarebbe potuta aggiungere, “in misura crescente con l’approfondirsi dell’interdipendenza tra le nazioni europee”, la legittimazione da parte del Parlamento europeo eletto dai cittadini degli Stati membri. La Repubblica Federale tedesca, come gli altri paesi che hanno ratificato il Trattato di Maastricht, sempre secondo la Corte tedesca, non si sono sottomessi “ad un automatismo sottratto, nella sua dinamica interna, a qualsiasi supervisione e a qualsiasi controllo”. Essi hanno implicitamente riconosciuto che il Trattato ha aperto “la strada ad un’ulteriore, progressiva integrazione che dipende, in ogni suo ulteriore passo, da presupposti che il Parlamento deve già oggi essere in grado di prevedere, oppure da un’ulteriore assenso del governo federale, sottoposto all’influenza del Parlamento” (corsivo nostro). Presupposti e assenso che tuttora mancano, in quanto qualsiasi processo di genuina unione politica tra Stati deve prima o poi prevedere il passaggio da un sistema confederale ad uno federale, attraverso a) un momento costituente che veda in prima linea la partecipazione dei rappresentanti dei cittadini degli Stati disponibili ad approfondire l’unione; b) l’attribuzione del potere legislativo ai rappresentanti dei cittadini di quegli stessi Stati in campo fiscale – sul fronte sia delle spese sia delle entrate –, e il controllo del bilancio e del governo dell’economia.

Questo problema è così acuto e reale, da essere rientrato nelle agende dei governi e dei parlamenti e nel dibattito politico (si vedano in proposito i ripetuti accenni alla questione da parte del Ministro Schäuble, dei sottosegretari agli affari europei italiano Gozi nel suo recente libro e del suo collega tedesco Roth; dei gruppi di personalità che hanno sottoscritto nel frattempo diversi manifesti e appelli).

 

Le opzioni sul campo.

È difficile risolvere il problema della legittimità democratica su questioni fiscali, di bilancio ed economiche che riguardano 18 paesi su 28 in un quadro istituzionale divenuto via via sempre più complesso. Non bisogna tuttavia dimenticare che la complessità del quadro è una conseguenza, non la causa, della mancata decisione e volontà di perseguire un disegno di costruzione genuinamente federale. I tentativi finora fatti di uscire da questa situazione sono falliti perché non sono stati inseriti in un progetto coerente di riforma istituzionale. Negli anni successivi alla creazione della moneta, questo tentativo è stato fatto, come dimostra il dibattito svoltosi nel 1994 nel Parlamento europeo, sul rapporto Herman (Resolution on the Constitution of the European Union, 10 February 1994, http://www.cvce.eu/viewer/-/content/6b3f12d2-3309-4e04-8084-41d227432996/en), in cui si prevedeva:

“Articolo 46: norme finali

Gli Stati Membri che voglono, possono adottare tra loro norme che consentano loro di avanzare più velocemente verso l’integrazione europea, a patto che questo processo rimanga aperto a qualsiasi Stato membro che vorrà unirsi a loro e che queste norme siano compatibili con gli obiettivi dell’Unione ed i principi della Costituzione.

In particolare, per quanto riguarda le questioni relative ai Titoli V e VI del Trattato sull’Unione europea, essi possono adottare norme vincolanti solo per loro.

I Membri del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione degli altri Stati membri si asterranno durante le discussioni ed i voti sulle decisioni adottate sulla base di queste norme (corsivo nostro).

Articolo 47: entrata in vigore

La costituzione sarà considerata adottata ed entrerà in vigore quando sarà stata ratificata da una maggioranza di Stati membri che rappresenti i quattro-quinti della popolazione totale (l’art. 82 del Trattato Spinelli sull’Unione europea del 1984 aveva previsto una maggioranza di due-terzi, n. d. r). Gli Stati membri che non saranno stati in grado di depositare gli strumenti di ratifica entro i limiti di tempo stabiliti, dovranno scegliere tra lasciare l’Unione o rimanervi su nuove basi”.

Ma subito dopo, non solo quel rapporto venne affossato, ma il processo di allargamento dell’Unione europea procedette ad un ritmo così accelerato rispetto alle capacità di approfondimento, da rendere impossibile riaprire il problema.

Più recentemente, in piena crisi economica e finanziaria, la parlamentare europea Pervenche Beres aveva proposto di stabilire un sub-committee nell’ambito del Parlamento europeo, in cui “only euro members would vote to reflect the general trend in the EU towards a political and policy-making split between euro and non-euro member states (17-11-2011)”. Ammonendo che se il Parlamento europeo non avesse preso per tempo l’iniziativa, questa sarebbe stata inevitabilmente ripresa dai governi e dai parlamenti nazionali. Come immancabilmente accadde con alcune proposte del governo francese di allora, e poi con l’ex-Ministro degli esteri Joschka Fischer, che incominciarono a proporre l'istituzione di un parlamento dell’eurozona costituito da parlamentari eletti indirettamente per costituire il nuovo organo legislativo di controllo di un governo dell’eurozona.

Solo verso la fine della scorsa legislatura il Parlamento europeo ha cominciato a fare delle controproposte in merito. Anche perché il coinvolgimento del Parlamento europeo nella gestione sia della crisi sia dei vari organismi istituiti o da istituire per affrontarla aveva messo sempre più in evidenza i limiti istituzionali del suo funzionamento e del rapporto Parlamento europeo/Parlamenti nazionali/Commissione europea/Governi. Così nel dicembre 2013, il Parlamento europeo approvava una risoluzione con la quale ribadiva di accogliere favorevolmente il piano presentato dalla Commissione europea Verso un'autentica Unione economica e monetaria, presentata dai Presidenti Van Rompuy, Juncker, Barroso e Draghi; invitava la Commissione a presentare quanto prima proposte legislative per “rafforzare ulteriormente il coordinamento di bilancio, estendere il coordinamento delle politiche in materia di fiscalità e di occupazione e creare una vera capacità fiscale autonoma dell'UEM per sostenere l'attuazione delle scelte politiche”, sottolineando che alcuni di questi elementi avrebbero richiesto modifiche dei trattati. Inoltre, significativamente, il Parlamento europeo riconosceva che “la differenziazione è uno strumento utile e appropriato per promuovere un'integrazione più profonda, che, nella misura in cui salvaguardi l'integrità dell'UE, può rivelarsi essenziale per realizzare un'autentica UEM all'interno dell'Unione”. Una differenziazione che dovrebbe a questo punto riguardare lo stesso funzionamento del Parlamento europeo – composto da parlamentari che rappresentano cittadini sia di Stati che hanno adottato l’euro, sia di Stati che non l’hanno ancora adottato o che non lo adotteranno nel prevedibile futuro. Questo, precisava il Parlamento europeo, “al fine di assicurare un adeguato controllo dell'UEM”, in quanto “l'Unione ha istituito un'unione economica e monetaria la cui moneta è l'euro”, e che il protocollo sull'Eurogruppo fa riferimento alla “necessità di prevedere disposizioni particolari per un dialogo rafforzato tra gli Stati membri la cui moneta è l'euro, in attesa che l'euro diventi la moneta di tutti gli Stati membri dell'Unione”.

A questo punto spetta al nuovo Parlamento europeo eletto, ed in particolare alle forze che in esso rappresentano la grande maggioranza degli europei che vuole fare l’Europa, e tra questi in particolare il gruppo di parlamentari che ha sottoscritto la dichiarazione di impegno, elaborare un manifesto-progetto di riforma istituzionale per:

a) risolvere il problema del governo economico e politico dell’Eurozona per rilanciare lo sviluppo e l’occupazione in un quadro di legittimità democratica;

b) conciliare all’interno dell’UE la convivenza tra l’unione sempre più stretta dei paesi dell’Eurozona e quei paesi che non intendono adottare l’euro.

Sulla base di un simile manifesto-progetto potrebbe essere chiesta la convocazione di una convenzione costituente con il compito di elaborare una costituzione federale come chiesto dai federalisti.

 

Il compito dei federalisti

In questa fase difficile, vale la pena ricordare un passaggio di una circolare ai militanti scritta da Albertini in un momento altrettanto cruciale: “Chi sa che cosa è in gioco con l’Europa, e teme di perdere tutto, può abbandonarsi al pessimismo… Ma chi si batte davvero non ha tempo né per il pessimismo né per l’ottimismo, che riguardano gli spettatori e non i protagonisti” (15 febbraio 1974). A noi spetta innanzitutto ed ogni volta dare una valutazione politica il più possibile vera dei fatti e delle posizioni, e decidere se gli strumenti che ci siamo dati per agire restano validi oppure no.

Ebbene, alla luce di quanto detto sopra, credo che questi strumenti l’appello-cartolina nei confronti della classe politica italiane e la dichiarazione di impegno nei confronti dei parlamentari europei , restano validi per sviluppare la nuova fase dell’azione, e possono e devono essere ulteriormente sfruttati. Nelle prossime settimane, le occasioni ed i luoghi per farlo, non mancano. Seguendo lo schema d’azione già collaudato, è importante che le sezioni:

– facciano giungere al governo, in vista delle principali scadenze, sia nuovi stock di appelli-cartoline, sia, ove siano già state inviate tutte quelle su cui in queste ultime settimane sono state raccolte le firme, e nel caso non si prevedano azioni per raccoglierne di nuove, una lettera che richiami i punti politici del nostro appello;

– inviino anche ai parlamentari europei lettere che li richiamino a mantener fede agli impegni sottoscritti o, se non l’hanno ancora fatto, a sottoscriverli.

 


*Relazione del Segretario nazionale, Franco Spoltore, alla riunione della direzione nazionale Movimento federalista europeo del 31 maggio.

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