Anno LVII, 2015, Numero 1-2, Pagina 105

 

 

RECUPERARE SPERANZA PER L’EUROPA:

VERSO LA TERZA CONVENZIONE EUROPEA*

 

 

A dieci anni dal NO al Trattato costituzionale del referendum francese, è bene ritornare ad occuparci del problema di come governare meglio l’Unione. La crisi finanziaria ha rappresentato uno stress-test più duro del previsto per il Trattato di Lisbona durante la sua fase di attuazione – e la debolezza del Trattato, che rappresenta pur sempre una seconda scelta, è emersa con chiarezza.

Per due settori in particolare emerge l’esigenza di ulteriori riforme, ed entrambi sono aspetti appena sfiorati dalla Convenzione del 2002-3. Il primo, naturalmente, è l’Unione economica e monetaria che è ancora governata secondo gli accordi adottati a Maastricht un quarto di secolo fa e che, di conseguenza, è tutt’ora priva dell’essenziale pilastro politico, la cui assenza era stata rimpianta già allora perfino da Jacques Delors. Le misure di gestione della crisi adottate affrettatamente a partire dal 2008 hanno impedito il collasso dell’euro ed evitato (finora) la disintegrazione dell’eurozona, ma non hanno instaurato un vero e proprio governo economico sotto la cui guida potesse iniziare con fiducia la progressiva mutualizzazione del debito sovrano. Anzi, la crisi è stata gestita in un modo che accentua la natura tecnocratica dell’UE e ne diminuisce le credenziali democratiche. Il potere esecutivo è distribuito in modo astruso tra Commissione europea, Ecofin, Eurogruppo, Consiglio europeo e Banca centrale europea (BCE), nonché Meccanismo europeo di stabilità ed una sconcertante pletora di agenzie regolatrici. Gli Stati che non rispettano le discipline di bilancio concordate non sono trattati tutti allo stesso modo e le misure d’emergenza, in particolare il Fiscal Compact, hanno dovuto essere adottate al di fuori del quadro dell’Unione. La confusione nella governance reclama imperativamente una razionalizzazione e una codificazione, là dove necessario, in legislazione primaria. Inoltre, il completamento dell’unione bancaria e fiscale in uno spirito di vera solidarietà non può essere raggiunto entro i limiti del Trattato di Lisbona. Ciò che è necessario è una concentrazione del potere esecutivo in una Commissione, dotata di una infrastruttura del Tesoro e sostenuta dalla BCE come prestatore di ultima istanza. Questa Commissione potenziata potrebbe poi essere responsabile di fronte al Parlamento europeo per la gestione di una vera politica comune che combini misure fiscali, monetarie ed economiche. Le ambiguità dell’affidarsi al controllo tra pari all’interno dell’eurogruppo potrebbero così essere abbandonate.

E’ incoraggiante che il Presidente della BCE, Mario Draghi, si stia pronunciando esplicitamente sul bisogno urgente, secondo lui, che i politici si impegnino nel rafforzamento delle istituzioni: “Abbiamo bisogno di passare da un sistema di regole e di linee guida per la gestione delle politiche economiche nazionali ad un sistema di ulteriore condivisione della sovranità entro istituzioni comuni.”[1] Il Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, afferma che le regole non sono un sostituto del governo. Al Consiglio europeo del 25-26 giugno ha tentato di resuscitare il rapporto del 2012 di Herman Van Rompuy, allora Presidente del Consiglio europeo, rimasto senza conseguenze, su di una “vera EMU”. Ma tra capi di governo, in preda al panico ed esausti per la crisi greca, in giugno vi era poca disponibilità a prendere seriamente in esame le proposte di Juncker in Completing Europe’s Economic and Monetary Union. E’ stato un peccato, perché l’allarme sulla “Grexit” offre proprio il catalizzatore per fare ulteriori passi verso l’unione fiscale e politica. Juncker ha presentato quella che sembra una serie di scadenze senza urgenza per un libro bianco nella primavera del 2017, che intende giungere al completamento della riforma dei trattati entro il 2025. Ma il tempo per prepararci a questo radicale cambiamento incombe su di noi.

Il secondo dossier non affrontato dalla Convenzione riguarda la legittimazione democratica del Parlamento europeo. Con il Trattato di Lisbona i parlamentari europei hanno certamente ottenuto molti più poteri legislativi, ma non è stata prevista una riforma della legge elettorale, né c’è stato uno sviluppo dei partiti europei. Il Parlamento europeo rimane poco conosciuto e poco apprezzato. Solo quando la Commissione diventerà un governo più credibile e più riconoscibile legittimato dal Parlamento, quest’ultimo potrà acquisire il ruolo che gli spetta e diventare rappresentativo: delle liste transnazionali fanno certamente parte della soluzione. Ma i parlamentari europei devono rendere la loro azione più incisiva e non abbandonare il loro tradizionale sostegno per le riforme radicali. E’ stato perciò un grave errore che il Presidente, Martin Schulz, si sia impegnato per scoraggiare il Consiglio europeo dal prendere in considerazione la riforma dei Trattati in occasione della sua riunione “informale” del 12 febbraio[2]. Schulz non ha rappresentato correttamente la posizione del Parlamento: in realtà Guy Verhofstadt è stato incaricato di redigere proprio un rapporto sulle modifiche dei Trattati, che ci si aspetta sia pronto verso la fine dell’anno.

A seconda del livello delle aspirazioni, vi sono molte altre cose che dovrebbero essere affrontate dalla prossima revisione generale dei Trattati. La riforma del sistema finanziario dell’Unione, per esempio, che è attualmente allo studio di Mario Monti e della sua task force, sarà impossibile senza sostituire l’unanimità con il voto a maggioranza qualificata nelle decisioni sulle risorse proprie e sul quadro finanziario pluriennale. La Corte di giustizia ha recentemente decretato che l’accesso dell’UE alla Corte europea dei diritti umani, a lungo sostenuta come essenziale per dare concreta vitalità alla Carta dei diritti fondamentali, è impossibile senza una modifica dei Trattati[3]. Per quanto riguarda le istituzioni, abbiamo bisogno di dire addio alla caotica rotazione semestrale della Presidenza del Consiglio dei Ministri: il Consiglio europeo dovrebbe prendere in mano i compiti di una seconda camera del Parlamento. Nella ricerca di un governo federale efficiente, occorre ridurre le dimensioni della compagine della Commissione. Sarebbe un bene che i parlamenti nazionali fossero liberati dell’artificiosa (e inattuabile) invenzione del meccanismo di early warning della sussidiarietà. E’ necessario accrescere le competenze al livello dell’Unione per quanto riguarda i rifornimenti energetici e l’immigrazione, se si vuole che l’UE sia in grado di soddisfare le attese dell’opinione pubblica con politiche comuni in questi due delicati settori. Ed una Convenzione che funzionasse bene dovrebbe cogliere l’occasione per modernizzare arcaiche politiche comuni, come quelle dei trasporti e dell’agricoltura.

Ho esposto un programma per raggiungere l’unione politica nel mio nuovo libro, Pandora, Penelope, Polity[4]. Sulla base dell’esperienza passata – compresa la fallita proposta della Commissione “Penelope 2002” – ho suggerito come dovrebbe presentarsi una soluzione federale e come la si potrebbe raggiungere. Non ho evitato la controversa questione di come emendare in futuro il Trattato costituzionale. L’UE è il solo sistema o la sola istituzione internazionale quasi federale che deve raggiungere una rigida unanimità prima di modificare qualsiasi parte dei suoi statuti. Questa costitutiva rigidità causa stupore a Washington, che ha una maggiore esperienza, per lo più positiva, nel gestire una federazione; e Vladimir Putin deve morir dal ridere dentro di sé di fronte alla palese incapacità dell’UE, paralizzata dal suo beneamato principio di legalità, di adattarsi al mondo moderno. Qui sia Penelope, sia la Legge fondamentale del Gruppo Spinelli offrono interessanti esempi di procedure di revisione flessibile[5].

Ovviamente abbiamo bisogno di una coraggiosa e decisa leadership da parte di Juncker, Tusk e Draghi, sostenuta da un solido supporto da parte del Parlamento europeo, se gli Stati membri devono essere reclutati nell’operazione. I risultati delle elezioni del 7 maggio in Gran Bretagna hanno fornito un ulteriore stimolo – per quanto negativo – per la revisione dei trattati. David Cameron ha anche scelto il Consiglio europeo del 25-26 giugno, già pieno di problemi, per lanciare la sua “rinegoziazione” dei termini di partecipazione della Gran Bretagna all’UE. Il suo obiettivo è di staccare il suo paese dall’obiettivo principale, dai principi e dagli obblighi dell’integrazione europea. Al minimo, la provocazione britannica dovrebbe avere l’effetto di forzare i suoi partners a riflettere con maggior vigore di quanto hanno fatto nel passato recente sulla finalité politique dell’Unione. Alla fine di quello che sembra essere un processo distruttivo, gli inglesi accetteranno un’unione federale per il resto dell’Europa fintanto che essi stessi non saranno obbligati a farne parte a questo stadio della loro storia. Quello che ucciderà l’Europa, esponendola al rischio di disintegrarsi, è il costante ricorso alla metafora di Pandora. La verità è che questa buona signora ha aperto il suo vaso molti anni fa. Tocca a questa generazione di leader europei recuperare la speranza.

L’unione politica**

Per anni l’Unioneeuropea ha compiuto timidi passi nella direzione dell’unione politica[6]. Verrà però presto il momento di compiere il salto finale. Che cosa occorre dunque fare per essere pronti a trasformare la struttura attuale in una vera unione politica? Nei capitoli precedenti abbiamo analizzato alcuni problemi e opzioni presentati sia da coloro che sostengono l’idea di una maggiore integrazione, sia da coloro che la rifiutano. Abbiamo valutato positivamente gli approcci adottati da Penelope e dalla Legge fondamentale, e abbiamo espresso dubbi sul senso che avrebbe una prospettiva di più basso profilo. Si è spesso tentato di livellare il processo verso il basso. Obiettivi più ambiziosi, invece, non si materializzeranno per caso, ma solo come risultato di un cambio di direzione verso un governo federale e di una accelerazione del ritmo dell’integrazione.

Il governo.

Se l’Unione europea è oggi governata male, come affermano in molti, è perché le manca un vero governo. I trattati che si sono man mano succeduti hanno ampliato le competenze dell’Unione, ma non l’hanno dotata di un esecutivo proporzionato alla sue responsabilità e alle sue aspirazioni. Certo, elementi di potere esistono a livello dell’UE, ma sono dispersi e difficilmente percepibili. Il risultato è che l’Europa delude; non può soddisfare le sue evidenti aspirazioni di migliorare il benessere dei cittadini al suo interno e la loro sicurezza all’esterno. Come entità politica, sembra andare alla deriva.

La tesi centrale di questo libro è che, coerentemente allo sperimentato e affidabile “metodo comunitario” di Monnet, il potere esecutivo deve essere concentrato nelle mani di una Commissione riformata. Nell’Unione un ruolo importante per la diplomazia intergovernativa a livello di vertice tra gli Stati membri permarrà sempre, ma questa funzione dovrebbe essere ristretta a questioni costituzionali di rilievo, a decisioni che toccano l’appartenenza all’Unione, a nomine di alto livello e a questioni di alta strategia nel campo della politica di sicurezza e di difesa, come quella dell’Ucraina: tutte queste cosa sono correttamente Chefsache. I leaders possono trasformarsi in pompieri durante una tempesta finanziaria, ma nella gestione degli affari economici in tempi più tranquilli il Consiglio europeo dovrebbe lasciare il passo alla Commissione europea. La situazione attuale in cui l’Unione si permette il lusso di avere due esecutivi, con due Presidenti, è insostenibile. I rapporti tra José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy non sono stati facili per nessuno dei due e disorientanti per gli altri. Se essi sono in disaccordo nelle loro visioni e nelle loro decisioni, sorge immediatamente un problema politico; se invece dicono entrambi la stessa cosa, nello stesso posto e nello stesso momento, perché mai averli entrambi? E’ credibile che il Presidente del Consiglio europeo, come dice il Trattato di Lisbona, debba rappresentare l’Unione nella politica estera e di sicurezza “al proprio livello”, mentre il Presidente della Commissione europea rappresenta l’Unione per tutto il resto?[7] Quale altro leader mondiale deve sdoppiarsi tra affari economici e di sicurezza?

Il ruolo del Consiglio europeo deve perciò essere ridisegnato in modo radicale. Anziché avere il compito di definire la direzione politica generale e le priorità dell’Unione, dovrebbe essere reindirizzato verso la gestione del Consiglio dei Ministri. Dovrebbe essergli tolto il divieto di agire come organo legislativo: anzi, i leaders dovrebbero essere autorizzati a riunirsi di tanto in tanto come Consiglio degli Affari generali e ad approvare atti in tale veste. Questa riforma legherebbe i capi di governo alle questioni europee più profondamente di quanto non avvenga attualmente – uno degli obiettivi di Monnet – introducendo inoltre incisività e coerenza nel funzionamento del Consiglio nella sua conformazione ordinaria. La debilitante rotazione della presidenza dei Consigli ordinari può essere tranquillamente abolita: al suo posto, ciascuna conformazione del Consiglio dovrebbe eleggere il proprio presidente per un periodo di almeno un anno. Nell’interesse della coerenza del sistema, il ministro eletto alla presidenza dell’Eurogruppo dovrebbe presiedere anche l’Ecofin. Il Presidente permanente del Consiglio europeo sarebbe in effetti il presidente della Camera alta del Parlamento dell’Unione: come tale, assumerebbe, insieme al Presidente del Parlamento europeo, la presidenza delle Convenzioni costituenti. Nel suo ruolo costituzionale, il Consiglio europeo acquisirebbe il diritto, condiviso con il Parlamento, di sfiduciare la Commissione.

Per contro, il Presidente della Commissione europea dovrebbe normalmente assumere il compito di assicurare la rappresentanza esterna dell’Unione a livello di vertice, sotto il controllo del Consiglio e del Parlamento europeo. In quanto Presidente nominato, dovrebbe essere autorizzato a scegliere una compagine, delle dimensioni che ritiene opportune, da brevi liste di tre candidati, comprendenti almeno un uomo e una donna, proposte dagli Stati. Rispettando gli accresciuti poteri politici della Commissione in quanto governo federale, le sue responsabilità quasi giudiziarie in materia di concorrenza dovrebbero essere trasferite ad un’autorità anti-trust autonoma. Per maggior chiarezza, le numerose agenzie dell’UE, ad eccezione dell’ufficio anti-frodi (OLAF) e l’ufficio del Pubblico ministero europeo dovrebbero essere ricondotti entro l’amministrazione centrale della Commissione. In tal modo, si risparmierebbero risorse e si avrebbero miglioramenti in termini di responsabilità.

Per quanto riguarda le competenze, quando finalmente il trattato Euratom sarà integrato nell’Unione europea, la sicurezza nucleare ne diverrà una competenza esclusiva. In altri campi è necessario un approccio più funzionale e meno giuridico per stabilire quanto l’UE può e deve fare bene e quanto è meglio lasciare agli Stati. Un’unione federale non richiede necessariamente il conferimento all’Unione di una classica competenza generale, né comporta che gli Stati non possano più intervenire laddove l’Unione stessa è già intervenuta. Anzi, sembra richiedere una definizione più ampia e più flessibile delle competenze condivise – forse, analogamente a quanto ha proposto la Legge fondamentale elaborata dal gruppo Spinelli, qualcosa come la condivisione di una competenza generale tra UE e Stati in un maggior numero di specifiche aree[8]. Questo approccio più pragmatico implica una modifica della regola per cui gli Stati non possono più legiferare in un settore di competenze concorrenti una volta che l’UE abbia “occupato” il settore riempiendo il vuoto legislativo[9]. Si restringerebbe di conseguenza il numero di competenze addizionali, nelle quali l’UE è esclusa dall’attività legislativa e si deve limitare ad assistere gli Stati. L’approccio generale, come abbiamo già osservato, è quello di rendere il nuovo trattato costituzionale dell’Unione meno pieno di divieti e più permissivo rispetto agli attuali trattati in modo tale che l’Unione possa agire in modo convincente e decisivo entro un più ampio spettro di politiche pubbliche.

Vorremmo anche facilitare l’uso di cooperazioni rafforzate da parte di un nucleo di Stati orientati verso una maggior integrazione basato sull’eurozona, ma aperto a tutti quelli che soddisfano i criteri di convergenza. Di conseguenza, le due limitazioni dell’ultima istanza e delle competenze non esclusive contenute nelle attuali regole per le cooperazioni rafforzate dovrebbero essere abolite. In modo simile dovrebbe essere modificata la portata della clausola di flessibilità, come propone il gruppo Spinelli.

Il Consiglio dei Ministri dovrebbe accettare che la maggior parte dei suoi poteri esecutivi sia trasferito alla Commissione. Ad esempio, il fatto che il Consiglio fissi ancora i prezzi agricoli è un anacronismo ereditato dal dopoguerra quando riuscire a nutrire l’Europa era ancora una questione di alta politica: oggi l’Europa è ben nutrita ed ampiamente urbanizzata. Come salvaguardia democratica, sarà prudente introdurre in questi settori esecutivi che verranno trasferiti una speciale procedura di “call-back”, secondo la quale sia il Consiglio, sia il Parlamento hanno un uguale, seppur limitato, diritto di revocare le decisioni della Commissione prima che entrino in vigore. Tale diritto di revoca nel settore esecutivo si aggiungerebbe al sistema di atti delegati e di atti di esecuzione introdotto da Lisbona.

Nella speranza di una maggior efficienza, bisognerebbe anche che fosse la Commissione e non il Consiglio ad essere responsabile delle procedure del Comitato economico e sociale e del Comitato delle Regioni. Per tali questioni istituzionali connesse alla sussidiarietà, una soluzione ragionevole sarebbero leggi organiche approvate dal Consiglio e dal Parlamento con maggioranze più gravose. Bisognerebbe tentare anche una liberalizzazione delle procedure decisionali sulle sedi e sulle lingue, nell’interesse, se non altro, di un risparmio nelle spese. Piccole modifiche, qui e là, alle rigide costrizioni di Lisbona farebbero una grossa differenza per la possibilità di recepimento del trattato costituzionale agli occhi di cittadini attenti: per esempio, un ampliamento dell’ambito dell’Iniziativa dei cittadini europei fino a includere proposte politiche generali (e non solo strettamente legali), o l’allargamento dei poteri del Mediatore europeo in modo che possa agire come amicus curiae presso la Corte di giustizia. Chissà, forse persino sventolare la bandiera e cantare l’Inno alla gioia potrebbero essere di aiuto.

Abbiamo discusso in precedenza gli approcci alternativi proposti da Penelope e dalla Legge fondamentale al problema di come emendare in futuro la procedura di modifica dei trattati. Su nessun altro tema sarebbe più difficile prendere una decisione in una nuova Convenzione. Per quanto riguarda la ratifica, possono essere prese in considerazione una soglia più bassa e una più alta rispettivamente per modifiche politiche e costituzionali. Dovrebbe essere previsto un referendum paneuropeo. Il punto chiave, tuttavia, è quello che in un’unione federale non dovrebbe essere richiesta la ratifica da parte di tutti gli Stati perché una modifica entri in vigore. Un’aggiunta all’armamentario costituzionale essenziale, per ragioni interne ed internazionali, è la previsione di una diversa categoria di appartenenza al di sotto di quella a pieno titolo. La partecipazione al nucleo federale non può essere obbligatoria, né sarebbe sempre auspicabile. Una scelta binaria tra partecipazione e secessione sembra grossolana. Immaginare una forma alternativa di affiliazione all’UE per gli Stati al fuori del nucleo è una risposta razionale alle più ampie realtà geopolitiche dell’Europa. La proposta, presente nella Legge fondamentale, di una nuova forma di associazione merita un ulteriore approfondimento.

* * *

Interdipendenza costituzionale.

Modifiche al Trattato del tipo di quelle suggerite qui affermerebbero al di là di ogni dubbio il primato della Commissione come governo della nuova entità politica, ma si tratterebbe di un governo strettamente vincolato al controllo del parlamento bicamerale costituito dal Consiglio dei Ministri e dal Parlamento europeo. Molte riforme interessanti ed auspicabili sono emerse nella discussione dei capitoli precedenti. Occorre ancora sottolineare che redigere una costituzione deve creare il quadro per un governo efficiente e democratico: non dovrebbe anticipare o stabilire preventivamente la direzione delle politiche future. I fondamenti sono abbastanza semplici. La procedura legislativa ordinaria di codecisione tra Consiglio e Parlamento dovrebbe essere la norma. Nulla dovrebbe essere accettato dall’esecutivo al di là dell’ambito del diritto UE; nessuna norma dovrebbe essere approvata senza il consenso di entrambe le Camere; e nessuna somma dovrebbe essere spesa se non prevista nel bilancio generale dell’UE. Il Consiglio europeo svolgerebbe una più ampia parte nell’attività legislativa dell’Unione e si vedrebbe riservati importanti poteri di natura strategica e costituzionale. Vorremmo proporre di redigere una gerarchia di norme entro l’ordinamento giuridico dell’Unione, compresa una legge organica per le questioni istituzionali.

La Corte europea di giustizia evolverà naturalmente verso il ruolo di corte suprema federale. Dovrebbe essere coinvolta in procedure costituzionali di base, come la verifica di violazioni della Carta o l’esame di modifiche dei trattati. L’evoluzione della Corte europea di giustizia di Lussemburgo dovrebbe subire un’accelerazione una volta che l’Unione accederà alla Corte europea dei diritti umani, permettendo ai suoi giudici di sviluppare un corpo di giurisprudenza sui diritti fondamentali basata sulla Carta, rispettando contemporaneamente la supervisione esterna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Il nuovo trattato dovrebbe rendere esplicita la supremazia del diritto dell’Unione europea e includere, se possibile, una nuova norma che codifichi il principio dell’effetto diretto della legislazione dell’UE. Andrebbe rivisitata la riforma della Corte europea di giustizia, già in corso. Obiettivi auspicabili sarebbero una maggior continuità tra i giudici ed un più elevato grado di specializzazione – ad esempio nel campo della legislazione sui brevetti, finanziaria e di protezione dei dati.

Il ruolo costituzionale della Corte di giustizia è destinato a crescere man mano le giurisdizioni degli Stati membri acquisteranno consapevolezza della loro reciproca interdipendenza nell’interpretare in modo fedele ed uniforme le norme dell’UE. Un’importante pietra miliare è stata posta nel febbraio 2014 quando la Corte costituzionale tedesca ha per la prima volta operato un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia sulla questione se la decisione della Banca centrale europea sull’OMT sia ultra vires. Altre corti supreme, tra cui le Corti costituzionali spagnola e italiana, il Conseil d’Etat francese, e la Camera dei Lords e la Corte suprema inglese fanno spesso appello alla Corte del Lussemburgo, ma per la Germania questo costituisce un precedente. I giudici di Karlsruhe, come abbiamo visto, non si fanno scrupolo nell’esprimere pareri su questioni europee, perciò un maggior grado di interazione è il benvenuto e potrebbe anche incoraggiare altre Corti nazionali a seguire l’esempio, come la Corte portoghese che è intervenuta per bloccare parti del programma della troika. Una tale reciproca interconnessione dei poteri giurisdizionali contribuirebbe molto a sostenere l’idea, importante per i cittadini, di un’area europea di libertà, di sicurezza e di giustizia. Abbiamo già raccomandato, in questo contesto, l’idea, presente nella Legge fondamentale, della nuova clausola di “reverse truth”, per la quale gli Stati sono tenuti a rispettare l’identità costituzionale dell’Unione europea e non solo l’Unione a rispettare l’identità costituzionale dei suoi Stati. Sottolineare l’interdipendenza costituzionale degli Stati darebbe un più alto profilo all’identità costituzionale dell’Unione europea.

 


* In occasione dell’uscita del volume Pandora, Penelope, Polity di Andrew Duff, pubblichiamo una sua breve analisi dell’attuale situazione e delle prospettive di sviluppo dell’integrazione europea, nonché due estratti del volume.

[1] Discorso tenuto al FZ Finance Day a Francoforte il 16 marzo 2015.

[2] “Fin dall’inizio, il Parlamento europeo ha segnalato i pericoli di una riforma dei Trattati [sic]. In diverse occasioni ho espresso con vigore il nostro concreto timore che i dibattiti su riforme dei Trattati e su Convenzioni costituzionali, per quanto importanti, ci impediscano di vedere che dobbiamo utilizzare quanto stabilito dai Trattati esistenti per superare l’attuale crisi. Quasi tutte le modifiche necessarie per approfondire l’Unione economica e monetaria possono essere realizzate sulla base dei Trattati esistenti, come la Commissione ha già dettagliatamente delineato nel suo blueprint [sic]. E’ per noi di grande sollievo che un numero sempre maggiore tra di voi stia abbandonando l’idea di modifiche ai Trattati.”

[3] Parere 2/13.

[4] Pandora, Penelope, Polity è stato pubblicato da John Harper nel gennaio 2015, ISBN 978-0-9929748-6-2.

[5] Gruppo Spinelli, A Fundamental Law of the European Union, Bruxelles, Bertelsmann Stiftung, 2013.

** Andrew Duff, Pandora, Penelope, Polity, op. cit., pp. 92-96 e 102-104.

[6] Si veda, per esempio, Joska Fischer, From Confederation to Federation: Thoughts on the Finality of European Integration, discorso tenuto il 12 maggio 2000 alla Humboldt Universität di Berlino; consultabile in inglese all’indirizzo:

http://ec.europa.eu/dorie/fileDownload.do;jsessionid=9TXVSzSHrJ4W
mfrgWXjLpLNZSnXQtGypBkh2S2GGnD3K9MW6wybp!1615003456?docId
=192161&cardId=192161
.

[7] Articolo 15(6) TEU.

[8] Articolo 19 della Legge fondamentale (ex-Articolo 4 TFEU).

[9] Articolo 2(2) TFEU e Protocollo n. 25.

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