IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno XXXII, 1990, Numero 3 - Pagina 244

 

 

EUROPA E AFRICA: DALLA COOPERAZIONE ALLA DEMOCRAZIA INTERNAZIONALE*

 

TESI

 

1. Conclusa la fase del colonialismo, nel corso della guerra fredda tra le due superpotenze che hanno rifiutato a più riprese le richieste del Terzo mondo per un nuovo ordine economico internazionale, Europa e Africa hanno avviato la prima esperienza di cooperazione Nord-Sud.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, è finito il dominio coloniale europeo sull’Africa e, grazie al processo di unificazione europea, è stato possibile avviare il primo esperimento di cooperazione per lo sviluppo tra due continenti su base multilaterale. La Convenzione di Lomé tra la Comunità europea e i paesi ACP è stato il risultato di questa nuova situazione storica. Ma per comprendere il significato della Convenzione di Lomé bisogna ricordare che il quadro internazionale entro il quale si è sviluppata la cooperazione euro-africana è quello della guerra fredda. Il mondo era allora governato dall’equilibrio bipolare tra le due superpotenze e l’Europa del Mercato comune cercava timidamente di giocare un ruolo autonomo sulla scena internazionale. La Convenzione di Lomé è stata la prima risposta positiva ai tentativi, falliti al livello mondiale, dei paesi del Terzo mondo di creare un nuovo ordine economico internazionale nel quadro dell’ONU. Nella misura in cui accoglieva una parte delle istanze dei paesi poveri (stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, non reciprocità tariffaria, trasferimento di tecnologie, ecc.), la Convenzione di Lomé ha rappresentato anche il primo tentativo, per quanto riguarda i rapporti Nord-Sud, di andare al di là del quadro della guerra fredda e del sistema bipolare di governo del mondo.

 

2. I limiti della Convenzione di Lomé consistono sia nell’insufficienza degli aiuti comunitari, sia nella sua incapacità di promuovere sviluppi politici democratici in Africa e tra i due continenti.

 

La Convenzione di Lomé ha avuto il merito di rallentare il peggioramento relativo dell’economia africana nei confronti dell’economia mondiale. Ma essa non ha garantito le condizioni minime per lo sviluppo dell’Africa. Siamo ormai giunti alla IV Convenzione e si può tentare una valutazione dei quindici anni trascorsi. Ebbene, da un decennio il reddito pro-capite nell’Africa nera scende in continuazione. La Comunità ha aumentato il suo aiuto finanziario per Lomé IV (12 miliardi di Ecu), ma si resta sempre largamente al di sotto delle necessità dell’Africa (l’indebitamento dei paesi ACP è oltre dieci volte più elevato degli aiuti comunitari). La Convenzione di Lomé – a meno che non intervenga una riforma radicale, che oggi non è all’orizzonte, perché la IV Convenzione ha una durata di dieci anni – rappresenta dunque il quadro istituzionale nel quale si sono stabilizzati i rapporti commerciali tra i due continenti: non rappresenta invece il quadro in cui è possibile promuovere lo sviluppo dell’Africa e dare concrete speranze di progresso ai suoi abitanti.

Al di là di questi limiti economico-finanziari, la Convenzione di Lomé presenta anche limiti politici evidenti: essa non ha per nulla contribuito a promuovere la democrazia e l’unità politica del continente africano. Gli aiuti sono stati concessi indiscriminatamente a tutti i governi, anche a quelli che calpestano i diritti dell’uomo e negano qualsiasi forma di pluralismo politico. Per conseguire reali obiettivi di sviluppo, gli aiuti avrebbero dovuto essere affidati ad un organismo panafricano, incaricato di pianificare, in accordo con l’OUA e con l’ONU, lo sviluppo dell’Africa nel suo insieme.

 

3. La proposta di un Piano Marshall europeo per l’Africa è stata fatta propria dalle forze democratiche europee per superare i limiti della Convenzione di Lomé.

 

Al fine di andare al di là di questi limiti evidenti della Convenzione di Lomé, verso la fine degli anni Settanta si è cominciato a parlare della necessità di lanciare un grande Piano Marshall europeo per lo sviluppo dell’Africa. La proposta si fondava sull’osservazione che sarebbe esistita, almeno nella fase iniziale, una complementarietà tra l’economia europea (povera di materie prime, ma ricca di tecnologie) e l’economia africana (ricca di materie prime, ma scarsamente dotata di tecnologie moderne). Questa proposta è stata sostenuta dai federalisti perché avrebbe consentito di promuovere una politica europea favorevole ad un’effettiva unità economica e politica degli Africani. Sarebbe stato infatti impossibile progettare e realizzare un grande piano africano di sviluppo senza rafforzare le istituzioni panafricane già esistenti, come l’OUA, o crearne di nuove. Questa posizione dei federalisti europei, inoltre, ben si accorda con le aspirazioni dei padri fondatori dell’Africa post-coloniale: per Nkrumah, Senghor e Nyerere, l’indipendenza e lo sviluppo dell’Africa sarebbero stati impossibili al di fuori della prospettiva della costruzione degli Stati Uniti dell’Africa.

Questo progetto politico non si è concretizzato per due ragioni. In primo luogo, l’Europa senza un vero governo responsabile di fronte al Parlamento europeo, senza una propria moneta e senza un bilancio comunitario adeguato, non è in grado di promuovere e di gestire un grande piano di aiuti per l’Africa. Anche per queste ragioni, le forze politiche europee favorevoli ad una politica più efficace di aiuti verso il Terzo mondo, non sono ancora riuscite ad elaborare una comune strategia europea. In secondo luogo, gli Africani hanno difeso solo tiepidamente questo progetto a causa dell’ineguale forza rispettiva dell’Europa e dell’Africa nel contesto internazionale. Il sospetto di «neocolonialismo» è inevitabile. A questo proposito occorre tuttavia osservare che l’Africa avrebbe la capacità di governare una cooperazione tra ineguali (come, per definizione, è all’inizio ogni cooperazione tra paesi industrializzati e paesi sottosviluppati) avviando un coraggioso progetto di unificazione economica e politica del continente. La Cina e l’India, due paesi grosso modo della medesima dimensione dell’Africa, mostrano che si può essere indipendenti politicamente anche se si è poveri. La verità è che l’unità africana è molto più difficile da conseguire dell’unità europea e pertanto, quando si pensa alla cooperazione euro-africana, non è possibile dimenticare il differente peso dei due continenti sulla scena internazionale.

 

4. La guerra fredda è finita. Una nuova era è cominciata nella quale la democrazia rappresenta il fattore primario del cambiamento sia nella politica interna che nella politica internazionale.

 

Il vecchio ordine internazionale del dopoguerra è ormai in via di dissoluzione. La guerra fredda è finita. Con la politica della perestrojka in Unione Sovietica, l’inizio del processo di disarmo tra le due superpotenze e gli avvenimenti del 1989 nell’Europa dell’Est, il mondo intero è entrato in un ciclo storico-politico del tutto nuovo: la democrazia sembra avanzare con una forza irresistibile. La democratizzazione del comunismo ha un significato universale, così come lo hanno avuto la rivoluzione francese per l’affermazione dei diritti dell’uomo e la rivoluzione bolscevica per l’affermazione del socialismo. Tutti i regimi politici che oggi rifiutano ancora la democrazia in nome di un presunto ruolo guida di un’élite sono più deboli: il tempo lavora contro di loro.

Ma oggi, in un mondo sempre più interdipendente ed unificato, la conquista della democrazia all’interno non basta più. La democrazia internazionale è diventata la stessa precondizione della sopravvivenza della democrazia nazionale, perché i grandi problemi della nostra epoca non possono essere risolti che al livello continentale o, sempre più spesso, al livello mondiale.

In Europa occidentale esiste la possibilità di promuovere a breve termine il primo esperimento di democrazia internazionale. In effetti, il crollo del muro di Berlino ha impresso una accelerazione impressionante al completamento dell’unità europea. Se il Parlamento europeo, i governi e le forze politiche faranno il loro dovere, entro pochi anni la Federazione europea potrebbe diventare un nuovo soggetto della politica internazionale. E la Federazione europea viene considerata, giustamente, un punto di riferimento essenziale per tutti i popoli che vogliono partecipare alla costruzione del mondo nuovo, perché l’Europa rappresenta la sola unione di Stati che non ha e non potrà avere – data la sua funzione di cerniera tra più continenti – una capacità militare offensiva ed imperialistica. Si intravvede così la possibilità di costruire una Casa comune europea, da Vladivostok a San Francisco, nella quale ogni paese potrà cooperare efficacemente per il disarmo e lo sviluppo economico di tutto l’emisfero nord del mondo.

Ma in questa prospettiva, quale sarà l’avvenire del Terzo mondo? E, in particolare, quale sarà l’avvenire dell’Africa, il continente più sventurato del Terzo mondo?

 

5. Il tragico dilemma dell’Africa: niente democrazia senza sviluppo economico, niente sviluppo economico senza democrazia. La lotta per la democrazia africana non rappresenta che un aspetto della lotta per l’unità politica del continente.

 

Dopo la lotta vittoriosa contro il colonialismo, gli Africani hanno ben presto scoperto che in Africa non esistevano le condizioni sociali e politiche per la democrazia, la sola scelta che avrebbe potuto assicurare la libertà e l’indipendenza dei popoli africani. L’estrema povertà della popolazione e l’insufficienza del quadro burocratico-statuale ereditato dal colonialismo hanno ostacolato quasi tutti i tentativi di costruire dei regimi democratici. Inoltre, la sopravvivenza dei micro-Stati nazionali – creati artificialmente dalle potenze europee – ha rappresentato il quadro ideale per la nascita di regimi dittatoriali, a partito unico, sempre in lotta l’uno contro l’altro e disposti ad accettare qualsiasi forma di «aiuto» (in specie armamenti) da parte delle potenze mondiali, se ciò poteva favorirli nel mantenere od accrescere il loro micro-potere.

La fase storica del partito unico si è imposta come una dura necessità per l’Africa. Ma la situazione si sta modificando. I regimi micro-nazionali a partito unico sono ormai entrati in contraddizione con le esigenze di sviluppo dell’economia africana. Per l’Africa, non vi è la possibilità di promuovere la politica di industrializzazione forzata realizzata con successo per la prima volta in URSS. L’Unione Sovietica ha raccolto l’eredità statuale di un grande impero continentale nel quale aveva ancora senso sperimentare la costruzione del socialismo «in un paese solo». Ma nessun micro-Stato nazionale africano può proporre un simile obiettivo senza cadere nel ridicolo. Il partito unico è compatibile solamente con un’economia di sfruttamento delle risorse naturali, nella quale il ruolo dominante è lasciato alla grandi imprese multinazionali. L’Africa per svilupparsi deve puntare ad un’economia partecipativa (mercato non significa necessariamente capitalismo) e alla formazione di una imprenditoria locale, come ha ben visto il Piano d’Azione di Lagos, proposto dall’OUA. Questo piano di sviluppo, elaborato nel 1980, ma ancora valido nelle sue linee essenziali oggi, mostra che quando gli Africani pensano seriamente alloro futuro vanno al di là sia del quadro micro-nazionale, sia del regime a partito unico, perché è impossibile sviluppare un’economia favorevole alla libera iniziativa individuale senza il pluralismo politico e senza il rispetto dei diritti dell’uomo. Lo sviluppo del mercato e dell’industria è incompatibile con la sopravvivenza di regimi autocratici.

Democrazia, sviluppo e unità africana: ecco i tre obiettivi ciascuno dei quali è nel medesimo tempo la condizione per la realizzazione degli altri. Il compito degli Africani è dunque ben più difficile di quello degli altri paesi del Terzo mondo, perché essi non possono uscire dalla loro situazione di sottosviluppo senza superare contemporaneamente il quadro artificiale del micro-nazionalismo ereditato dalle potenze europee. Un piano di sviluppo per il continente africano non può dunque essere promosso e realizzato che da un governo democratico continentale, perché il pluralismo etnico, culturale e politico dell’Africa è una esigenza insopprimibile. Democrazia in Africa significa «democrazia africana».

 

6. Nella nuova fase di distensione, un piano di solidarietà per lo sviluppo del Terzo mondo è necessario e possibile, ma a condizione che si manifesti una presa di coscienza di tutte le forze favorevoli alla democrazia internazionale. Non vi è vera solidarietà se i rapporti Nord-Sud continuano a venir concepiti nel quadro della politica estera, in cui è inevitabile che prevalgano le leggi della ragion di Stato.

 

La costruzione della Casa comune europea aprirà una fase di cooperazione e di disarmo in tutto l’emisfero Nord, a condizione che i paesi dell’Europa occidentale sappiano unirsi in una vera Federazione europea, per aiutare i popoli dell’Est a consolidare i loro nuovi regimi democratici, dare uno sbocco europeo al problema dell’unità tedesca, e favorire la trasformazione dei blocchi militari della NATO e del Patto di Varsavia in semplici alleanze politiche.

In questo contesto, l’Europa potrà svolgere un ruolo importante nei confronti del Terzo mondo e, in particolare, verso l’Africa, con la quale ha assunto degli impegni importanti con la Convenzione di Lomé. E’ nello stesso interesse del Nord trasformare gli attuali rapporti antagonistici con il Sud (indebitamento, prezzi delle materie prime, ruolo delle multinazionali, ecc.) in rapporti di cooperazione. Inoltre, i problemi drammatici dell’emigrazione internazionale e della riconversione ecologica dell’economia esigono delle soluzioni globali. Nella misura in cui si affermerà la politica del disarmo, diventerà sempre più difficile negare al Sud del mondo la solidarietà indispensabile per il suo sviluppo.

Ma occorre riconoscere che il rapporto tra disarmo e sviluppo non si realizzerà automaticamente. Il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa si fondava su di uno stato di necessità transitorio (il confronto con Stalin in un’Europa dissanguata e lacerata). La politica attuale degli aiuti comunitari verso l’Europa dell’Est si fonda su di uno stato di necessità transitorio (evitare la balcanizzazione ed i disordini sociali nell’Est europeo). In entrambi i casi si trattava e si tratta di una politica di aiuti per un periodo approssimativo di un lustro. Una politica di solidarietà del Nord verso il Sud si fonda, al contrario, sulla necessità di programmare lo sviluppo di lungo periodo dell’economia mondiale. Occorre rendere complementari i modelli di sviluppo dei paesi industrializzati con le esigenze del Terzo mondo. Non si tratta solo di una questione di aiuti finanziari. Evidentemente occorre che il Nord accetti una politica di austerità (che può essere attenuata dalle eventuali risorse liberate dal disarmo) per trasferire al Sud i capitali indispensabili agli investimenti di base. Ma occorre anche intraprendere una politica di riconversione produttiva del Nord, perché se tutti gli abitanti del pianeta adottassero lo stesso modello produttivo dei paesi industrializzati, lo sviluppo diventerebbe ben presto «insostenibile». Per queste ragioni, un Piano Marshall non basta. Esso appartiene ancora al mondo della politica estera. Bisogna cominciare a riconoscere che gli abitanti del Sud hanno il medesimo diritto alla solidarietà dei poveri che vivono nel Nord. Si tratta, più esattamente, di convincere tutti gli abitanti del pianeta che essi fanno parte di una medesima comunità di destino e che, in prospettiva, tutti dobbiamo diventare concittadini di una medesima Casa comune.

 

7. La solidarietà internazionale è impossibile senza la creazione di nuove istituzioni per la cooperazione tra Nord e Sud del mondo. Tutti i popoli devono partecipare alla elaborazione di un piano di sviluppo dell’economia mondiale. Una riforma democratica dell’ONU è ormai indispensabile.

 

E’ nel quadro dell’ONU che il Terzo mondo, organizzato nel «Gruppo dei 77», ha potuto avviare la lotta per un nuovo ordine economico internazionale. Ma, nella fase della guerra fredda e dell’equilibrio bipolare, questa lotta non è riuscita a conseguire dei risultati significativi perché la corsa agli armamenti era considerata, non solo dalle superpotenze, molto più importante di un serio sforzo per lo sviluppo.

La situazione sta oggi mutando radicalmente. Nella misura in cui tutti i paesi del Nord accetteranno di lavorare insieme per costruire la Casa comune europea, si può prevedere una situazione in cui i popoli ed i governi accettino di accantonare gli odi ed i rancori del passato (come accade nella Comunità europea attuale in cui Francesi e Tedeschi si considerano tutti cittadini europei) per dar vita ad una seria riforma dell’ONU. La Casa comune europea non è che un programma politico transitorio. E’ vero che l’Europa deve risolvere prima di tutto dei problemi «europei», connessi alla fine della seconda guerra mondiale (come l’unità tedesca, il superamento dei blocchi militari, ecc.), ma il quadro nel quale occorre organizzare veramente la cooperazione pacifica per lo sviluppo è il mondo. Occorre riformare il FMI, il GATT, creare una Agenzia mondiale per l’ecologia, gestire le risorse naturali che l’ONU ha dichiarato «patrimonio comune del genere umano», ecc. Non è che nel quadro dell’ONU, e con l’attiva partecipazione di tutti i popoli, che è possibile realizzare una efficace riforma dell’ordine politico internazionale. Occorre istituire un governo mondiale.

E’ necessario, tuttavia, osservare che non è sufficiente dare nuove risorse finanziarie all’ONU o creare nuove Agenzie internazionali. Se si vuole veramente far uscire l’ONU dalla condizione di impotenza in cui versa, e che l’ha ridotta al vuoto simbolo di un’unità mondiale inesistente, occorre cambiare radicalmente il sistema decisionale che allo stato attuale è del tutto antidemocratico. In nome del rispetto fittizio dell’eguaglianza tra Stati sovrani si applica il principio «one state, one vote», con il risultato che, poiché gli USA, la Cina, l’URSS, ecc. non vogliono giustamente contare come le Seychelles, il Togo, Haiti, ecc., l’Assemblea generale dell’ONU vota delle risoluzioni che nella stragrande maggioranza dei casi non vengono applicate, mentre le vere decisioni vengono prese al di fuori dell’ONU (nel G-7, nei Vertici delle superpotenze, ecc.).

 

8. La riforma democratica dell’ONU non può consistere che nell’applicazione del principio «one man, one vote». Un Parlamento mondiale democratico rappresenterebbe un punto di riferimento essenziale per diffondere e rafforzare la democrazia nel mondo intero.

 

Il primo passo verso la democrazia internazionale dovrebbe consistere nella creazione di un Parlamento mondiale (una seconda Camera dell’ONU) eletto direttamente in tutti i paesi che vorranno partecipare a questo grande processo di rinnovamento della politica internazionale. Questa Assemblea parlamentare riceverà come suo primo compito quello di elaborare una riforma radicale dell’ONU, per trasformarla in un vero governo democratico ed efficace, che sia cioè in grado di risolvere i problemi più drammatici dell’umanità.

Questa riforma, almeno nella sua fase iniziale, non realizzerà ancora la democrazia internazionale, perché solo nel lungo periodo si potranno superare gli ostacoli che impediscono ad ogni individuo e ad ogni popolo una piena partecipazione al governo della politica mondiale. Non bisogna nascondersi che vi saranno alcune forze (come il razzismo, il fondamentalismo islamico, ecc.) e alcuni Stati (tutte le dittature e i falsi governi popolari) che si opporranno o non vorranno partecipare a questo processo di costruzione di una società democratica, multietnica e cosmopolitica. Ma sarà il carattere universale del progetto la sua maggiore forza di penetrazione in tutti gli angoli del mondo ed in tutti gli strati sociali. L’Europa moderna ha ormai fatto cadere le frontiere tra gli antichi Stati nazionali e tra i decrepiti imperi d’Oriente e d’Occidente. La riforma democratica dell’ONU metterebbe in moto un inarrestabile processo di superamento di tutte le frontiere – etniche, economiche e politiche – sino alla completa sconfitta di ogni forma di tirannia e di sfruttamento.

 

9. I paesi del Terzo mondo hanno un interesse specifico a condurre la lotta per la realizzazione della democrazia internazionale, perché la democrazia è il mezzo più efficace per affermare i diritti della parte più povera e più numerosa dell’umanità. Solo la partecipazione di tutti i popoli alla lotta per la democratizzazione dell’ONU può far nascere la coscienza di una comune cittadinanza mondiale.

 

Per essere efficace, questa riforma deve consentire di aumentare i poteri dell’ONU, ad esempio con il conferimento di risorse proprie (come è avvenuto per la Comunità europea) che potrebbero provenire da un’imposta mondiale (come un’imposta «ecologica» sui combustibili inquinanti). Il Parlamento mondiale dovrebbe anche regolamentare l’angoscioso problema dell’emigrazione Nord-Sud, controllare il processo di disarmo tra le superpotenze, limitare od abolire del tutto il commercio delle armi, elaborare un codice di «buona condotta» delle multinazionali, ecc. Questo tipo di decisioni non potrà essere preso senza dibattiti, e anche vivi contrasti, tra le popolazioni interessate. Il metodo democratico è dunque necessario. Esso è inoltre essenziale per consentire ai popoli del Terzo mondo di far valere gli interessi della maggioranza. La democrazia internazionale rappresenta dunque il presupposto di una effettiva redistribuzione delle risorse economiche su scala mondiale.

Infine, la riforma democratica dell’ONU può progressivamente far emergere la coscienza che l’avvenire dell’umanità è una responsabilità di tutti e che tutti possono contribuire al governo del mondo. I partiti politici democratici potranno e dovranno diventare i vettori della nuova politica cosmopolitica. E’ così che può nascere il cittadino del mondo.

 

10. Tutte le forze favorevoli alla democrazia internazionale, in Europa, in Africa e nel mondo, devono organizzarsi per costringere i governi a promuovere la riforma democratica dell’ONU.

 

L’esperienza europea ha mostrato che ogni passo in avanti verso l’unità europea (a partire dalla CECA di Jean Monnet) è stato il risultato dell’impulso continuo dei federalisti e dell’atteggiamento sempre più favorevole di tutte le forze politiche democratiche. I governi sono capaci, perché si tratta del loro preciso compito istituzionale, di concepire una cooperazione sempre più avanzata, quando si presenta la necessità di risolvere problemi comuni. Ma essi non sono mai disposti a rinunciare volontariamente alla minima parte dei loro poteri sovrani senza esservi obbligati sia dalle forze popolari, sia dalle sfide internazionali. Per questa ragione, tutti coloro che sono favorevoli sin da ora alla democrazia internazionale devono creare un movimento sovrannazionale su scala mondiale, al fine di sostenere in tutti i paesi il progetto della riforma democratica dell’ONU. L’unità politica del mondo inizia con l’unità degli uomini che la vogliono. Bisogna lanciare ovunque un’efficace azione in favore della democrazia internazionale.

E’ un compito difficile. Ma non vi è altra possibilità per risolvere i problemi vitali dello sviluppo del Terzo mondo, del disarmo e della salvaguardia ecologica del pianeta. Chi considera la democrazia internazionale come un’utopia, dovrebbe avere il coraggio di confessare apertamente che preferisce un mondo governato dall’equilibrio delle grandi potenze, dalla forza delle armi, dall’imperialismo, dal fanatismo religioso e dal razzismo. Chi vuole cambiare il mondo, deve puntare sulla forza della democrazia.

 

Guido Montani

 

 

DICHIARAZIONE DEI FEDERALISTI EUROPEI

E DEI FEDERALISTI AFRICANI IN VISTA DI UN’AZIONE COMUNE

PER LA DEMOCRAZIA INTERNAZIONALE

 

Dopo gli avvenimenti dell’89, che hanno visto l’avvio del processo di democratizzazione nei paesi dell’Est europeo, il consolidamento della distensione tra le due superpotenze e il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa, sembra ormai aperta una fase del tutto nuova della politica internazionale. La guerra fredda è finita. Cadono le antiche frontiere. Si allarga l’area della democrazia e della cooperazione internazionale.

Solo il risveglio dei nazionalismi e di ataviche rivalità etniche potrebbero ostacolare la costruzione di una nuova Europa, aperta alla collaborazione con Stati Uniti ed Unione Sovietica in una Casa comune, in cui realizzare un’efficace cooperazione per il disarmo e lo sviluppo di tutto l’emisfero nord del mondo.

Da questa prospettiva non deve, tuttavia, venire escluso il Terzo mondo. E’ inevitabile che l’Europa si preoccupi di risolvere prima di tutto i problemi «europei», cioè la costruzione della Federazione europea, il completamento dell’unità tedesca e lo sviluppo della collaborazione tra Europa occidentale ed orientale. Ma non è possibile accantonare dall’orizzonte politico alcuni problemi drammatici, come l’emigrazione internazionale e l’ecologia, per la cui soluzione sono necessari il rilancio del dialogo Nord-Sud e l’accelerazione del processo di disarmo. La forza dell’Europa risiede nella sua capacità di cooperare pacificamente con tutti i popoli confinanti, in particolare con quelli dell’area mediterranea e dell’Africa, con cui la Comunità ha stipulato particolari accordi.

La cooperazione euro-africana nella sua forma attuale ha mostrato la sua inefficacia. I risultati sono ben al di sotto delle aspettative. L’Africa non è capace di svilupparsi e rischia una marginalizzazione crescente. Questa situazione è causata in gran parte da quei sistemi politici africani in cui manca ogni libertà democratica.

Per queste ragioni, i federalisti europei ed africani chiedono:

che la Comunità europea riconsideri i fondamenti della sua cooperazione con l’Africa al fine di favorire un nuovo quadro politico ed istituzionale in cui gli accordi di cooperazione, in particolare la Convenzione di Lomé, potranno acquisire maggiore efficacia. Gli aiuti dovranno pertanto essere sufficienti a permettere la realizzazione di infrastrutture pubbliche tali da consentire all’economia africana uno sviluppo economico autonomo. La riforma della Convenzione di Lomé deve venir elaborata di comune accordo tra la Comunità europea e un organismo africano che si assuma l’incarico di realizzare nel più breve tempo una Federazione africana, fondata sulle libertà democratiche e il rispetto dei diritti dell’uomo;

che l’OUA, in collaborazione con tutte le forze rappresentative della società africana, elabori un progetto per la sua riforma democratica, perché lo sviluppo economico dell’Africa è impossibile senza un’attiva partecipazione di tutte le componenti – etniche, politiche, sociali e culturali – del popolo africano e senza la prospettiva dell’unificazione economica e politica del continente;

che l’ONU – sorta nell’immediato dopoguerra per risolvere alcuni limitati problemi mondiali mediante un’assemblea diplomatica permanente ed ormai inadeguata nei confronti dei drammatici problemi contemporanei – metta allo studio una riforma per consentire il suo rafforzamento grazie alla attiva partecipazione di tutti i popoli al governo della politica internazionale. Nella nuova era della politica mondiale, in cui anche il comunismo sta cercando faticosamente di democratizzarsi, la sola via percorribile per promuovere la legittimazione democratica dell’ONU non può consistere che nell’elezione diretta di un Parlamento mondiale, a cui progressivamente partecipino tutti i popoli che rifiutano la violenza come strumento della politica internazionale. Il mondo è ormai una comunità di destino. Solo con la democrazia internazionale e un governo mondiale democratico sarà possibile realizzare il disarmo universale, la pace, la giustizia internazionale e la salvaguardia ecologica del pianeta.

I federalisti europei ed africani:

ricordano le particolari responsabilità che l’Europa del passato, divisa in Stati nazionali sovrani in perpetua lotta tra di loro, ha avuto nella diffusione del colonialismo e del nazionalismo nel mondo intero. Fanno dunque appello a tutte le forze democratiche europee, in questo momento drammatico in cui è possibile prendere, per il bene o per il male, decisioni definitive circa il nuovo ordine europeo, perché non tralascino alcuna iniziativa che possa favorire la costruzione degli Stati Uniti d’Europa e, in particolare, chiedono che il Parlamento europeo, in accordo con i Parlamenti nazionali riuniti nelle Assise, aggiorni senza ulteriori indugi il Progetto Spinelli del 1984 al fine di giungere alle ratifiche nazionali previste per il 1992 con un progetto di federazione, in cui il Parlamento europeo abbia il potere di controllare l’esecutivo;

si impegnano a promuovere un’efficace azione a sostegno della democrazia internazionale all’interno delle rispettive organizzazioni – la World Association for World Federation, il Movimento federalista africano, il Movimento federalista europeo, l’Unione europea dei federalisti – e nei confronti di tutte le associazioni e di tutte le forze politiche potenzialmente favorevoli all’unificazione politica del genere umano. L’obiettivo è quello di promuovere un movimento internazionale di opinione pubblica che faccia progressivamente cadere tutti gli ostacoli che ancora tengono in vita le frontiere economiche, politiche e culturali tra i popoli del pianeta.

 


* Documento elaborato per un Convegno internazionale tenutosi a Milano il 18 maggio 1990, organizzato dal Movimento federalista europeo e dalla World Associationfor World Federation (WAWF), in collaborazione con l’Università di Milano e la Commissione CEE. Nel corso del Convegno, un gruppo di federalisti africani ed europei ha sottoscritto una Dichiarazione in vista di un’azione comune per la democrazia internazionale, che pubblichiamo di seguito. I federalisti africani, inoltre, hanno sottoscritto un Atto solenne con cui si sono impegnati a convocare tra due anni un Congresso di fondazione del Movimento federalista africano (MFA) come sezione africana della WAWF.

 

 

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