Anno XXIX, 1987, Numero 3, Pagina 234

 


CONSIDERAZIONIPRELIMINARI AD UNA RIFLESSIONE SULLA STRATEGIA DEI FEDERALISTI*
 
 
Nell’elaborare la loro strategia, i federalisti non devono mai dimenticare che la loro è un’impresa politica di particolarissima difficoltà. Per rendersene conto, è sufficiente confrontare il carattere della nostra azione politica con quello dell’azione politica dei partiti. Questi ultimi sono impegnati quotidianamente per la realizzazione di un’ampia gamma di obiettivi politici e per la conquista o il mantenimento del più largo numero possibile di posizioni di potere nel quadro del sistema istituzionale esistente (governi e parlamenti nazionali, Parlamento europeo, regioni, comuni, ecc.). Per i federalisti il problema è del tutto diverso. E’ vero che essi hanno in passato combattuto e vinto molte battaglie, così come molte ne hanno perdute. Nel corso della loro storia, essi hanno certamente accumulato un prezioso capitale di prestigio e di influenza. Ma la natura stessa del loro obiettivo — che non è la conquista di un potere che c’è, ma la creazione di un potere nuovo — li tiene strutturalmente al di fuori del quadro istituzionale esistente. Ciò li costringe a fare a meno delle motivazioni normali della lotta politica, che si fondano sulla prospettiva dell’ottenimento a breve termine di risultati concreti, cioè di modifiche della situazione di potere o dell’equilibrio tra gli interessi settoriali. Per i federalisti quindi è più difficile che per i partiti mantenere le forze sul campo.
I federalisti, nella loro riflessione strategica, devono inoltre essere ben consapevoli della natura del processo di unificazione europea e del ruolo che ad essi compete. A questo proposito, le proposizioni da tener ben ferme per evitare di cadere in errore (per quanto banali esse possano sembrare) sono due: 1) che i federalisti sono un fattore indispensabile del processo e 2) che non ne sono il solo.
 
La situazione attuale. La tentazione minimalista. Carattere decisivo dell’iniziativa federalista.
 
Che i federalisti siano un fattore indispensabile del processo è particolarmente importante non dimenticarlo in una congiuntura delicata come quella di oggi. Dopo il grave arretramento costituito dall’Atto Unico di Lussemburgo, l’obiettivo dell’Unione sembra scomparso dalla scena politica. E, come sempre accade dopo una sconfitta, molti cedono alla tentazione di abbassare la mira e di andare alla ricerca di successi più facili impegnandosi su obiettivi modesti. E’ così che si fanno sempre più insistenti, anche all’interno dell’UEF, inviti a concentrare le nostre energie, anziché sull’obiettivo «irrealistico» dell’Unione, su temi più «concreti», come quello della realizzazione di tutte le potenzialità istituzionali dell’Atto Unico, o quello del mercato unico per il 1992.
Questa deviazione minimalistica nasce appunto dal mancato riconoscimento del ruolo specifico dei federalisti nel processo di unificazione europea. Adottando passivamente come nostri obiettivi quelli che la situazione politica al di fuori di noi di volta in volta ci impone, rinunceremmo alla nostra autonomia e dimenticheremmo il ruolo decisivo di iniziativa che abbiamo sempre svolto fino ad ora nel processo di unificazione europea (CED, elezione europea, Sistema monetario europeo, progetto di Trattato). E dimenticheremmo che questo ruolo si deve manifestare con particolare determinazione nei momenti difficili, quando l’Europa sembra non essere più all’ordine del giorno della politica dei governi e il Parlamento europeo è inerte e scoraggiato. La nostra specificità è quella di essere l’unico agente del processo la cui ragion d’essere è l’esercizio dell’iniziativa per la realizzazione dell’Unione europea. Ciò non vale per il Parlamento europeo, la cui attività si esaurisce pur sempre nella sua quasi totalità nell’elaborare prese di posizione sui temi più disparati, quasi che esso fosse un vero Parlamento di un vero Stato, e non nell’impegno di portare avanti il processo di creazione dello Stato europeo. E non vale a maggior ragione per i governi, la cui ragion d’essere è la gestione delle realtà nazionali, e che gestiscono la politica europea come un settore della loro politica estera. Ciò significa due cose: 1) che nelle fasi di riflusso l’obiettivo dell’unificazione politica dell’Europa può essere mantenuto fermo soltanto dai federalisti, il che crea le condizioni perché il processo possa ripartire quando il contesto politico generale diventerà più favorevole e 2) che per i federalisti la rinunzia, nelle fasi di inerzia del processo, all’obiettivo che definisce la loro identità e fonda la loro esistenza avrebbe il significato di un vero e proprio suicidio politico.
 
La tentazione massimalista. L’occasione.
 
È altrettanto importante peraltro ricordare che, se è vero che i federalisti sono un agente indispensabile del processo, è anche vero che essi non ne sono il solo. Gli altri sono i governi nazionali, con i Parlamenti dai quali sono espressi, e, oggi, il Parlamento europeo. Ciò significa che, se da un lato ai federalisti incombe strutturalmente la responsabilità dell’iniziativa e della mobilitazione — che nessuno può assumersi in loro vece — essi devono guardarsi dall’altro dalla tentazione di pensare che essi agiscono in un vuoto politico, cioè che l’esito della loro lotta dipende soltanto da loro. Al contrario, per i federalisti il successo della iniziativa prima, e della mobilitazione poi, dipende dal fatto che il processo politico, come risultante dell’azione di tutte le sue componenti, ne offra loro l’opportunità. Le battaglie con le quali i federalisti hanno maggiormente inciso sul processo e che hanno più fortemente sollecitato l’attenzione dei media sono state rese possibili dall’esistenza di un contesto politico favorevole, grazie al quale i governi — nel quadro comunitario — e il Parlamento europeo sono stati particolarmente sensibili alle loro rivendicazioni. Basti ricordare la lunga lotta per l’elezione diretta, che si giovò del fatto che il suo obiettivo fu fatto proprio da Giscard d’Estaing, e poi dal Consiglio europeo nel suo insieme; o quella per la moneta europea, sulla quale si impegnarono dopo non molto tempo lo stesso Giscard e Schmidt, creando lo SME; o quella per la riforma delle istituzioni comunitarie, che fu subito ripresa dal Parlamento europeo sotto la guida di Spinelli; o, infine, il successo della manifestazione di Milano, dovuto, oltre che all’impegno dei federalisti, alla circostanza fortuita che una riunione del Consiglio europeo che aveva come oggetto principale il tema decisivo della riforma delle istituzioni si sia tenuta nella sola città europea nella quale era all’epoca possibile organizzare una grande mobilitazione.
Esiste perciò un altro errore, simmetrico rispetto al precedente, che è altrettanto importante evitare e che consiste nel dimenticare che la nostra azione può avere successo soltanto quando le circostanze esterne lo consentono. Ciò significa che il secondo elemento essenziale della nostra strategia, oltre all’iniziativa, è quello dell’occasione. Trascurare l’elemento dell’occasione significa commettere l’errore massimalistico di pensare che l’esito della nostra lotta dipenda soltanto dall’intensità del nostro impegno e che quindi il solo vero problema sia quello di gettare indiscriminatamente tutte le nostre forze nella battaglia che stiamo di volta in volta combattendo, come se fosse l’ultima e la decisiva senza preoccuparci né di inserirla in un disegno strategico generale né del modo di mantenere le nostre forze sul campo in caso di sconfitta. Questo errore fa perdere a coloro che lo commettono il contatto con il grosso delle forze suscettibili di schierarsi sul nostro stesso fronte (nel nostro caso il resto dell’europeismo organizzato e organizzabile e lo stesso Parlamento europeo) con la conseguenza di bruciare tutte le energie materiali e morali dei militanti in battaglie velleitarie e perdute in partenza, lasciandoli poi scoraggiati e senza prospettive, ed esponendo così ancora una volta la nostra organizzazione al rischio della dissoluzione.
Tutto ciò porta a concludere che dobbiamo predisporre uno strumento d’azione che sia indipendente dalla congiuntura e ci consenta di rimanere sul campo, se sarà necessario, anche per un lungo periodo di tempo.
 
La dimensione europea della lotta federalista.
 
Un secondo fattore che rende la nostra lotta particolarmente difficile è il suo carattere necessariamente sovrannazionale. Si tratta di un carattere che ha potuto rimanere parzialmente nascosto alla consapevolezza dei militanti fino a che la scena della politica europea è stata occupata da progetti che, pur avendo avuto i federalisti come loro iniziatori, sono stati rapidamente fatti propri da grandi leaders nazionali o dal Parlamento europeo. E’ il caso dell’elezione del Parlamento europeo a suffragio universale e del progetto di Trattato per l’Unione europea. L’esistenza di questi grandi punti di riferimento ha dato un carattere obiettivamente sovrannazionale all’azione dei federalisti, anche se essa di fatto è stata condotta essenzialmente a livello nazionale e solo debolmente coordinata a livello europeo. Oggi, come abbiamo visto, la situazione è diversa. Nessun grande progetto politico è presente sulla scena. Manca quindi il fattore esterno che fino ad oggi ha dato una unità obiettiva all’azione dei federalisti a livello europeo. Ne consegue, da un lato, che l’unità dell’azione dei federalisti, in mancanza di fattori esterni di coesione, è divenuta tanto più necessaria; e, dall’altro, che la sua realizzazione dipende soltanto da noi. Del resto si tratta di una necessità che tutti coloro che sono impegnati nella lotta per l’Europa percepiscono ormai come un dato di fatto di evidenza immediata. I militanti di una qualsiasi delle sezioni nazionali dell’UEF, per quanto forte essa sia, e per quanto efficacemente essa riesca a far sentire la sua influenza sul governo, sul Parlamento e sulle forze politiche del proprio paese, si rendono chiaramente conto che la loro azione gira a vuoto fino a che rimane confinata nel quadro nazionale e che i loro sforzi sono condannati alla sterilità se non si sommano con quelli di tutti i federalisti che sono attivi negli altri paesi europei.
 
La natura dell’UEF.
 
A fronte di questa esigenza, che tutti sentono, ma che, per un paradosso soltanto apparente, sentono in modo tanto più acuto coloro che sono impegnati nelle sezioni nazionali più attive e meglio organizzate, sta la realtà dell’UEF. L’UEF è la prima organizzazione politica sovrannazionale della storia. Ed è l’organizzazione nella quale confluiscono tutti coloro che in Europa si riconoscono nel federalismo. Essa costituisce quindi il solo e naturale quadro organizzativo nell’ambito del quale è pensabile realizzare una vera unità d’azione di tutti i federalisti. Questa constatazione mi pare decisiva, perché ci deve dare la misura della nostra importanza nello scacchiere politico europeo e dell’urgenza delle nostre responsabilità.
Ciò che dobbiamo chiederci dunque è se, e a quali condizioni, l’UEF può essere capace di esprimere un grado sufficiente di unità d’azione. Non dobbiamo nasconderci che fino ad oggi la sovrannazionalità dell’UEF è stata più formale che sostanziale. Essa ha giocato finora un ruolo simbolico di estrema importanza, che però non può nascondere il fatto che i veri centri di iniziativa federalista rimangono tuttora le organizzazioni nazionali, là dove esistono (e dove non esistono l’UEF non è in grado di svolgere il ruolo che competerebbe loro se esistessero). I finanziamenti e l’efficienza organizzativa esistono soltanto — se esistono — a livello nazionale. L’UEF finora ha votato molte risoluzioni ma, ogniqualvolta si è posto il problema dell’azione, essa non ha fatto molto più che prendere atto delle azioni decise e condotte a livello nazionale. In ogni caso è chiarissimo — e sarebbe ipocrita dissimularselo — che il potere di decisione nell’universo federalista (là dove c’è qualcosa da decidere, perché nei paesi dove un movimento federalista esiste soltanto sulla carta sarebbe ridicolo parlare di un potere di decisione, quale che esso sia) risiede nel livello nazionale e che, quando si decide qualcosa a livello UEF, lo si fa soltanto perché si riesce a realizzare un compromesso tra i movimenti nazionali — esattamente come avviene nel Consiglio dei Ministri della Comunità — o perché si accetta di coprire con l’etichetta dell’UEF azioni che in realtà sono decise e realizzate a livello nazionale.
Questo è un dato obiettivo, di cui nessuno porta la responsabilità. E’ inevitabile infatti che anche l’organizzazione europea dei federalisti subisca il condizionamento della realtà istituzionale nella quale deve agire. Ed è un dato del quale è necessario tener conto, perché in politica l’incapacità o il rifiuto di prendere atto della realtà porta necessariamente alla paralisi della volontà, e quindi all’impotenza. Il problema che dobbiamo porci non è dunque quello irrealistico di rovesciare il rapporto di forze tra livello europeo e livelli nazionali all’interno dell’UEF, ma semplicemente quello di dare un inizio di sostanza alla sovrannazionalità formale della nostra organizzazione creando i presupposti di un reale, anche se modesto, grado di unità d’azione tra i federalisti europei, nella consapevolezza che questa è la condizione indispensabile del rafforzamento e della stessa sopravvivenza anche dei movimenti federalisti nazionali, che non possono ormai più permettersi, senza mettere in gioco la loro credibilità, di presentarsi all’opinione pubblica e alla classe politica dei loro rispettivi paesi con una linea d’azione limitata all’orizzonte del proprio paese.
 
La Campagna per la democrazia europea come azione-quadro dell’UEF.
 
Si tratta dunque di individuare degli strumenti che abbiano la funzione, da un lato, di garantire e di rendere visibile la continuità della nostra azione e il carattere permanente del nostro obiettivo strategico e, dall’altro, di garantirne e di renderne visibile la dimensione europea, consentendo agli sforzi di ciascuna delle nostre organizzazioni di base, e di ciascuno dei nostri militanti, di sommare i loro effetti e di essere percepiti dalla classe politica come facenti parte di un unico disegno strategico, senza che ciò comporti la rinunzia ad adattare la nostra strategia all’evoluzione del processo politico né a differenziarla in funzione della diversità delle situazioni locali, regionali e nazionali. Ciò che si tratta cioè di elaborare è un’azione-quadro, che funga da veicolo e da contenitore di tutte le azioni dei federalisti in Europa, in modo da dar loro unità, e quindi efficacia politica, malgrado la loro variabilità nel tempo e nello spazio.
E’ in questa prospettiva che il Comitato Federale dell’UEF ha lanciato la Campagna per la democrazia europea, un’azione il cui obiettivo principale è la richiesta rivolta ai governi della Comunità perché conferiscano un mandato costituente al Parlamento europeo. Si tratta di un’azione che presenta tre elementi comuni che ne identificano la fisionomia e ne garantiscono l’unità: 1) la denominazione, 2) un testo uniforme e 3) un organismo che ne orienti lo svolgimento e faccia circolare le informazioni.
La denominazione comune (Campagna per la democrazia europea) ha la funzione di consentire a qualsiasi azione portata avanti da qualunque organizzazione di base dell’UEF di presentarsi come un episodio di un unico disegno strategico, quali che ne siano i contenuti. È evidente che se giornalisti, uomini politici e semplici cittadini, nei loro spostamenti dall’una all’altra città europea, verranno a conoscenza di azioni, anche diverse tra loro, che si presentano tutte sotto l’unico titolo di Campagna per la democrazia europea, essi saranno portati ad attribuire a ciascuna di queste iniziative una rilevanza politica ben superiore a quella che le avrebbero attribuito se le stesse azioni fossero state presentate sotto denominazioni diverse; e all’organizzazione che le porta avanti un ben maggior potere, con un conseguente maggior impatto sui media.
Analogo discorso deve essere fatto per il testo uniforme. Una volta che sia utilizzato per raccogliere adesioni di enti locali, associazioni di vario genere e cittadini, esso fornirebbe a tutte le nostre organizzazioni di base — ed anche al più isolato dei militanti nei paesi in cui il federalismo è mal rappresentato — uno strumento di azione omogeneo, che come tale consente di sommare i risultati ottenuti da tutte le sezioni locali e di far sentire concretamente i pochi coraggiosi federalisti attivi nei paesi in cui la nostra organizzazione è debole come partecipi di un disegno di dimensione europea nel quale essi si possono utilmente inserire. Questo testo comune — come fa quello approvato dal Comitato federale — deve indicare l’obiettivo a lungo termine della Campagna, per garantire quel carattere permanente dell’obiettivo della nostra lotta senza il quale ogni nostra sconfitta parziale rischierebbe di provocare frustrazione e scoraggiamento.
Un’azione così concepita deve essere in qualche modo coordinata da un unico centro di orientamento, la cui funzione deve essere quella di elaborare gli strumenti tecnici necessari per portarla avanti, di redigere e diffondere le istruzioni pratiche per i gruppi e per i militanti isolati, di raccogliere le informazioni e di farle circolare, di proporre e di decidere in caso di urgenza, salvo ratifica da parte degli organi dell’UEF, gli adattamenti resi necessari dall’evoluzione della situazione politica.
Rimane da prendere in considerazione un ultimo carattere — suggerito da Gerhard Eickhorn — che questa azione dovrebbe avere. Se la sua fisionomia restasse soltanto quella che ho delineato finora, essa correrebbe il rischio di essere considerata dalle nostre organizzazioni di base come scarsamente mobilitante — e dai mass media come poco interessante — perché, in ultima analisi, non si distinguerebbe in modo sostanziale dalle numerose campagne di raccolta di adesioni che i federalisti hanno condotto nel passato e che hanno indubbiamente generato una certa stanchezza tra i nostri militanti, nei mezzi di informazione e negli stessi cittadini rispetto ad uno strumento ormai troppo sfruttato. Per impedire che ciò accada, è necessario introdurre nell’azione un elemento di novità, che rifletta il carattere specifico della nostra azione e della nostra organizzazione, che è quello della sovrannazionalità. Ciò può essere ottenuto indirizzando l’appello, al quale si chiede l’adesione, a governi, parlamenti, direzioni di partiti, sindacati, ecc. di uno o più degli altri paesi della Comunità (e in particolare dei due paesi decisivi, la Francia e la Repubblica Federale). E’ facile rendersi conto che questo carattere di novità sovrannazionale attirerebbe l’attenzione della stampa, della televisione e dell’opinione pubblica in generale sia nel paese nel quale la raccolta di adesioni venisse organizzata sia in quello al cui governo ecc. le adesioni fossero indirizzate, e quindi acquisterebbe un ben maggiore potere di mobilitazione nei confronti dei nostri militanti.
 
La suddivisione della Campagna in fasi. La prima fase.
 
Perché dei gruppi politici organizzati a livello locale o regionale si attivino, è essenziale che essi dispongano di un sufficiente spazio lasciato alla creatività di ciascuno e della possibilità di avvicinare la tematica europea da un angolo visuale che tenga conto dei problemi particolari che si pongono in diversi punti del territorio e di adottare lo stile e il linguaggio che corrispondono alle diverse sfumature che presenta, pur nella sua sostanziale unità, la cultura politica dei diversi paesi europei. E’ per questo che un’azione-quadro, come quella approvata dal Comitato federale, presenta le caratteristiche di un’azione autenticamente federalista, lasciando spazio alle differenze locali, ma consentendo di cumulare gli sforzi di tutti grazie ad alcuni elementi comuni. Ciò non toglie che essa possa servire da veicolo anche per le altre battaglie unitarie, ma che si propongano di conseguire obiettivi intermedi sulla strada della realizzazione dell’Unione. Ciò significa che, senza per questo cessare di perseguire e di mettere in evidenza l’obiettivo a lungo termine del mandato costituente al Parlamento europeo, la Campagna si può articolare in fasi distinte, che si configurino come stadi del processo che deve portare al conseguimento dell’obiettivo a lungo termine.
Il possibile contenuto della prima di queste fasi (quello delle successive potrà essere deciso in futuro in funzione dell’evolversi della situazione) è già emerso nel dibattito precongressuale in seno agli organi dell’UEF e delle sue sezioni nazionali. Si tratta sostanzialmente di impegnarsi per il conseguimento di tre obiettivi: a) un referendum sull’Unione europea e sui suoi contenuti da tenersi in concomitanza con le prossime elezioni europee; b) la realizzazione dei presupposti istituzionali di un reale coinvolgimento dei Parlamenti nazionali nel processo di riforma democratica delle istituzioni comunitarie e c) la manifestazione di Bruxelles in occasione della riunione del Consiglio europeo del 29 giugno prossimo.
 
Il referendum.
 
La proposta del referendum ha provocato fino ad oggi reazioni contrastanti. Le perplessità che essa generalmente suscita derivano dai temuti impedimenti di natura costituzionale che ne renderebbero impossibile lo svolgimento in alcuni paesi della Comunità, o che comunque ne subordinerebbero la possibilità a complesse e improbabili procedure di revisione costituzionale. Ora, queste perplessità sono fondate per alcuni paesi della Comunità se si colloca il referendum nel quadro dei vari ordinamenti giuridici nazionali. Ma a una conclusione diversa si deve giungere se la proposta del referendum si colloca nel quadro dell’ordinamento giuridico europeo. Ed è ciò che accadrebbe se esso fosse l’oggetto di una formale decisione del Consiglio dei Ministri della Comunità, preventivamente sollecitata da un appello solenne del Parlamento europeo e successivamente ratificata dai Parlamenti nazionali. In questa ipotesi, non si porrebbe più alcun problema di natura costituzionale per il principio, più volte ribadito dalla Corte di Giustizia della Comunità, della prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale.
So bene che a questa affermazione si potrebbe obiettare che non tutte le Corti costituzionali o gli altri organi muniti della competenza del controllo costituzionale negli Stati della Comunità riconoscono in ugual misura questo principio. Ma sarebbe semplicemente scandaloso che il Parlamento europeo giustificasse la propria inerzia rifacendosi ad un’interpretazione dei rapporti tra diritto comunitario e diritti nazionali contraria a quella della Corte di Giustizia (oltre che di alcune Corti costituzionali e di un gran numero di giuristi di fama internazionale).
E’ fuor di dubbio che il successo di questa battaglia — che per altro è già cominciata sia dentro che fuori il Parlamento europeo — deve essere considerato possibile, ma non probabile, a causa delle prevedibili resistenze dei governi nazionali. Ma si tratta pur sempre di una battaglia che vale la pena di combattere. Il suo obiettivo infatti è credibile e in quanto tale può, da un lato, mobilitare le energie dei nostri militanti per premere sul Parlamento europeo e, dall’altro, fornire al Parlamento europeo uno strumento per porre ancora una volta all’ordine del giorno il problema dell’Unione in modo da farne il Leitmotiv della prossima campagna elettorale europea. Si tratta di un punto sul quale i parlamentari europei dovrebbero essere molto sensibili, perché l’Unione cioè il governo democratico della Comunità — rimane il solo tema capace di dare slancio ad una campagna elettorale che si preannuncia come desolantemente priva di prospettive e quindi destinata a degenerare in dodici squallidi confronti di potere tra partiti nazionali su tematiche nazionali. Gli elettori, ormai giunti al terzo appuntamento europeo, incomincerebbero a percepire un’elezione per un Parlamento che non ha potere e che non fa nulla per conquistarselo come una presa in giro, e diserterebbero le urne. Il prestigio e la stessa carriera politica dei deputati neo-eletti ne sarebbero gravemente compromessi. Se ne può concludere che, concepita in questa forma, la battaglia per il referendum, anche se dovesse essere perduta, rafforzerebbe il fronte delle forze che lottano per l’Unione e indebolirebbe quello delle forze che le si oppongono.
 
Il coinvolgimento dei parlamenti nazionali nel processo di riforma della Comunità.
 
Il problema di una più stretta connessione tra Parlamento europeo e parlamenti nazionali — la cui mancanza ha indubbiamente condizionato negativamente la sorte del progetto di Trattato — è stato posto con forza dalla Europa-Union Deutschland e dal Presidente del Consiglio tedesco del Movimento europeo — e Presidente del Bundestag — Philipp Jenninger. Si tratta di esercitare una pressione coordinata sia sui parlamenti nazionali sia sul Parlamento europeo perché gli uni e l’altro istituiscano commissioni formali il cui compito specifico sia quello di garantire — anche organizzando sedute comuni — che i parlamenti nazionali vengano informati e consultati sul problema della riforma delle istituzioni comunitarie e siano così coinvolti in modo sempre più intenso nel processo. Per la realizzazione di questo progetto potremo contare sull’aiuto prezioso degli intergruppi federalisti che si sono formati, o si stanno formando, nel quadro del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali.
Si tratta anche in questo caso di un tema che offre alle nostre sezioni locali l’opportunità di attivare i rapporti che esse intrattengono con i parlamentari europei, con quelli nazionali e in generale con le forze politiche. Agli organi dirigenti dell’UEF spetterà peraltro il compito di formulare proposte giuridicamente fondate e politicamente realizzabili per fornire alle sezioni e ai militanti efficaci strumenti di pressione.
 
La manifestazione di Bruxelles.
 
Rimane la manifestazione di Bruxelles che, per l’ammirevole impegno con il quale viene organizzata dagli amici belgi, dovrebbe assumere dimensioni paragonabili a quelle della manifestazione di Milano. A questo proposito si deve ricordare l’importanza che le manifestazioni in occasione delle riunioni del Consiglio europeo (anche le meno spettacolari), hanno avuto sia dal punto di vista politico — per ricordare ai governanti che c’è un movimento sovrannazionale che, in rappresentanza dei cittadini-elettori, vigila costantemente sul loro comportamento ogniqualvolta è in gioco l’Europa — sia per il consolidamento della nostra organizzazione. Molti militanti, soprattutto giovani, hanno preso coscienza per la prima volta in occasione di queste manifestazioni di non essere soli nel loro paese a lavorare — in genere con molta fatica e con poche gratificazioni — per l’unità dell’Europa, ma di far parte di una realtà organizzativa numericamente modesta, ma di dimensioni europee. Si tratta di una presa di coscienza che rafforzala loro volontà di lottare. Del resto quello della mobilitazione delle forze, insieme a quello dell’iniziativa politica, sul tema dell’unione europea resta il compito che giustifica la nostra esistenza. Ad esso non dobbiamo venir meno anche nelle fasi meno favorevoli del processo. Per questo dobbiamo assegnare, nei prossimi mesi, un altissimo grado di priorità al compito di reclutare partecipanti per la manifestazione di Bruxelles.
 
L’aspetto interno della Campagna. L’utilizzazione dei gemellaggi.
 
Nella struttura della Campagna, così come essa è stata presentata finora, è impossibile disgiungere gli effetti esterni da quelli interni. E’ evidente infatti che l’organizzazione si rafforza e prende coscienza della propria dimensione europea proprio in quanto acquisisce la capacità di portare avanti un’azione diretta verso le istituzioni e le forze politiche nazionali ed europee. Tutto ciò non toglie che la debolezza dell’UEF — e la sua quasi assenza in alcuni paesi della Comunità — ci costringe a riflettere sulla opportunità di dotare la Campagna di strumenti di azione che abbiano come fine specifico il rafforzamento dell’organizzazione introducendo, da un lato, nell’UEF un elemento di sovrannazionalità concreta, che giunga fino alla base e mettendo, dall’altro, l’esperienza delle sezioni più forti dell’UEF a servizio dello sviluppo del federalismo organizzato nelle zone nelle quali esso è debole o inesistente.
Una raccomandazione in questo senso ci viene rivolta da Mario Albertini, che ha individuato nei gemellaggi tra città europee uno strumento importante per realizzare quegli obiettivi. Grazie alla preziosa pluridecennale azione del CCRE, ognuna delle nostre città è collegata con numerose altre città della Comunità, ed è noto che in molti casi i gruppi federalisti delle città gemellate hanno stabilito utili e interessanti contatti sfruttando le occasioni che i gemellaggi offrono. Si tratta ora di generalizzare questa pratica, inserendola nel quadro della Campagna e accentuando così il carattere transnazionale di quest’ultima, coordinando nella misura del possibile le diverse iniziative già in corso, prendendone delle nuove e dedicando particolare attenzione ai contatti con le città dove non esiste un gruppo federalista, nell’intento di crearne uno, mediante l’organizzazione di seminari, dibattiti, tavole rotonde, incontri con le scuole da realizzare anche con la collaborazione dell’AEDE, ecc.
L’interesse vivissimo di questa proposta sta nel fatto che, se essa venisse raccolta dalle sezioni, il compito del rafforzamento dell’UEF, dell’approfondimento della sua sovrannazionalità sostanziale, della sua estensione nelle aree in cui essa è molto debole o del tutto assente diventerebbe un compito di ciascun gruppo locale, in quanto ad ogni sezione federalista in ogni città nella quale l’UEF è rappresentata verrebbe affidata la responsabilità di seguire e di sviluppare i contatti e il dibattito politico e culturale con i gruppi federalisti delle città gemellate, dove ci sono, e di crearne uno dove non esistono. È evidente che l’efficacia di un’azione realizzata in un modo così capillare sarebbe enormemente maggiore di quella di qualunque altra iniziativa studiata e realizzata esclusivamente a livello degli organi dirigenti europei e nazionali, che comunque non consentirebbe di mettere la forza dei gruppi più attivi al servizio di quelli deboli o inesistenti.
 
Conclusione.
 
La Campagna per la democrazia europea, così articolata, può sembrare un’azione relativamente modesta. E modesta è, perché modeste sono le nostre forze e modesto è il nostro grado di unità. Non dobbiamo dimenticare del resto che, malgrado la ridotta consistenza delle nostre forze, il nostro peso si è fatto sentire in modo decisivo nel processo di unificazione europea ogniqualvolta l’occasione favorevole si è presentata e noi abbiamo saputo indicare la risposta giusta e sostenerla con impegno, indipendenza di giudizio e combattività. Né dobbiamo dimenticare che l’occasione si può ripresentare in qualsiasi momento. Rimane in ogni caso il dovere assolutamente prioritario di stare sul campo agitando il tema dell’Unione. Ciò in cui possiamo comunque confidare è che, se sapremo creare un embrione di azione politica che sia veramente europea, che lo sia nei fatti e non soltanto a parole, daremo un contributo importante alla crescita della nostra consapevolezza, della nostra forza e della nostra unità.
 
Francesco Rossolillo


* Si tratta del testo del rapporto alla I Commissione del XII Congresso dell’UEF, tenutosi a Strasburgo il 10-12 aprile 1987.

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