Anno XXXIII, 1991, Numero 3 - Pagina 251

 

 

LA STORIA NON ASPETTA L’EUROPA*

 

 

1. Si stanno per concludere i lavori delle Conferenze intergovernative sull’Unione politica e sull’Unione economico-monetaria convocate dal Vertice di Roma del dicembre 1990. Di fatto si sta dunque decidendo se, sulla base del mercato unico, avremo una moneta europea, e quindi anche una politica monetaria, economica, fiscale, ecc. europee al posto di quelle nazionali. Si sta per decidere inoltre quali modifiche istituzionali della Comunità siano necessarie per gestire queste politiche e per garantire il ruolo che l’Europa, giunta a questo grado di capacità d’azione, dovrà e potrà esercitare nel mondo. Di qui il problema dell’Unione. Si prospetta dunque un cambiamento ben più rivoluzionario di quelli intervenuti nel secolo scorso con le unificazioni italiana e tedesca. Per definizione, questo cambiamento non solo restituirebbe all’Europa la sua indipendenza, ma farebbe anche scomparire una serie di annosi problemi rimasti sempre senza soluzione: quelli non determinati da bisogni reali degli uomini, ma dalla divisione dell’Europa in Stati nazionali esclusivi. Non è questo, però, il modo con il quale la classe politica, il mondo della cultura e quello dell’informazione considerano i fatti che accadono, le decisioni da prendere e le prospettive che si aprono. In Italia, ad esempio, si discute solo di altro, e soprattutto delle riforme nazionali da introdurre per avere il «buongoverno», senza tener conto del fatto che la miglior Italia possibile sarebbe comunque una ben povera cosa, destinata a naufragare in un mare sempre più tempestoso, se l’Europa non troverà subito la via della vera unità e il mondo la via della pace.

E’ vero che i governi, ivi compreso quello italiano, parlano di Unione, ma sanno perfettamente che si stanno occupando solo di come avvicinarsi all’Unione politica, e non di come farla. La questione non è, però, solo di parole. Il fatto è che in questo modo essi celano all’opinione pubblica, al mondo degli ideali e a quello degli interessi, ciò che stanno davvero facendo. Se insieme ai problemi della moneta e della difesa europee essi discutessero davvero anche quelli dell’Unione (cioè della democrazia europea), l’opinione pubblica non resterebbe inerte, come lo è attualmente per mancanza di informazioni, ma con i suoi interrogativi, le sue aspirazioni e i suoi orientamenti scatenerebbe un dibattito ben maggiore di quello che è in corso in Italia circa i problemi delle riforme interne. In sostanza i governi stanno prendendo decisioni europee di interesse capitale in modo antidemocratico. Non è dunque un caso se la materia reale del contendere riguarda praticamente solo alcuni problemi della difesa e della sicurezza e non anche, come era stato deciso a Roma, i problemi della cittadinanza europea e della democrazia europea.

Ma qual è il senso di una quasi Unione per quanto riguarda la moneta e la stessa sicurezza? In che modo sarà assicurata la coesione della Comunità nel più vasto quadro che sta per imporsi rapidamente sulla base degli accordi già intervenuti con i paesi dell’EFTA e con l’inevitabile, e di per sé auspicabile, ingresso nella Comunità di Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria? In che modo giocherà per l’Europa il fattore tempo che sta mettendo in questione addirittura la sopravvivenza dell’ex URSS, e sta portando il mondo sempre più vicino all’alternativa finale tra l’integrazione e la disintegrazione?

Alcuni governi si propongono di rispondere a questa sfida con la creazione di un piccolo esercito europeo a fianco della vera e propria difesa, che è ancora affidata agli eserciti nazionali, integrati o no nella NATO. Ma in questo modo portano l’impresa della costruzione europea sul terreno della divisione, perché continuano a riproporre la scelta tra una difesa europea autonoma o dipendente dagli USA prima ancora di avere la base per una difesa autonoma: un potere europeo. C’è un solo terreno sul quale si può unire davvero l’Europa: quello della democrazia europea, e del superamento del quadro nazionale come riferimento politico supremo.

In realtà bisogna misurarsi col problema storico di fondo, che non è quello del mondo monopolare, come si dice, ma del suo inevitabile fallimento se in un futuro non remoto la forza, attualmente illuminata, degli USA non sarà affiancata da quella dell’ex URSS che resti una effettiva potenza nucleare, e da un forte centro europeo; o almeno da questo, qualora fosse già troppo tardi per difendere l’unità dell’ex Unione Sovietica. E’ con questa misura che bisogna valutare che cosa l’Europa potrà fare nei prossimi anni se le sue strutture saranno ancora quelle attualmente esistenti e prevalenti in seno alle Conferenze intergovernative, o che cosa potrà invece fare se sarà dotata di un vero governo democratico. Ammettendo che l’Europa abbia virtualmente un potenziale di cento, è certo che oggi, essendo ancora divisa sul terreno politico, essa non ne sfrutta che una minima parte. Questa constatazione diventa ancora più grave quando si tenga presente che, più che un potenziale di egemonia, l’Europa ha un potenziale di unificazione interno ed esterno sufficiente per indirizzare il mondo verso la democrazia internazionale e non verso le egemonie e i vecchi rapporti di forza.

2. Per affrontare il problema del che fare non ci si può limitare a considerare se si otterrà o no, in questo o in quel campo, qualche piccolo progresso. Fino ad oggi la costruzione europea è vissuta al riparo dell’Alleanza atlantica e del mondo bipolare, e ciò rendeva possibile e positiva anche una crescita lenta dell’unificazione. Adesso invece la Comunità può progredire solo se diventa uno dei fattori principali dello sviluppo del nuovo sistema mondiale. Per dare un ordine a sé stessa, deve contribuire a dare un ordine ai paesi dell’Europa dell’Est e all’ex Unione Sovietica; e ristabilire, su questa base, i suoi rapporti con gli USA e il Giappone. Se non ci riuscirà, registreremo non solo il fallimento di una politica, ma dello stesso tentativo di unificazione. Sia il fallimento della Comunità, sia la sua riuscita hanno già, del resto, una forma precisa: la diluizione della Comunità in una grande area di libero scambio incapace di tenuta politica in un mondo che starebbe disintegrandosi, o la democrazia europea subito, senza ulteriori indugi.

Questo è il punto fondamentale. Alcuni governi sembrano pensare che si potrebbe avere un progresso reale dell’unificazione con la creazione della moneta europea dopo il 1997, con l’impegno a sviluppare una piccola forza europea d’intervento, estendendo con prudenza i poteri di codecisione del Parlamento europeo, o con altre misure di questo genere, che si ispirano alla politica dei piccoli passi. Ma tutti sanno che si può fare una grande politica solo quando si ha il consenso specifico di una maggioranza popolare. E tutti devono ammettere ormai, come molti Capi di Stato e lo stesso Delors non cessano di ripetere ma senza provvedere, che la Comunità o fa una grande politica o scompare. Fermi restando il mercato unico, la moneta europea, l’impegno sul terreno della sicurezza e un ampliamento adeguato della codecisione legislativa, bisogna aggiungere: a) che la nomina della Commissione europea e il suo programma di governo devono essere sottoposti al voto di fiducia del Parlamento europeo; b) che è necessario rendere generale il principio delle decisioni a maggioranza in seno al Consiglio europeo e al Consiglio dei Ministri; c) che è indispensabile l’intervento costituzionale del Parlamento europeo.

Un consenso generico come quello che in realtà esiste in Europa non basta più. Anche le dittature possono a volte avere il favore dell’opinione pubblica. Ciò che occorre all’Europa è invece il consenso determinato per una politica determinata in un dibattito aperto. Nessun altro mezzo può unire l’Europa ed esprimere interamente tutto il suo potenziale. Un progresso nel settore della difesa e della sicurezza che non fosse accompagnato dalla creazione di un governo democratico, non renderebbe l’Europa più sicura ma meno sicura di un’Europa ancora priva di competenze difensive specifiche ma già gestita in modo democratico. Che la costruzione dell’Europa debba ancora continuare dopo la scadenza delle Conferenze intergovernative è un fatto. Ciò che si tratta di capire è tuttavia che questo progresso, che comporta ormai l’assunzione di scelte strategiche nel quadro mondiale, può basarsi solo su un’Europa che abbia già istituzioni democratiche.

3. Vale ormai a scadenza immediata l’alternativa fissata nel Manifesto di Ventotene: o il progresso con la democrazia europea, o il regresso se i popoli e i partiti resteranno prigionieri delle sovranità nazionali. In realtà la svolta di fronte alla quale si trova la Comunità è anche, nello stesso tempo, la svolta di fronte alla quale si trova la democrazia. La superiorità della democrazia ha ricevuto una conferma storicamente grandiosa con il rovesciamento dei regimi tirannici nell’Europa dell’Est e con il tentativo di democratizzazione della stessa Unione Sovietica. Ma non bisogna dimenticare che la democrazia è sulla difensiva nei paesi dove si è da tempo affermata, è in difficoltà negli stessi paesi dell’Europa dell’Est e su molti fronti viene indebolita, umiliata o calpestata dalla ripresa del nazionalismo. Per prosperare la democrazia deve dimostrare di saper avanzare, e la via sulla quale ora può davvero avanzare è solo quella della sua estensione graduale alle relazioni internazionali. Il problema dell’unità europea è uno dei grandi problemi mondiali proprio perché in Europa è possibile fare il primo tentativo e il primo esperimento di democrazia internazionale. Il mondo è davvero di fronte alla prospettiva dell’integrazione o della disintegrazione. Ciò che deve ancora imparare è che questa è l’alternativa tra il federalismo e il nazionalismo. L’umanità è di fronte a problemi terribili e la democrazia deve ancora dimostrare di saper raggiungere un livello ragionevole di libertà e di uguaglianza non solo tra gli individui ma anche tra i popoli; e deve anche dare la prova di saper garantire la pace permanente. Solo su questa via sarà possibile riavvicinare la politica ai cittadini, e ritrovare la fiducia nel pensiero politico e nella sua capacità di costruire il futuro.

4. Ciascuno dei dodici governi della Comunità può, in ipotesi, ammettere – come del resto molti statisti fanno – che quanto affermano i federalisti è vero, ma che purtroppo le decisioni europee di grande rilievo non dipendono dai governi come singoli, presi a uno a uno, ma dall’espressione della stessa volontà, nello stesso momento, da parte di tutti i governi, cioè da una circostanza difficile e fortuita. In parte ciò è vero, ed è proprio per questo che la battaglia europea è difficile. Ma in parte soltanto, perché l’Europa, nonostante ciò, ha progredito. Perché ci sia davvero la lotta per l’Europa, ciò che conta è che un governo – o un gruppo di governi – sappia proporre obiettivi europei la cui ragionevolezza e necessità si impongano come una evidenza In questo caso anche i governi mal disposti sono costretti, sotto la pressione dell’opinione pubblica e la spinta degli interessi e degli ideali, a marciare. E’ così che è nata la Comunità, ed è così che ha superato le grandi svolte della sua costruzione. Ciò è quanto il MFE, come sezione italiana dell’UEF, chiede all’Italia; e quanto, insieme con l’UEF, chiede agli altri governi. Il compito dell’Italia è duplice: per un verso essa deve contribuire alla formazione della democrazia europea perché può restare in Europa solo se l’Europa c’è; per l’altro, deve risanare la sua situazione interna. Compiti di questo genere non possono essere realizzati da un solo partito ma da tutta la nazione, sia che essa si esprima con un governo comune di tutti i partiti, sia con un governo e un’opposizione concordi sulla questione essenziale, l’Europa.

Già in passato l’Italia, per merito di De Gasperi e di Spinelli, è riuscita ad imporre ai paesi che con essa stavano costruendo l’esercito europeo il tentativo di costruire parallelamente una Comunità politica elaborata da un’Assemblea di carattere costituente (Assemblea ad hoc). La situazione oggi è immensamente più favorevole ed è certo, tenuto conto anche dell’orientamento della Germania, del Belgio, dell’Olanda e, sia pure con difficoltà maggiori, della stessa Francia, che l’Italia può vincere la battaglia per la democrazia europea subito, già a Maastricht, oppure nell’immediato dopo Maastricht.

Ma devono impegnarsi non solo i governi, devono impegnarsi anche i partiti, che allo stato dei fatti sono ancora inerti, come devono impegnarsi anche gli organi di informazione e tutti gli uomini di buona volontà. L’Europa è a portata di mano e l’avremo solo se sapremo volerla.

 

Mario Albertini

 


* Documento elaborato dal Presidente del Movimento federalista europeo, Mario Albertini, nell’ambito della «Campagna per un’Europa democratica capace di agire», e approvato dal Comitato Centrale del MFE del 26 ottobre 1991.

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