Anno XXXI, 1989, Numero 2, Pagina 125

 

 

PROPOSTA DI TESI PER IL XIV CONGRESSO NAZIONALE DEL MFE*
 
 
1. Verso un nuovo pensiero.
 
Il genere umano si trova di fronte ad una svolta storica di ampiezza inaudita. E’ in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Gli uomini possono portare ad un livello mai raggiunto la loro libertà, la loro eguaglianza, la loro fraternità, o scomparire. E’ ormai necessario un pensiero politico nuovo, che sia dettato dall’esame di questa situazione radicalmente nuova. Più chiaramente: bisogna integrare il pensiero politico tradizionale, che ci consente di analizzare le forme già acquisite di vita sociale, con un pensiero del nostro tempo, che sappia delineare le forme nuove che la vita pubblica deve assumere per fermare la corsa cieca verso l’abisso e ritrovare la capacità di progredire.
L’esigenza di un pensiero nuovo è universalmente ammessa. E’ universalmente ammesso, in particolare, che i maggiori problemi di tutti i paesi non hanno più soluzioni nazionali ma solo continentali e mondiali. Ma quando si passa dall’esame dei singoli problemi a quello dell’azione politica nel suo corso e nei suoi progetti, questa visione sovrannazionale scompare, e si prendono in considerazione, e si ritengono possibili, solo azioni nazionali condotte con forze nazionali e miranti, al massimo, a compromessi internazionali. A causa di ciò, quando si pensa per agire, cioè si pensa davvero, questi problemi, ivi compreso quello della sopravvivenza del genere umano, scompaiono addirittura dal campo visuale, o vengono esaminati con i criteri deformanti della politica estera, cioè con il vecchio pensiero della politica di forza che non consente nemmeno di capire che la loro soluzione esigerebbe la possibilità di deliberazioni comuni da parte di tutte le persone coinvolte nelle stesse vicende, cioè la creazione della democrazia internazionale.
L’Europa e il mondo hanno già conosciuto il significato tragico della mancata comprensione dei termini della situazione storica nella quale stavano operando. Il fascismo, il nazismo, lo stalinismo e la seconda guerra mondiale sono stati proprio le conseguenze dell’aver applicato criteri vecchi, quelli nazionali, a fatti nuovi, che solo a fatica potevano essere costretti entro il quadro puramente nazionale. Ora, noi corriamo un rischio analogo, e di proporzioni ben maggiori. Finalmente si parla della crisi delle ideologie, o, con più precisione, dei limiti delle ideologie tradizionali, dal liberalismo al marxismo; e della impossibilità di acquisire la conoscenza della situazione storica che stiamo vivendo con questi vecchi quadri di riferimento. Ma siamo soltanto a mezza strada perché questa coscienza critica non produce ancora il quadro di riferimento storico necessario per ricostruire il pensiero politico a partire da ciò che è in gioco oggi, e non da ciò che era in gioco nel tempo nel quale si sono formate le vecchie ideologie.
A questo riguardo, tuttavia, si è acceso un barlume. Il vento nuovo della storia, in concreto le conseguenze politiche dello sviluppo tecnologico e della crescente interdipendenza di tutte le azioni umane, ha finalmente investito gli USA e l’URSS, cioè le grandi potenze sulle quali gravano ancora le maggiori responsabilità. Accanto alla concezione della distensione tradizionale si è fatta luce con immagini nette, nel pensiero di Gorbaciov, l’idea di una nuova distensione come pacificazione organizzata del genere umano. Il pensiero si sta così portando sul terreno che deve essere analizzato, e sul quale bisogna agire per risolvere i maggiori problemi dell’umanità, a cominciare da quello ecologico. Va dunque detto, senza badare a chi non crede che la politica possa ritrovare la sua grandezza, che questo terreno è federalistico.
Il problema centrale, quello della pace, al livello cui lo porta Gorbaciov quando afferma che non riguarda la lotta di classe ma l’azione concorde di tutti gli uomini e di tutti i popoli, prefigura uno sviluppo politico che diventa chiaro solo se viene concepito come la lotta per unire politicamente il genere umano con una azione politica progressiva che giunga sino all’attribuzione di un comune potere democratico a tutti gli uomini, considerati come una unità, senza con ciò distruggere i poteri democratici esistenti o da creare, a livello nazionale e continentale e ad ogni altro livello autonomo della vita sociale.
Solo con l’idea di questo cammino e con la scienza costituzionale del federalismo — l’allargamento dell’orbita del governo democratico da uno Stato a un insieme di Stati — si può indirizzare gradualmente l’azione di tutti verso la formazione dei nuovi poteri necessari, alla base e al vertice, per risolvere i problemi della sopravvivenza e del progresso del genere umano. Non si tratta di eliminare dalla scena le nazioni, né di annullare le conquiste del grande sviluppo del pensiero politico dal liberalismo al socialismo. Si tratta di unire le nazioni unendo gli uomini, col solo vincolo democratico internazionale possibile, quello federalistico. Si tratta di applicare le ideologie tradizionali alle forme di vita pubblica già esperimentate, e di costruire un mondo nuovo conducendo, con il federalismo come criterio di conoscenza e di azione, la lotta per la democrazia internazionale e la sua graduale estensione a tutto il genere umano. La democratizzazione delle relazioni internazionali o significa questo o non significa nulla.
L’Europa ha, a questo riguardo, una speciale responsabilità perché si trova già al crocevia tra il vecchio mondo delle nazioni armate l’una contro l’altra e il nuovo mondo. Con le dodici nazioni della Comunità, o con le sei che l’hanno fondata più quelle che sono disposte a svilupparla, in Europa si può fare sin da ora la prima esperienza di democrazia internazionale. I cittadini della Comunità hanno già il diritto di voto europeo. Basta dunque rispettare i principi della democrazia, e dare ai cittadini che votano il potere di scegliere la politica della Comunità, per realizzare la prima esperienza storica di libero governo di una società di libere nazioni, ciascuna delle quali possa difendere i suoi interessi con il diritto e non con la forza. L’Europa è, nel contempo, la parte del mondo nella quale, a causa dell’incapacità degli Stati nazionali di difendersi da soli, si sono manifestate, perdurano, e possono essere eliminate solo unendo le nazioni, le conseguenze estreme della politica del passato, la politica di forza. E’ in Europa che questa politica ha raggiunto il livello della follia con i piani strategici fondati sulle armi nucleari, con la prospettiva della mutua distruzione assicurata, con i blocchi militari e con la corsa incessante verso armi sempre più distruttive.
In Europa c’è dunque la situazione che può provocare la nascita di un nuovo modo di fare e di pensare la politica. Ma va superata l’ultima insidia, più comune di quanto non si creda, che sta nel riconoscere l’esigenza di un nuovo pensiero, ma non quella di una nuova volontà, restando così confusamente prigionieri, di fronte ad ogni questione di fatto, dei vecchi riti e delle vecchie formule che l’animo, impreparato, non sa né abbandonare né distruggere. E’ questa la situazione nella quale si trovano ancora i partiti, nonostante il riconoscimento della crisi delle ideologie. Per questa ragione il MFE — che è stato fondato da Altiero Spinelli durante la seconda guerra mondiale proprio sulla base della percezione dei limiti storici del liberalismo, della democrazia nazionale e del marxismo — ha deciso di precisare, con il suo XIV Congresso, quali sono le questioni da esaminare, per rendere il pensiero e la volontà capaci di affrontare la sfida del nostro tempo. Su questi temi il MFE svilupperà un dialogo serrato con le forze politiche e sociali, cominciando dalla base, senza desistere sino a che ogni forza non si sia pronunciata.
La prima questione riguarda il modo di concepire l’alternativa. Se con questo termine si intende non il semplice avvicendamento degli uomini o dei partiti al potere, ma l’introduzione del nuovo nel processo storico, allora ciò che va messo a fuoco è il fatto che in Italia, come negli altri paesi della Comunità, l’alternativa politica ha ormai assunto una dimensione europea e mondiale. La seconda questione riguarda la politica europea e il suo rapporto con la politica nazionale. E’ una questione che deve essere posta, e deve diventare centrale nel dibattito politico, perché il buon governo dell’Italia — come degli altri paesi europei — esige non solo una buona politica interna e una buona politica estera, ma anche, e soprattutto, una buona politica europea che sappia servire gli interessi dei cittadini nei due settori fondamentali della difesa e dell’economia, che non possono più essere governati nel teatro nazionale. La terza questione è quale deve essere, hic et nunc, la politica europea dell’Italia. Se si tiene presente che l’Italia è il solo paese nel quale tutti i partiti sono favorevoli ad uno sviluppo federale della Comunità, allora è chiaro che l’Italia può e deve contrapporre alla battaglia di retroguardia del governo inglese contro l’apertura delle frontiere, la moneta europea e l’armonizzazione fiscale, una battaglia d’avanguardia per il conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo; e tenere bene il fronte, per mobilitare le forze europee negli altri paesi, con la tempestiva approvazione in seconda lettura della legge costituzionale per associare alle elezioni europee di giugno un referendum sul mandato costituente. La quarta questione riguarda la collocazione della politica europea nella politica mondiale. Essa può essere descritta distinguendo la distensione tradizionale dalla distensione innovativa, e deve essere messa a fuoco per ciò che è: l’alba di una nuova era, nella quale il compito supremo sarà quello di dare una dimensione mondiale ai valori della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità.
 
2. La dimensione europea e mondiale dell’ alternativa politica.
 
L’Italia non ha mai conosciuto in forma compiuta e stabile la funzione dell’alternativa nella sua normale espressione democratica, cioè come esito ricorrente della contrapposizione di un programma alternativo a quello, in corso di esecuzione, di un governo. A causa di ciò, il problema dell’alternativa di governo ha posto il problema — che ritorna ciclicamente sulla scena — dell’alternativa come fatto istituzionale, con la quale non si tratta più di mettere a confronto due programmi di governo, ma di contrapporre al sistema istituzionale in atto — che non consente la normale logica delle alternative — un sistema istituzionale che la consenta. E a questo punto, secondo l’opinione corrente, la questione sarebbe definita. Ma in realtà non lo è.
In effetti, ciò che va considerato è che l’avvicendamento degli uomini e dei partiti al potere, quando non sia un fatto patologico, non è fine a sé stesso, non è un gioco che si esaurisce nell’ambito della classe politica, ma un mezzo istituzionale per rendere trasparente e normale il cambiamento politico; in concreto, il mezzo per far cadere le situazioni di potere che bloccano lo sviluppo della società impedendo la soluzione dei problemi che a volta a volta si pongono, e sostituirle con situazioni di potere che consentano di risolvere i problemi in questione e di far avanzare la società. Ma questo è proprio il fatto che non si manifesta in Italia (con le conseguenze che tutti denunciano: immobilismo, trasformismo, sfiducia dei cittadini nella politica) per una ragione che tutti conoscono, ma senza tirarne le conseguenze: i maggiori problemi dell’Italia, a cominciare da quelli che ne mettono in gioco l’autonomia (difesa e indirizzo del processo economico) non possono trovare soluzione entro il quadro nazionale. Per questo le alternative non riescono o, nella misura deformata con la quale si producono, girano a vuoto. Per questo lo Stato nazionale è davvero superato. Per questo anche una ricomposizione dei partiti non basterebbe e va dunque proiettata, come la stessa alternativa, nel quadro europeo.
Orbene, il fatto da mettere a fuoco è che l’alternativa europea — e con essa la soluzione del problema istituzionale italiano — è sul campo. In effetti la situazione dell’Italia, e degli altri Stati europei, sta per mutare radicalmente. Essendo ormai irreversibile la marcia verso il mercato unico, si pone in termini drastici un’alternativa secca: o costruire insieme all’unità economica dell’Europa anche quella monetaria e quella politico-istituzionale, o rassegnarsi sin da ora ad una gigantesca deregulation che penalizzerebbe le parti più deboli della società europea, e renderebbe praticamente impossibile il controllo ecologico dell’economia.
E queste non sarebbero le sole conseguenze. Senza un potere democratico europeo l’Europa, e l’Italia con essa, non potrebbero né competere civilmente con il Giappone e gli USA, né contribuire alla riforma del sistema monetario internazionale, né imprimere una spinta poderosa al processo di emancipazione dei paesi del Terzo mondo né sostenere fino in fondo lo sviluppo della nazione araba nel contesto della riconciliazione tra lo Stato palestinese e Israele, né, infine, giocare tutte le carte in suo possesso per la realizzazione di una Europa pacifica dall’Atlantico agli Urali, per il rinnovamento dell’Europa dell’Est e per la democratizzazione dell’Unione Sovietica. Direttamente o indirettamente, sono in gioco tutte le grandi opzioni del nostro tempo: la pace, il controllo ecologico della Terra, lo sviluppo economico, sociale e morale di tutti gli uomini. Ma sono in gioco solo per un potere europeo, non per un potere italiano che, se dovesse contare solo su sé stesso, non potrebbe nemmeno evitare la deregulation selvaggia del mercato europeo e le sue gravi conseguenze politiche e sociali.
Si impone comunque una conclusione. Non siamo solo di fronte ad una alternativa di governo, e nemmeno di regime, ma ad una vera e propria alternativa di comunità. Per vivere in modo autonomo, ed assicurare l’avvenire dei suoi cittadini, l’Italia deve cessare di essere una comunità nazionale esclusiva, e diventare una comunità nazionale aperta nel quadro di una effettiva comunità europea.
 
3. Politica nazionale e politica europea.
 
L’espressione «politica europea» è ambigua. Se viene usata a proposito di uno Stato che non appartiene alla Comunità europea essa designa una cosa del tutto ovvia: la politica estera di quello Stato in un ambito determinato (l’Europa). Se viene invece usata a proposito di uno Stato della Comunità, essa designa una cosa tutt’altro che ovvia: una politica distinta dalla politica interna e da quella estera, che insieme compongono la politica nazionale. La sfera d’azione della politica europea è nota. Si tratta della partecipazione alla gestione della Comunità, del perseguimento dell’unità europea, del disegno istituzionale per la costruzione dell’Europa, ecc. Ma il carattere di questa politica resta in realtà poco noto fino a che non si sa ancora né dove collocarla, né quali siano la sua origine, la sua natura e i suoi sbocchi.
In estrema sintesi, l’origine della politica europea può essere descritta nel modo seguente. Alla fine della seconda guerra mondiale, quando si posero i problemi della ripresa economica e della scelta del nuovo assetto da dare alla difesa, molti Stati europei si trovarono di fronte ad una situazione obbligata. Per loro c’era una sola via: accettare la protezione americana e, al riparo di questo scudo, organizzare l’economia e la difesa nel solo quadro adeguato: quello europeo. Gli Americani si resero conto di questa situazione prima ancora degli stessi Europei ed offrirono subito la loro protezione. Gli Europei esitarono. I loro governi cercarono confusamente vie nazionali. De Gaulle si recò addirittura a Mosca per ristabilire l’alleanza franco-russa in funzione antitedesca. Ma tutto rientrò rapidamente nell’unico ordine possibile, quello euro-americano. Gli Europei riconobbero la necessità di prendere le decisioni più importanti circa la difesa, la moneta e il controllo dell’economia nel quadro europeo, o tenendone conto, e così impressero alla loro storia una nuova direzione che perdura tuttora.
Ciò comportò tre conseguenze di grande rilievo. Una è che il fondamento ultimo del potere degli Stati si spostò nettamente dal quadro nazionale a quello europeo, con una valenza che risulta subito chiara se si tiene presente che da allora non ci sono più, nel senso strategico del termine, una difesa francese, una italiana, ecc. ma una sola difesa europea. L’altra è che, a causa di ciò, si dovette affiancare alla politica nazionale (concepita e realizzata nel contesto nazionale) una politica europea (concepita e realizzata nel, o per, il contesto europeo, in collaborazione con gli altri Stati). La terza è che la politica europea, nella misura in cui genera una situazione nella quale dove ci sono i governi non c’è più la difesa, e dove c’è la difesa non c’è ancora un governo (considerazioni analoghe valgono per la moneta ecc.), crea un vuoto di potere — solo in parte coperto dall’egemonia americana — che deve essere colmato. La storia dell’unificazione europea è, oggettivamente, la storia del tentativo di colmare questo vuoto: una storia imposta dalle cose più che dalla volontà dei partiti e guidata, di fatto, dall’avanguardia federalista.
In quanto tale, questo vuoto di potere può (e poteva) essere colmato solo in due modi: con un governo europeo di carattere federale, o con un processo verso questo sbocco federale come mezzo concreto per far convergere la politica degli Stati. Queste soluzioni, entrambe di carattere federalistico, si sono effettivamente fatte valere fin da quando il vuoto di potere si è manifestato, e ha creato la possibilità di perseguire l’obiettivo dell’unità europea. La prima soluzione, quella per la quale si è battuto Altiero Spinelli, pone la federazione all’inizio, nel senso che la concepisce come il traguardo di una lotta di carattere costituzionale, e non come l’esito di un processo graduale di costruzione dell’Europa, a parere di Spinelli impossibile perché il potere indispensabile per l’esistenza di un governo federale non si può trasferire per gradi dalle nazioni all’Europa: si trasferisce o no. La seconda soluzione — che per lungo tempo ha tenuto il campo — è quella perseguita da Jean Monnet. Per disporre di una terminologia con la quale designarle, si può parlare di un federalismo debole di Monnet, nei confronti di un federalismo forte di Spinelli. L’espressione si giustifica osservando che la strategia di Monnet, nella misura in cui colloca il potere federale alla fine di un processo graduale, e non prevede un governo europeo come motore di questo processo, può essere condotta solo con un meccanismo intergovernativo (come quello effettivamente creato da Monnet, la Comunità) e quindi solo con la mobilitazione di forze nazionali interessate a soluzioni europee.
Il vantaggio della strategia di Monnet è che può impegnare le forze attive nelle nazioni senza porre la pregiudiziale costituzionale. Resta così pienamente sfruttata la politica europea degli Stati nella sua espressione normale, cioè quando gli obiettivi europei sul tappeto non richiedono un trasferimento di poteri sovrani, e quindi la coincidenza tra politica nazionale e politica europea, inevitabile perché hanno lo stesso oggetto, si trova nelle fasi in cui è la politica nazionale a determinare gli obiettivi di quella europea. Lo svantaggio di questa strategia sta nel fatto che non può essere condotta in modo democratico perché richiede decisioni europee che non sono più controllate dai parlamenti nazionali e non sono ancora controllate dal Parlamento europeo (deficit democratico della Comunità). Sta inoltre nel fatto che è una strategia per tenere l’unità europea sul campo, ma non per portarla a compimento. In effetti essa è nulla (come si dovette constatare quando si cercò di costruire l’esercito europeo per evitare la rinascita di quello tedesco) quando gli obiettivi europei sono tali da richiedere un trasferimento di poteri sovrani all’Europa.
Basta rovesciare questa analisi per stabilire quali siano i vantaggi e gli svantaggi della strategia di Spinelli. I vantaggi derivano dal fatto che con il potere federale all’inizio sarebbe stata la democrazia europea a determinare modi, forme e tempi dell’unificazione europea. Lo svantaggio sta nella estrema difficoltà di convocare una costituente all’inizio del processo, con i partiti ancora strettamente legati ai poteri nazionali. Va in ogni modo ricordata una considerazione decisiva. Quando gli obiettivi europei non sono perseguibili senza un trasferimento di poteri sovrani, e quindi si tratta dei casi nei quali si può vincere la battaglia per l’Europa, la sola strategia valida è quella di Spinelli. In sostanza la strategia di Spinelli mette in evidenza la fase in cui, nella coincidenza di politica europea e politica nazionale, è la politica europea a determinare gli obiettivi europei della politica nazionale. In questo momento, col ‘92 alle porte, siamo di nuovo, dopo il Patto della CED, in una fase di questo genere.
 
4. La politica europea dell’ Italia.
 
Il problema della politica europea dell’Italia è diventato cruciale, anche se manca ancora la coscienza di questa situazione. Riprendendo osservazioni già in parte svolte, possiamo dire che il dibattito politico italiano non riesce ancora a tener conto del fatto che l’Italia si trova di fronte ad un tornante della sua storia che richiede decisioni europee e non solo italiane. C’è un processo, praticamente irreversibile, verso l’unità economica. C’è un processo, molto consistente, verso l’Unione monetaria. Si tratta dunque di scegliere quale dovrà essere l’assetto politico del mercato europeo. Ma sul campo c’è per ora una sola volontà, un solo progetto tenacemente perseguito, quello del governo inglese,che vorrebbe affidare il controllo del mercato europeo a poteri già esistenti: quelli degli Stati nazionali più forti e quelli dei grandi gruppi economico-finanziari organizzati su scala europea e mondiale.
I partiti democratici, che pure sono, per la loro stessa natura, radicalmente ostili a uno sbocco politico di questo genere, non si battono però ancora, o non si battono abbastanza, per la sola alternativa possibile, la costituzione del potere democratico europeo indispensabile per regolare l’economia europea. Se e quando questo potere ci sarà, si potrà parlare di governi europei di destra o di sinistra. Ma fino a quando l’esecutivo della Comunità continuerà a non dipendere dal Parlamento europeo, cioè dagli elettori europei, non ci potrà essere nulla di questo genere, e tanto meno l’Europa sociale, come quella della sicurezza e così via, che talora vengono incredibilmente rivendicate senza rivendicare nel contempo un potere democratico europeo.
Questi orientamenti contraddittori dipendono dal fatto che i partiti non riescono ancora a vedere con chiarezza l’alternativa di fronte alla quale si trovano: o un governo europeo per regolare all’interno, e rappresentare all’esterno, l’economia europea, o un’economia europea senza testa e senza democrazia, vale a dire un grave aumento del deficit democratico della Comunità, e lo spaventoso vuoto di potere in Europa e nel mondo determinato dall’esistenza di un mercato moderno di 320 milioni di abitanti non regolato all’interno e non rappresentato sul piano internazionale. Non occorre dimostrare quali sarebbero i pericoli di una follia di questo genere in un mondo come il nostro, che deve affrontare persino il problema della sua sopravvivenza.
E’ per queste ragioni che bisogna provocare un salto di qualità nella politica europea degli Stati nel senso di un federalismo forte. E a questo riguardo c’è una speciale responsabilità dell’Italia, perché l’Italia è il solo paese che può prendere l’iniziativa per un salto di qualità verso il federalismo forte in un numero sufficiente di paesi, come già fece tra il 1951 e il 1953 quando ottenne la convocazione dell’Assemblea ad hoc per preparare lo statuto della Comunità politica. Quanto al primo punto — un salto di qualità verso il federalismo forte — basta ricordare, per rendersi conto della sua necessità, che i governi si sono proposti di costituire l’Unione sin dal 1972, ma non ci sono riusciti. Quanto al secondo punto — la responsabilità italiana — basta ricordare che l’Italia è il solo paese nel quale tutti i partiti sono favorevoli ad attribuire un mandato costituente al Parlamento europeo, e nel quale questo orientamento ha cominciato a trasformarsi in una scelta politica effettiva con il primo voto della Camera e del Senato a favore di una legge costituzionale per associare all’elezione europea un referendum circa il mandato costituente.
In quasi tutti i paesi della Comunità una grande maggioranza di cittadini è favorevole a un governo europeo, al mandato costituente e a un referendum europeo. Ma nessun governo osa fare il primo passo. Con il voto definitivo della legge a questo riguardo l’Italia, dimostrando che uno Stato può volere la Costituente europea, libererebbe il grande potenziale europeo esistente ovunque, e che resta bloccato proprio dal fatto che in genere non si crede che gli Stati possono effettivamente manifestare la volontà di attribuire un mandato costituente al Parlamento europeo. L’Italia può, e dunque deve, far cadere questo blocco mentale mantenendo con fermezza e con tenacia la posizione costituzionale europea e sostenendola con lo stesso vigore con il quale il governo del Regno Unito sostiene la posizione contraria. Se un grande dibattito di questo genere nascerà in Europa, si raggiungerà certamente il numero di Stati sufficiente per rendere effettiva l’attribuzione di un mandato costituente al Parlamento europeo.
 
5. L’alba di una nuova era.
 
E’ difficile scrutare il futuro. Ma un punto è chiaro. Il problema maggiore che, sia pure in diversa misura, deciderà della soluzione di tutti gli altri, è quello della distensione. Per dare un senso preciso a questa valutazione è però necessario fare una distinzione concettuale tra distensione tradizionale e distensione innovativa. Si può, schematicamente, considerare «tradizionale» una distensione che resti, come visione e come prassi, nel vecchio contesto della politica di potenza e del fondamento della sicurezza sulla forza, sia pure cercando di farla valere con moderazione e prudenza e di tener conto non solo dei suoi aspetti militari, ma anche dei suoi aspetti economici, politici, culturali, morali, ecc. Il limite teorico e pratico di questo tipo di distensione è che non sa vedere, né sviluppare con nuove concezioni politiche e nuove istituzioni, ciò che vi è di radicalmente nuovo nell’evoluzione umana circa il fattore della forza nella determinazione della condotta politica. E’ perfettamente vero, infatti, che l’invenzione delle armi nucleari — come, d’altra parte, il rischio di una catastrofe ecologica — ha mutato in modo drastico la base sulla quale si sono retti sinora la politica e il diritto. Si può invece considerare come «innovativa» una distensione che cerchi di superare sin d’ora, per quanto è già possibile, la politica di potenza mediante la sostituzione della difesa tradizionale (difensiva e offensiva) con una «difesa difensiva» (incapacità strutturale di offendere); e, in correlazione con ciò, di fondare la sicurezza di ogni Stato sul perseguimento della sicurezza altrui mentre provvede alla propria (sicurezza reciproca). Ciò che si intravvede, con questo tipo di distensione, è l’alba, ancora vaga eppure già delineata, della più grande rivoluzione della storia umana (in quanto tale capace di portare a compimento, e di unificare, tutte le rivoluzioni precedenti): la pace fondata sul diritto e sull’uguaglianza di tutti i popoli e di tutti gli uomini.
Per spingere lo sguardo sino a questo punto bisogna partire da questa osservazione: pur essendo nettamente distinte, queste due forme di distensione non si escludono a vicenda. In effetti, fino all’avvento di un governo mondiale non potrà non esserci che una sorta di mescolanza — fondata su obiettivi parzialmente comuni — fra questi due modi di concepire e di attuare la distensione. La ragione è ovvia. Fino a quando esisteranno eserciti nazionali — e quindi la sicurezza si baserà anche sull’uso nazionale della forza — la distensione innovativa potrà conseguire i primi risultati se, e solo se, avrà successo nel contempo anche la distensione tradizionale, e si manifesterà pertanto, sulla base di equilibri ragionevoli, la possibilità di accordi su questioni intermedie utili per i sostenitori di entrambe le tendenze.
Va tuttavia precisato che lo sviluppo della distensione innovativa richiede anche altri presupposti. Con le sue regole così difficili da applicare (difesa difensiva e sicurezza reciproca) questa forma di distensione potrà essere abbracciata da forze sufficienti, e farsi strada fra i governi, se, e solo se: a) la politica internazionale favorirà in misura crescente lo sviluppo economico, sociale e culturale di tutti i popoli della Terra, rendendo sempre più difficile l’avvento al potere negli Stati di classi dirigenti decise ad usare senza scrupoli la forza nella politica interna ed estera, e se: b) con il suo sviluppo, questa politica acquisterà davvero, nel modo di pensare di masse crescenti di individui, il carattere di processo di superamento irreversibile della politica di potenza, e quindi anche quello del cammino verso il suo assetto definitivo: l’unità politico-istituzionale del genere umano. In ogni altro caso il mondo non potrebbe restare in bilico tra la sicurezza con la forza e la sicurezza con la fiducia reciproca, e avanzare verso il solo obiettivo che può eliminare per sempre la forza nei rapporti tra gli Stati: la Federazione mondiale.
Se — come è necessario per realizzare davvero l’unità economica, e mantenerla nel tempo — l’Europa del 1992 diventerà una entità politica capace di agire, allora la prima fase della distensione innovativa — che ha ormai una base solida nell’Unione Sovietica e un buon puntello negli USA — potrà effettivamente aver luogo e dar prova di sé. Valgono, a questo riguardo, tre osservazioni. La prima è che la tela della distensione come innovazione si può tessere, per ora, soprattutto in Europa, dove si tratta in effetti di superare gradualmente i blocchi, di trasformare gli eserciti in eserciti puramente difensivi e di stabilire le prime regole della sicurezza reciproca.
La seconda osservazione è altrettanto realistica perché si basa sulla stessa ragion di Stato di un’Europa costituita, per la quale il passaggio dall’attuale situazione politico-militare a un sistema di sicurezza reciproca con eserciti puramente difensivi ridotti al minimo comporterebbe questi vantaggi: a) la scomparsa delle armi nucleari dal suo suolo, la fine dei pericoli e dei danni provocati dalla diffidenza reciproca tra i paesi della NATO e quelli del Patto di Varsavia e la liberazione di ingenti risorse, che potrebbero essere destinate a fini più degni; b) la possibilità di realizzare una profonda intesa economica e politica con l’Unione Sovietica e con l’Europa dell’Est, favorendo così la loro democratizzazione; c) la possibilità di sviluppare i rapporti di interdipendenza tra le due Europe, e tra l’Europa, l’Unione Sovietica, l’Africa e i paesi arabi, con piani di collaborazione e di aiuti che darebbero vita ad un mercato provvisto di incalcolabili potenzialità di vero progresso, ecologicamente controllato. La terza osservazione riguarda il fatto che, con una federazione di libere nazioni nella stessa sede storica nella quale si è formata l’idea moderna di nazione, l’Europa trasformerebbe il pensiero politico aggiungendo al concetto di democrazia nazionale quello di democrazia internazionale e rendendo pensabile l’idea della sua estensione a tutte le famiglie del genere umano.
Ciò non significa che l’Europa eserciterebbe un primato, una leadership. Se la distensione innovativa si svilupperà, ad uno ad uno tutti i nodi del processo di unificazione del genere umano verranno al pettine, e a volta a volta ciascuno Stato giocherà un ruolo strategicamente decisivo, fino al momento nel quale tutti i popoli della Terra non avranno raggiunto, con la situazione della pace perpetua nell’uguaglianza, l’ordine della ragione che ha trovato la sua più alta espressione nel pensiero politico di Kant.

 

 


* Testo presentato da Mario Albertini al XIV Congresso nazionale del Movimento federalista europeo, svoltosi a Roma dal 3 al 5 marzo 1989.

 

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