Anno L, 2008, Numero 3, Pagina 215

 

 

APPUNTI SULLO STATO DEL FEDERALISMO EUROPEO E SULLA NECESSITA’
(E DIFFICOLTA’) DI RI
LANCIARLO
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Per cercare di cogliere il significato della nostra esperienza come militanti del MFE e dell’UEF, possiamo partire da due constatazioni. La prima è che siamo gli eredi del passaggio da un federalismo utopico (quello di Proudhon), o istituzionale (quello di Hamilton) o fondato su un comportamento politico individuale (Spinelli) ad un federalismo scientifico e fondato su un comportamento politico attivo di movimento organizzato (grazie ad Albertini). La seconda constatazione è che quest’ultimo comportamento è tuttora un esperimento la cui sopravvivenza dipende da noi e il cui esito dipende a sua volta da almeno tre fattori.
Il primo fattore è rappresentato dall’assenza nella società e nella politica di elementi favorevoli allo sviluppo di un comportamento politico federalista autonomo: se non entra in contatto con dei federalisti, chi si avvicina alla politica può diventare federalista solo in seconda battuta, cioè da posizioni europeiste o dopo essere stato qualcos’altro (socialista, liberale, radicale, ecologista ecc), o non diventarlo mai. Il fatto che l’europeismo ormai pervade un po’ tutte le famiglie politiche rende più difficile, non più facile, abbracciare un comportamento federalista autonomo. Per questo il federalismo come comportamento politico ha bisogno, per sopravvivere, di un particolare tipo di organizzazione che se ne faccia carico, con una chiara linea politica. Non è per caso che finora ci sono state solo due fucine di federalisti: una storica, rappresentata dalla seconda guerra mondiale (che ha agito sulla scelta individuale di molti uomini politici convertiti al federalismo nel dopoguerra) e una politico-culturale, basata sulle sezioni del MFE rifondate da Albertini. Con l’esaurirsi della fucina storica, il reclutamento, la formazione e la presenza materiale del federalismo dipende sempre più dalla capacità di tenere in vita la fucina politico-culturale del federalismo.
Il secondo fattore è costituito dalla fine del bipolarismo e della guerra fredda, che ha posto da almeno quindici anni, il problema di distinguere il quadro dell’integrazione europea da quello più ristretto della sua unificazione, cioè di distinguere più nettamente gli obiettivi europeisti da quelli federalisti.
Il terzo fattore è costituito dalla degenerazione del linguaggio federalista, che riflette una regressione sul piano del rigore dell’analisi teorica e dell’uso degli strumenti culturali. Conseguenza evidente di questo stato di cose è rappresentato dal fatto che sempre più spesso il significato delle parole usate in ambito MFE — cioè nell’ambito di maggiore omogeneità culturale federalista in seno all’UEF — non è più univoco, come non lo è la diagnosi dello stato in cui è il processo di unificazione europea.
 
I.
 Cambia la natura dell’UEF: la generazione di chi ha conosciuto la guerra sta passando, la fucina storica del federalismo si è spenta.
 
Il federalismo, come tutte le grandi idee, può camminare nella storia solo sulle gambe di uomini e donne disposti a farlo camminare nella realtà di tutti i giorni. Fino a una decina d’anni fa questi uomini e donne federalisti attivi erano coloro i quali avevano contribuito a fondare prima (anni ’40) o a rifondare poi (anni ’60 e ’70) l’UEF e le sue sezioni nazionali. Essi, al di là delle diverse esperienze politiche da cui provenivano e in cui continuarono ad essere immersi, erano uniti in ultima istanza dal rifiuto morale, prima che politico e culturale, della guerra e della prospettiva dell’emarginazione degli europei. Grazie a questi uomini e donne il federalismo e la battaglia per unire l’Europa, gli approcci strategici e l’azione dei movimenti federalisti, si sono incarnati in esperienze di vita ed attività riassumibili in volti e nomi ben precisi. Il federalismo è così potuto essere, non solo simbolicamente, ma nella realtà, qualcosa di vivo e identificabile a livello europeo e nei vari paesi attraverso persone come Spinelli, Albertini, Hirsch, Kogon, Frenay, Marc, Ordner, Van Schendel, Schöndube (per citare alcuni dei nomi di responsabilli dell’UEF scomparsi che, pur non essendo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda, sono stati i nomi e i volti del federalismo organizzato che ha proiettato la sua immagine fino agli anni novanta del secolo scorso). Con il progressivo venir meno, per esaurimento naturale, di questi riferimenti, per l’UEF e le sue sezioni ha incominciato a porsi, confusamente a partire dalla seconda metà degli anni novanta, con chiarezza in questi ultimi anni, il problema della reale identità e del ruolo dei federalisti nella storia e non più solo come sottoprodotto del secondo dopoguerra del secolo scorso.
 
Lo stato del federalismo organizzato dopo sessant’anni.
 
Un rapido sguardo al panorama europeo del federalismo è sufficiente per capire come la prosecuzione dell’esperimento federalista come movimento politico autonomo ed attivo è appesa ad un filo.
In Francia, operano una miriade di associazioni pro-europeiste e pro-federaliste di cui il MFE francese è una insignificante frazione (i giovani hanno addirittura rinunciato a chiamarsi federalisti); in Germania l’Europa Union, che fino a pochi anni fa rappresentava almeno una potente e ricca organizzazione, vacilla, e le sue sezioni regionali agiscono in modo sostanzialmente indipendente rispetto agli organi nazionali ed europei; in Italia si è indebolito il ruolo di avanguardia del MFE sul piano teorico, pratico e organizzativo; in Belgio permangono ancora le difficoltà da un lato di conciliare federalismo di matrice vallone e quello di matrice fiamminga e dall’altro di distinguerlo da una semplice associazione di funzionari o aspiranti tali di istituzioni o organizzazioni europee; in Olanda non si è neppure riusciti a creare una sezione dell’UEF; in Gran Bretagna il federalismo, pur ricco di tradizioni storiche e culturali alle quali dopotutto dobbiamo la nascita del MFE italiano, è da tempo succubo delle posizioni genericamente pro-europeiste delle forze politiche britanniche; al di fuori di questi paesi, in Scandinavia, nell’Est, il federalismo è indistinguibile dal generico europeismo. La situazione del federalismo non è migliore al di fuori del quadro dell’UEF, dove tutt’al più si trovano individui che si richiamano al federalismo, che lo studiano, che ad esso si ispirano, ma che non vogliono né possono individualmente porsi il problema di tenerlo in vita sul piano organizzativo, di trasmetterlo come comportamento politico.
Sul piano europeo, sotto il cappello dell’UEF ci sono una ventina di sezioni nazionali con qualche decina di migliaia di iscritti, ma in Europa, a parte in Italia, non ci sono quattro/cinque sezioni con una cinquantina di militanti federalisti in altrettante città nei paesi chiave in grado di condurre un’azione autonoma, per quanto limitata, che sia credibile ed utile sul terreno della costruzione del primo nucleo di uno Stato federale europeo. La struttura europea dell’UEF, che è fortemente tributaria delle organizzazioni nazionali, riflette questa debolezza. Non è un problema nuovo. Già dopo la sconfitta della CED, Spinelli, ma soprattutto Albertini, si posero il problema se avesse senso mantenere oppure no l’autonomia dei centri nazionali delle sezioni federaliste rispetto ad un centro federale europeo da far dipendere da un Congresso di delegati delle sezioni locali e non indirettamente — come poi si affermò e com’è tuttora — dagli organi nazionali. La difficoltà dell’impresa è confermata dal fatto che, nonostante la crescita di una miriade di istituzioni europee, nessuna famiglia politica europea è riuscita finora a fare meglio. I cosiddetti congressi europei dei partiti sono rimasti delle specie di conferenze intergovernative di rappresentanti nazionali dei partiti — quelli socialisti, quelli democratico-cristiani, quelli liberali, verdi o radicali ecc.
L’alternativa sul piano dell’impegno pratico e personale di chi si affaccia su questa esperienza politica appare netta: o si constata l’ennesimo fallimento, dopo quello pacifista ed ecologista, dell’esperimento di organizzare un movimento su scala internazionale, e quindi ci si ritira dal federalismo organizzato, oppure si prende atto che, nonostante le difficoltà, il federalismo è necessario e si accetta la sfida di cercare, ancora una volta, di rilanciarlo.
 
II.
Il fallimento della formula allargamento-approfondimento.
 
Finché il quadro dell’integrazione è coinciso con quello della possibile unificazione graduale — ma comunque non di tutti gli Stati membri della Comunità dopo l’ingresso della Gran Bretagna — è stato possibile una osmosi tra europeismo e federalismo, sia sul piano organizzativo che politico: per una ventina d’anni — tra il 1970 e i primi anni ’90 — i successi sul terreno dell’integrazione sono stati condivisi e rivendicati come tali sia dagli europeisti che dai federalisti. Questa fase è finita. I successi europeisti riconducibili ai vari allargamenti e riforme dei trattati, già da tempo vanno nella direzione contraria a quella della creazione della federazione europea. Ormai il federalismo deve tornare a fare i conti con attività e battaglie senza successi e riconoscimenti immediati per i suoi militanti, esattamente come è accaduto dai tempi della caduta della CED fino alle prime battaglie per l’elezione diretta del parlamento europeo. Con una significativa differenza rispetto a quel già difficile periodo: non siamo, come allora, alla vigilia di alcuna nuova fase gradualistica nel processo di unificazione europea, bensì all’ultima trincea della guerra di posizione sul fronte del salto federale.
Questa difficoltà è stata mascherata negli ultimi quindici anni dal lancio di due campagne di riferimento dell’azione federalista a livello europeo: quella per la democrazia europea e quella per la costituzione europea. Queste campagne avevano un duplice scopo. Verso l’esterno esse dovevano servire come strumento di pressione nei confronti dei governi, delle classi politiche, delle opinioni pubbliche per realizzare l’unità politica una volta presa la decisione di fare la moneta unica. Verso l’interno, per le sezioni UEF, esse dovevano fornire un ombrello comune sotto il quale condurre azioni e attività nazionali e locali molto diverse tra loro: di carattere pubblico e di critica e stimolo nei confronti della classe politica; di natura più blanda altrove. Oggi possiamo dire che quelle campagne sono state l’estremo tentativo di inserirsi in uno sviluppo ormai sempre più meramente euro-cooperativo dell’Unione europea: era già evidente che si andava esaurendo definitivamente una fase storica della lotta federalista di trasformazione graduale della Comunità — poi l’Unione — in uno Stato europeo. Una volta decisa la moneta unica e avviato il riavvicinamento delle due Europe, che significato poteva assumere infatti, sul piano pratico, la formula dell’allargamento con l’approfondimento senza dare in tempi brevi a quest’ultimo uno sbocco statuale sovrano europeo?
Già dopo la metà degli anni novanta, in alcuni Comitati federali e al Congresso dell’UEF di Vienna nel 1997, grazie all’allora presidente uscente dell’UEF Francesco Rossolillo, era stato posto il problema dell’incompatibilità del quadro con gli obiettivi delle campagne europee. A cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni 2000, dopo il Trattato di Amsterdam e quello di Nizza i termini del dibattito erano chiari, come è ben testimoniato in questo passaggio di una delle prime lettere europee:
«E’ legittimo sperare che l’Unione attuale, e a maggior ragione un’Unione allargata, possa portare a compimento negli anni a venire ciò che essa non è stata capace di fare fino ad oggi? La risposta è no. Non ci si può rifiutare di prendere atto che l’atteggiamento della classe politica e dell’opinione pubblica nei confronti non solo della prospettiva di un’unificazione federale dell’Europa, ma di qualsiasi prospettiva di rafforzamento delle istituzioni dell’Unione, rimane fortemente contrario in Gran Bretagna e nei paesi Scandinavi, ed evolve negativamente anche in alcuni paesi tradizionalmente favorevoli. I paesi candidati, che, malgrado le difficoltà, verranno associati sempre più strettamente, anche se dapprima in modo informale, ai meccanismi decisionali dell’Unione, dichiarano apertamente di non avere alcuna intenzione di rinunciare ad una sovranità da poco riconquistata. La verità è che, nel fragilissimo quadro dei Quindici, un dibattito serio su questo tema non può nemmeno cominciare, e anche proposte di riforma timide e minimalistiche vengono respinte da alcuni governi come inaccettabili minacce alla sovranità nazionale. Quella che l’Unione giunga a darsi una nuova struttura istituzionale, democratica e capace di agire, nel quadro attuale o addirittura in un quadro allargato, è quindi un’illusione che è giunto il momento di dissipare.
Molti uomini politici in Europa, anche se non vedono con chiarezza l’obiettivo dell’unità federale, sanno che la salvezza del continente passa per un rafforzamento radicale delle istituzioni dell’Unione. Ma le loro dichiarazioni e le loro proposte, fino a che vengono avanzate nell’attuale quadro a quindici, per di più in procinto di allargarsi a venti o venticinque, suonano inevitabilmente come velleitarie e propagandistiche. E’ urgente che essi si rendano conto del fatto che in questo quadro qualunque progetto che si proponga di realizzare una solida unione politica, quale che sia la sua forma, è ormai divenuto impraticabile. E qualcuno sembra incominciare a capire che la sola via attraverso la quale il processo può riprendere e diventare irreversibile è quella di un cambiamento del quadro.
Ciò significa che il solo modo per ridare credibilità all’obiettivo dell’unità politica del continente è quello di rilanciare il processo a partire da un gruppo ristretto di paesi che sia abbastanza solido e compatto da poter esprimere con forza la volontà di andare avanti». (F. Rossolillo, Lettera europea n. 20 ottobre 2001).
 
La scelta di fronte alla quale si trovano i federalisti: limitarsi a consolidare l’esistente o battersi per creare un reale potere europeo.
 
I successi conseguiti dal processo di integrazione europea in termini di allargamento, di un evidente accresciuto benessere in tutta Europa, dell’esistenza di istituzioni comuni che co-legiferano con quelle nazionali in molti campi, hanno indotto molti — la maggioranza nell’UEF e nel MFE — a ritenere che l’unificazione europea in quanto tale non fosse più un obiettivo politico da perseguire in sé, e che l’Unione europea rappresentasse già una embrionale federazione sui generis da consolidare e trasformare attraverso una serie di riforme. Mettersi in questa ottica ha avuto delle evidenti conseguenze sul piano politico-organizzativo. Sul piano della lotta politica, questo ha significato scivolare sempre più sul terreno della rivendicazione di questo o quel diritto (riassumibile nello slogan let the European people decide non importa su che cosa e in quale quadro) o concessione (l’estensione del voto a maggioranza, maggiore codecisione con il Parlamento europeo), nei confronti di un potere che, per quanto debole, si ritiene che esista già: nei fatti ciò implica abbandonare l’obiettivo della creazione di un potere nuovo. Sul piano organizzativo, quando lo scopo principale di un movimento diventa quello di influenzare e accompagnare qualcosa che già esiste, questo significa abbandonare il modello organizzativo rivoluzionario — fuori dal quadro di potere esistente — e abbracciare quello di tipo partito o ONG — dentro il quadro di potere esistente.
E’ su questo punto teorico che si è manifestata e sussiste una profonda divisione politica all’interno dei federalisti — soprattutto in Italia, ma ormai non solo — e non su questioni di dettaglio, di lana caprina o di ottuso dogmatismo, come qualcuno vorrebbe far credere, rendendo in questo modo semplicemente un cattivo servizio al chiarimento dei problemi che sono in discussione e alla verità.
 
Abbandonare il paradigma dell’azione federalista significa tornare al federalismo utopico.
 
Come già accennato, due dati, uno relativo al quadro in cui battersi per la federazione europea, l’altro relativo alla scoperta — grazie ad Albertini — della natura rivoluzionaria della lotta federalista, hanno caratterizzato lo sviluppo del federalismo organizzato nell’ultimo mezzo secolo rispetto alle aspirazioni federaliste, rimaste sempre a livello di progetti ideali, dell’ottocento e della prima metà del novecento. Il primo dato è stato il frutto delle condizioni storiche, politiche e sociali venutesi a creare dopo la seconda guerra mondiale per dar vita non ad una generica federazione, ma ad un primo nucleo federale a partire da un gruppo definito e limitato di paesi. Prima di allora l’unità degli europei era stata associata a progetti e proposte di unire indistintamente Stati dagli interessi profondamente divergenti — come per esempio la Francia post-napoleonica e la Russia zarista —, come auspicato dalla corrente federalista in seno al pacifismo nel corso dell’ottocento, o di federare Stati democratici comprendenti qualche nazione europea (Francia e Gran Bretagna) con gli Stati Uniti d’America (ipotesi queste di cui si trova ancora traccia in alcune frange del World Federalist Movement negli USA). Dopo la fine della seconda guerra mondiale, con la divisione dell’Europa in due aree di influenza, il fatto che l’interesse all’unità coincidesse con la necessità di incominciare ad unire un piccolo gruppo di paesi attorno a Francia e Germania, ha messo in evidenza un paradigma dell’azione dal quale il federalismo attivo non può prescindere: fare una federazione significa fondare un primo nucleo di Stato federale europeo.
Quando nel 1947 Spinelli si rivolse al Congresso dell’UEF di Montreaux, lo fece sottolineando che il Piano Marshall aveva aperto una occasione per agire e, allo stesso tempo, che questa azione, per avere una qualche probabilità di successo, doveva svilupparsi in un’area più ristretta rispetto a quella generica dell’intera Europa, e più precisamente nell’area di influenza americana. Negli Statuti riformati del MFE degli anni ottanta Albertini ha voluto mantenere il riferimento al nucleo federale.
Il fatto è che il federalismo europeo si è emancipato dall’utopia solo nel momento in cui un certo numero di individui ha scoperto, condiviso con altri e mantenuto sul campo il paradigma dell’azione per un nucleo federale. Il federalismo è destinato a tornare ad essere una corrente di pensiero utopica, come tante altre che sopravvivono nella società, nel momento in cui questo paradigma dovesse essere abbandonato.
 
La progressiva perdita del controllo della posizione chiave.
 
Dagli anni settanta fino alla metà degli anni novanta i federalisti italiani hanno esercitato un ruolo di leadership culturale e morale indiscussa sull’organizzazione europea. Ne sono una testimonianza le campagne per l’elezione diretta del Parlamento europeo (azioni unilaterali e manifestazioni di Roma 1975 e di Strasburgo 1979), per il mandato costituente al Parlamento europeo (manifestazione di Milano 1985, Lussemburgo 1985, l’Aja 1986, Bruxelles 1987 e referendum indetto con legge di iniziativa popolare nel 1989) e per la moneta europea (Manifestazione di Strasburgo, di Roma e di Maastricht). Questo ruolo è venuto meno già con la manifestazione di Nizza del 2001 (ennesima mobilitazione italiana con speranze di ricaduta europea), e si è definitivamente incrinato con la campagna nei confronti della convenzione europea e della campagna di ratifica del trattato costituzionale. Ammesso (e non concesso) che fosse giusto condurre tali campagne, queste, per essere efficaci, avrebbero dovuto articolarsi e basarsi su di un reale potere delle sezioni federaliste (al di fuori dell’Italia) di influenzare le rispettive classi politiche nazionali. Questo potere reale non c’era e, come abbiamo detto, tuttora non esiste. Così al grave errore di aver scelto degli obiettivi che volutamente si allontanavano dalla logica dei paradigmi dell’azione e della strategia federalista, si è aggiunto quello, deleterio in ogni battaglia, di mandare allo sbaraglio le proprie forze dopo aver abbandonato le posizioni chiave di difesa della propria posizione. L’inadeguatezza dell’UEF è apparsa alla luce del sole quando è stato chiaro che proporre obiettivi ambigui serviva di più la causa antieuropea ed euroscettica nei vari paesi che non quella europea.
 
 
III.
Le sezioni come centri vitali per il rilancio del federalismo.
 
Il federalismo come comportamento politico è diventato attivo per un gruppo, e non più per un solo individuo, grazie ad una specifica azione che, nel tempo, ha reso vitale e trasmissibile a diverse generazioni di militanti la pratica dell’elaborazione e condivisione da parte di molti di una linea teorica razionale e coerente, coniugata ad una linea strategica e tattica adeguata al momento storico-politico e alle forze disponibili, in un quadro d’azione potenzialmente europeo. Ora, bisogna prendere atto che questa operazione ha avuto successo solo quando e laddove l’impegno politico è stato sorretto, oltre che da uno sforzo organizzativo, da un costante lavoro culturale. Perché le cose siano andate così trova una spiegazione nel fatto, anche questo più volte analizzato, che non si sta individualmente e non si tengono a lungo delle forze su di un terreno di lotta come quello federalista, caratterizzato dall’assenza di successi, senza forti motivazioni culturali e morali. Per questo non va sottovalutata la dimensione culturale dell’attività di base, né la sua dimensione scientifica (in termini di rigore e metodo di verifica della corrispondenza tra teoria e realtà). Sul fatto che questo non significhi né creare una sorta di comunità di studiosi contemplativi, né uno dei tanti think-tank, né tantomeno una setta non è il caso di soffermarsi, in quanto si tratta di prospettive che sono incompatibili tanto con il tipo d’azione politica che si vuole condurre, quanto con l’esperienza già fatta, tanto con il semplice buon senso. Tutto ciò aiuta però a capire meglio perché il federalismo, a differenza di altre esperienze, politiche e non, che si sono incarnate in successi rivoluzionari e in istituzioni di potere, ha qualche possibilità di sopravvivere solo nella misura in cui ci sono dei gruppi disposti a farlo vivere (o a farlo rinascere dalle sue ceneri).
Sul piano pratico, oltre a cercare di tenere in vita questi meccanismi nelle sezioni in cui ciò è già possibile e sperimentato, si potrebbe:
a) in Italia e in Europa, verificare se e dove ci sono dei federalisti che condividono queste preoccupazioni;
b) nel MFE e nell’UEF, creare delle occasioni di dibattito e incontro tra quei gruppi e sezioni di federalisti che sono rimasti sensibili a queste problematiche e che incominciano a percepire la crisi che ha investito il federalismo, non tanto e non solo sul piano organizzativo, ma anche sul terreno culturale;
c) sul piano della strategia, rilanciare la riflessione sulla necessità di promuovere una linea politica che riporti l’obiettivo della creazione dello Stato federale al centro dell’azione e del confronto con la classe politica europea, nella consapevolezza che gli approcci per attuarla possono essere diversi a secondo dei fronti nazionali in cui si opera;
d) per quanto riguarda la dimensione culturale, continuare a sperimentare gli strumenti federalisti di analisi della realtà e del mondo che ci circonda. Questo implica in primo luogo dare una prospettiva di sviluppo, come gruppo, al principale simbolo e riferimento dell’analisi della storia, dei fatti e del pensiero federalista nell’ultimo mezzo secolo: la rivista Il Federalista.
 
La necessità di fare la Campagna per lo Stato federale europeo.
 
C’è un legame tra il modello di una organizzazione politica e gli obiettivi che essa persegue. C’è un legame tra la scelta di questi ultimi e quel che si fa e si è: nomina sunt omina, soprattutto in politica. Questo è in estrema sintesi ciò che una campagna e i suoi strumenti dell’azione devono esprimere sul terreno organizzativo e pratico. Questo è il motivo per cui è necessario tenere sul campo la Campagna per lo Stato federale europeo. A titolo d’esempio, possiamo immaginare una griglia di quesiti e problemi generali da affrontare e sviluppare all’interno dell’organizzazione per rafforzarne la coesione e la capacità d’azione nei confronti dell’esterno. I quesiti e problemi generali che potrebbero essere presi in considerazione sono quelli già noti:
 
    Perché è necessario fare lo Stato federale europeo.
   – Non ci si può unire politicamente senza fare uno Stato.
   – Scrivere una Costituzione e fare uno Stato.
   – Che cos’è uno Stato federale.
   – Che cos’è una costituzione federale.
   – Le condizioni per fondare uno Stato.
   – Da chi e da che cosa dipende la creazione di uno Stato.
   – Le condizioni per aderire ad uno Stato federale.
 
Dall’analisi di questi temi generali dovrebbe discendere la necessità di articolare l’azione federalista sui diversi fronti nazionali, partendo dall’ovvia constatazione che bisognerebbe distinguere innanzitutto ciò per cui varrebbe la pena battersi nel quadro della possibile unificazione (limitato a pochi paesi), con un approccio politico diretto, da quello dell’integrazione (allargato ai più) per cui varrebbe la pena battersi nel quadro allargato con un approccio politico indiretto.
A titolo d’esempio, l’approccio diretto potrebbe basarsi sulla diffusione e sull’impiego de:
 
   – Il Patto federale.
   – L’appello ai paesi fondatori.
   – La denuncia delle responsabilità che gravano su Francia e Germania.
   – Un appello ai paesi vicini ai fondatori.
   – La richiesta di un’Assemblea costituente per i paesi che avessero sottoscritto il Patto.
   – La creazione di Comitati per lo Stato federale a diversi livelli.
 
Mentre gli strumenti dell’approccio indiretto potrebbero interessare:
 
   – Campagne sulla necessità di approfondire l’Unione politica.
   – Manifesto per l’unità politica su base federale nei paesi dell’Europa allargata.
   – Appello a sostegno della federazione europea e dell’avvio comunque di un primo nucleo federale aperto, anche senza la partecipazione iniziale del paese in cui opera questa o quella sezione di federalisti.
 
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Note sparse sul significato di alcune espressioni
 
Guerra di movimento o guerra di posizione.
 
Sin dalla metà degli anni ottanta Albertini aveva messo in evidenza la necessità per i militanti di prepararsi ad una «guerra di posizione», cioè ad un tipo d’azione politica che tenesse sempre più conto del fatto che tutti gli obiettivi intermedi perseguibili con il «gradualismo costituzionale» stavano per essere raggiunti. Con quella espressione Albertini riprendeva una definizione che Gramsci aveva coniato per descrivere le difficoltà che deve superare un movimento rivoluzionario nel momento in cui si trova a dover combattere la battaglia decisiva. Viste le incomprensioni che l’uso di questa terminologia ha provocato, vale la pena riportareancora una volta — di queste cose si era già discusso ampiamente negli anni ottanta prima del Congresso di Verona del 1987 e poi ancora nel 2001 prima del Congresso di Ferrara, che cosa essa significava secondo Gramsci: «nella politica sussiste la guerra di movimento fino a quando si tratta di conquistare posizioni non decisive…, ma quando, per una ragione o per l’altra, queste posizioni hanno perduto il loro valore e solo quelle decisive hanno importanza, allora si passa alla guerra d’assedio, compressa, difficile, in cui si domandano qualità eccezionali, di pazienza e di spirito inventivo. Nella politica l’assedio è reciproco, nonostante tutte le apparenze, e il solo fatto che il dominante debba fare sfoggio di tutte le sue risorse dimostra quale calcolo esso faccia dell’avversario».[1] La guerra di posizione è dunque una delle strade che può imboccare la strategia per raggiungere il suo scopo. Per quanto possa sembrare improbabile dal punto di vista dei rapporti di forza, la battaglia decisiva sul futuro dell’Europa si gioca ormai sull’assedio reciproco tra federalisti e un certo numero di governi sul terreno della creazione di un nucleo federale.
Se il fronte sul quale si combatte oggi la guerra di posizione è quello su cui si giocano le possibilità di creare il nucleo federale,[2] i contenuti dell’agitazione e della propaganda non possono essere gli stessi di quelli per trasformare l’intera Unione in federazione, puntando sulla possibilità di scatenare un processo costituente nel quadro attuale. In sintesi, se il fuoco della strategia è il nucleo federale si tratta infatti di pensare ed agire in un nuovo quadro di lotta, cioè di saper distinguere: a) il quadro in cui si manifestano le contraddizioni del processo di unificazione (l’Unione europea a 27 ecc.) dal quadro in cui è possibile creare la federazione (un gruppo iniziale di Stati di cui facciano parte Francia e Germania); b) gli elementi di potere mutevoli (le istituzioni dell’Unione) da quelli effettivi (le sovranità nazionali). Se invece il fuoco della strategia è quello di riformare l’Unione europea, si rimane, anche psicologicamente, nel quadro esistente. La scelta di una linea strategica piuttosto di un’altra non riguarda quindi semplicemente un diverso impiego delle forze, ma anche il fatto di suscitare diverse aspettative sul piano dei risultati politici attesi, delle motivazioni personali, del tipo di mobilitazione, dei criteri per giudicare del successo o dell’insuccesso di un’azione ecc. In questo senso la linea strategica non è separabile dalla politica di reclutamento e di formazione di nuove forze. Mentre la scelta strategica ha un fondamento essenzialmente teorico-morale e si basa su «agenti che sfuggono al sapere attinto nei libri, che non si lasciano ridurre in cifre né in categorie» come scrive Clausewitz, la sua applicazione ne ha uno pratico-politico, inquanto «dipende dai mezzi più idonei per realizzare scopi politici» (L. Hart). La prima affermazione, come mette bene in evidenza Clausewitz a proposito dell’importanza delle forze morali nel decidere l’esito di una guerra, si spiega con il fatto che la scelta di una linea strategica piuttosto di un’altra dipende solo in parte da un rigoroso calcolo dei rapporti di forza, in quanto, senza la volontà e un atto morale da parte di alcuni individui di condividere e sostenere una certa strategia, non c’è l’impulso essenziale ad agire e ad incanalare le energie in una direzione piuttosto che in un’altra. La seconda affermazione invece trova conferma nel fatto che, una volta decisa una linea strategica, la sua unità ed efficacia non si fondano tanto sul suo sviluppo univoco, quanto piuttosto sulla condivisione dell’obiettivo strategico da raggiungere da parte di più individui organizzati politicamente, obiettivo che non deve necessariamente essere perseguito con un unico approccio (e quindi con la stessa azione).
 
Approccio diretto e indiretto.
 
L’UEF dovrebbe prendere atto della necessità di rilanciare una strategia per lo Stato federale europeo, attraverso due approcci: unoindiretto, da applicare in tutti quei paesi che, pur facendo parte dell’Unione europea, non hanno ancora maturato le condizioni (storico-politiche, economiche, sociali) per unirsi politicamente; unodiretto da applicare in tutti quei paesi su cui cade la responsabilità politica e storica di lanciare un’iniziativa per la realizzazione dell’obiettivo dello Stato federale a partire da un gruppo di paesi. Il problema di varare una più trasparente ed efficace strategia duale resta, e si basa sulla constatazione di fatto — ormai riconosciuta dagli stessi governi, anche se poi questi non ne traggono le necessarie conseguenze — che l’attuale Unione confederale è destinata a disgregarsi se si ostina a voler procedere a ventisette. In sostanza una simile strategia dovrebbe definire le linee guida per: a) un approcciodiretto da portare avanti da una rete europea di gruppi federalisti per rivendicare la creazione dello Stato federale europeo subito a partire dai paesi fondatori. Nulla e nessuno vieterebbe di sostenere una simile strategia da parte di gruppi federalisti che volessero farlo anche in altri paesi; b) per sviluppare un approccioindiretto da portare avanti probabilmente da un maggior numero di sezioni e gruppi federalisti nei confronti di quei governi e parlamenti dai quali sarebbe importante ottenere innanzitutto che non mettano in pericolo l’acquis communautaire, che maturino la volontà e la possibilità di integrarsi di più e che nel frattempo non ostacolino il perseguimento dell’unità politica da parte di altri Stati.Questaè in sostanza la sfida con la quale si dovrà confrontare il federalismo organizzato in Europa nei prossimi anni se vorrà sopravvivere: gestire e fare interagire l’approccio per tenere in vita e far avanzare dove possibile l’Europa dei trattati fra molti, con l’approccio per far nascere l’Europa del Patto federale costituente, inizialmente fra pochi paesi. E’ in questa prospettiva che occorre tener vivo il dibattito e l’iniziativa sul terreno del rilancio del progetto di unificazione politica dell’Europa. Questo implica sviluppare e tenere in vita, a partire dal maggior numero possibile di città e regioni in cui si è presenti, un’azione federalista coerente sia con gli scopi per cui sono nati i movimenti federalisti in Europa, sia con l’attuale quadro di potere europeo e mondiale.
 
Assedio politico.
 
Un assedio politico presuppone un maggiore e non un minore sforzo organizzativo e di elaborazione culturale. Secondo Clausewitz l’arte della guerra nasce e si affina con l’assedio. Prima e al di fuori di questa situazione essa è solo «una specie di guerra». L’assedio richiede infatti quella limitazione della «libera attività dello spirito»[3] che, essendo possibile solo in un contesto organizzativo e strategico non occasionale, è alla base di ogni teorizzazione.
Questa teorizzazione militare è stata trasferita sul piano politico da Gramsci nella definizione della guerra politica di posizione. Secondo Gramsci in una situazione di assedio politico non esistono solo le difficoltà costituite dalla realtà esterna, ma anche quelle dell’educazione al coraggio e alla pazienza dei propri militanti. Per questo è importante riconoscere il momento in cui sono ancora possibili manovre diversive e di avvicinamento all’obiettivo, dal momento in cui è essenziale concentrarsi sul punto decisivo e controllare i momenti in cui «l’irrequietezza si fa immobilità», e in cui l’azione, separandosi dalla teoria, diventa «fare per fare».[4] Questa osservazione è un affinamento di quella di Lenin sul ruolo dell’avanguardia, in base alla quale «non si può vincere unicamente con l’avanguardia. Gettare unicamente l’avanguardia nella lotta decisiva, prima che larghe masse abbiano preso la posizione o di un diretto appoggio dell’avanguardia o almeno di una benevola neutralità verso questa, accompagnata dalla volontà di non aiutare gli avversari, sarebbe non soltanto una sciocchezza, ma anche un delitto».[5]
 
Tenere le posizioni chiave.
 
L’equivalente politico dell’espressione mantenere la posizione chiave[6] utilizzata da Clausewitz, è quello del controllo assoluto degli strumenti teorici e pratici senza i quali non c’è possibilità d’azione autonoma.
 
Approccio duale.
 
a) Una strategia, per essere efficace, deve contemplare almeno due approcci applicativi, uno diretto e l’altro indiretto per conseguire un obiettivo. La decisione di seguire uno o entrambi gli approcci è alla base dell’azione politica, come di quella militare. Questa decisione non può essere presa una volta per tutte, non si adatta a tutte le occasioni, ed ha un riscontro pratico solo nella misura in cui è fatta propria da un gruppo organizzato sul territorio. Mutuando una formula di Gramsci, solo nella misura in cui ogni decisione è capita e condivisa da elementi attivi o attivabili, e solo nella misura in cui ognuno di essi può intuire qual è il contributo che può dare alla sua realizzazione e attuazione, essa crea un atto, un fatto politico e prepara il terreno di organizzazione di una lotta.
b) La scelta dell’approccio dipende dalla situazione contingente (condizioni politiche e storiche) e dall’analisi dei rapporti e posizioni di forza in campo. Quando il fronte è esteso e la lotta è prolungata nel tempo la strategia tende inevitabilmente a diventare duale. Il rischio in questo caso è duplice: non accorgersi della sua natura e scambiare gli obiettivi secondari — diversivi — con quello finale. Come ha messo in luce L. Hart: «L’opposizione alla verità è inevitabile, soprattutto quando ha i connotati del nuovo, e il grado di resistenza può essere diminuito prestando attenzione non solo all’obiettivo finale da raggiungere, ma anche al modo in cui raggiungerlo. Evitare un attacco frontale diretto ad una posizione ben difesa attraverso una manovra indiretta può rappresentare un modo per raggiungere lo scopo. Ma in questo caso il pericolo è rappresentato dal rischio di perdere di vista il vero obiettivo, perché niente è più fatale per l’esito di una battaglia 'to lapse into untruth'».[7]
 
Franco Spoltore


* Si tratta degli appunti rielaborati sulla base dei dibattiti svoltisi in occasione di incontri informali tra militanti e sezioni del MFE e dell’UEF organizzati a Bologna il 31 marzo 2007, a Pisa il 29 settembre 2007, a Roma il 31 maggio 2008 e a Bruxelles il 27 settembre 2008
[1] Antonio Gramsci, «Passato e presente», in Quaderni di carcere, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 90.
[2] Si vedano in proposito l’editoriale di Francesco Rossolillo, «L’Europa dopo Nizza», Il Federalista, XLIII, 2001, n. 1 e il contributo al dibattito del XX Congresso nazionale MFE, Tesi di dibattito sul nucleo federale, di Luisa Trumellini, scaricabile all’indirizzo
http://www.alternativaeuropea.org/documenti/dosweb/tesi.html.
[3] Karl von Clausewitz, Della Guerra, Milano, Mondadori Editore, 1999, p. 106.
[4] Antonio Gramsci, Op. cit., p. 6.
[5] Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Roma, Società editrice l’Unità, 1945, p. 89.
[6] Karl von Clausewitz, Op. cit., p. 601.
[7] Liddell Hart, Strategy, London, Meridian Book, 1991, p. xxi

 

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