Anno XXXV, 1993, Numero 2, Pagina 110

 


MOVIMENTO, PARTITO O GRUPPO DI PRESSIONE?
 
 
Il dibattito sulla natura della lotta federalista e sullo strumento organizzativo con la quale essa possa estrinsecarsi (partito, movimento, gruppo di pressione) è permanente all’interno del Movimento federalista europeo. La questione può apparire superata, nell’ambito del MFE italiano di oggi, ma è certamente aperta in paesi cruciali per la battaglia federalista, come la Francia, ove il Movimento ha, più volte nella sua storia, privilegiato la scelta elettoralistica, con la conseguenza di perdere ogni seria possibilità di influenzare il processo. Inoltre, anche in Italia, riemerge talvolta, qua e là nel Movimento, la tentazione di affrontare le forze politiche sul terreno del voto, soprattutto in occasione di scadenze elettorali europee oppure in situazioni, come l’attuale, nelle quali la crisi strutturale e le contraddizioni della lotta politica nazionale e dei partiti emergono con più fragore e sembrano rimettere in discussione anche le scelte consolidate dell’esperienza federalista.
 
Le scelte organizzative dalla fondazione al Congresso del Popolo Europeo.
 
Il problema della natura della lotta per l’unità federale dell’Europa, e quindi della natura dell’organizzazione che si pone questo obiettivo, nasce a Ventotene, con la meditazione di Spinelli. Come sappiamo, ciò che distingue Spinelli dai precursori, dai grandi pensatori che lo hanno preceduto e che si erano posti la questione dell’unità europea, è la consapevolezza che questa deve essere oggetto di una lotta politica specifica. Spinelli capisce che la lotta per la Federazione europea è una battaglia di tipo rivoluzionario, che richiede un’azione politica finalizzata ed un’organizzazione politica nuova. In altre parole Spinelli si distingue — e lo dice chiaramente nei suoi scritti — dai pensatori del passato che, pur avendo identificato l’unità politica dell’Europa (e del mondo) come un grande fine politico, si erano limitati — sul piano dell’azione — a «suggerire» ai detentori del potere la necessità di realizzare questi fini, senza porsi il problema di «come» conseguire tali obiettivi, considerati il semplice ed inevitabile sottoprodotto delle normali lotte politiche, per la democrazia, per il socialismo, ecc.
Nel Manifesto di Ventotene si prospettava in effetti l’ipotesi del «partito» — un partito federalista rivoluzionario — che, secondo Spinelli, «non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione. Esso non deve rappresentare una massa eterogenea di persone delle più diverse tendenze, riunite solo negativamente e transitoriamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice attesa della caduta del regime totalitario, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada, una volta raggiunta quella meta. Il partito rivoluzionario sa invece che solo allora comincerà veramente la sua opera; e deve perciò essere costituito da uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro…».[1] In realtà, il testo citato, nel quale si trova la formulazione del «partito rivoluzionario» non esclude nemmeno l’ipotesi di una organizzazione «movimentistica» (nello stesso capitolo, il termine «movimento» viene usato per descrivere il carattere militante dell’organizzazione federalista che deve reclutare «solo coloro che hanno fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita; che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il necessario lavoro, provvedano oculatamente alla sicurezza continua ed efficace di esso, anche nelle situazioni di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dà consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti»).
Appare fin troppo ovvio che, nel periodo in cui Spinelli scriveva il Manifesto, nel 1941, nel pieno della lotta armata contro il nazi-fascismo, la cui sconfitta poteva apparire non del tutto scontata, una scelta assoluta tra l’organizzazione «partito» e l’organizzazione «movimento» non poteva essere compiuta. Le cose cambiarono dopo la caduta del fascismo. Nella riunione di Milano dell’agosto del 1943 l’alternativa «partito» venne scartata a favore della forma del «movimento», con argomentazioni valide tutt’oggi e rese pubbliche nell’articolo «Movimento o Partito?», attribuito ad Usellini, ma certamente ispirato da Spinelli, apparso sul secondo numero de L’Unità Europea (agosto 1943).[2]
Spinelli ed i suoi compagni di lotta si resero conto che l’analisi di Ventotene era stata in parte dogmatica: si era ipotizzato per l’Europa un dopoguerra caratterizzato da un grave vuoto di potere, nel cui ambito un piccolo partito rivoluzionario avrebbe potuto dare battaglia ed assumere il potere, in assenza di alternative nazionali. In realtà si realizzò ciò che Spinelli a Ventotene non aveva previsto: gli Stati Uniti da una parte e l’Unione Sovietica dall’altra, anziché riprendere l’atteggiamento isolazionista che aveva caratterizzato le loro scelte strategiche alla fine della prima guerra mondiale, intervennero direttamente nelle questioni politiche europee e si fecero carico di riempire il vuoto di potere creato dalla sconfitta del nazifascismo promuovendo la «restaurazione» del vecchio sistema di Stati nazionali. Era venuta a mancare la situazione di estrema debolezza del sistema politico europeo che Spinelli aveva previsto e, quindi, la base stessa nel cui ambito un «partito rivoluzionario» federalista avrebbe potuto operare. Si prospettava invece un impegno di lungo periodo, nel quale occorreva coinvolgere anche altre energie — quali ad esempio quelle dei partiti tradizionali, che sarebbero stati attivi prevalentemente sul piano nazionale — senza che per questo il movimento dovesse rinunciare, come spiega Usellini, alla «sua concezione rivoluzionaria».
La lotta politica del MFE da quel momento fino alla caduta della CED non fu, tuttavia, molto influenzata da specifiche scelte organizzative. Il MFE era di fatto impersonato da Spinelli. Era Spinelli, grazie alla sua autonomia di pensiero, capacità e volontà di agire, che conduceva la battaglia politica, quasi sempre in prima persona, e che era in grado di interpretare ruoli differenti nelle diverse situazioni della politica europea. Era quindi una fase atipica della vita del Movimento, le cui scelte organizzative erano del tutto secondarie e funzionali alle iniziative del leader che, rientrato nel Movimento alla fine degli anni ‘40, dopo un breve periodo di impegno nel Partito d’Azione, era in grado di dialogare da pari a pari, proprio in forza della sua autonomia di pensiero, con i capi di partito o di governo e di modificarne la linea d’azione. Per contro, i quadri del Movimento erano prevalentemente costituiti da buoni «europeisti», per lo più simpatizzanti dei partiti e delle organizzazioni filogovernative che vedevano la lotta per l’unione europea più come un aspetto — ancorché non secondario — del confronto tra ideali democratici ed ideali comunisti, rappresentati rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che non come un obiettivo valido di per sé ed indipendente dall’esito dello scontro tra Est ed Ovest.[3]
Con la caduta della CED (agosto 1954) iniziò per il Movimento una lunga fase di transizione che in pratica durò per più di un decennio fino ai Congressi di Lione (febbraio 1962) e di Torino (novembre 1966). Questa fase, definita in termini un po’ romantici ma efficaci «la lunga marcia nel deserto», era stata caratterizzata all’inizio dal tentativo di costituire — al di fuori del MFE, divenuto appunto una sorta di raggruppamento dell’europeismo dei partiti (che riconosceva e rispettava la leadership ed il carisma di Spinelli, senza capirne fino in fondo gli orientamenti strategici) — una nuova organizzazione di militanti autonomisti, presente a livello europeo: il Congresso del Popolo Europeo (CPE). Tuttavia, sul finire degli anni ‘50 anche l’iniziativa del CPE sembrò fallire (almeno sul piano della strategia generale: esso era stato in sostanza una sorta di nuovo tentativo di fondare un’organizzazione rivoluzionaria di tipo classico). L’iniziativa di chiamare i cittadini alle urne, in una sorta di elezione «primaria», aveva avuto successo, ma solo in un’area geografica limitata (sostanzialmente in Italia del Nord, a Roma e a Lione); il CPE non era invece riuscito a realizzare il proposito di trasferire l’esperienza di una lotta autonoma e militante in un numero sufficiente di città europee.[4] La capacità di espandersi in nuove città era mancata soprattutto perché i federalisti — che pure esistevano — non avevano compreso la natura rivoluzionaria della lotta e non riuscivano quindi ad assumere quelle posizioni autonomiste e militanti che apparivano come (ed in buona parte erano) contestatrici dei poteri costituiti.
Si era così arrivati ad un punto morto. Era chiaro che se in Europa cento città avessero realizzato ciò che avevano fatto le cinque-dieci città italiane attive, i federalisti avrebbero vinto, con il metodo rivoluzionario classico. Ciò non era accaduto. Dovevamo quindi riprendere un ampio dibattito sulla strategia e sull’organizzazione per ricercare nuove strade e soprattutto per tentare di trasferire sul fronte europeo l’esperienza autonomista e militante del CPE.[5]
 
Il dibattito sui problemi dell’organizzazione al Congresso di Lione (febbraio 1962).
 
Il fallimento del CPE coinvolse tutto il MFE: pur avendo chiari gli aspetti di carattere teorico della nostra lotta, non riuscivamo a capire come potessimo utilizzare le energie che pure avevamo saputo mobilitare nelle città ove il CPE ed Autonomia federalista avevano vinto. Il dibattito, che trovò il suo culmine al Congresso di Lione, fece tuttavia emergere con maggiore chiarezza le alternative sulla natura della lotta, sulla strategia e sul conseguente tipo di organizzazione, e ci obbligò in particolare a rimettere a fuoco i motivi della scelta di un Movimento autonomista di fronte alle ipotesi che nel frattempo avevano ripreso fiato, del «partito» e del «gruppo di pressione».
Spinelli era frattanto rientrato sulla scena attiva del Movimento e al Congresso regionale del MFE della Lombardia (24 settembre 1961) aveva proposto che il MFE ricercasse un’alleanza con «le forze democratiche del progresso» e partecipasse in alcune città europee alle elezioni politiche nazionali. Spinelli optò quindi per la scelta del confronto sul piano elettorale con le forze politiche nazionali (quindi per il partito), da realizzarsi in tre città — Lione, Torino e Anversa — nelle quali esisteva un nucleo di federalisti militanti. Rendendosi peraltro chiaramente conto che una prospettiva elettoralistica che facesse perno esclusivamente sui federalisti sarebbe stata perdente, si riprometteva di cercare di stabilire un «forte» collegamento con i gruppi politici della sinistra democratica, visti come i «necessari» alleati, sul piano nazionale, dell’alternativa federalista.[6]
Il Congresso regionale del MFE della Lombardia respinse la proposta di Spinelli: la Lombardia era l’area in cui, attorno ad Albertini, si andava coagulando il gruppo che riconfermava la piena validità dell’opzione del Movimento autonomista. Secondo Albertini ed i suoi amici l’alleanza con le forze nazionali e la partecipazione alle elezioni avrebbero deviato il MFE dal suo cammino sovranazionale verso un cammino nazionale. Con una tale scelta, Spinelli aveva abbandonato di fatto i due postulati essenziali dell’autonomia federalista: la critica ai partiti nazionali (di destra o di sinistra, non importa) ed il rifiuto di partecipare alla lotta politica nazionale.
Nel febbraio del 1962, al Congresso, si giunse quindi al momento della verità: il Movimento federalista europeo sovranazionale era allora la combinazione di quello che oggi sono il MFE italiano e il MFE francese con altre piccole propaggini in Belgio e Germania (le organizzazioni tedesca, olandese ed inglese appartenevano invece all’AEF, l’Azione europea dei federalisti, di cui Europa-Union Deutschland era il gruppo più forte). Al giudizio dei congressisti si presentarono: la proposta di Spinelli per una scelta elettoralistica, unita ad un rapporto preferenziale con le forze di sinistra; la posizione del «gruppo di pressione», che riaffermava il vecchio ruolo — pre-spinelliano — dei federalisti come «suggeritori» acritici della classe politica, anziché come attori autonomi (posizione presentata da Germain Desboeuf e nella quale una larga parte del MFE francese si riconosceva); e, infine, la proposta di Albertini e di Autonomia federalista di un grande dibattito europeo volto a chiarire i termini della lotta federalista come premessa alla costituzione di una forza politica genuinamente rivoluzionaria e quindi autonoma e sostanzialmente indifferente agli equilibri politici nazionali. Secondo Albertini e gli autonomisti era indispensabile attuare lo spostamento dell’asse dell’azione e del pensiero dal quadro nazionale al quadro europeo[7] e riproporre come strumento organizzativo un Movimento che rifiutasse il terreno nazionale ove gli altri (partiti e gruppi di pressione) normalmente operano.
Non occorre addentrarsi in questa sede sui dettagli dello svolgimento del Congresso e dei relativi risultati. Basterà ricordare che alla fine prevalse, sia pure di stretta misura, un testo di mozione di politica generale che cercava di mediare tra le diverse posizioni e la cui approvazione fu osteggiata da Albertini e da Autonomia federalista. E’ invece utile riportare alcuni stralci dell’intervento compiuto dal leader di Autonomia federalista al Congresso, in sede di dichiarazione di voto sulla mozione di politica generale.
Rivolgendosi ai delegati, Albertini esordì con una cruda ma efficace analisi della situazione del MFE e della sua capacità di agire: «Quelli che vogliono servire il federalismo, e non servirsene, devono scegliere… la via del consolidamento e del rafforzamento del MFE. Nella situazione attuale questa via è ostruita da due ostacoli: la coesistenza di tendenze che vogliono agire come gruppo di pressione, come partito o come movimento, e l’assenza di una vera dimensione organizzativa europea (un numero sufficiente di sezioni attive, almeno nel quadro dei Sei). Fintantoché il MFE non raggiunge questa dimensione, e finché resterà diviso in queste tre tendenze, l’azione di ciascuna di esse sarà inefficace, e la politica del MFE, nel suo insieme, non potrà avere un vero carattere europeo. In effetti, il gruppo di pressione, il partito e il movimento — tendenzialmente — si neutralizzano l’un l’altro, in quanto comportano azioni di segno contrario: combattere e corteggiare i partiti, accettare e rifiutare gli ambiti nazionali. E’ indiscutibile che coloro che tendono ad agire come gruppo di pressione devono accettare, e persino corteggiare i partiti, quelli che tendono ad agire come partito devono combattere tutti gli altri partiti; chi intende agire come movimento, e non ha dunque l’intenzione di cambiare la politica dei partiti su un singolo problema né di portar loro via dei voti, bensì di trasferire la lotta politica sul terreno europeo, non deve né corteggiare i partiti né combatterli sul loro proprio terreno, ma deve al contrario — ed è questo che lo contraddistingue — rifiutare gli ambiti nazionali nei quali gli altri agiscono…».[8]
La strategia dei federalisti così delineata deve quindi puntare sul trasferimento della lotta politica dal quadro nazionale a quello europeo, e per far questo essi non devono né «corteggiare» i partiti né porsi in concorrenza con loro sul piano nazionale (elettorale). Dovranno invece confrontarsi con i partiti (e con le altre espressioni del potere nazionale: governi, parlamenti, poteri locali) per trascinarli sul terreno europeo, forzandoli — ogniqualvolta se ne presenti l’occasione — a compiere scelte che facciano avanzare l’alternativa europea ed indietreggiare le alternative nazionali.
D’altra parte il fondamento di questa scelta — la scelta del Movimento (autonomo, militante, con una base, almeno embrionale, europea) — è giustificata solo dall’esistenza di una «virtualità» insita nel corso stesso della storia. Questo concetto era stato chiarito in modo molto efficace dallo stesso Mario Albertini, in una nota redatta nell’autunno del 1961 in preparazione del Congresso: «…Per fondare lo Stato europeo, bisogna far entrare nella lotta politica una forza nuova, una forza europea. Questo tentativo si può fare solo se questa forza virtualmente esiste, cioè se si può organizzare qualche cosa di realmente esistente. Orbene, c’è un rapporto diretto fra la causa della decadenza autoritaria delle democrazie nazionali, e il tentativo di far funzionare politicamente un’organizzazione democratica europea, perché questo tentativo non può essere che quello di organizzare nella dimensione supernazionale quanto di democratico sfugge ai partiti tradizionali nelle dimensioni nazionali…».[9]
 
Organizzazione e strategia: il dibattito al Congresso di Torino (novembre 1966).
 
Il riferimento ad una forza virtualmente esistente, a livello europeo — quindi «non esistente», da costituire — mette in evidenza un altro aspetto cruciale che deve caratterizzare l’organizzazione federalista: quella di un Movimento d’avanguardia che, trovandosi ad operare nel campo del nemico — gli Stati nazionali — riesca a costituire il punto di riferimento e di aggregazione per tutti coloro che capiscano (o intuiscano) la necessità di agire per la costituzione di un nuovo fronte, di un nuovo terreno di lotta (in altri termini di una nuova situazione di potere) ove sia possibile battersi efficacemente per la fondazione dello Stato europeo.
La questione del Movimento come «avanguardia federalista» e della sua capacità d’iniziativa (la strategia) per trasformare le «virtualità» del processo in effettivi successi politici (modificando gli equilibri di potere esistenti) è stata di nuovo oggetto di un vivace dibattito interno e ha trovato il suo momento conclusivo nel Congresso del MFE di Torino (30 ottobre-1 novembre 1966). In tale occasione Albertini, nella relazione introduttiva ha richiamato preliminarmente i fattori (di natura «ideologica» e «storica») che condizionano il processo di fondazione dell’unità federale dell’Europa. Ha ricordato brevemente che tutte le grandi ideologie attive sulla scena politica europea sono senz’altro favorevoli alla Federazione europea. «Non v’è dubbio al proposito. I loro valori non possono né essere limitati a un solo paese senza degradarsi, né essere veramente estesi al di là del proprio paese senza il principio federalista. Per queste ragioni queste forze hanno sempre professato principi federalistici, sia pure in modo confuso (la confusione principale è quella del federalismo con l’internazionalismo) e sia pure con gli alti e bassi determinati dalle vicende storiche».[10] Ciò significa che su questo grande obiettivo storico è possibile raccogliere un’adesione vastissima (gli oppositori sono limitati alle piccole minoranze nazionalistiche); tuttavia — e ciò va sottolineato — tale atteggiamento favorevole che riguarda sia i governi, sia i partiti, sia l’opinione pubblica «non si traduce in azione politica sino a che non si manifestino circostanze storiche adatte… In concreto il favore ideologico significa solo che non ci sono ostacoli insormontabili».[11]
Attraverso l’analisi dell’altro «fattore» (di carattere storico) Albertini ha messo in evidenza — precisandone molto efficacemente i contorni — gli aspetti ormai strutturali dell’equilibrio (o, meglio, disequilibrio) di potere raggiunto dal sistema europeo degli Stati dopo la seconda guerra mondiale. In estrema sintesi: anche se le nazioni sono rimaste formalmente sovrane, ci troviamo — nella realtà storica — in una situazione di declino delle sovranità nazionali e di sviluppo dell’«unità di fatto europea». E’ il corso storico che ha avviato un processo che via via rende sempre più evidente la contraddizione tra la dimensione dei problemi (sia di natura economica che politica) e le strutture istituzionali (il sistema di Stati nazionali sovrani) che agiscono come una sorta di camicia di Nesso, impedendo alla classe politica ed ai cittadini che vorrebbero farsene carico di affrontare tali problemi al livello al quale essi si pongono: continentale e, in prospettiva, mondiale. Gli Stati (i governi, i partiti, le forze politiche tradizionali organizzati a livello nazionale) tentano di superare questa contraddizione «inventando» soluzioni pseudo-europee, che si collocano sostanzialmente lungo la via della cooperazione intergovernativa e che permettono di prospettare soluzioni, almeno transitorie, ai problemi con strumenti che non mettano in discussione il fondamento stesso della sovranità nazionale.
L’analisi condotta da Albertini riprende ed approfondisce, in modo sistematico e rigoroso, concetti che erano già presenti nei testi dei primi autori federalisti.[12] Fino ad allora, tuttavia, nessun autore aveva chiaramente posto la questione teorica della contraddizione tra fini (la soluzione dei problemi) e mezzi (le istituzioni) nel contesto della storia contemporanea europea con l’intento di ricavarne un’indicazione «scientifica» circa la strategia da seguire nella lotta federalista per l’unità europea. A questo riguardo, la relazione di Albertini a Torino ha concluso l’analisi del «fattore storico» con queste considerazioni: «I maggiori problemi, a causa della loro dimensione, che ha scavalcato quella degli Stati, non sono più risolvibili nel loro ambito. In teoria, essi sono risolvibili solo nel quadro europeo. In pratica, per la mancanza di un potere politico europeo, essi finiscono col trovare soltanto delle soluzioni imperfette nell’ambito dell’unità imperfetta compatibile col mantenimento della sovranità formale degli Stati. Ma ogni loro soluzione unitaria, per quanto imperfetta, modifica la situazione in modo tale che i nuovi problemi che si presentano richiedono, per la loro soluzione, un grado ancora maggiore d’unità… Questa logica delle cose… ha trovato sinora la sua espressione più importante e più avanzata nel Mercato comune».[13]
In questa situazione nella quale è possibile — nel senso che, come si è detto, non esistono «ostacoli insormontabili» — conseguire l’obiettivo della Federazione europea, ma non c’è tuttavia un quadro di riferimento (un quadro europeo) nel cui ambito le forze favorevoli (largamente maggioritarie) e contrarie possano dividersi e contarsi secondo la normale dialettica della democrazia, l’ostacolo principale consiste nel fatto che, finché la vita degli Stati conserva una sufficiente stabilità, grazie soprattutto ai successi dell’integrazione europea, la lotta politica nazionale si svolge esclusivamente all’interno degli Stati. Questo limite impedisce ai soggetti della normale lotta politica (i partiti, i gruppi organizzati su base nazionale) di intravedere la concreta possibilità di realizzare un’alternativa europea e quindi di battersi per il conseguimento di definitivi ed effettivi trasferimenti di sovranità dagli Stati all’Europa. Circa la condizione ed il ruolo dei partiti, Albertini faceva notare che «il processo politico, elezione per elezione, li spinge a dire cosa dovrà fare la propria nazione nel campo della politica estera, militare, economica… L’idea di un potere europeo, essendo estranea alle abitudini e alle posizioni acquisite dei partiti, non può formarsi spontaneamente nel loro ambito, ma è anche vero che essi potrebbero accettarla facilmente se venisse loro proposta dall’esterno, perché un potere europeo sarebbe più forte, più democratico e meno sovvertitore di qualunque potere [alternativo] che si formasse nell’ambito nazionale…».[14]
In questo quadro apparentemente desolante e chiuso, in cui il processo politico all’interno degli Stati non può far altro che autoperpetuarsi, quale ruolo e quali effettive possibilità di azione restano disponibili per il MFE? In sintesi: essere i proponenti, dall’esterno, dell’alternativa del potere europeo. In altre parole, agire come avanguardia (una sorta di Discordia nel campo di Agramante) che sappia sfruttare ogni occasione offerta dalle contraddizioni del processo storico («i nuovi problemi che si presentano richiedono via via… un grado ancora maggiore di unità») e precostituisca un quadro, ancorché fittizio, di riferimento europeo, attraverso iniziative che mettano in evidenza la natura europea del problema e obblighino le forze politiche a schierarsi. Si tratta di operare di volta in volta sugli specifici obiettivi che il processo stesso evidenzia (crisi monetaria, deficit democratico della Comunità, ecc.) e che consentono una dislocazione delle forze che — in linea generale — sono comunque favorevoli (non rappresentano «ostacoli insormontabili») ad una scelta europea.[15]
Con queste premesse, non hanno potuto che riconfermarsi a Torino quelle che erano state le scelte, sul piano dell’organizzazione, di Autonomia federalista a Lione: i federalisti devono divenire una forza politica del tutto autonoma dal potere nazionale, sia sotto il profilo teorico sia sotto il profilo pratico. Nella sede congressuale, Albertini precisa che, sotto il profilo teorico si dovrà, utilizzando la teoria del federalismo, intervenire per demistificare l’idea di nazione e la sua ideologia, a volte nascosta dietro argomentazioni apparentemente progressiste. Sotto il profilo pratico è necessario sviluppare un’opposizione «di comunità» che implichi il rifiuto non tanto di questo o quel governo o regime, bensì della comunità nazionale in quanto comunità politica esclusiva. Quest’ultimo aspetto era, ed è, particolarmente difficile da attuare. Si tratta, in sostanza, di abbandonare l’angolo visuale di chi, agendo «nell’ambito della gestione dei poteri nazionali esclusivi, anche se desidera sinceramente l’unità europea, vede perciò solo i fatti che li mantengono». Costui dovrà, invece, elevarsi fino al punto di agire per abbatterli, mettendosi «in grado di tenere sotto osservazione anche i fatti dell’integrazione europea che li minano, creando… un potere europeo di fatto». In tal modo potrà efficacemente battersi per «trasformare il potere europeo di fatto in un potere costituito».
Chi ha compiuto questa scelta — la scelta di essere la «coscienza teorico-pratica del carattere europeo dell’alternativa politica di fondo» — può e deve avere un rapporto del tutto particolare con il potere nazionale e con la politica normale: nella fase in cui i maggiori problemi politici ed economici, che non trovano soluzione negli Stati nazionali, si pongono «può entrare in campo unendosi a coloro che cercano una vera soluzione, mentre nella fase in cui, per risolverli con i suoi mezzi imperfetti (i governi nazionali e la collaborazione europea), la politica normale si accontenta di soluzioni imperfette e precarie, egli deve uscire dal campo, denunziare il compromesso, attendere ancora e sempre al varco coloro che rimangono nel quadro nazionale».[16] L’implicito corollario di queste scelte è che si dovrà ancora più nettamente (per l’estraneità alla dialettica politica nazionale e per la necessità di trasferire tutto «l’europeismo diffuso» sul terreno dell’Europa) rifiutare sia la scelta del partito (elettoralista) che quella del gruppo di pressione (mosca cocchiera del potere costituito), riconfermando invece quella del «Movimento autonomista, con base europea», al quale spetterà il compito, come postulava Albertini poco prima di Lione, di «organizzare nella dimensione supernazionale quanto di democratico sfugge ai partiti tradizionali nelle dimensioni nazionali».
 
Qualche considerazione conclusiva.
 
Siamo riusciti in questo compito? Se si esamina questo quesito sotto il profilo rigorosamente formale (burocratico) la risposta potrebbe essere negativa: il MFE non sembrerebbe aver avuto successo nell’organizzare, a livello supernazionale (nemmeno a livello dei sei originari paesi della Comunità) tutto il potenziale dell’europeismo organizzabile. Il MFE è restato formalmente un’organizzazione italiana e le organizzazioni «consorelle» (e collegate al MFE tramite l’Unione europea dei federalisti, UEF) hanno mantenuto una struttura ed una strategia sostanzialmente non autonomistica e non militante. Tuttavia, se si guarda alla sostanza, si deve riconoscere che il MFE è stato capace di influenzare — nei momenti delle scelte cruciali — sia la classe politica italiana attiva in Europa, sia la classe politica europea nel suo complesso ed è riuscito ad esercitare — nei fatti — un ruolo trainante efficace, nei momenti decisivi della lotta, nei confronti delle organizzazioni più tradizionaliste del federalismo europeo (UEF, JEF, articolazioni nazionali), nonché su quelle riconducibili alla cosiddetta «forza federalista», quali AEDE e AICCRE, il cui sostegno, sia politico che operativo, alle posizioni più avanzate della lotta (ad esempio le raccolte di adesioni per l’elezione diretta del Parlamento europeo e per la moneta unica) è stato possibile grazie all’impegno dei non pochi amici federalisti che militavano anche in queste organizzazioni (la cosiddetta «doppia appartenenza») che forse è un po’ riduttivo definire «collaterali».
In effetti, ponendo l’attenzione sui risultati conseguiti negli anni di lotta da Torino ad oggi (l’elezione diretta del Parlamento europeo, l’avvio del processo costituente, il quasi conseguimento della moneta unica), non si può non concludere che sia valido quanto scritto su Il Federalista del dicembre del 1983, quando già si poteva compiere un primo bilancio dei risultati della politica decisa e attuata dal Movimento, dopo i dibattiti del periodo Lione-Torino: «…Il MFE è dunque un Movimento nel senso vero e proprio del termine perché, di volta in volta, sfruttando la sua capacità di dialogo con tutte le forze democratiche, ha saputo prendere le iniziative necessarie per mettere i governi e gli Stati nazionali sul piano inclinato verso la Federazione europea… Certo, la Federazione europea non è ancora realizzata, ma nessuno può, in buona fede, negare che tutte queste iniziative, pur conseguendo successi parziali, siano state efficaci (e dunque i federalisti hanno fatto politica) almeno nel senso che oggi è infinitamente più difficile che negli anni ‘50, per qualsiasi governo europeo, quello inglese compreso, mettere in discussione sia l’esistenza della Comunità, sia la necessità di un suo progresso democratico».[17]
Queste osservazioni — di circa 10 anni fa — sono tuttora valide. Esse dimostrano che la scelta del Movimento militante ed autonomista qual è il MFE che noi oggi conosciamo e nel quale operiamo è stata la scelta vincente, anche se è stata decisamente quella più difficile da seguire. I militanti hanno spesso la sensazione di essere dei comprimari la cui utilità ed efficacia è dubbia; ci sono momenti in cui si ha l’impressione che non si possa far nulla per intervenire sul processo. Ma ciò, come ricordava Albertini, è insito nella stessa scelta rivoluzionaria che postula una capacità di intervenire sul processo, se c’è un processo. E’ quindi una scelta chiaramente difficile, che richiede una capacità — forse più di natura morale che politica — di stare sul campo in qualunque momento, sapendo che si può influire solo in parte sull’esito finale del processo.
 
Sante Granelli


[1] Altiero Spinelli, Il progetto europeo, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 35.
[2] «…Il federalismo è quindi un’esigenza che può essere sentita, come lo è, da uomini d’ogni partito, classe, nazione, razza o religione, e come tale esce dagli schemi tradizionali dei partiti politici propriamente detti. Meglio dunque gli si addice, in questa che per lui è la stagione della semina, il nome di movimento politico anziché quello di partito in quanto pone tale esigenza ai partiti stessi come istanza prima e urgentissima, e consente ai suoi membri, come avviene di fatto, d’appartenere a qualunque partito purché gli scopi di questo non siano in contrasto col suo presupposto fondamentale… Movimento — e non partito — perché, data la sua concezione rivoluzionaria, posta la sua esigenza unificatrice, svolge la sua attività su di un piano diverso, non in contrasto, ma parallelo a quello dei vari partiti che, per tradizione e per struttura, conducono la loro lotta sul terreno nazionale. La disciplina quindi che il federalismo impone ai suoi aderenti non è meno impegnativa che quella di un vero e proprio partito. Il suo carattere è dunque squisitamente politico perché, in ordine al suo obiettivo — altrimenti vasto e complesso — mira alla mobilitazione di tutte le energie capaci di operare per esso, ovunque si trovino, sotto qualunque bandiera progressista esse militino. Mira a creare una sua organizzazione atta a diffondere l’idea federalista e ad agire risolutamente in senso rivoluzionario nella vita politica illegale di oggi. A non perdere, in quella legale di domani, nessuna occasione per operare sullo stesso piano dei partiti politici e in collaborazione con tutti coloro che, avendo riflettuto sulla fatale interdipendenza delle culture, delle economie, della vita stessa dei popoli europei, avvertono come nessuna soluzione potrà essere valida e duratura se — prima — non sorge sul piano internazionale l’edificio politico che abbatta i superstiti ostacoli, annienti le resistenze, superi le differenze, garantisca la sua funzione, armonizzi le esigenze di tutti, difenda dalle inevitabili reazioni il significato più vero e profondo delle sofferenze delle ingiurie di oggi…» (cfr. L’Unità europea, n. 2, agosto 1943, p. 3).
[3] Circa l’influenza esercitata da Spinelli (e dal Movimento) su De Gasperi nel 1951 a proposito della CED, ed in modo più specifico circa le sue capacità di utilizzare strategicamente l’occasione storica di trasformare un’iniziativa sostanzialmente di parte (antisovietica, filo-atlantica) in una battaglia per l’affermazione della democrazia a livello europeo, con l’istituzione dell’Assemblea ad hoc (in realtà un’Assemblea costituente), vedi Mario Albertini, «La fondazione dello Stato europeo», in Il Federalista, XIX (1977), pp. 5-55.
[4] In realtà, nelle città ove il piccolo nucleo di federalisti locali era riuscito ad organizzare le elezioni primarie, queste ebbero un notevole successo di partecipazione dei cittadini, non solo laddove i militanti autonomisti avevano la leadership dell’organizzazione locale, ma anche in città, quali Darmstadt, Maastricht, Strasburgo, Berlino, nelle quali i militanti erano più legati all’europeismo tradizionale e filo-governativo.
[5] Questi concetti sono ripresi in Le Fédéraliste, IV (1962), p. 31, ove, a commento dell’esito del IX Congresso MFE (Lione, 9-11 febbraio 1962), Albertini richiama l’esperienza del CPE: «…Il tentativo di far votare la gente per l’Europa riuscì perché ottenne il favore dell’opinione pubblica, e poiché fu sostenuto sul piano organizzativo e sul piano politico dai quadri ‘autonomisti’ che si erano formati nel corso della lotta per il controllo della sezione italiana dell’UEF (che era allora un Movimento autonomo, il MFE italiano). Ma il tentativo di estendere le elezioni a una parte sufficiente del territorio dell’Europa occidentale non riuscì. Il successo fu sufficiente per consolidare il CPE come organizzazione indipendente, ma non per dargli una dimensione europea efficace…».
[6] Spinelli stesso, nel presentare questo programma d’azione al Congresso di Lione, identificò le forze democratiche di sinistra come gli alleati naturali dei federalisti. Nel caso italiano in particolare, secondo Spinelli, i federalisti avrebbero dovuto battersi per «la partecipazione dei socialisti alla vita democratica del paese, per liberare le forze cattoliche di sinistra dalla loro dipendenza nei confronti delle influenze conservatrici di tipo clericale e di tipo economico, per la creazione di regioni autonome contro i monopoli, per l’inquadramento del problema del Mezzogiorno in un ‘piano’ economico europeo, per una politica d’iniziativa europea autentica» (cfr. Le Fédéraliste, IV (1962), pp. 93-4).
[7] Il quadro europeo era definito da Albertini come «un quadro puramente razionale, senza centri di potere, strumenti di lotta, mezzi di informazione, un quadro invisibile nel quale l’azione umana non ha ancora lasciato dei segni politici specifici ed ove quasi tutti provano naturalmente l’orrore del vuoto» (cfr. Le Fédéraliste, IV (1962), p. 34).
[8] Cfr. Le Fédéraliste, IV (1962), pp. 95-6.
[9] Cfr. Il Federalista, III (1961), p. 271.
[10] Cfr. Lucio Levi, Sergio Pistone (a cura di), Trent’anni di vita del Movimento Federalista Europeo, Milano, Franco Angeli, 1973, p. 307.
[11] Ibidem, pp. 307-8.
[12] Cfr. ad esempio il «Manifesto to Europeans», redatto nell’ottobre del 1914 da Georg Friedrich Nicolai e firmato da Albert Einstein: «…la tecnologia ha rimpicciolito il mondo. Infatti, oggi le nazioni della grande penisola europea sembrano spingersi a urtarsi l’un l’altra più di quanto un tempo facevano le città-Stato che erano accalcate in quelle ancor più piccole penisole che si sporgono nel Mediterraneo. Viaggiare è così diffuso, la domanda e l’offerta internazionali sono così intrecciate, che l’Europa — e si potrebbe quasi dire il mondo intero — costituisce già ora un unico insieme… Non è questo il luogo per discutere su come questo nuovo ordine in Europa possa venire alla luce. Il nostro unico scopo è quello di affermare la nostra convinzione che sia giunto il tempo in cui l’Europa deve unirsi per preservare il suo territorio, la sua popolazione e la sua cultura. Noi dichiariamo pubblicamente la nostra fede nell’unità europea, una fede che crediamo sia condivisa da molti; abbiamo la speranza che questa pubblica affermazione della nostra fede possa contribuire alla crescita di un poderoso movimento in favore di questa unità» (in Otto Nathan e Heinz Norden (a cura di), Einstein on Peace, NYC, Simon & Shuster, 1960).
[13] Cfr. Lucio Levi e Sergio Pistone (a cura di), Trent’anni di vita, cit., p. 309.
[14] Ibidem, pp. 313-14.
[15] E’ questa la base teorica delle iniziative, avviate sul finire degli anni ‘60 ed all’inizio degli anni ‘70, per l’elezione diretta del Parlamento europeo e per la creazione della moneta unica. Si trattava di condurre delle «azioni quadro» che permettessero di tenere sul campo l’alternativa europea fino al momento in cui, in una situazione di crisi del potere degli Stati, i governi e i partiti venissero quasi automaticamente portati sul terreno decisivo, quello europeo. Nasce qui il concetto che sarà poi ampiamente sviluppato da Albertini e da altri autori federalisti del «piano inclinato», che altro non è che un’efficace metafora per illustrare l’andamento del corso storico, che spinge esso stesso le nazioni verso soluzioni europee, con la possibilità per i militanti federalisti di aumentare — anche di pochissimi gradi (e quindi con un impegno commisurato alle loro forze) — l’inclinazione del piano, favorendo, in ogni specifica istanza, la scelta europea.
[16] Lucio Levi e Sergio Pistone (a cura di), Trent’anni di vita, cit., pp. 316, 317, 318.
[17] Cfr. Guido Montani, «Militanza federalista e nuovo modo di fare politica», in Il Federalista, XXV (1983), p. 135.

Condividi con