Anno XXXV, 1993, Numero 2, Pagina 124

 

 

LA CRISI DELLO SME*
 
 
Con la decisione dei Ministri finanziari della Comunità di allargare la banda di oscillazione al 15%, lo SME si è ridotto ad un puro e semplice mascheramento europeo delle politiche nazionali. In effetti, con questa banda di oscillazione, risultano praticamente tolte di mezzo le caratteristiche che avevano differenziato lo SME, come sistema di cambi fissi, rispetto agli accordi di Bretton Woods. Il grande vantaggio dello SME era che esso rendeva collegiale — e non più unilaterale — la decisione di svalutare; che mobilitava con l’ECU gli interessi privati, e che rendeva pubblica e clamorosa l’eventuale rottura unilaterale delle regole comuni da parte di ogni singolo Stato.
E’ grazie a queste caratteristiche che lo SME era praticamente diventato la base del nuovo tentativo di abolire le monete nazionali e di creare una moneta europea, obiettivo al quale l’Europa sarebbe senz’altro giunta se la recessione avesse tardato qualche anno a manifestarsi. Bisogna dunque rendersi conto che lo svuotamento delle potenzialità dello SME significa che non esiste più un piano strategico per il progresso dell’unificazione europea e per la creazione di una vera e propria Unione politica. Se non ci sarà una resipiscenza dei governi e, in genere, delle forze politiche, l’Europa si incamminerà pertanto, sulla base dell’allargamento, verso la creazione di una grande area di libero scambio che, non avendo un potere politico che la sostiene, non potrebbe certo durare a lungo.
Gli argomenti che sono stati usati contro lo SME come sistema di parità fisse, specie per quanto riguarda la disoccupazione e lo sviluppo, sono falsi perché, anche ammesso, ma non concesso, che lo SME non fosse un buon meccanismo di governo provvisorio delle monete, resta il fatto che, abolendolo, si affida questo controllo alla speculazione internazionale che sta crescendo mostruosamente. Basta questa constatazione per stabilire che mettendo in crisi lo SME — e quindi, in prospettiva, gran parte del Trattato di Maastricht — i governi non erano davvero mossi dal problema della disoccupazione ma da pure e semplici motivazioni di carattere elettorale. In realtà, nel Consiglio dei Ministri finanziari della Comunità la scelta non era fra una politica nazionale e una politica europea, o fra una politica reazionaria e una progressiva, ma fra due diverse politiche nazionali, l’una con una buona valenza europea, e l’altra rovinosa. E’ del resto plausibile che non ci siano più buone politiche nazionali che non siano nel contempo buone politiche europee e mondiali.
E’ giunta l’ora di dire con chiarezza che la moneta europea si può fare subito. Noi abbiamo già: a) un Parlamento europeo eletto dai cittadini; b) una specie di governo, la Commissione, che sarebbe già in grado di svolgere una propria politica se non fosse soffocata dal Consiglio dei Ministri che, contro ogni principio democratico assomma nelle sue mani tanto il potere legislativo quanto il potere esecutivo; c) un’economia già molto integrata al punto da rendere praticamente impotenti gli strumenti nazionali di governo dell’economia. Basta dunque prendere sul serio il voto europeo e ristabilire il principio secondo il quale spetta ai cittadini la scelta del governo per affermare che è perfettamente possibile, sin da ora, fare una politica economica europea e, in particolare, creare subito la moneta europea se nel contempo si adotta un piano europeo per la disoccupazione, lo sviluppo e ogni altra implicazione in termini non solo economici. Il problema va dunque impostato in questo modo: non ci può essere politica europea senza affrontare il problema della moneta; non si può fare la moneta senza affrontare davvero i problemi della disoccupazione e dello sviluppo.
In queste vicende c’è una particolare responsabilità dell’Italia, che purtroppo non è più quella di De Gasperi e di Spinelli. E’ stata l’Italia, mettendosi sullo stesso piano del Regno Unito, ad aprire la crisi dello SME violando la sostanza del patto comunitario nella speranza furbesca di poter fondare la sua fortuna su un pilastro in realtà così fragile come quello della svalutazione competitiva che può favorire soltanto lo sviluppo del nazionalismo ma non certo quello dell’economia in un mondo sempre più unito.
L’Italia sta giustamente tentando di risolvere la sua crisi adottando meccanismi decisionali più democratici e più efficaci per quanto riguarda la formazione della rappresentanza e il tipo di governo. Questa riforma non avrebbe però alcun senso se nel contempo si disfacesse l’Europa.
Il MFE fa osservare da tempo che l’Italia sta sempre più evolvendo verso una situazione di potere prefascista. Ciò dipende, in ultima istanza, dalle storture derivanti dal fatto che la lotta politica e la vita reale dei partiti si arrestano ai confini nazionali mentre cresce costantemente il numero dei problemi che possono avere soluzioni solo a livello europeo e mondiale. Sta dunque bene introdurre in Italia un nuovo meccanismo decisionale più democratico e più efficace. Ma non bisogna mai dimenticare che ciò vale ad una sola condizione: che venga realizzato nel contempo un buon meccanismo decisionale anche a livello europeo. In ogni altro caso noi avremmo un buon governo dove non ci sono grandi problemi da affrontare, e nessun governo dove si tratta di affrontarli.
Per colpa dei governi che, dopo aver lavorato per anni a progettare la creazione graduale della moneta europea, si sono fermati di fronte alla prima vera difficoltà, la battaglia per l’Europa è diventata più difficile. Ma questo significa solo che bisogna impegnarsi di più perché senza l’unità europea non c’è salvezza. Per quanto lo riguarda, il Movimento federalista europeo si impegnerà sempre di più e afferma sin da ora che farà il possibile per far capire a tutti i cittadini, anche in vista delle elezioni del 1994, che ci troviamo di fronte alla scelta tra il cedimento alla speculazione internazionale e alla politica americana di grande potenza, e il riscatto europeo.


* Dichiarazione del Presidente del Movimento federalista europeo, Mario Albertini, rilasciata il 2 agosto 1993.

Condividi con