Anno III, 1961, Numero 3-4, Pagina 188

 

 

UNA LETTERA DI MERLINI
A PROPOSITO DI «QUATTRO BANALITÀ…»
 
 
Torino, 13 maggio 1961
 
Caro Mario,
 
consentimi qualche riflessione a conclusione della lettura sul «Federalista» del tuo ultimo articolo: le «quattro banalità», come tu le chiami, sono… [segue un apprezzamento]: quella che appare banale è — se mi permetti — la conclusione. Su questa vorrei intrattenerti.
a) Tu dici che ci sono oggi tre politiche: l’Europa delle patrie (de Gaulle), l’Europa dei funzionari (le Comunità), l’Europa del popolo (la Costituente); onde, secondo te, per noi che rappresentiamo la terza soluzione il principale nemico sarebbe il funzionalismo, l’europeismo delle Comunità, il progetto Dehousse ecc. Tutto ciò a me sembra in contraddizione con quanto tu stesso dici molto giustamente poco più oltre, cioè che «non c’è stazione intermedia tra un sistema di Stati sovrani e una Federazione»: il che significa che l’ibrido funzionalista, dovuto alle eccezionali condizioni post-belliche da te esaminate, non può durare: o viene riassorbito in una federazione o scompare, almeno politicamente. L’evoluzione delle Comunità sarà il barometro delle influenze che si disputeranno il campo in Europa: prevalendo quelle federaliste le Comunità tenderanno a diventare gli organi del governo federale, prevalendo «l’Europa delle patrie» si limiteranno alla funzione di organi «tecnici» internazionali. Ora prendersela con il barometro non ha mai fatto migliorare il tempo. Aggiungerei inoltre che, per quanto si può presumere, agli esponenti della Comunità, per quanto compromessi con il potere nazionale, arride certo molto più la prima eventualità che non la seconda: quindi quel poco che possono fare, lo faranno su una strada che, storicamente, non è certo antitetica alla Federazione.
Che la battaglia delle Comunità non sia la nostra battaglia, lo sappiamo a memoria; ma è un’altra considerazione. Del resto Spinelli, già al Congresso del Lussemburgo aveva previsto che le Comunità (allora c’era soltanto la C.E.C.A.) sarebbero diventate cittadelle assediate dal risorgente nazionalismo e che conseguentemente il nostro ruolo era non già di rinchiuderci dentro di esse anche noi, ma di combattere in campo aperto la nostra battaglia. Quelle lontane parole definiscono ancor oggi efficacemente — a mio giudizio — la nostra linea politica sulla questione.
b) Ma consideriamo pure che i vacui progetti dell’europeismo ufficiale noti siano che «trucchi» e «porcherie»: resta peraltro, a mio giudizio, che «trucchi» e«porcherie» molto maggiori — e molto più pericolosi — sono il progetto gollista di confederazione e annesso referendum-plebiscito. Mi sembra di un’ingenuità senza pari attribuire al disegno fumoso del generale una qualsiasi coerente intenzione di far procedere l’Europa verso l’unificazione: è chiarissimo invece che l’obiettivo di tutte le proposte sin qui fatte è da una parte affermare una politica nazionale di potenza, dall’altra liquidare quel poco che sin qui è stato fatto. Ciò in base a una concezione nazionalista che non è mai stata nascosta e che ha — quella sì — il pregio della coerenza.
Che il nazionalismo sia oggi in piena ripresa e che il gollismo ne rappresenti oggi (in attesa che si svegli veramente quello tedesco) l’aspetto più macroscopico mi sembra infatti un’evidenza difficilmente contestabile. Basta del resto por mente alla tua stessa analisi delle forze «centrifughe» che lentamente prevalgono in Europa sulle forze «centripete» (cosa può immaginarsi di più «centrifugo» dell’atomica nazionale?).
Col nazionalismo e col gollismo noi dobbiamo dunque prepararci a fare i conti, in modo molto più duro e definitivo che non con l’europeismo, anche il più vacuo e fastidioso. Del resto, nell’identificare subito il nemico e nel combatterlo con dura chiarezza sta la nostra più vera possibilità di «egemonizzare» lo schieramento europeista, non nell’azione in seno al fantomatico Movimento Europeo o simili.
In conclusione mi sembra del tutto inattuale mobilitare oggi le nostre energie per combattere il progetto Dehousse, progetto che i gollisti (loro, che ne hanno il potere) hanno già spacciato da un pezzo e che non ha, allo stato attuale delle cose, una sola probabilità in più di essere preso in considerazione di quante ne abbia il progetto Héraud. (A parte che se anche, per ipotesi, il progetto Dehousse venisse applicato le sue conseguenze non sarebbero così catastrofiche come tu le dipingi).
c) In questo contesto di offensiva nazionalista va anche considerata la questione della «piattaforma» a Sei o a Sette. E’ del tutto chiaro, a mio giudizio, che de Gaulle se ne infischia nel modo più assoluto dell’Europa a sei, a sette a quindici ecc. Se le circostanze glielo consentissero è probabile che riprenderebbe subito il vecchio gioco di alleanze «pendolari» con la Russia (beninteso, parlando sempre d’Europa) come aveva subito tentato di fare nel ‘44-‘45: Kruscev, anzi ci fa quasi assegnamento. Ciò non per capriccio: a De Gaulle sta a cuore la potenza nazionale francese, una certa vocazione «imperiale» e così via: in vista di questa politica e dell’interesse nazionale francese egli sceglie di volta in volta il quadro che gli sembra più conveniente. Nell’Europa a sette egli teme di dover subire la supremazia britannica; in quella a sei egli si illude di imporre la propria alla Germania. Fondare su questi giochetti delle cancellerie la più circospetta manifestazione di consenso federalista sarebbe a parer mio assolutamente irresponsabile. Tanto più che l’esito della recente conferenza dei ministri degli esteri lascia intendere che molte illusioni (in specie per ciò che concerne l’atteggiamento tedesco) si vanno dissipando e che all’Eliseo la «piattaforma dei Sei» non suscita più molto interesse.
Ogni Stato dunque in Europa si chiuderà più ciecamente in se stesso e più ciecamente e disperatamente marcerà verso la catastrofe: questa e non altra mi sembra la prospettiva, oggettivamente drammatica se il Popolo Europeo non interverrà a mutarla, in cui a noi tocca prendere posizione.
Abbimi, con la più viva cordialità tuo
 
Gianni Merlini
 
***
 
Il primo problema posto da Gianni Merlini è quello dell’atteggiamento dei federalisti verso le cosiddette «Comunità europee». Prima di tutto si tratta di stabilire con chiarezza che cosa sono queste istituzioni. Il fatto che si chiamino «Comunità europee» non comporta infatti che esse siano ciò che il loro nome suggerirebbe. E’ pacifico che esse non hanno potere politico, cioè che non sono centri di decisioni politicamente autonome, cioè che non sono che mezzi di esecuzione di decisioni politiche prese altrove (dove si può prenderle, dove c’è potere e lotta per il potere, vale a dire negli Stati nazionali). E’ pacifico quindi che esse non instaurano affatto una comunità europea al posto delle «comunità nazionali» (in tutto o in parte).[1] Questo giudizio è comune sia al buon senso che agli studiosi seri, e non sembra discutibile. E’, del resto, provato dalla seguente costatazione: dopo l’avvento delle pseudo-comunità la lotta per il potere è rimasta, in ogni senso del termine, a livello nazionale. l partiti si battono, come sempre, per i governi nazionali, e ad essi si applicano, dovunque, i gruppi di pressione. Se questi, che sostanzialmente premono sui ministeri quando abbisognano di decisioni valide nel campo europeo (commercio internazionale), si rivolgono talvolta alle pseudo-comunità, le usano in ogni modo come uno dei tanti mezzi di pressione o di avvicinamento, e sempre allo scopo di giungere sino ai poteri nazionali. Si torna sempre a questo punto perché la disponibilità del potere è il fatto centrale della vita politica.
Per questa ragione si può parlare di «evoluzione» delle pseudo-comunità in molti sensi, ma non in quello postulato da Merlini. Evoluzione significa passaggio (graduale) da uno status X ad uno status Y. Orbene, non si può parlare direttamente di passaggio (graduale) del potere di tali pseudo-comunità da uno status nazionale (confederale) ad uno status europeo (federale) per il semplice fatto che tali pseudo-comunità non hanno potere e quindi non possono passare dall’averne uno all’averne un altro; e non se ne può parlare nemmeno indirettamente perché esse sono subordinate al potere e non lo subordinano, quindi non possono farlo procedere da uno status nazionale ad uno status europeo.[2] In qualunque modo mutino, le pseudo-comunità restano sempre nel campo nazionale. Rispetto a quello europeo esse sono, per così dire, asintotiche: si può pensare che lo avvicinino sempre, non si può pensare che possano raggiungerlo.
Ciò stabilito, non si potrà mai puntare sul fatto che esse evolvano «sino a diventare organi del governo federale».[3] Chi voglia raggiungere la federazione non potrà essere, pertanto, favorevole alle pseudo-comunità. Dovrà essere, allora, indifferente o ostile? Il mio parere è che debba essere ostile. Mi limiterò ad illustrare un punto: per unire l’Europa ci vuole un trasferimento di sovranità dagli Stati alla federazione, il che si può ottenere soltanto se un numero sufficiente di individui, schierati in campo europeo, si indirizzano contro i poteri nazionali per distruggerli (in buona parte) mentre fondano, in tale campo europeo, un potere politico (costituente). Si tratta di una lotta rivoluzionaria molto difficile perché l’opposizione di regime costa, mentre il puntare verso il potere europeo — una cosa che non esiste, invisibile — richiede una forza di ragione non comune. In ogni modo questa lotta non è nemmeno concepibile se si pensano le pseudo-comunità come qualche cosa di intermedio, che sta evolvendo dal nazionale all’europeo. Nessuno infatti sceglie un mezzo costoso, difficile ed incerto se pensa che ce ne sia uno a buon mercato, facile e certo. Per questa ragione chi vuole unire l’Europa deve mostrare che le pseudo-comunità non sono un mezzo adatto per fare l’Europa, cioè combatterle.
A questo punto soltanto si può decidere se i federalisti devono fare i conti più con l’europeismo (sostegno delle comunità) che con il nazionalismo (attaccamento alla sovranità nazionale). Dopo quanto si è detto si può affermare senza esitazione che essi devono misurarsi soprattutto con l’europeismo. Per concentrare un numero sufficiente di individui sul fronte decisivo i federalisti devono infatti superare l’ostacolo dell’europeismo, che tende ad indirizzare gli stessi individui sul binario morto delle pseudo-comunità; e non quello del nazionalismo, che non ha influenza sugli individui in questione. A Prima vista pare che ciò significhi che i federalisti dovrebbero combattere coloro che vogliono l’Europa, sia pure tiepidamente, e lasciar stare coloro che l’osteggiano; oppure, ammessa la debolezza delle pseudo-comunità, che dovrebbero prendersela più con il «barometro» che con il «tempo». Ma la realtà è diversa. Il fatto è che gli europeisti non vogliono l’Europa ma il mantenimento degli Stati; ed il fatto è che le pseudo-comunità — o imprese simili — non sono «barometri» ma l’espressione di una politica nazionale, quella appunto degli europeisti.[4] Questa politica europeistica è: a) più efficace di quella nazionalistica per difendere gli Stati, che si mantengono meglio con la collaborazione che con l’isolamento, b) compatibile con un grado di nazionalismo soddisfacente per il personale politico normale che, data la forza reale degli Stati, deve accontentarsi di poco.[5] In sostanza anche l’europeismo è un nazionalismo. Molte difficoltà dell’argomento provengono dalla falsità delle etichette che fa di due generi della stessa specie: conservazione della sovranità nazionale con la collaborazione internazionale, conservazione della medesima con velleità di isolamento, due specie apparentemente diverse. In effetti l’europeismo è pseudo-europeismo, è il volto più pericoloso delle nazioni. L’idea di combatterlo non può pertanto stupire.
Il secondo problema posto da Merlini è quello dell’atteggiamento dei federalisti verso i progetti confederali di de Gaulle. A questo proposito non ho proposto di combattere l’europeismo delle pseudo-comunità e di lasciar stare il nazionalismo confederale di de Gaulle. Dopo aver affermato esplicitamente che ai federalisti compete l’opposizione di regime,[6] mi sono occupato di coloro che restano sull’altro versante, gli automistificati, i credenti nel feticcio nazionale, ed ho cercato di analizzare il significato della politica confederale e di quella pseudo-comunitaria nella presente situazione internazionale. Le mie conclusioni erano: a) che la confederazione di de Gaulle, l’Europa delle Patrie (non si può pronunziare questo motto senza pensare alle illusioni di Mazzini), è più onesta delle pseudo-comunità perché stabilisce una chiara discriminante tra federazione e confederazione e mette, come si deve, ogni fatto confederale dalla parte delle nazioni mentre le pseudo-comunità, effettualmente confederali, generano il fantasma verbale della «stazione intermedia», b) che, al fine della durata della piattaforma a sei e più utile la politica confederale di de Gaulle — che mette in vista le responsabilità dei governanti rispetto al problema europeo — di quella del puro e semplice mantenimento delle pseudo-comunità, o comunità economiche[7] che le cela, e fa dell’Europa una terra di nessuno.
Queste conclusioni mettono in evidenza una delle questioni difficili del federalismo. A noi non interessa che gli Stati facciano questa o quella politica, ma che non facciano più politica (in certi dominii). In questo senso tutte le politiche nazionali per noi sono eguali, eppure non possiamo fare a meno di occuparcene, di cercare di capirle, di giudicarle. Nel far ciò, a volta a volta troveremo che le diverse politiche in campo non sono eguali, che una è migliore dell’altra, fatto che rischia di aprire un fianco a qualche politica del regime avversato, e quindi al regime stesso. Orbene, questo rischio va corso, non solo per evitare l’isolamento settario, ma anche per poter cogliere tutte le occasioni di indebolire il regime nazionale, in ultima analisi per elaborare concretamente la nostra linea politica. Noi dobbiamo condannare qualunque politica degli Stati. Ma soltanto se le conosceremo bene, differenziandole ad una ad una, potremo restare sul nostro terreno senza farci attirare su quello altrui (ad es. quello nazionale delle pseudo-comunità), e capire come si muove l’avversario, smascherare la sua copertura verbale europea, mettere in evidenza i fini reali della sua politica e così via allo scopo di indebolirlo, dividerlo e infine batterlo.
 
Mario Albertini


[1] Le parole si tirano dietro, poco o tanto, le idee. Per questa ragione il solo fatto di chiamare tali istituzioni «Comunità» fa pensare che un poco lo siamo. E’ un uso comune degli uomini quello di spacciare una cosa per un’altra, migliore, giocando sulle etichette. I federalisti farebbero bene a chiamare tali istituzioni pseudo-comunità per smascherare la truffa e circoscrivere l’inganno.
[2] Accanto all’idea istituzionale del passaggio da un sistema di Stati sovrani alla federazione mediante qualche cosa di intermedio (le pseudo-comunità, come ogni altro mezzo confederale) c’è quella del passaggio graduale dall’uno all’altro status mediante l’unificazione economica che faciliterebbe, o causerebbe, quella politica (per una critica cfr. A. Chiti Batelli, Il tramonto di un feticcio: il sovrannazionale e M.R. Gruson, Il mercato comune porterà all’integrazione politica dell’Europa? «Il Federalista», II, 3 e II, 6). Generalmente le due idee vanno insieme, e così lo zoppo aiuta il cieco. In effetti basta distinguerle per vedere che né l’una, né l’altra, sono ciò che si vorrebbe che fossero. Bisogna tuttavia, per non rimanere con la testa vuota rispetto ai dati in questione, non solo dire che cosa non sono, ma anche che cosa sono. Ciò risulta anche dal contesto di questo scritto: sono una certa politica estera e una certa politica economica degli Stati, e sono pertanto intelligibili se studiate nel quadro delle relazioni tra Stati sovrani, inintelligibili se collocate in una immaginaria evoluzione istituzionale. Resta però, per così dire, un altro buco. Se non ci sono stazioni intermedie sul piano istituzionale, su quale piano andrà cercata la continuità fra gli Stati e la federazione? Su quello della lotta politica, evidentemente. Se il processo si compirà, le tappe staranno nella fuoruscita progressiva di elementi della classe politica (soprattutto in formazione) dal campo nazionale, e nella lotta di questa minoranza sino alla conquista del potere costituente europeo.
[3] Chi ammette tale evoluzione, come Merlini, dovrebbe anche, come Merlini non fa: a) negare l’idea della mancanza di stazioni intermedie, b) appoggiare le pseudo-comunità, che ci porterebbero dritti dritti alla federazione. Naturalmente questo discorso vale solo sinché si considera l’azione volontaria. In un quadro più ampio, dove compaiano anche fattori extra-volontari (le determinazioni storiche), le pseudo-comunità, come ogni mezzo confederale, sono il segno che il processo politico, economico-istituzionale ecc. tende a fuoruscire dai confini degli Stati, ed in questo senso si può dire che si tratta di tappe in un processo dal nazionale all’europeo. Ma in questo contesto la rappresentazione è dialettica, e l’«evoluzione» si svolge come scontro e soluzione di posizioni diverse, nell’ipotesi la confederale e la federale. Un caso, ad es., è quello dello scontro tra tendenze unitarie dei mazziniani e confederali dei moderati nel «risorgimento italiano», tendenze mediate non dagli uomini ma dalla soluzione dello scontro, dal «processo storico».
[4] Alcuni affermano che l’europeismo è in ogni modo utile, ad esempio per l’emergenza del quadro a sei, e comunque perché, se non risolve il problema almeno lo presenta, lo impone a tutti. Sino a qui l’opinione è vera. Comincia a diventare falsa quando, costatata l’utilità, lo si loda, lo si attribuisce alla buona volontà di una parte dei politici nazionali, gli europeisti, e si finisce allora a pensare che questo poco — come frutto di buona volontà, come qualche cosa di iniziale — sarebbe il punto dipartenza verso il federalismo come punto di arrivo. In realtà l’europeismo non è un frutto della buona volontà degli uomini ma una determinazione delle cose (gli statisti del continente non hanno possibilità di scelta tra la politica di generale collaborazione europea e quella classica dell’alleanza con un vicino per schiacciare l’altro vicino). Esso dunque sta in piedi da sé, ed è utile solo a patto che il problema, così posto dalle cose e riflesso dagli uomini di governo, venga effettivamente risolto da altri uomini, fatto che comporta la fondazione del potere europeo e quindi la lotta contro lo stesso europeismo.
[5] In effetti il governo italiano è europeista ma difende i sacri confini del Brennero, quello francese anche ma sogna la grandeur, quello tedesco anche ma rivendica l’unificazione ed i vecchi territori ecc. Nel caso della ripresa del nazionalismo alcuni federalisti hanno avuto il merito di segnalare subito il fenomeno, il torto di interpretarlo meccanicamente. Per rompere questa interpretazione meccanica è molto utile uno scritto recente di Garosci (Nazionalismo 1960, «Nord e Sud», VII, 11-12).
[6] In realtà, a distinguere governo, regime e comunità, noi siamo più che una opposizione di regime, siamo una «opposizione di comunità» perché non vogliamo soltanto cambiare il regime dello Stato italiano (da sovrano a federato) ma vogliamo mutare la comunità fondamentale, sostituire alle comunità fondamentali francese, italiana, tedesca e così via la comunità europea e, se fosse possibile (lo era qualche anno fa) eurafricana. Non si tratta di una semplice questione di parole. La formula «opposizione di regime» si adatta a coloro (comunisti, fascisti) che vogliono mutare il regime dello Stato ma concepiscono come «organico», cioè permanente, il gruppo «Italia» e lo pensano come la sola base legittima di uno Stato sovrano per gli «italiani». La formula «opposizione di comunità» si addice a coloro che mettono in discussione proprio questo fatto, e può sviluppare un pensiero antinazionale positivo perché mette in evidenza l’intero campo dei riferimenti storici e politici.
[7] Di solito non ci si bada, ma il semplice accostamento dei due termini e delle due idee comunità ed economico, tipico delle cosiddette Comunità europee, costituisce una offesa radicale allo spirito non solo democratico, ma generalmente politico, e pertanto la sua tranquilla accettazione simboleggia perfettamente l’attuale vuoto spirituale dell’Europa, il suo marxismo volgare ed inconsapevole (che non ha nulla a che fare, evidentemente, con Marx e con il comunismo) secondo il quale, tanto nella vita degli individui quanto in quella degli Stati, ciò che conta veramente sarebbero gli affari, i soldi. Questo primato dell’economico si esprime in molti modi, e non è naturalmente un primato dell’economico (non c’è economia senza politica) ma il primato di una politica rozza, stupida e debole.

 

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