Anno LVI, 2014, Numero 3, Pagina 286

 

 

COSTO DELLA NON-EUROPA DELLA DIFESA

O COSTO DELLA NON-DIFESA NAZIONALE?

 

(Evidenze e falsi problemi in merito alla difesa europea e una proposta di politica industriale)

 

 

1. Introduzione

 

Il concetto di “costo della non-Europa della difesa” è ambiguo. Da un lato, richiamando il “Rapporto Cecchini”,[1] sembra assimili la difesa ad altri servizi pubblici, facendo così presumere che il mercato interno europeo possa esercitare effetti positivi come avvenuto, dal 1992 in poi, per altri beni e servizi. Dall’altro, fa ritenere che ci possa essere, per definizione, una difesa europea unica che costi meno della sommatoria della spesa dei singoli Stati nazionali. La difesa non è un servizio pubblico come gli altri: tocca il cuore della sovranità nazionale e il suo passaggio in capo ad istituzioni europee sarebbe il riconoscimento formale — come la realtà vorrebbe — che si tratta di un servizio cui lo Stato nazionale non è più in grado di provvedere. Il riferimento al “costo”, invece, fa pensare in termini unicamente economici, mentre vi è un costo politico, alto, come la dipendenza dalla difesa USA, o l’incapacità di far fronte alle cosiddette “guerre asimmetriche”, che, se si vuole superare, può essere economicamente elevato. Certamente, se la fornitura di questo bene pubblico deve avvenire a livello europeo, siccome la difesa è il tipico bene non esclusivo, nel senso che la sua fornitura beneficia tutti i membri di una collettività, il suo finanziamento deve essere anch’esso europeo: questo aspetto si lega, peraltro, all’obiettivo dell’attribuzione di una capacità di bilancio all’eurozona, come del resto si sta discutendo da alcuni anni a questa parte. In effetti, se è corretto sostenere che — a parità di risorse dedicate e di dottrina strategica implicita che i paesi UE si sono dati fino ad ora — la frammentazione in 28 difese nazionali ha un costo economico superiore a quello in cui si incorrerebbe a livello europeo, bisogna altresì prendere atto che l’inefficacia delle difese nazionali è tollerabile solo nella misura in cui il Department of Defence ed i cittadini americani accettano di supplire alle deficienze europee con risorse fiscali americane.[2]

Con il perdurare della crisi economico-finanziaria, i paesi europei stanno riducendo ulteriormente la spesa nel settore militare. Questa politica ha effetti diversi a seconda della dimensione dei paesi. Dati gli elevati costi fissi della spesa militare, i paesi piccoli si trovano di fronte all’alternativa tra la convenienza a continuare nella politica dei piccoli tagli, piuttosto che abbandonare del tutto la propria difesa; i paesi di maggiori dimensioni, dal canto loro, riducono le spese accentuando la specializzazione in particolari sistemi d’arma e così facendo, nonostante la reiterata retorica della sovranità nazionale, sono sempre più dipendenti l’uno dall’altro nel caso di interventi al di fuori dei confini UE. La crisi finanziaria è stata anche l’occasione perché si aggiornassero precedenti stime sul costo di 28 strutture militari nazionali e di altrettante industrie nazionali protette e sui risparmi che si conseguirebbero con un’unica difesa europea. Come logica conseguenza di un’impostazione solo economica, il messaggio che viene dato all’opinione pubblica europea è che esistono ancora margini importanti nello sfruttamento del cosiddetto “dividendo della pace” successivo alla caduta del Muro di Berlino ed al crollo dell’Unione Sovietica. Ma il problema non è così semplice. Intanto, insistere sui risparmi di un’unica difesa europea, al posto di 28 difese nazionali, privilegia l’aspetto economico-finanziario del problema ed ipotizza che la difesa unica europea possa continuare ad essere al servizio di 28 diverse politiche estere, il che è chiaramente assurdo. Politica di sicurezza e politica estera, almeno per la componente che si sovrappone alla politica di sicurezza, non possono essere disgiunte. Del resto, nel caso dell’intervento in Iraq nel 2003 e, più recentemente, in Libia, in Ucraina e a fronte del possibile intervento in Siria, l’UE non ha mai avuto una posizione unitaria ed in queste condizioni è difficile capire a quale politica di sicurezza unica si dovrebbe ispirare un’unica difesa europea. In secondo luogo, la spesa pro-capite nel settore della difesa sembra già bassa: negli Stati Uniti è pari a 1610 euro e nell’UE a 387,[3] vale a dire meno di un quarto di quello che spendono gli americani. Ciò significa che, probabilmente, si è già andati oltre lo sfruttamento del “dividendo della pace” e che il problema non è solo questo, bensì quello di spendere meglio quello che viene attualmente devoluto al settore della difesa e, forse, di aumentarlo. La prova più evidente che questo è il vero problema è data dal fatto che quando gli Stati nazionali europei intervengono in operazioni militari riescono quasi sempre nella difficile, se non impossibile, impresa di far prevalere il senso del ridicolo su una tragedia come lo è una guerra. Così, quando Francia e Gran Bretagna, cinquantacinque anni dopo Suez, decidono di intervenire in Libia, la vicenda si conclude in modo ancora peggiore in quanto sono francesi ed inglesi a chiedere agli americani di intervenire perché mancano di munizioni o delle necessarie infrastrutture logistiche e di raccolta e trasmissione di informazioni. In sostanza, ammesso che, un domani, l’UE si desse una dottrina strategica che si limitasse a confermare l’attuale politica di proiezione al di fuori dei confini europei, oggi perseguita solo da alcuni Stati europei, l’attuale dotazione europea di mezzi militari non sembra adeguata.

Si possono fare alcuni esempi di come la dottrina strategica influenzi il bilancio della difesa di un paese. Fino al 2009, la dottrina strategica americana prevedeva la possibilità di dover sostenere contemporaneamente due conflitti militari ad alta intensità in due diverse parti del mondo: Europa ed Asia. Questa dottrina è stata alla base dell’enorme budget dedicato alle spese militari e che rappresentano ancora oggi il 37% del totale mondiale. Con Obama e la necessità di ridurre le spese pubbliche, questa dottrina è stata rivista e la nuova prevede l’eventualità di dover sostenere un unico conflitto ad alta intensità a distanza, in Asia, scoraggiarne un altro in un’altra parte del mondo e far fronte a minacce alla sicurezza di nuovo tipo, quale il terrorismo in senso lato, il cyber terrorismo, le crisi ambientali, ecc. Il bilancio della difesa sarà di conseguenza rivisto verso il basso.[4] Contemporaneamente, l’India ha seguito la strada opposta e la sua dottrina militare prevede ora la possibilità di dover sostenere, contemporaneamente, due conflitti: uno con il Pakistan e l’altro con la Cina.[5] Il bilancio della difesa, che dal 2000 è aumentato del 77%, crescerà ulteriormente, anche perché, nello stesso periodo di tempo, il bilancio della difesa cinese è cresciuto di 4,6 volte.[6] Questi esempi servono a precisare che una risposta sul costo della non-Europa in materia di difesa non potrà essere data fino a quando l’UE non si darà una propria dottrina strategica in materia di sicurezza, qualunque essa sia, accompagnata da una previsione sui mezzi di cui si dovrà dotare per sostenerla. Tuttavia, se è giusto chiedersi perché i paesi dell’UE devono spendere 190 miliardi di euroall’anno per un sistema di difesa che, come si è visto recentemente in Libia, ha evidenziato debolezze strutturali, sarebbe sbagliato chiedersi soltanto cosa si può risparmiare standardizzando gli armamenti sui livelli americani. La domanda, continuamente riproposta in questi soli termini, porta a dei risultati, come si vedrà più avanti, quantomeno paradossali.

Il richiamo di alcuni episodi tratti dagli interventi militari portati a termine negli ultimi venti anni in cui i paesi dell’Unione europea sono stati chiamati ad intervenire in conflitti prossimi ai propri confini, o in altri continenti, fornisce una serie di indicazioni negative.

Nel corso della prima guerra del Golfo del 1990-91, secondo Louis Gautier, ex-consigliere di Lionel Jospin per i problemi militari, la Francia dovette prendere atto della difficoltà di mettere in campo 20.000 soldati, constatando che solo il 5% delle forze disponibili era effettivamente impiegabile.[7]

Nel 1999, nel corso dell’operazione Allied Force che coinvolse la NATO contro la Serbia di Slobodan Milosevic, nei 78 giorni del conflitto, la NATO operò più di 38.000 voli, di cui circa 30.000 delle sole forze aeree americane ed il resto degli alleati europei. Il maggior sforzo americano si rese necessario perché l’apparato militare europeo evidenziò “gravi deficienze, ad esempio, nei sistemi di trasporto e comunicazione o nel munizionamento di precisione”.[8] A questo proposito, Daniel Gavoty ha messo in evidenza che “l’Union européenne doit notamment se doter des systèmes spatiaux appropriés de télécommunication, de reconnaissance, d'écoute électronique, d'alerte avancée, de surveillance de l’espace”, di cui il sistema satellitare Galileo è l’infrastruttura indispensabile, e che è stata proprio questa carenza, non solo durante l’operazione in Kossovo, il limite principale degli interventi europei negli ultimi 15-20 anni.[9]

Più recentemente, nel corso dell’operazione Odyssey Dawn, voluta da Francia e Gran Bretagna alla fine del 2011, contro la Libia, il New York Times ha potuto scrivere che “…the alliance’s own confidential assessment (…), pointed out that European members, who were among the first to call for military action, could never have pulled it off without extensive American involvement. The Libya campaign was supposed to be a demonstration of European leadership. But even Europe’s most sophisticated militaries lacked the specialized aircraft and trained personnel needed to intercept Libyan government communications and verify potential targets, and they quickly ran short of precision-guided munitions. The Pentagon stepped in to provide what Europe could not. But that experience is one more reminder that Europe is still not ready for prime time — and, no matter how important the stakes, European militaries are unable to conduct sustained air operations on their own, even in their own neighborhood”.[10] Peraltro, proprio l’esempio della Libia e, in precedenza, quello dell’Iraq e dell’Afghanistan, dimostrano come gli interventi sul solo piano militare non servano a portare la pace e la democrazia in questi paesi. È necessario che questa politica sia integrata con una vera e propria politica estera più ampia, che preveda interventi anche sul piano economico, commerciale e dell’assistenza pluri-disciplinare.

 

3. Gli aspetti economico-industriali dell’assenza di una difesa europea

 

Dal lavoro di De Vestel in poi,[11] gli studi nel settore della difesa europea attirano l’attenzione sul fatto che la frammentazione dal lato della domanda di mezzi militari è all’origine una struttura industriale debole e di forti diseconomie di scala dal lato dell’offerta.[12] Generalmente, la stima del risparmio ottenibile da una maggior standardizzazione degli armamenti avviene tramite una comparazione con la situazione americana, considerata la più efficiente, del costo d’acquisto e manutenzione di materiale bellico. Il confronto, peraltro, mette sistematicamente in evidenza la dispersione delle piattaforme europee rispetto a quelle americane.[13] Secondo De Vestel, ad esempio, mentre gli europei nel settore aereo utilizzano 37 piattaforme, gli americani ne utilizzano 18; nel settore terrestre, gli europei impiegano 23 piattaforme e gli americani 5; nel settore navale, gli europei utilizzano 29 piattaforme e gli americani 4, arrivando così a 89 piattaforme europee complessive contro 27 americane. Nell’arco di vent’anni, da quando questo studio è stato compiuto, il grado di frammentazione della domanda non si è ridotto. Anzi, esso è probabilmente aumentato.

Nel corso del 2013, in ordine di tempo, sono stati pubblicati studi a cura di CSF-IAI, di McKinsey e del Parlamento europeo che aggiornano le valutazioni sul costo della non-Europa nel settore della difesa, ricorrendo a metodi di calcolo in parte simili tra loro ed in parte alternativi.[14] Tutti, però, si fondano su una medesima ipotesi, vale a dire che le valutazioni sono fatte a parità di condizioni. Questo significa che si ipotizza che i paesi dell’UE continueranno nella politica di proiezione internazionale che si sono dati fino ad oggi, che il quadro internazionale non peggiori e che, soprattutto, gli USA continuino a sopperire alle lacune europee in materia di difesa. In sostanza, non rispondono alla domanda di quanto potrebbe costare una difesa unica europea che si fondi su una dottrina strategica unica ed autonoma.

Nel primo degli studi ricordati, che conferma il rapporto di 3 contro 1 del numero di piattaforme utilizzate da UE e USA, il costo della non-Europa nel settore della difesa viene calcolato in due modi: la prima modalità di calcolo aggiorna una valutazione compiuta da un lavoro richiesto dalla Commissione europea e che ipotizzava che il costo della difesa di UE dovesse essere rapportato al grado di efficienza dell’apparato militare USA, rispetto al quale, in base ad una valutazione generalmente condivisa, il grado di efficienza europea è pari al 10-15%.[15] Applicando la media di questa percentuale alla spesa complessiva americana, pari a 503 miliardi di euro nel 2011,[16] si otterrebbero 63 miliardi di euro e che è quanto l’Europa dovrebbe spendere per dotarsi di un sistema di difesa di efficienza pari a 1/8 di quello americano, invece dei 190 miliardi spesi attualmente. Secondo questo calcolo, il sovra costo — o costo della “non-Europa” — sarebbe quindi di circa 130 miliardi di euro.[17] La seconda modalità di calcolo ipotizza invece che la spesa complessiva oggi sostenuta dai paesi UE (dagli USA) sia un costo atto a consentire il dispiegamento delle truppe europee (americane) effettivamente impiegate al di fuori dei confini europei (americani) piuttosto che come una spesa sostenuta per una difesa territoriale ritenuta, a torto o a ragione, superata. Pertanto, dividendo il totale delle spese nella difesa per il totale del personale impiegato al di fuori dei confini, si ottiene il costo pro-capite di un militare europeo e di uno americano. La differenza di costo unitario, che nel caso europeo supera di circa 300.000euro quello americano, moltiplicata per il totale delle truppe europee utilizzate al di fuori dei confini europei, dà il costo della non-Europa, pari a 21 miliardi di euro. In conclusione, in base alle due diverse modalità di calcolo, il costo della non-Europa si ritiene possa oscillare tra i 21 ed i 130 miliardi di euro.[18]

Lo studio della McKinsey, invece, cerca di valutare il risparmio ottenibile dalla standardizzazione delle piattaforme utilizzate e dei costi di manutenzione. Intanto, come si può vedere dalla tabella (Tab. 1), il numero in assoluto delle piattaforme utilizzate è cresciuto a sfavore dell’Europa (154), mentre quello americano è rimasto praticamente lo stesso già rilevato dagli altri studi (27).[19]

 

Tab. 1 - Numero piattaforme: categorie in servizio

 

Europa

USA

Terra

   

Carri armati

14

1

Autoblindo

19

1

Obici da 15 mm

15

3

Mare

   

Sottomarini convenzionali

13

0

Sottomarini nucleari

4

4

Siluri

15

2

Cacciatorpediniere, fregate

29

4

Aria

   

Missili aria-aria

13

3

Missili anti-nave

11

1

Elicotteri d’attacco

5

2

Caccia

16

6

Totale

154

27

 

Fonte: Military Balance 2012 e analisi McKinsey.

 

Nel complesso, dunque, il numero di piattaforme che utilizzano gli europei è 5,7 volte quello americano. Standardizzandole sui livelli USA, gli europei potrebbero dunque aumentare la dimensione unitaria dei lotti acquistati di 5,7 volte. Detto in altri termini, il volume unitario di produzione delle piattaforme potrebbe raddoppiare 2,5 volte. La stima del risparmio ottenibile da una maggior standardizzazione degli armamenti su scala europea parte dall’analisi della struttura di costo della difesa fornita dalla European Defence Agency. Nel 2012, a fronte di spese per la difesa di 190 miliardi di euro, l’incidenza degli acquisti di materiale militare è stata pari a 39 miliardi (20,6% del totale), quella della gestione e manutenzione pari a 44,8 miliardi (23,7%) e quella del costo del personale (militare e civile) pari a 95,7 miliardi (50,7%). McKinsey valuta che, in media, ad ogni raddoppio del volume unitario di produzione di una piattaforma si ottiene un’efficienza sul costo aggiunto (lavoro più ammortamenti) pari al 20%. Tenuto conto che quest’ultimo incide, mediamente, per il 40% sul costo d’acquisto di una piattaforma, l’efficienza complessiva sarebbe pari al 17%. Applicando questa percentuale al volume degli acquisti ed al costo aggiunto medio di questi ultimi, a regime si otterrebbe un risparmio potenziale annuo di circa 7 miliardi di euro. A questo vantaggio, andrebbe aggiunto quello che le imprese produttrici di mezzi militari potrebbero ottenere, a loro volta, dai loro fornitori di componenti, in quanto il volume unitario di materiale acquistato aumenterebbe anch’esso di 2,5 volte. McKinsey stima che il risparmio ottenibile è pari a circa il 10% per ogni raddoppio del volume unitario acquistato.[20] Pertanto, nel nostro caso, anche con tutte le approssimazioni richieste dal fatto che ci si riferisce a tipologie di materiali molto diverse l’una dall’altra, lo studio stima un risparmio addizionale per una difesa europea, a regime, pari al 14%. Complessivamente, si arriverebbe ad un risparmio potenziale pari al 30% circa del valore degli acquisti annui che, a regime, equivarrebbero a circa 12 miliardi di euro all’anno.

L’altra fonte di risparmi è data dalla manutenzione, riparazione e revisione delle piattaforme, che oggi richiedono la disponibilità di attrezzature e depositi dispersi in 28 territori diversi. Poiché, ad esempio, nel settore aeronautico vi sono almeno tre livelli di manutenzione che vengono eseguiti o nella base aerea o in depositi specializzati di manutenzione, si può avere un’idea approssimativa delle ridondanze che oggi caratterizzano i sistemi nazionali di difesa. La riduzione del numero di piattaforme da manutenere e dei siti dove questa può avvenire, consentirebbe di ridurre i costi di manutenzione, nel solo settore aeronautico, nell’ordine dei 500-600 milioni di euro all’anno. Complessivamente, dunque, secondo le valutazioni della McKinsey, il risparmio ottenibile dalla standardizzazione di produzione e manutenzione degli armamenti può arrivare a circa 13 miliardi di euro annui.

Infine, il Parlamento europeo alla fine del dicembre 2013 ha diffuso un documento sul costo della non-Europa della difesa. Quest’ultimo aggiorna i dati relativi al numero di piattaforme distinguendole tra quelle in uso (79 per l’UE, contro 21 per gli USA) e quelle in produzione (36 per l’UE e 11 per gli USA) e compie un’articolata analisi del costo della non-Europa nel settore della difesa, estendendo la valutazione dei risparmi ottenibili da una maggior standardizzazione ai sistemi di certificazione, alla standardizzazione delle munizioni, alla riduzione delle basi di supporto logistico, ecc..[21]I risultati del lavoro sono contenuti nella seguente tabella e stimano in 26 miliardi di euro il costo della non-Europa (Tab. 2):

 

Tab. 2 — Guadagno in efficienza attraverso la cooperazione

 

 

€/anno

(milioni)

Guadagni in efficienza nell’industria

10.000

Certificazione delle munizioni

500

Standardizzazione delle munizioni

1.500

Compensi

6.610

Guadagni in efficienza delle forze di terra

6500

Guadagni in efficienza dei veicoli per fanteria*

600

Guadagni in efficienza dei rifornimenti aria-aria*

240

Guadagni in efficenza nel supporto logistico di base*

30

Guadagni in efficienza delle fregate*

390

Totale

26.370

 

* Nel modello pienamente integrato.

 

Fonte:European Parliament, The cost of non-Europe in CSPD, 2013.

 

Il lavoro del Parlamento europeo, inoltre, fa propria, aggiornandola al 2011, la stima compiuta dalla Commissione europea e dal CSF-IAI, arrivando al valore di 130 miliardi di euro del costo della non-Europa visto sopra.

Per concludere il punto, tenuto conto di questi lavori e di quelli che li hanno preceduti nell’arco degli ultimi vent’anni, il buon senso avrebbe voluto che sugli apparati militari di nuova generazione, come gli Unmanned Aircraft Systems (UAS), i paesi europei costruissero una prima politica di standardizzazione. Anche in questo caso, però, l’esistenza di 28 eserciti e di altrettanti ministeri per la difesa e per gli affari esteri, ha continuato a pesare, ostacolando la nascita di una qualunque forma di politica industriale europea. Infatti, i paesi europei stanno utilizzando, o hanno in fase di progettazione e produzione, ben 71 diversi UAS, contro i 14 degli Stati Uniti,[22] inducendo gli esperti del settore a parlare di “another fragmentation scandal”.[23]

Quello che non viene messo in luce a sufficienza dai lavori appena visti è il fatto che la natura dei potenziali conflitti militari è cambiata e che quindi è cambiato anche il modo di farvi fronte. Se fino alla Seconda guerra mondiale, nel contesto di una difesa territoriale, il fattore umano era ancora decisivo, da allora ha cominciato ad assumere importanza la dotazione di capitale fisico pro-capite, ed ora sta diventando fondamentale un ulteriore fattore, vale a dire la quantità di capitale immateriale pro-capite, sotto forma di R&S. I fattori che fanno la differenza tra l’efficienza del soldato americano e quello europeo, oltre alla maggior standardizzazione delle piattaforme disponibili, sono infatti la quantità di capitale fisico e di R&S pro-capite. La Commissione europea valuta che la dotazione di capitale fisso pro-capite negli USA è cinque volte quella europea: nel 2010, gli USA hanno investito 110.988 euro per soldato e l’UE 26.458 euro.[24]Nel caso degli investimenti in R&S, il divario è ancora maggiore. Nel 2011, secondo l’EDA, gli USA hanno infatti speso 54 miliardi di euro e l’UE 7,8 il che equivale, a livello pro-capite, a 24.100 euro contro 4.100 euro dell’UE, sei volte tanto.[25]

Se la ragione dell’inefficienza del sistema difensivo europeo, rispetto a quello americano, sta nella dimensione degli investimenti in capitale fisico ed immateriale pro-capite, occorre considerare sotto una luce diversa la tesi secondo cui la spesa che oggi sostiene l’UE nella difesa corrisponde ad un’efficienza di 1/8 di quella americana e che, quindi, il costo della non-Europa nel settore della difesa è pari a 130 miliardi di euro. Per avere un’efficienza pari ad 1/8 di quella americana e, quindi, spendendo 1/8 di quello che spendono gli americani, cioè circa 63 miliardi di euro, la struttura della spesa europea dovrebbe essere simile a quella americana. Vale a dire che occorre dedicare agli investimenti (forniture e spese in R&S) il 29,0% della spesa, invece del 19,2%; in gestione e manutenzione delle piattaforme il 30,9% invece del 23,5%; in personale il 32,9% invece dell’attuale 51,1% (la percentuale residua è relativa ad “altre spese”). Pertanto, i 63 miliardi di euro dovrebbero essere così ripartiti: 21 miliardi in personale, 20 in gestione e manutenzione delle piattaforme e 18 miliardi in acquisti e R&S. Siccome le spese per il personale scenderebbero dagli attuali 98,4 miliardi a circa 21, occorrerà ridurre l’attuale personale, valutato a costo pro-capite europeo e non americano, da 1.925.000 unità (2011) a poco più di 280.000.[26] In conclusione, l’Europa sarebbe senza difesa, investirebbe poco o nulla in R&S e, con circa un milione e seicentomila disoccupati aggiuntivi, avrebbe un serio problema sociale in più.

Un’alternativa potrebbe essere quella di mantenere l’attuale livello di spesa, ma di modificarne la struttura per avvicinarla progressivamente a quella americana e raggiungere un’efficienza pari a poco meno del 40% di quella USA e che, probabilmente, vorrebbe dire dare all’Europa una effettiva capacità di proiezione regionale, che corrisponde a quanto già sta facendo, solo che lo potrebbe fare senza l’aiuto NATO od americano e, quindi, in totale autonomia. In base a questa ipotesi, le spese per investimenti e in R&S raggiungerebbero 56 miliardi di euro (21 miliardi nella sola R&S), quelle in gestione e manutenzione delle piattaforme i 59 miliardi e quelle per il personale i 43 miliardi. Quest’ultima voce corrisponde a circa 850.000 unità, valutate al costo medio pro-capite europeo, con un risparmio, rispetto ai livelli attuali, di circa 20 miliardi di euro. In questo caso, l’eccedenza di personale si ridurrebbe a un milione e centomila persone. Il numero è sempre importante, ma in parte potrebbe essere riassorbito dall’aumento degli investimenti in piattaforme e R&S. Assumendo che i parametri contenuti in uno studio della Deloitte sull’impatto dell’industria della difesa sull’economia americana siano validi anche per l’Europa, tenuto conto del fatturato aggiuntivo per acquisti, si può stimare un’occupazione addizionale di circa 55-60.000 unità, cui sarebbero da aggiungere circa 120.000 occupati in più per i maggiori investimenti nella R&S.[27] A queste unità andrebbero sommati gli occupati in più per la spesa aggiuntiva nella gestione e manutenzione delle piattaforme. Resterebbero pur sempre circa 700-800.000 disoccupati.

È possibile che gli Stati nazionali europei, per un periodo di tempo non breve, non rinuncino del tutto ai propri eserciti nazionali. Si potrebbe pertanto ipotizzare che anche l’Unione europea segua l’esempio americano dell’istituzione di una “Guardia nazionale” in sostituzione degli eserciti nazionali. Nel caso dell’istituzione di una difesa unica europea è comunque da attendersi che questa scelta potrà riguardare principalmente le economie più importanti dell’Unione, mentre per le più piccole è più ragionevole attendersi che rinuncino del tutto ad una propria struttura militare, di qualunque tipo essa sia. In ogni caso, questa potrebbe essere una via attraverso la quale potrebbero essere parzialmente riassorbite le risorse che si renderebbero disponibili con l’istituzione di una difesa unica europea.

In merito alla possibilità di avviare una politica europea di difesa, vengono correntemente sollevate obiezioni o proposte soluzioni intermedie che, ad un esame più attento, sembrano insostenibili. Qui di seguito se ne commentano sinteticamente alcune.

I paesi europei, nel tentativo di minimizzare i costi della frammentazione, hanno avviato le cosiddette iniziative di “pooling & sharing”. Per definizione, non essendo l’esito di una politica unica europea, né l’uno, né l’altro sono una risposta al problema di fondo. Il “pooling”, che dovrebbe coinvolgere 2 o più paesi che accettano di condividere la politica comune di acquisti di beni o servizi militari potrebbe funzionare se i paesi interessati hanno dei sistemi d’arma comune e, vista la frammentazione esistente, la probabilità che questo si verifichi è molto bassa. In secondo luogo, occorre che il momento della sostituzione delle piattaforme coincida per tutti i paesi interessati e, dato il lungo ciclo di vita delle piattaforme, questa sincronizzazione di tempi è difficile si realizzi. In terzo luogo, i benefici del pooling si materializzano nel lungo periodo e la progettazione dei tempi di allineamento dei fabbisogni, tenuto conto della divisione in più difese e più ministeri, è un problema di non semplice soluzione. In effetti, ad oggi, la pipeline del pooling è vuota. Lo “sharing” di capacità militari tra più paesi è l’altro tentativo di minimizzare i costi, in quanto con l’elevata frammentazione di piattaforme, l’effettivo dispiegamento di forze multinazionali resta molto basso e molte attrezzature risultano sottoutilizzate. Si tratta, però, della politica che ha potenzialmente il maggior impatto sulla sovranità nazionale e quindi la più sensibile politicamente. Nella sua forma più avanzata, essa comporta la specializzazione per paese e per capacità militare: se, ad esempio, un paese decide di avere solamente aerei per trasporto truppe e per rifornimenti in volo, rinunciando alla dotazione di caccia, mettendo in comune i primi, rinuncia alla sovranità sui mezzi messi a disposizione, mentre rinunciando ai secondi dipende dagli altri paesi per la protezione del proprio territorio. In ogni caso, la letteratura specializzata ricorda tre casi pratici di sharing che però, singolarmente, riguardano piattaforme di produzione americana o che si sviluppano nel quadro dell’Alleanza Atlantica.[28]

Alcuni studi sui risparmi ottenibili ristrutturando la domanda pubblica nel settore della difesa criticano il fatto che circa un terzo delle imprese industriali che operano nel settore della difesa sono ancora di proprietà, o comunque con una partecipazione importante, dei governi nazionali.[29] La totale privatizzazione di queste società — questa è la tesi — consentirebbe al mercato, come esito di prevedibili fusioni tra imprese europee, di razionalizzare la struttura industriale e quindi beneficiare anche il cliente finale. La stessa tesi sul ruolo del libero mercato viene sostenuta con riferimento all’abolizione dell’art. 346 TFUE che oggi consente ai governi, per ragioni di sicurezza, di approvvigionarsi esclusivamente presso imprese nazionali.

Se è vero che non è il mercato a provocare alti costi della difesa, bensì la politica, questo non vuol necessariamente dire che le quote possedute dai governi europei debbano essere cedute; e neppure vuol dire che l’abolizione dell’art. 346 TFUE sia la risposta corretta. La sicurezza è un bene pubblico che non può essere lasciato al mercato, ma deve essere la politica che deve fornire il quadro all’interno del quale il mercato deve provvedere, nella misura più efficiente, i beni e servizi necessari alla politica di sicurezza e difesa. E questo, come nel caso degli USA, è quanto succede dove vi è un governo federale. Fino a che non vi sarà un’unica politica europea di difesa, cedere al “mercato” le quote di partecipazione pubblica in società nazionali vuol dire solo perderne il controllo, magari a favore di società extra-europee, senza che le piattaforme di cui si dispone, permanendo 28 domande pubbliche nazionali, vengano un domani standardizzate. O, magari, lo saranno, ma solo su pressione delle società interessate, più che per scelte della politica. Lo stesso discorso lo si può fare sull’abolizione dell’art. 346: fino a quando permarrà il frazionamento della domanda pubblica, permarranno anche le ragioni di fondo della frammentazione delle piattaforme, con pochi vantaggi dal lato dei costi e molti inconvenienti sulla possibilità di decidere su quali beni e servizi servano alla sicurezza. A parte il fatto che dell’apertura del mercato europeo beneficerebbe l’industria militare oggi più competitiva, vale a dire quella americana, questa opzione in realtà lascia anch’essa al mercato, più che alla politica, la responsabilità di guidare la ristrutturazione dell’industria europea, ancor prima che sia stata definita qual è la dottrina strategica che deve presiedere ad una politica europea di difesa. Beninteso, è vero che lo stesso pericolo c’è anche quando la domanda pubblica nazionale dipende da uno o pochi fornitori nazionali, ma in assenza di una difesa unica europea, questo è, forse, il male minore.

Questa tesi, prevalentemente americana, viene declinata in due versioni: l’aumento delle spese militari in generale, oppure il riequilibrio, a carico dei paesi europei, delle spese militari in ambito NATO. L’ultimo richiamo del primo tipo è stato fatto recentemente dal Presidente Obama che, in un discorso a Varsavia, dopo aver fatto presente che la Polonia ha aderito prima alla NATO che all’UE, ha parlato, ancora una volta, degli USA come l’unica potenza in grado di difendere i paesi europei.[30] Il secondo argomento è sostenuto dalla NATO stessa. Le implicazioni delle due posizioni, nella sostanza, sono ovviamente le stesse, in quanto il problema non è la necessità di una maggior spesa europea nel quadro attuale, quanto l’istituzione di una difesa unica europea. Senza di questa, l’aumento delle spese non risolverebbe il problema della frammentazione della domanda ed i maggior costi che derivano da questa, ma vi sarebbe il rischio concreto che la via della standardizzazione degli armamenti europei, per accrescerne l’efficienza, si verifichi con l’adeguamento agli standard e quindi agli armamenti americani e sulla base di priorità strategiche americane.

L’ultimo falso problema (o alibi) è quello secondo cui i trattati esistenti non consentirebbero passi avanti verso una difesa europea. In realtà, come ricorda il documento del Parlamento europeo,[31] il Trattato di Lisbona, per la prima volta in un trattato europeo, con l’art. 42.6 TUE prevede che “gli Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari e che hanno sottoscritto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative instaurano una cooperazione strutturata permanente nell'ambito dell'Unione”. La “cooperazione strutturata” può essere decisa a maggioranza e senza che vi sia un numero minimo di Stati partecipanti. Certo, non si tratterebbe dell’istituzione di una difesa unica europea, ma sarebbe un passo importante in quella direzione. Nel 2003, quando Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo, si opposero all’intervento americano in Iraq, ci si avvicinò a tale prospettiva, ma in quel momento, come già nel 1954, mancò l’appoggio dell’Italia.

 

5. Gli aspetti politici di una difesa europea

 

I passi verso una qualche forma di difesa europea sono stati fino ad ora compiuti in base ad una scelta politica di fondo che ne ha condizionato i successivi sviluppi, vale dire l’idea che ogni iniziativa dovesse necessariamente avvenire in seguito ad un’intesa tra Francia e UK, i due paesi che detengono l’arma nucleare e che, almeno fino al conflitto con la Libia, si riteneva fossero dotati dell’apparato militare più efficiente su scala europea. Gli esempi più evidenti di questa strategia sono gli accordi di St. Malo del 1998 e l’accordo del novembre 2010 relativo alla “nuova partnership franco-britannica”.[32] Con gli accordi di St. Malo, la Francia ha accettato di considerare gli sviluppi della difesa europea nel quadro della NATO e la Gran Bretagna ha fatto finta di aderire a questa impostazione. L’accordo del 2010 tra Sarkozy e Cameron — dopo che nel marzo del 2009 il Presidente della Repubblica francese aveva portato formalmente la Francia dentro la NATO[33] —, come è stato fatto notare, ha in realtà segnato la fine, almeno fino ad oggi, della prospettiva di una difesa europea.[34] Infatti, l’intesa non fa “nessun riferimento alle iniziative che sono state sviluppate in Europa in quest’ultimo decennio (Eda, Occar, Loi, Commissione europea, Consiglio europeo). Francia e Regno Unito si sono mossi a prescindere dagli impegni assunti e, soprattutto, da quelli che il nuovo Trattato di Lisbona avrebbe potuto consentire (cooperazione strutturata permanente)”.[35] Questo accordo, è bene ricordare, viene firmato dopo che, alla fine del 2006, l’inglese British Aerospace (BAE) decide di uscire dal capitale di Airbus Industrie (società partecipata dall’allora EADS, oggi Airbus Group), la più importante società europea nell’industria aeronautica civile e prima che, nella seconda metà del 2012, BAE proponesse ad Airbus Group una fusione che avrebbe spostato il baricentro della produzione nel settore militare in Gran Bretagna. Come è noto, la fusione è fallita per l’opposizione di Angela Merkel e il legame tra questa decisione e la precedente intesa tra Francia e Gran Bretagna non potrebbe essere più evidente. Del resto, ancora recentemente, dopo la pubblicazione di un rapporto della Commissione europea sulla necessità di rilanciare la competitività dell’industria europea della difesa, e diffuso prima del Consiglio europeo del dicembre 2013 dedicato al rilancio del dibattito sulla difesa europea, il Segretario inglese alla difesa, Philip Hammond, non ha esitato a mettere in guardia la Commissione dall’interferire sull’industria nazionale.[36]

L’insistenza con cui Cameron, da qualche tempo a questa parte, chiede una revisione dei trattati europei per rimpatriare competenze cedute alla UE, l’esito delle recenti elezioni europee in Gran Bretagna e, infine, l’atteggiamento del Primo Ministro inglese riguardo alla nomina del Presidente della Commissione europea che ha costretto persino un giornale moderato come Der Spiegela criticarlo con un duro editoriale,[37] dovrebbero aver fatto capire che con la Gran Bretagna non si va da nessuna parte, men che meno nel delicato settore della difesa. Come si può, infatti, pensare di costruire un’unica difesa europea con un paese che vuole allontanarsi dall’UE? Bisognerà procedere senza la Gran Bretagna, anche se il percorso non sarà facile in quanto, dal punto di vista industriale, la Gran Bretagna, con Rolls Royce, è praticamente l’unico paese europeo in grado di progettare e costruire un motore per l’aeronautica.

 

6. Una proposta europea da parte dell’Italia

 

Rispetto all’esigenza di procedere alla ristrutturazione dell’industria europea della difesa, implicita nell’allora progetto di fusione BAE-Airbus, l’Italia potrebbe avanzare una proposta ai principali partner europei, coerente con l’obiettivo di rafforzare l’integrazione, anche sul terreno della politica di sicurezza, tra i paesi dell’eurozona plus, e che si colloca nel quadro delle “quattro unioni”: bancaria, fiscale, economica e, soprattutto, politica.[38]

L’idea sarebbe quella di apportare in Airbus Group la partecipazione che il Ministero dell’economia e delle finanze possiede in Finmeccanica in cambio di una partecipazione nello stesso Airbus.[39] L’iniziativa potrebbe concretizzarsi seguendo due strade, una più diretta e la seconda con un passaggio intermedio. La prima ipotesi consisterebbe nella cessione della partecipazione in Finmeccanica ad Airbus in cambio di una quota di partecipazione che potrebbe collocarsi tra quella spagnola (5,38%) e quella francese (13,48%) e tedesca (10,09%, più il 3,68% di Daimler). In questo caso la partecipazione in Airbus farebbe capo al Ministero dell’economia e delle finanze. La seconda ipotesi potrebbe prevedere un passaggio intermedio, dato dalla cessione della partecipazione in Finmeccanica alla Cassa depositi e prestiti. In un secondo tempo, sarebbe quest’ultima a cedere la partecipazione in Finmeccanica in cambio della quota in Airbus. Il vantaggio di questa seconda ipotesi è quello di contribuire alla riduzione del debito pubblico italiano. Inoltre, poiché Finmeccanica ha ricavi per circa 16 miliardi di euro, un’intesa Airbus-Finmeccanica consentirebbe al nuovo gruppo di superare i ricavi del leader mondiale Boeing (75 miliardi, contro 65) proponendosi come il nuovo capofila mondiale del settore. Inoltre, siccome i ricavi Finmeccanica provengono in gran misura dal settore della difesa (60%), il nuovo gruppo, nel settore militare, avrebbe ricavi pari a quelli dell’inglese BAE, attuale leader europeo, un portafoglio prodotti bilanciato e volumi produttivi che consentirebbero un rapporto più equilibrato con il cliente USA che continuerebbe a restare un importante punto di riferimento, senza esserne condizionati.

Per avere un’idea dell’ordine di grandezza dei valori ai quali la transazione potrebbe avvenire, pur tenendo conto che il mercato sta sottovalutando il valore di Finmeccanica, si può fare riferimento ad un recente merger di rilievo, nel settore aeronautico, e che ha avuto come protagonista proprio Finmeccanica. Quest’ultima, a fine 2008, ha acquistato l’americana DRS Technologies e l’ha valutata circa tre volte il patrimonio netto, anche se da molti considerato eccessivo. Se questo fosse l’indicatore utilizzato anche per valutare Finmeccanica, l’azienda italiana potrebbe valere circa 10 miliardi di euro e la quota oggi posseduta dal Tesoro circa 3 miliardi, nella seconda ipotesi prospettata, potrebbe essere la dimensione del contributo alla riduzione del debito pubblico italiano. Con un ulteriore vantaggio: Finmeccanica, apportata ad Airbus, potrebbe essere trasformata da un superato concetto di partecipazione strategica nazionale in un’attiva partecipazione strategica europea. Questa proposta, però, avrebbe senso solo se vi fosse una chiara scelta da parte degli altri paesi europei, ed in particolare da parte della Francia, sul fatto che i passi verso una difesa unica europea debbano avvenire prioritariamente tra i paesi dell’eurozona e tra quelli disponibili ad aderirvi ma, almeno inizialmente, senza lo UK.

 

7. Conclusioni: promuovere una cooperazione strutturata permanente o un trattato ad hoc

 

Una cosa è certa: fino a che non ci sarà un’unica politica europea estera e di sicurezza, non sarà possibile conseguire quei risparmi che si ritiene possano esservi — a parità di condizioni — da un’unica difesa europea. Un’altra cosa è altrettanto certa: sia pure con un’unica difesa europea, non esiste un risparmio one-off di 120-130 miliardi di euro, da un anno all’altro e che, oltretutto, lascerebbe l’Europa senza difesa. Forse, non vi è neppure un risparmio di 20 miliardi. Questi risparmi, è bene ricordare, saranno diluiti in un periodo di tempo molto lungo, in quanto le piattaforme hanno una durata di vita che, a seconda del tipo, può raggiungere i trenta o i quarant’anni e la composizione della loro dotazione può essere diversa da paese a paese. Se si dovesse iniziare oggi a pianificare una standardizzazione della produzione di piattaforme su scala europea, per uguagliare quella americana, bisogna pensare ad un arco temporale pluri-decennale. Volendo anticipare, anche solo dell’1% all’anno, l’abbandono delle piattaforme in uso a favore di future piattaforme standardizzate, si rischia di incorrere in un danno economico (non finanziario) ben superiore ai benefici. Infatti, in base ad una stima grossolana, avanzata qui senza pretese di scientificità, ma solo come ordine di grandezza, si può calcolare in circa 1.200 miliardi di euro il valore dei sistemi d’arma in dotazione all’UE ed un write off dell’1% annuo è pari, da solo, a 12 miliardi.[40] Non solo, ma vi è anche un problema politico non semplice: all’incirca un terzo delle piattaforme aeree ed un quarto di quelle terrestri in dotazione degli Stati europei sono di produzione americana e, quindi, se si vorrà beneficiare interamente, in quanto economia europea, dei risultati della standardizzazione, occorrerà una forte volontà politica per procedere ad una significativa europeizzazione della produzione di piattaforme.

Questo non significa che, in una fase transitoria, non si possa fare nulla. In alternativa ad un trattato ad hoc, come fanno notare il documento sul costo della non-Europa e la Risoluzione del Parlamento europeo del 2013,[41] si potrebbe avviare una cooperazione strutturata permanente nel settore della difesa. Una decisione che non richiede né un numero minimo di Stati, né un voto unanime del Consiglio europeo. È sufficiente che i paesi europei attualmente impegnati in operazioni di proiezione internazionale, con l’esclusione dello UK, prendano l’iniziativa di mettere a disposizione di un unico “quartier generale operativo permanente”, le risorse militari attualmente impegnate all’estero. A livello europeo, dovrebbe essere istituito un Consiglio europeo dei Ministri della difesa, sul modello dell’”eurogruppo”, a cui risponderebbe il “quartier generale”, che sarebbe altresì posto sotto il controllo del Parlamento europeo. Le forze militari attribuite al “quartier generale europeo" potranno costituire il nucleo attorno al quale costruire progressivamente una forza di sicurezza europea al servizio di una dottrina strategica europea. Poiché le risorse, in termini di uomini, mezzi ed infrastrutture, saranno trasferitedagli Stati partecipanti ad un’istituzione europea, questo può oltretutto essere un modo per ridurre il debito pubblico a loro carico. Questi ultimi, infatti, potranno essere rimborsati dei mezzi ceduti con risorse finanziarie inizialmente raccolte sul mercato dei capitali e garantite, in ipotesi, da un’”imposta europea per la sicurezza”. È possibile che, quantomeno inizialmente, la pressione fiscale complessiva non si modifichi o che sia addirittura inferiore, in quanto la maggior imposizione europea sarà compensata da una parallela minor imposizione nazionale e dai risparmi ottenibili a livello europeo. Infatti, come visto prima e fino a quando non verrà definita una dottrina strategia europea e che può essere una conferma di quella implicitamente seguita fino ad oggi, una difesa unica europea consentirà di finanziare lo stesso tipo di servizio con minori esborsi finanziari. Resta il problema dell’iniziativa. Si ritiene qui che la responsabilità di assumere un’iniziativa in questa direzione non possa che competere a Francia ed Italia che, tra i paesi dell’eurozona, sono quelli che mettono a disposizione la maggior parte delle risorse militari attualmente impegnate per la gestione dei conflitti extra-europei.

                                                                                                            Domenico Moro

 


[1] Paolo Cecchini, La sfida del 1992, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1988.

[2] European parliamentary research service, The cost of non-Europe in Common Security and Defence Policy, dicembre 2013, p. 8.

[3] EDA, EU–US Defence Data 2011, settembre 2013.

[4] Thom Shanker, Pentagon Rethinking Old Doctrine on 2 Wars, New York Times, 14 marzo 2009; Obama ending two-war strategy, in: http://security.blogs.cnn.com/2012/01/04/panetta-ending-two-war-strategy/. Elisabeth Bumiller, Thom Shanker, Obama Puts His Stamp on Strategy for a Leaner Military, New York Times, 5 gennaio 2012.

[5] India to Prepare Fighting on Two Fronts, in: http://www.chinesedefence.com/forums/indian-defence/2947-india-prepare-fighting-two-fronts.html; Gurmeet Kanwal, India’s Military Modernization: Plans and Strategic Underpinnings, The National Bureau of Asian Research, in: http://www.nbr.org/research/activity.aspx?id=275.

[6] SIPRI, SIPRI Military Expenditure Database, 2014. Va ricordato che, in valore assoluto, si tratta di spese ancora molto inferiori a quelle americane, mentre si stanno avvicinando a quanto spendono i paesi europei.

[7] Louis Gautier, Face à la guerre, Parigi, Editions de la Table Ronde, 2006, p. 388.

[8] CSF-IAI, I costi della non-Europa della difesa, ricerca a cura di Valerio Briani, aprile 2013. Si tratta di quelle capacità che gli americani definiscono come “command, control, communications, computers, intelligence, surveillance, and reconnaissance [C4ISR] systems and smart munitions”.

[9] Daniel Gavoty,L’espace militaire, un projet fédérateur pour l’Union européenne, Défense Nationale, ottobre 2001.

[10] New York Times, NATO After Libya, April 18, 2012.

[11] Pierre De Vestel, Defence markets and industries in Europe: time for political decisions?, Chaillot Paper n. 21, novembre 1995.

[12]Questo sembra vero soprattutto per l’industria produttrice di armamenti terrestri. V. Aude-Emmanuelle Fleurant, Yannick Quéau, Quelles perspectives pour l’industrie européenne des armements terrestres?, Focus stratégique n. 50, marzo 2014.

[13] Per “piattaforma” si intende qui un sistema d’arma, sia esso terrestre, come può essere un carro armato o un’autoblindo; un velivolo, come un caccia o un bombardiere; una nave, come un sommergibile, una fregata, un cacciatorpediniere, ecc..

[14] CSF-IAI, I costi della non-Europa della difesa, ricerca a cura di Valerio Briani, aprile 2013; McKinsey&Company, The Future of European Defence: Tackling the Productivity Challenge, luglio 2013; European parliamentary research service, The cost of non-Europe in Common Security and Defence Policy, dicembre 2013.

[15] Commission of the European Communities, Commission Staff working document Accompanying document to the “Proposal for a Directive of the European Parliament and of the Council on simplifying terms and conditions of transfers of defence-related products within the Community” – Impact Assessment,(COM(2007) 765 final), 5 dicembre 2007, pp. 55-56.

[16] EDA, EU–US Defence Data 2011, settembre 2013.

[17] Con un cambio medio, 2013, di 1,33 dollari per un euro.

[18] CSF-IAI, I costi della non-Europa della difesa, op. cit., p. 32.

[19] McKinsey&Company, The Future of European Defence: Tackling the Productivity Challenge, luglio 2013. Però, per quanto riguarda l’Europa, va detto che McKinsey, oltre ai paesi UE che aderiscono alla European Defense Agency (EDA), include quelli che non ne fanno parte (Danimarca) e quelli che non fanno parte dell’UE (Norvegia e Svizzera).

[20] Keith Hartley, A single European market for defence equipment: organisation and collaboration, 1995, in: http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.194.4193&rep=rep1&type=pdf.

[21] European Parliament, The cost of non-Europe in the area of security and defence, giugno 2006; European parliamentary research service, The cost of non-Europe in Common Security and Defence Policy, dicembre 2013.Per quanto riguarda la distinzione tra piattaforme in uso e in produzione, i dati sono tratti da: Valerio Briani, Armaments duplication in Europe: a qualitative assessment. CEPS Policy Brief No. 297, 16 July 2013.

[22] Department of Defense, Unmanned Aircraft Systems Roadmap 2005-2030, luglio 2005, http://fas.org/irp/program/collect/uav_roadmap2005.pdf.

[23] Christian Mölling, Marie-Louise Chagnaud, Torben Schütz, Alicia von Voss, European Defence Monitoring (EDM),SWP Working Paper, gennaio 2014.

[24] European Commission, A New Deal for European defence: towards a more competitive and efficient defence and security sector, luglio 2013.

[25] Fonte: European Defence Agency, EU–US Defence Data 2011, settembre 2013. Oltretutto, nell’arco di soli 5 anni, persino il gruppo dei paesi BRIC, che complessivamente oggi spende oltre €20 miliardi in R&S, è riuscito a superare l’UE.

[26] La quantità di personale necessaria, per rispettare la struttura di costo della difesa americana, è stata calcolata in base al costo medio del personale americano (74.000 euro, contro 51.000 euro del personale europeo, secondo i dati EDA), in quanto si fa l’ipotesi che il mercato del lavoro sia locale. Per la voce di costo relativa agli investimenti in piattaforme, si è fatta l’ipotesi che il mercato è mondiale e che i prezzi sono fissati sul mercato mondiale e quindi l’incidenza è stata mantenuta invariata. La stessa ipotesi, non essendo possibile fare ipotesi sufficientemente ragionevoli, è stata fatta per i costi di gestione e manutenzione. Va da sé che riparametrando i costi del personale in base al costo medio pro-capite europeo, la struttura di costo della difesa europea cambia, aumentando il peso delle altre voci di costo.

[27] Lo studio della Deloitte ipotizza che nell’industria della difesa vi sia un moltiplicatore dell’occupazione indiretta nell’industria della difesa pari a 2,36 (1,36 occupati indiretti in più, per ogni occupato diretto aggiuntivo). V. Deloitte, The Aerospace and Defense Industry in the U.S. – A financial and economic impact study, marzo 2012, p. 20. L’occupazione aggiuntiva nel settore industriale si verificherebbe nell’ipotesi, da verificare, che l’industria europea lavori correntemente a piena capacità produttiva. Per quanto riguarda, invece, gli effetti sull’occupazione derivanti da maggiori investimenti pubblici nella R&S, v. Jyrki Ali-Yrkkö, Impact of Public R&D Financing on Employment, ENEPRI Working Paper n. 39, agosto 2005.

[28] Si tratta della manutenzione di velivoli di fabbricazione americana (F16), la gestione del sistema NATO di pre-allarme e controllo (NATO E-3A Component) e il programma European Air Transport Command (EATC) per il trasporto aereo ed il rifornimento in volo e composto, prevalentemente, da velivoli di produzione americana.

[29] McKinsey&Company, The Future of European Defence: Tackling the Productivity Challenge, luglio 2013.

[30] Barack Obama, Cara Europa, la libertà non è garantita per sempre, La Repubblica, 5 giugno 2014.

[31] European parliamentary research service, The cost of non-Europe…, op. cit., p. 73.

[32] Michele Nones, Londra e Parigi voltano le spalle all’Ue, Affari Internazionali, http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1676.

[33] After 43 Years, France to Rejoin NATO as Full Member, The Washington Post, 12 marzo 2009.

[34] In questo senso si sono espressi: M. Nones, op. cit.; Louis Gautier, Sommet de l'OTAN: la fin de l'ambition d'une défense européenne, http://www.louisgautier.net/page6/page62/page62.html; Nicolas Gros-Verheyde, Les accords de Londres font une victime : l’Europe de la Défense, http://www.bruxelles2.eu/defense-ue/defense-ue-doctrine-politique/quand-sarkozy-faillit-a-sa-promesse.html.

[35] Michele Nones, op. cit..

[36] Reuters, Britain warns EU against trying to control its defense industry, 10 settembre 2013, http://mobile.reuters.com/article/idUSBRE9890WW20130910?feedType=RSS&irpc=932.

[37] Der Spiegel, Decision Time: Britain Must Choose Now If It Will Stay in Europe, 3 giugno 2014, http://www.spiegel.de/international/europe/spiegel-editorial-argues-britain-must-determine-future-in-eu-a-972903.html. In particolare, è da richiamare la conclusione dell’editoriale dello Spiegel: “Britain is important to be sure. But the choice between a more democratic EU and Britain's continued membership is clear. Europe must choose democracy”.

[38] Herman Van Rompuy,Verso un'autentica unione economica e monetaria, 5 dicembre 2012.

[39] Resta da valutare il rischio di dover lanciare un’OPA sul 100% del capitale Finmeccanica, anche nel caso si ceda una quota di poco inferiore alla soglia che la farebbe scattare (30%).

[40] In base all’ipotesi di una vita tecnico-economica media di trent’anni e in base agli investimenti medi degli ultimi venti anni.

[41] Risoluzione del Parlamento europeo del 12 settembre 2013 sulle strutture militari dell’UE: situazione attuale e prospettive future, P7_TA-PROV(2013)0381.

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