Anno XXVI, 1984, Numero 3, Pagina 279

 

 

UN INTERVENTO DI ROSARIO ROMEO SULLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA*
 
 
Signor Direttore,
nel numero del Federalista uscito nel luglio del 1984 vedo le considerazioni di Sergio Pistone su ‘Riunificazione tedesca e unificazione europea’; e vorrei chiederLe di autorizzarmi a intervenire con qualche parola di commento, non solo e non tanto perché l’autore mi fa l’onore di un breve riferimento polemico a p. 53, nota 2, del suo saggio (dove peraltro la citazione bibliografica andrebbe rettificata: il saggio di Dino Cofrancesco apparve in Storia contemporanea, 1983, n. 2; e a esso fece seguito nello stesso fascicolo, pp. 281-86, una mia replica che non sarebbe stato impossibile citare), ma soprattutto perché in quelle pagine vengono riprese posizioni che sono bensì antiche nel Movimento federalista, ma che a mio modo di vedere sono tutt’altro che utili ai fini della lotta per l’integrazione europea.
Pistone riferisce con approvazione, e rafforza con nuovi argomenti, la tesi di Eberhard Schulz, Die deutsche Nation in Europa (1982), che auspica un completo abbandono della politica di riunificazione da parte del governo di Bonn. Questa politica, ripete Schulz sulla scia dei tanti che lo hanno preceduto, suscita timori e sospetti al di là dell’Elba, mette in crisi i risultati pratici concreti della Ostpolitik, è vista con risoluta avversione anche dagli alleati occidentali della Repubblica Federale, a cominciare (ma non finire) dalla Francia. Riunificazione significherebbe infatti egemonia tedesca in Europa, inaccettabile dagli altri paesi della Comunità europea; e persino ridiscussione potenziale della linea Oder-Neisse, con i connessi pericoli di guerra e di sterminio nucleare.
In sostanza ai Tedeschi si chiede: 1) di rinunciare a metà del territorio che lo stesso trattato di Versailles riconobbe come territorio nazionale tedesco; 2) di abbandonare al proprio destino i 17 milioni di connazionali della RDT, in attesa, e nella speranza (quanto fondata!) che l’URSS si decida ad accordare ad essi i diritti democratici, senza però che ciò significhi la dissoluzione della RDT in un nesso nazionale più vasto. Che cosa possa mai persuadere l’URSS a fare una simile concessione, che metterebbe in crisi il sistema politico vigente in tutti i paesi dell’Est, a cominciare dall’Unione Sovietica, non è chiaro né comprensibile. E se poi tutto questo dovesse sboccare nell’adesione della RDT alla Comunità europea, come auspica l’autore, l’ipotesi diventa ancora meno plausibile se alla Comunità ci si riferisce come entità politica, mentre non ha senso se il discorso si arresta al livello economico, poiché la RDT già gode in buona parte dei vantaggi spettanti ai membri della CEE.
Rinunce come queste non si chiedono a nessuno degli Stati e dei paesi chiamati a far parte della Comunità. Se si crede che invece esse possano essere sollecitate dai Tedeschi, ciò dipende almeno da due premesse. Una premessa tacita è la colpa storica della Germania, in nome della quale si giustificherebbe una sua condizione di permanente minorità internazionale; e una seconda premessa, apertamente dichiarata, è che la Germania è troppo forte, demograficamente ed economicamente (e dunque, in potenza, militarmente e politicamente), perché gli altri paesi europei, memori del passato, possano vedere senza preoccupazione i pericoli di rinnovata egemonia germanica che nascerebbero da una piena reintegrazione del paese nella sua consistenza prebellica.
Appare dunque chiaro il senso e il contenuto della proposta « europeista » che la linea di pensiero a cui Pistone si richiama rivolge all’opinione pubblica e alla classe dirigente della Germania occidentale: accettare una integrazione nell’Europa destinata ad agire come una sorta di letto di contenzione per la Germania, che ne garantisca in perpetuo la minorazione e la mutilazione nazionale, e che impedisca alla comunità nazionale tedesca di esplicare tutte le energie di cui è capace, per evitare che ciò turbi i sonni della Francia e degli altri paesi alleati. Una proposta che nella sua giustificazione interna rovescia da cima a fondo tutta la logica della proposta europeista: la quale si rivolge alle collettività che vivono sul nostro continente sulla premessa che le loro energie dall’unione verrebbero non represse e umiliate, ma esaltate e potenziate: e che Europa significa un più grande e più degno avvenire per tutte le forze, individuali e collettive, che formano il contesto europeo.
Ho detto altra volta e ripeterò anche qui che impostazioni di questo tipo sono infirmate alla radice da una totale mancanza di aderenza alla realtà, e da una non minore mancanza di coerenza europeista. Con la gigantesca potenza dell’Unione Sovietica accampata sull’Elba ogni timore di una rinnovata egemonia tedesca di tipo militare e politico è solo un pretesto per giustificare da una parte la supremazia continentale acquistata con la seconda guerra mondiale dall’Unione Sovietica, e dall’altra la tendenza a primeggiare in seno alla Comunità europea coltivata dalla Francia e, in qualche misura, dalla Gran Bretagna. Che se poi il sospetto si rivolge alle energie che la Germania mostra tuttora di possedere a livello economico e organizzativo, volerle comprimere varrebbe quanto voler comprimere la forza espansiva della cultura francese, la tecnologia britannica e lo spirito creativo degli Italiani. E questo è veramente un tipo di europeismo che nessuno vorrà accettare. Gli Europei devono augurarsi che la Germania, come le altre nazioni, dia all’Europa tutto ciò che può dare: e faranno bene a volgere i loro timori contro le rinascenti tentazioni egemoniche là dove esse sono in atto, non dove esse furono un tempo e non esistono più da quarant’anni.
Il risultato politico delle posizioni alla Pistone sta davanti agli occhi di tutti. La pretesa di considerare nulli e perenti i valori nazionali moltiplica dovunque, e soprattutto nelle nazioni più forti e più avanzate, le resistenze legate alla coscienza della diversa identità dei vari paesi. In particolare, in Germania si è riusciti per questa strada a distruggere l’iniziale entusiasmo di gran parte dell’opinione pubblica per la causa dell’unità europea, e ad alimentare le tendenze neutralistiche che suscitano tante preoccupazioni. E in effetti, come contestare chi nella RFG ritiene che, davanti ad alleati non meno ostili e non meno timorosi della Germania di quanto non sia l’Unione Sovietica, una politica ragionevole è quella di cercare l’accordo con l’avversario che, quanto meno, potrebbe assicurare quei migliori rapporti con la RDT che l’Ovest non può dare, e soprattutto garantire il paese da quei rischi di guerra che l’alleanza con l’Occidente inevitabilmente presenta? Concepita in tal modo, la causa dell’europeismo accumula sulla propria strada ostacoli enormi e non necessari, alimentando contro di sé l’ostilità di tutti coloro, e sono tanti, che non sono affatto persuasi che la cancellazione delle storie e delle identità nazionali sia un’operazione così facile come taluni pretendono.
E allora? La linea è quella già indicata a suo tempo da Adenauer e dagli altri padri dell’europeismo, da intendere nei suoi motivi più veri e nel significato che essa ebbe nella realtà, e non secondo le fantasie di taluni interpreti. Adenauer volle la Germania occidentale nell’Europa libera perché ciò salvava al tempo stesso la libertà di una parte del paese e la possibilità che in avvenire la riunificazione avvenisse appunto su basi di libertà, e non della soggezione allo stalinismo. L’europeismo di Adenauer contava per questo sulla forza della pressione civile ed economica che l’Europa unita poteva esercitare col tempo sull’Impero sovietico. E davanti alla sempre più evidente superiorità delle soluzioni occidentali e alla crisi manifesta di tanta parte del mondo comunista, questa prospettiva appare tutt’altro che lontana dalla realtà. Senza, naturalmente, che ciò significhi affatto iniziative militari e guerre nucleari, a meno di atti di aggressione che certo non verranno dall’Occidente. Chi ritiene tutto ciò utopistico dovrebbe dimostrare molte cose difficili da dimostrare: e prima di tutto dovrebbe rendere credibile la tesi che si possa attendere la spontanea dissoluzione dei due blocchi ad opera della distensione senza resistenze da parte sovietica. Se d’altronde si ritiene che i due blocchi possano sciogliersi solo sul comune terreno della democrazia, e dunque della libertà politica, come evitare che in quel giorno i Tedeschi dell’Est si pronuncino per l’unità nazionale? Si chiederà, allora, ai Tedeschi dell’Ovest, di affiancarsi ai Sovietici nell’opera di repressione contro i loro connazionali?
So bene che vi sono molti, moltissimi, ai quali discorsi del genere riescono inaccettabili nel ricordo delle atrocità perpetrate dagli eserciti tedeschi nella seconda guerra mondiale. Anche qui ci si può chiedere quale Europa si vuole costruire, se dietro a uno dei maggiori partners si è pronti a vedere risorgere a ogni istante il profilo del torturatore e dell’aguzzino. Ma, infine, ciascuno ha diritto alla propria memoria. Solo mi chiedo come si vuole che di tutto ciò i Tedeschi non abbiano coscienza; e dunque quale Europa vogliamo costruire su basi così equivoche e infirmate da riserve mentali così gravi. Come sperare che i Tedeschi della prospera Germania occidentale siano disposti a considerare come problemi che appartengono anche a loro le miserie e i ritardi economici del mio Mezzogiorno, quando noi diciamo che i problemi di chi ha lasciato tante vittime ai piedi del muro sono problemi che non ci riguardano, e che anzi in materia noi siamo per lo statu quo, cioè sulle posizioni dei Sovietici che ad ogni istante ci ricordano la realtà tracciata dalla spada e dal diritto di conquista? Certo, ci sono coloro che così pensano: ma si chiamano Giulio Andreotti.
 
Rosario Romeo


*Nel pubblicare questa lettera del nostro illustre interlocutore vorremmo precisare che egli ci attribuisce degli orientamenti che non crediamo di avere. Noi non pensiamo in termini di « colpa storica » della Germania perché crediamo che i fatti della vita tedesca (come delle altre vite nazionali) debbano essere imputati, in ultima istanza, non all’entità « nazionalità tedesca », ma all’entità « sistema degli Stati ». In ogni caso, noi pensiamo che, sul piano pratico, bisogna essere aperti a qualunque forma efficace di unità tedesca (in un quadro europeo solido), e quindi anche a quella che risulterebbe dal solo fatto di costituire la Federazione europea con la prospettiva (storica) sia di uno, sia di due, sia di tre (Austria) Stati tedeschi come Stati-membri. Abbattendo le barriere fra i popoli, la federazione unifica gli uomini senza la necessità di far coincidere Stato e nazione.

 

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