Anno XXVI, 1984, Numero 3, Pagina 293

 

 

UNA LINGUA PER L’EUROPA?
 
 
I.
 
Il pericolo più immediato per i gruppi etnici e i loro linguaggi è costituito dalle lingue degli Stati dominanti: il francese per il bretone o l’alsaziano; l’italiano per il friulano o il dialetto della Val d’Aosta o quello tirolese; lo spagnolo (e il francese) per il catalano ed il basco. Si può pertanto pienamente comprendere che i sostenitori di queste etnie siano stati consapevoli, finora, solo di questo pericolo. Ma entro pochi decenni sia le lingue dominanti che quelle dominate saranno minacciate da un pericolo molto più grave e radicale: quello della progressiva affermazione dell’inglese come lingua franca de facto nel mondo intero. Il destino delle lingue autoctone europee sotto l’Impero romano, e cioè la loro scomparsa e sostituzione con il latino, e quella delle lingue dell’America del Nord e del Sud, sostituite, dopo la scoperta del nuovo mondo, dallo spagnolo, dal portoghese, dall’inglese e dal francese, non lasciano dubbio alcuno. La sola differenza è che mentre questo processo richiese, allora, secoli, ora sarà compiuto in una o due generazioni, giacché l’inglese ha a sua disposizione non solo la forza politica ed economica dei paesi che usano questa lingua, e in modo particolare degli Stati Uniti, ma anche la forza ancor più decisiva dei mass media e specialmente della televisione (e fra breve, minaccia ancora più grave, quella della televisione via satellite).
Una lingua viva, infatti, non è uno strumento neutro ed asettico di comunicazione. Essa è l’espressione, il Träger di una Weltanschauung, ed è quindi di necessità intollerante e tenderà a sostituire tutte le altre Weltanschauungen con la propria.
 
 
II.
 
La sola risposta razionale a questo pericolo è una risposta radicale: quella di introdurre l’uso, come lingua franca, di una lingua che non abbia la capacità distruttiva dell’inglese. Il fatto che il latino perse la sua forza distruttiva dopo essere divenuto una lingua morta; il fatto che allora esso poté restare – lungo tutto il Medio Evo e il Rinascimento – la lingua franca dei dotti e degli scienziati, della élite, e, last but not least, della Chiesa, senza minacciare il francese, il tedesco, lo spagnolo, ecc., ci mostra (historia magistra vitae) quale dovrebbe essere la soluzione adatta: e cioè una lingua che non sia la madre lingua di nessuno e non abbia quindi la forza politica e culturale di un popolo che le stia dietro o, peggio, di un gruppo di potenti popoli e Stati presenti in tutti e cinque i continenti della terra.
Poiché oggi non è più una piccola élite o intelligentia ad aver bisogno di comunicare a livello internazionale, e viviamo invece in un’epoca di comunicazione di massa, soltanto una lingua che sia da un lato « morta » o « neutrale », e dall’altro molto facile è adatta ai bisogni del nostro tempo. Solo una lingua pianificata ha queste caratteristiche. E solo l’esperanto è stato usato per un tempo abbastanza lungo, ed ha una sufficiente « infrastruttura » (e cioè un’ampia letteratura e un numero considerevole di persone che già lo parlano) per esser pronto hic et nunc a svolgere quella funzione. E, ciò che più conta, esso costituisce la sola lingua che appaia conforme alla « ragion di Stato » della Federazione europea, voglio dire alla sua aspirazione di indipendenza, e alla sua funzione di guida nell’aiutare il Terzo mondo a raggiungere un’analoga indipendenza, sia politica che culturale.
 
 
III.
 
Disgraziatamente appare utopistico, nell’attuale situazione, sperare che l’Europa compia subito tale scelta. L’ostacolo non è costituito, probabilmente, dalla forza sociologica dell’inglese, già oggi in gran parte lingua franca de facto. L’ostacolo principale è psicologico: la sensazione inconscia, largamente diffusa e angosciosa, che l’uso di una lingua inventata, totalmente priva di tradizioni storiche, significherebbe, tanto per gli individui come per la collettività, una radicale « perdita d’identità », che non si è in alcun modo disposti ad accettare.
 
 
IV.
 
Il problema sembra a prima vista insolubile, ma una via d’uscita è offerta dalla moderna cibernetica linguistica (Sprachkybernetik), studiata specialmente dal professor Helmar Frank, dell’università di Paderborn (Repubblica Federale di Germania). Le ricerche ivi condotte hanno portato alla scoperta che lo studio dell’esperanto, sia per la sua facilità che per la sua razionalità, costituisce il modo migliore e più pratico per preparare allo studio di una lingua viva in generale, delle lingue indo-europee in particolare, e soprattutto dell’inglese. La nostra proposta pertanto è che l’esperanto venga studiato nelle scuole elementari in tutta l’Europa per almeno due anni, non come un fine in se stesso (il che oggi non sarebbe approvato) ma semplicemente come il mezzo più facile e pratico per iniziare lo studio dell’inglese (o di qualsiasi altra lingua viva) con il minimo sforzo e con i massimi risultati.
 
 
V.
 
Se questo fosse realizzato in tutti gli Stati della Comunità europea, vi sarebbe, in dieci o venti anni e in ciascuno di questi paesi, una vasta conoscenza « endemica » dell’esperanto; e poiché questa lingua è dieci volte più facile da imparare e, ciò che più conta, da ricordare che non l’inglese (o qualsiasi altra delle lingue dominanti), potrà succedere che, se una Federazione europea verrà nel frattempo costituita, e quando essa debba scegliere una lingua ufficiale federale, essa sia spinta da questo fatto e forse addirittura obbligata a scegliere l’esperanto (ciò che certamente non farebbe oggi, anche se già esistesse).
 
 
VI.
 
Tre cose sono necessarie per realizzare e facilitare questo progetto: 1) dobbiamo incoraggiare lo studio propedeutico dell’esperanto per le ragioni indicate sopra; 2) dobbiamo promuovere la fondazione, nelle nostre università, di Istituti interdisciplinari (se possibile con la collaborazione di università di diversi paesi europei) i quali studino i problemi della comunicazione internazionale, visti sotto il punto di vista delle scienze politica, sociologica, pedagogica, linguistica e cibernetica; 3) dobbiamo promuovere la fondazione dell’unità politica dell’Europa e sostenere quindi il progetto di riforma della Comunità elaborato dal Parlamento europeo.
Ciò è naturalmente nell’interesse di tutti, ma forse ancor più dei gruppi etnici e delle lingue minoritarie e dei loro sostenitori.
 
Andrea Chiti-Batelli

 

 

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