Anno XLI, 1999, Numero 1, Pagina 54

 

 

A PROPOSITO DELLA CITTADINANZA MONDIALE
 
 
L’articolo di Keith Suter «Ripensando la cittadinanza mondiale», pubblicato sul numero 3/1998 di questa rivista, presenta un quadro articolato di alcuni dei cambiamenti in corso nella società post-industriale e della comunicazione globale, e delle loro conseguenze sul concetto di cittadinanza.
Questi cambiamenti, secondo la diagnosi storica di Mario Albertini, sono legati all’evoluzione del modo di produrre che, dopo una fase di integrazione in profondità che ha portato alla ribalta e immesso nel processo politico nuove classi sociali, rende possibile un processo di integrazione in estensione, al di là dei confini degli Stati. Quest’ultimo ha dato il via, sempre secondo la terminologia di Albertini, al corso sovranazionale della storia, cioè alla pensabilità (e in Europa al disegno concreto) di unioni di Stati attraverso un vincolo federale per adeguare il quadro e le istituzioni politiche ad una società sempre più interdipendente.
Nel pensiero federalista, gli elementi caratteristici di questa nuova società in formazione presentati dall’articolo di Suter, costituiscono la condizione storico-sociale che rende possibile tradurre in obiettivi politici gli ideali di pace, di fratellanza universale e di uguaglianza fra tutti gli uomini che sono stati e sono presenti nel pensiero religioso e nelle ideologie politiche (liberalismo, democrazia, socialismo), ma sono contrastati nella realtà dalla divisione del mondo in Stati sovrani e indipendenti.
Il problema della cittadinanza mondiale va inserito nel quadro di questa diagnosi storica per cogliere le potenzialità che si aprono, ma anche per essere nello stesso tempo «realisti» nel senso positivo del termine (intendendo per senso negativo l’incapacità di interpretare la realtà, oltre che di fotografarla), e per inserire i concetti negli ambiti di loro pertinenza.
Ci sono sostanzialmente due modi di usare il concetto di cittadinanza. Uno attribuisce alla parola il significato generico che essa assume nel pensiero cosmopolitico — e che, in quanto tale, ha una valenza soprattutto psicologica («sentirsi» cittadino del mondo). Una simile valenza non è certamente nuova e caratteristica dell’epoca in cui viviamo. Ma il pensiero cosmopolitico del passato (tranne che per Immanuel Kant, che ne ha superato i limiti) aveva fondamenti prettamente culturali o ideali ed era limitato a una ristretta cerchia di persone; e non poteva che essere così, visto il grado di evoluzione della società in cui esso si è manifestato. La società attuale, al contrario, la cosiddetta società dell’informazione, permette di fondare il sentimento cosmopolitico su esperienze di vita concreta e quotidiana condivise da un numero sempre maggiore di persone, come ha ben messo in evidenza Suter.
Ma se, come egli ha scritto, «ci saranno sempre più cittadini mondiali, in senso economico e culturale», ossia, in altre parole, se si sta creando un nuovo quadro storico-sociale, ciò non significa che si sta creando automaticamente una cittadinanza mondiale in un senso diverso da quello genericamente psicologico del termine.
Al concetto di cittadinanza, se vogliamo cogliere nella nuova situazione mondiale tutte le sue potenzialità, va attribuita la valenza politica che gli è propria (è questo il secondo modo di intendere il concetto stesso). Cittadino è il soggetto di diritti e di doveri nel quadro di una società organizzata. E una società è organizzata quando istituzioni politiche ne regolano il funzionamento. Dunque si può parlare in senso proprio di cittadini e di cittadinanza nel quadro di uno Stato.
Ora, il fatto che il quadro statuale nazionale è in crisi perché ormai inadeguato alla dimensione dei problemi rende obiettivamente obsoleto il concetto di cittadinanza in quanto legato al quadro nazionale. In questo quadro, diritti e doveri dei cittadini diventano parole vuote nella misura in cui questi non possono più esercitare efficacemente il loro diritto fondamentale di partecipazione e decisione democratica. E ciò rimane vero, e anzi è ancora più evidente, laddove l’inadeguatezza degli Stati nazionali spinge alla creazione di organizzazioni internazionali, in cui la collaborazione intergovernativa comunque riflette i rapporti di forza tipici di un sistema di Stati gerarchico e in cui i cittadini sono del tutto esclusi.
Se tutto questo è vero, il discorso di Suter va completato aggiungendo ai fattori obiettivi dell’evoluzione in atto la necessità che entrino in gioco anche fattori soggettivi: la volontà e l’azione nella sfera politica del comportamento degli uomini. Solo la volontà e l’azione, infatti, possono dar vita a nuove istituzioni, che, allargando la sfera della statualità, attraverso la creazione di federazioni regionali di Stati, per avviarsi verso la Federazione mondiale, allargheranno anche la sfera della cittadinanza democratica.
Il superamento della cittadinanza esclusiva, legata allo Stato nazionale, non è dunque un fatto spontaneo, ma potrà avvenire pienamente solo se saranno superati gli Stati nazionali con Stati federali, in cui ogni individuo si sentirà cittadino del proprio quartiere, della propria città, della propria regione, del proprio Stato, della federazione (fino, in prospettiva, alla Federazione mondiale), in quanto partecipa alle scelte che saranno competenza di ciascun livello di governo.
Le Organizzazioni non governative (ONG), il cui raggio d’azione è mondiale, danno certamente un contributo importante alla consapevolezza della necessità di superare le barriere costituite dai confini degli Stati, ma se non vogliono essere solo un riflesso passivo dell’evoluzione in atto, dovrebbero arrivare alla consapevolezza che «progettare la società» significa poter scegliere, e che si può veramente scegliere solo all’interno di istituzioni politiche democratiche.
La battaglia dei federalisti europei mira a portare a compimento il processo di transizione dalle nazioni alla Federazione europea proprio per dare un contenuto concreto al diritto di cittadinanza europea riconosciuto sulla carta (Trattato di Maastricht), ma non ancora realizzato nei fatti. Solo la Federazione mondiale, se e quando sarà creata, potrà dar vita concretamente alla cittadinanza mondiale.
 
Nicoletta Mosconi

 

 

Condividi con