Anno XXIX, 1987, Numero 1, Pagina 70

 

 

REYKJAVIK. UN GIUDIZIO CONTRO GLI STATI NAZIONALI EUROPEI
 
 
1. La reazione dei governi europei a Reykjavik è illuminante. Essi hanno sabotato la prospettiva di un drastico disarmo: dopo due settimane di meschine discussioni, hanno chiesto agli Stati Uniti di ritirare le proposte di eliminazione dei missili balistici a medio raggio e intercontinentali. Essi si sono dunque rivelati come uno dei più seri ostacoli al disarmo.
Il primo impulso sarebbe di chiedersi che cosa stia accadendo. Dopo aver invitato per anni il governo americano a dare prova ai popoli europei della sua disponibilità ad avviarsi verso il disarmo nucleare, ora i governi europei invitano gli Stati Uniti a non sbilanciarsi troppo nelle discussioni sul disarmo.
L’Inghilterra e la Germania chiedono che riduzioni rilevanti delle armi convenzionali avvengano contemporaneamente a un completo disarmo nucleare. Esse sono del tutto consapevoli che ciò rinvierebbe indefinitamente un accordo.
2. In realtà non c’è niente di nuovo in tutto ciò. Qualcosa di simile accade quasi ogni volta che USA e URSS si avviano con entusiasmo verso un accordo, sebbene non sempre simili atteggiamenti abbiano avuto un così tragico effetto sulle speranze dell’umanità.
Senza battere ciglio, i leaders europei affermano che stanno già cercando, attraverso colloqui privati, di convincere gli USA della necessità di essere più accomodanti coi Sovietici e di raggiungere un accordo. Essi hanno apertamente fatto apparire lo spettro di tumulti e disordini se gli Stati Uniti non daranno una risposta positiva a tutte le loro richieste alquanto contraddittorie.
La sola cosa costante in tutti questi voltafaccia è che i governi europei hanno espresso dei «dubbi» sull’adeguatezza della leadership americana, incoraggiando senza ritegno atteggiamenti antiamericani, che sfociano in estremismo, accuse irrazionali e proteste violente.
3. La ragione principale di questa ipocrisia sta nel fatto che i governi europei, filonucleari, non vogliono assumersi alcuna responsabilità nei confronti dei loro popoli e non hanno scrupoli a gettare la colpa della presenza delle armi nucleari in Europa sull’America. Che essi siano filonucleari è risaputo da chiunque abbia seguito i dibattiti in seno alla NATO.
Gli Americani vogliono (e l’hanno sempre voluto) l’integrazione delle forze armate europee e vogliono creare una difesa convenzionale adeguata mentre i governi europei si aggrappano orgogliosamente al fantasma della loro sovranità e rifiutano l’integrazione delle forze. Il risultato è che non sono in grado di difendere i loro popoli se non minacciando di far esplodere il mondo. Essi razionalizzano tutto ciò dicendo che qualsiasi guerra sul suolo europeo sarebbe intollerabile, preferendo il ricorso alle armi nucleari e alla distruzione del mondo al fine di scongiurare un’aggressione.
4. Tutto ciò sabota gli sforzi in direzione del disarmo nucleare. Si sostiene che, se la NATO non è stata in grado di organizzare una difesa convenzionale credibile dopo quasi quarant’anni, sicuramente non ne sarà in grado nei soli dieci anni di transizione dal nucleare al convenzionale. Questa argomentazione nasconde il fatto che l’ostacolo principale alla creazione di una difesa convenzionale efficace è la mancanza di volontà di avviarsi verso l’unione. La tesi è un circolo vizioso nella misura in cui la mancanza di volontà ha le proprie radici nell’idea che sarà sempre possibile e addirittura preferibile contare sulla minaccia di olocausto nucleare.
Gli accordi sul disarmo nucleare non dovrebbero più essere frenati dai passi faticosi, astorici dell’integrazione proposti dai governi europei. Piuttosto, essi dovrebbero essere conclusi ora, poiché l’umanità li chiede ora. Ciò metterebbe i poteri nazionali con le spalle al muro e li obbligherebbe a raggiungere l’unione durante il periodo di transizione.
Questa sarebbe la via per superare gli atteggiamenti irrazionali nei confronti dell’Alleanza e per affrontare gli urgenti problemi mondiali sul tappeto. Ma se manca la volontà di fare ciò, il mondo continuerà ad essere nelle mani degli Stati nazionali europei. Il che significa che ora è necessario intraprendere la stessa cosa comunque, ma nell’ordine inverso: dato che gli Stati europei hanno sabotato ancora una volta il disarmo totale sulla base della considerazione (per quanto mascherata) che essi non hanno ancora raggiunto un sufficiente grado di integrazione, essi devono avviarsi verso l’integrazione politica e militare, o appariranno come nemici dell’umanità.
Nel frattempo ci si aspetta che gli Americani facciano volontariamente da cavie nell’esperimento della deterrenza, garantendo disinvoltamente la distruzione reciproca se le truppe sovietiche varcassero i confini. Così, gli Stati europei possono continuare a non assumersi le loro responsabilità per quanto riguarda l’integrazione politica e militare. Ogni volta che gli Americani cercano di intraprendere una via migliore, devono far fronte — e sono i Ministeri degli Esteri a metterli in guardia senza pudore — ad accuse irrazionali: da parte degli stessi Ministeri degli Esteri essi sono accusati di non essere alleati affidabili, e, da parte dei movimenti di protesta, di volere una guerra nucleare in Europa, facendo dei soli Europei le vittime di una distruzione totale.
La simbiosi fra i Ministeri degli Esteri e i movimenti di protesta tende spesso a diventare una consapevole alleanza. Ciò ha costretto in passato l’allora segretario generale della NATO, J.M. Luns, a rimproverare pubblicamente i governi europei di aver permesso la diffusione della convinzione infondata che sia l’America ad imporre all’Europa i missili che questa ha invece richiesto.
5. La causa dell’ipocrisia dei governi europei sta nel fatto che l’Europa si trova ormai da lungo tempo in una situazione di dipendenza, a cui non era abituata, nei confronti degli USA. La dipendenza genera l’irresponsablità.
Può un popolo democratico aver fiducia in un potere che sfugge al suo controllo? Il popolo americano non accettò questa situazione nel 1776. Gli slogans che esso usò allora — accusando l’Inghilterra di essere una nazione corrotta, e di coinvolgere il popolo americano, amante della pace, negli incessanti e meschini contrasti fra i monarchi guerrafondai dell’Europa — sono gli stessi usati oggi contro gli Stati Uniti, che coinvolgerebbero gli Europei nei contrasti fra le due superpotenze.
Oggi gli Stati europei, a differenza di quanto accadeva quando erano potenze mondiali, possono solo giocare un ruolo di critica all’interno dell’Alleanza atlantica. Quando l’America prende qualche iniziativa, essi non possono che stare a vedere, chiedendosi se essa non stia per sottrarsi al loro controllo o se non si stia avviando su una strada sbagliata, e non possono che tentare di condizionare in senso «moderato» la sua politica. Ciò provoca degli inevitabili contraccolpi: costringe gli Americani a liberarsi dei legami con l’Europa e ciò ostacola lo sviluppo di una volontà politica moderata e costruttiva.
L’unica soluzione è una unione di popoli, grazie alla quale fra Americani ed Europei possa instaurarsi un rapporto di uguaglianza (o fra i cittadini di una Unione atlantica o fra i rappresentanti degli USA e degli Stati Uniti d’Europa).
6. Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica italiana dal 1948 al 1955, ha descritto la situazione senza mezzi termini: «Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sostenere il costo di una difesa autonoma».[1] Mario Albertini ha recentemente formulato su questa rivista le implicazioni di ciò: «Gli Stati europei non hanno una difesa autonoma. Basta dunque capire, per valutarli, quale possa essere la ‘ragion di Stato’ e la selezione della classe politica in Stati di questo genere».[2]
Reykjavik ci ha permesso di giudicare gli Stati europei. Essi sono i peggiori filonucleari del mondo industrializzato. Le loro armi nucleari indipendenti (della Francia e dell’Inghilterra) servono solo a impedire il disarmo. Essi hanno la massima responsabilità nella proliferazione delle tecnologie nucleari e delle armi convenzionali. Il loro moralismo è falso e la loro accortezza è un’illusione. Essi costituiscono una persistente minaccia per l’umanità e hanno perciò perso ogni diritto di esistere come entità sovrane.
7. Gli Stati europei sono pseudo-Stati, una parodia della sovranità. Essi, già avviati verso la decadenza dopo due guerre mondiali, usano la Comunità europea e l’Alleanza atlantica soprattutto come mezzi per mantenere quella che abbiamo definito la parodia della sovranità, non per superarla o per riconquistare la propria identità.
Questi pseudo-Stati non possono che essere falsi amici dell’America e falsi amici dei loro stessi popoli. La loro situazione strutturale di entità sovrane ormai superate li condanna ad agire contro gli interessi propri e dei loro alleati, mentre contemporaneamente le loro radici democratiche li inducono a presentarsi come i migliori amici. Questo è il motivo per cui essi sentono un’istintiva necessità di contrapporre i popoli europei agli Stati Uniti sempre più accanitamente in ogni occasione, altrimenti temono che il loro gioco meschino crolli.
8. Il vero contrasto non è tra l’America e il popolo europeo; al contrario, a questo livello c’è una profonda e naturale identità di interessi e di ideali. La vera questione riguarda gli pseudo-govemi dell’Europa. Il solo governo dell’Europa amico del proprio popolo e dell’America sarebbe un vero governo europeo, cioè la Federazione europea. Il solo vero alleato degli Stati Uniti in Europa, come disse Jean Monnet, è l’Europa stessa.
Quando ciò sarà compreso dagli Americani, essi cesseranno di considerare questi pseudo-govemi come interlocutori e punteranno invece a instaurare completi rapporti politici con i popoli europei e con il Parlamento europeo quale vera forma embrionale di governo del popolo europeo. Allora, e solo allora, sarà possibile un dialogo fruttuoso sulle relazioni fra i popoli liberi dei due continenti e fra ognuno di essi e il resto del mondo.
 
Ira Straus


[1] Luigi Einaudi, Lo scrittoio del presidente (1948-1955), Torino, Einaudi, 1956, p. 89.
[2] Mario Albertini, «La crisi del Mediterraneo e le responsabilità dell’Europa», in Il Federalista, XXVIII (1986), p. 40.

 

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