Anno XXXI, 1989, Numero 3, Pagina 252

 

 

PIU’ STATI TEDESCHI SOTTO UN TETTO EUROPEO
 
 
Il saggio di Gerhard Eickhorn, «Riunificazione tedesca e unità europea. Dodici tesi», pubblicato sul n. 1, 1989 de Il Federalista, costituisce una buona base di partenza per una messa a punto della posizione dei federalisti sulla questione della divisione tedesca. Questo scritto non si limita a ribadire che la riunificazione tedesca può e deve realizzarsi solo nel quadro di una Federazione europea e di un sistema di pacifica cooperazione paneuropea, ma va assai più avanti. Pone infatti in discussione la tesi che l’unica forma in cui può essere realizzata la riunificazione tedesca, ovviamente all’interno di una Federazione europea, sia la fusione fra la RFdG e la RDT in un unico Stato. E sostiene che deve essere presa in esame anche l’opzione dei due Stati tedeschi sotto un tetto comune europeo, manifestando una chiara preferenza per questa soluzione.
Questa affermazione deve essere sottolineata molto positivamente per due ragioni fondamentali. Anzitutto, con la fusione dei due Stati tedeschi all’interno della Federazione europea si creerebbe uno Stato di dimensioni economiche e demografiche tali da far nascere presso gli altri Stati membri forti timori di un’egemonia tedesca, e ciò introdurrebbe un fattore di crisi e di potenziale disgregazione del legame federale. In sostanza il problema delle dimensioni eccessive dello Stato nazionale tedesco, che ha messo in crisi l’equilibrio europeo e prodotto le due guerre mondiali, continua a porsi, sia pure in termini diversi, nel contesto della costruzione della Federazione europea e non può non essere tenuto presente nel definire l’articolazione interna di questa. In secondo luogo, la fusione fra RFdG e RDT non potrebbe essere giustificata sulla base del principio della libera convivenza di tutti i Tedeschi, la quale sarebbe in effetti perfettamente assicurata da una Federazione europea con più Stati tedeschi, bensì avrebbe come unico fondamento di legittimità il principio nazionalistico della coincidenza fra nazione culturale e Stato. Una volta applicato a RFdG e RDT, questo principio alimenterebbe fatalmente consistenti rivendicazioni di fusione con l’Austria (che appartiene alla nazione culturale tedesca) e con le numerose minoranze tedesche viventi all’interno di altri Stati europei, e rivendicazioni analoghe da parte di altre minoranze nazionali, con le immaginabili conseguenze conflittuali e disgregative.
Se ciò è chiaro, mi sembra d’altro canto che i federalisti dovrebbero fare un ulteriore passo avanti rispetto alla posizione espressa da Eickhorn; non dovrebbero cioè limitarsi a dire che la tesi di più Stati tedeschi sotto un tetto europeo è preferibile a quella della fusione fra RFdG e RDT, ma dovrebbero rifiutare in termini di principio la seconda tesi. E, conseguentemente, dovrebbero sostenere che Berlino liberata dal muro non dovrà essere la capitale di un rinato Stato nazionale tedesco, ma piuttosto candidarsi, nel quadro del superamento della divisione fra le due Europe, a essere la capitale della casa comune democratica europea. Questo tipo di soluzione del problema della divisione tedesca — va precisato — non esclude per nulla che si creino organismi pantedeschi diretti a tutelare le caratteristiche e i valori peculiari della nazione culturale tedesca. Questi organismi non dovrebbero però avere carattere statuale. E non si devono d’altra parte minimamente trascurare i diritti delle minoranze nazionali viventi all’interno di Stati membri della Federazione europea alla tutela della propria identità culturale, ma si deve anzi sottolineare che la situazione potrà migliorare in modo decisivo a questo riguardo se questi diritti saranno garantiti giuridicamente dalla costituzione federale e protetti concretamente dall’autorità federale europea.
Tornando allo scritto di Eickhorn, il fatto che egli non giunga a escludere in termini di principio l’opzione della fusione fra RFdG e RDT si fonda sul richiamo al diritto di autodeterminazione dei popoli. Proprio qui sta il nodo cruciale del problema. Io ritengo che il concetto di autodeterminazione vada discusso a fondo da parte dei federalisti. A questo riguardo mi limito qui a proporre tre sintetiche considerazioni.
1. I federalisti non possono accettare la concezione oggi ancora dominante del diritto di autodeterminazione, secondo cui ogni popolo ha il diritto di costituirsi in Stato con sovranità assoluta. Questa concezione è chiaramente in contraddizione con la dottrina federalista, la quale ritiene indispensabile che nella nostra epoca la sovranità statale sia limitata a vantaggio di una comune autorità federale democratica, la quale sola è in grado di organizzare la convivenza pacifica fra tutti i popoli. La creazione di Stati con sovranità assoluta, intesa come strumento per realizzare l’indipendenza nazionale, può essere considerata un fatto positivo in situazioni storiche in cui non esistevano ancora effettive possibilità di avviare l’unificazione pacifica su basi federali e democratiche dell’umanità, e in cui l’eliminazione dell’anarchia internazionale non era il problema prioritario. Oggi invece l’eliminazione dell’anarchia internazionale è diventata la condizione imprescindibile della stessa sopravvivenza dell’umanità e, d’altra parte, il processo di superamento della sovranità statale assoluta è già incominciato e ha raggiunto il suo grado più avanzato per ora nell’Europa occidentale. E’ certo estremamente problematico prevedere le fasi e le modalità concrete attraverso cui si svilupperà l’unificazione dell’umanità, ma è fondato ritenere che, essendo esclusa una unificazione attraverso la guerra, perché ciò implicherebbe la scomparsa della stessa umanità, lo sbocco finale dell’unificazione non potrà che essere una Federazione mondiale di federazioni regionali.
Se dunque la nostra epoca è caratterizzata dalla centralità del problema dell’unificazione mondiale, appare del tutto antistorico sostenere la validità del diritto alla creazione di Stati sovrani, cioè alla perpetuazione e alla esasperazione dell’anarchia internazionale. Si deve invece rivendicare il diritto di tutti i popoli al federalismo, cioè a instaurare con gli altri popoli dei legami che preservino l’indipendenza nelle questioni puramente interne, ma che subordinino tutti i popoli a una legge democratica comune in riferimento ai problemi connessi con la loro interdipendenza. Facendo degli esempi concreti, i federalisti dovrebbero, a mio parere, sostenere il diritto dei popoli delle repubbliche baltiche a una riforma in senso federale e democratico dell’URSS, ma non al recupero della sovranità assoluta. E, per quanto riguarda i Palestinesi, dovrebbero sostenere il loro diritto a un proprio Stato, ma dovrebbero nello stesso tempo sostenere il simultaneo inserimento di questo Stato in un sistema di sicurezza e di cooperazione con Israele e con gli altri Stati vicini, il quale sia garantito dall’ONU e possa, quando le condizioni saranno mature, evolvere verso un sistema federale regionale.
2. Chiarito perché è inaccettabile il diritto di autodeterminazione inteso come diritto alla creazione di Stati a sovranità assoluta, occorre chiarire ulteriormente che non si può neppure accettare in termini generali un diritto di autodeterminazione inteso come diritto di delimitare i confini fra gli Stati membri di una federazione secondo il criterio della coincidenza fra Stato e nazione. A parte l’estrema difficoltà o impossibilità di fissare confini accettabili per tutti nelle zone con popolazione mista, si deve, per le ragioni indicate prima, evitare la creazione di Stati troppo forti. Per chiarire meglio la questione, si deve avere presente l’esempio della Federazione svizzera: se in essa i cantoni di lingua tedesca si fondessero in un solo cantone, il legame federale entrerebbe immediatamente in crisi. Il fatto che le delimitazioni fra gli Stati membri di una federazione non debbano fondarsi necessariamente sul principio della nazionalità culturale non significa d’altra parte che in determinati casi i confini interni di una federazione non possano essere ridefiniti. Come ciò è già avvenuto all’interno della Svizzera nel caso del Giura, altrettanto per fare un esempio concreto — potrà verificarsi, nell’ambito di una Federazione europea di cui faccia parte anche l’Austria, nel caso del Tirolo. In effetti una riunificazione fra il Nordtirolo e il Sudtirolo all’interno dello Stato austriaco ristabilirebbe una unità plurisecolare interrotta dalle vicende della guerra civile europea di questo secolo e non creerebbe certo problemi di equilibrio all’interno della Federazione europea.
3. Il superamento della divisione fra le due Germanie è sempre stato considerato dai federalisti come un aspetto del superamento della divisione fra le due Europe, cioè, concretamente, della creazione di una federazione democratica europea estendentesi fino ai confini occidentali dell’URSS. In questo caso il diritto di autodeterminazione significa il diritto dei paesi satelliti dell’URSS di staccarsi dal blocco sovietico e di aderire alla Federazione europea. Orbene, questa tesi dovrebbe a mio avviso essere riesaminata. Essa era in effetti pienamente legittima, anche se poco realistica, in una situazione in cui il problema dell’avvio dell’unificazione mondiale non era ancora attuale nei termini in cui lo è oggi, e in cui non esisteva ancora alcuna prospettiva di sviluppo democratico all’interno del blocco sovietico. Oggi, invece, stanno emergendo mutamenti epocali rispetto a questi due problemi e si deve incominciare a discutere seriamente il progetto della graduale costruzione di una casa comune democratica europea che deve coinvolgere Europa, URSS e Nordamerica ed essere intesa come un aspetto e un momento fondamentale della costruzione di una casa comune democratica dell’intera umanità, la quale richiederà verosimilmente tempi assai più lunghi. Se si inquadra il problema del superamento della divisione fra le due Europe in questa prospettiva, l’approccio giusto non mi sembra che sia il tentativo di staccare singoli paesi dell’Europa orientale dal blocco sovietico, cioè di favorire un indebolimento o addirittura uno smantellamento unilaterale di questo blocco. Il che comporta oltretutto il rischio estremamente serio di provocare un arresto o un’inversione dei processi di liberalizzazione in atto nel blocco sovietico. Un approccio assai più valido sarebbe a mio avviso il proporre da parte della Comunità europea (per questo essa deve al più presto darsi le strutture di governo sovrannazionale indispensabili per esercitare una effettiva influenza sulla politica mondiale) un grande disegno imperniato sul superamento concordato e bilaterale dei blocchi contrapposti e sulla loro contemporanea sostituzione con una comunità di cooperazione e di sicurezza americano-europeo-sovietica, aperta agli altri Stati che vorranno aderirvi.
I contenuti fondamentali di questo disegno dovrebbero essere: sul piano della sicurezza, l’eliminazione progressiva delle armi nucleari, la creazione di eserciti puramente difensivi, il ritiro delle truppe di USA e URSS dall’Europa occidentale e da quella orientale, la creazione, al posto delle alleanze militari contrapposte, di strutture comuni di sicurezza; sul piano economico, la riforma e l’integrazione economica fra i paesi del blocco sovietico accompagnata da una cooperazione sempre più profonda e, quindi, da una progressiva integrazione fra Europa occidentale, Europa orientale, URSS e America del Nord; sul piano politico, la democratizzazione dei paesi del blocco sovietico e la progressiva creazione di istituzioni democratiche comuni a livello della comunità americano-europeo-sovietica.
In questo quadro il problema dell’eventuale adesione da parte dei paesi dell’Europa orientale alla federazione europeo-occidentale non entrerebbe più in conflitto con il problema dell’equilibrio fra i blocchi. Ma potrebbero anche emergere prospettive del tutto nuove. Fra queste vanno tenute presenti sia l’opzione (nel breve periodo) di un legame particolare fra i paesi dell’Europa orientale diretto a realizzare una situazione più equilibrata nell’ambito del blocco sovietico, sia (in un periodo più lungo) l’opzione di una federazione paneuropea comprendente anche l’URSS, a condizione che essa non solo si democratizzi, ma altresì si articoli in più Stati, onde evitare gli evidenti pericoli egemonici.
Ritornando alla questione tedesca, io ritengo dunque, sulla base di queste considerazioni, che sia sbagliato da parte dei federalisti richiamarsi al diritto di autodeterminazione per non escludere l’opzione della fusione delle due Germanie in un unico Stato, sia pure all’interno di una Federazione europea. Ciò detto, rimane aperto il problema se sia politicamente utile per i federalisti sostenere pubblicamente la tesi di più Stati tedeschi sotto un tetto europeo. In effetti si potrebbe al riguardo fare il seguente ragionamento. Mentre è estremamente difficile, se non impossibile, per qualsiasi governo tedesco-occidentale rinunciare ufficialmente alla tesi della riunificazione statale fra le due Germanie, la situazione sarebbe completamente diversa una volta realizzata l’Unione europea. In questo caso la politica estera e quella di sicurezza diventerebbero, sia pure gradualmente, competenze dell’Unione, e questa, sulla base della propria stessa ragion di Stato non potrebbe non sostenere la tesi di più Stati tedeschi sotto un tetto europeo e nel quadro di una casa comune democratica europea. Ciò perché in tal modo non solo eliminerebbe i pericoli di disgregazione connessi con la creazione di uno Stato troppo forte all’interno dell’Unione europea, ma favorirebbe altresì il processo di democratizzazione all’interno del blocco sovietico, in quanto eliminerebbe alla radice il problema di una ridefinizione dei confini in Europa orientale, problema che è destinato per la sua stessa natura ad alimentare le tendenze nazionalistiche, autoritarie e militaristiche. Di conseguenza sarebbe più saggio da parte dei federalisti non prendere delle posizioni che rischierebbero di indebolire l’appoggio in Germania all’obiettivo dell’Unione europea, e puntare sul fatto che, con la realizzazione di quest’ultima, la soluzione più valida della questione tedesca si imporrebbe automaticamente.
Ebbene, di questo tipo di ragionamento resta pienamente valida la tesi che la creazione dell’Unione europea è la premessa insostituibile di ogni decisivo sviluppo positivo nei rapporti fra le due Europe, mentre deve essere superato per almeno due ragioni il timore di prendere una posizione inequivocabile a favore dell’unità tedesca da realizzarsi senza la fusione fra RFdG e RDT.
Anzitutto questa tesi è ormai fortemente presente nel dibattito politico tedesco (essa è sostenuta, ad esempio, da Die Zeit, che ha sempre svolto un ruolo di battistrada sui temi della Ostpolitik, e il nuovo programma della SPD, elaborato a Irsee, ritiene aperta la questione della forma in cui l’unità tedesca dovrà realizzarsi in un ordine di pace europeo) e i federalisti devono prendere una chiara posizione su di essa, sia per non restare emarginati dalla discussione sui problemi che appassionano l’opinione pubblica, sia per introdurre quegli elementi di chiarificazione che solo il punto di vista federalista può produrre. In particolare i federalisti possono mettere in luce che la tesi di più Stati tedeschi in una Federazione europea e nel quadro di una casa comune democratica europea, lungi dal costituire una rinuncia all’unità dei Tedeschi, indica l’unica via in grado di condurre effettivamente al raggiungimento di questo obiettivo. Unità sostanziale e non puramente formale significa infatti che tutti i Tedeschi abbiano gli stessi diritti alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale, che possano tutelare la propria identità culturale, che non ci sia nessun ostacolo ai loro rapporti e che possano convivere pacificamente in modo definitivo con i loro vicini. Per contro, l’idea della fusione statale fra le due Germanie non ottiene altro che rendere più difficile questo sbocco e rischia di equivalere di fatto alla liquidazione dell’idea dell’unità dei Tedeschi. Pertanto, se i federalisti decideranno di sostenere con chiarezza e con forza la tesi di più Stati tedeschi sotto un tetto europeo, potranno incontrare delle difficoltà, ma guadagneranno nuovi importanti consensi alla lotta per l’Unione europea soprattutto fra le giovani generazioni, le quali percepiscono sempre di più l’inadeguatezza dell’attuale linea ufficiale del governo di Bonn sulla questione tedesca.
In secondo luogo, proprio perché i cambiamenti in corso nell’Est europeo stanno aprendo prospettive reali di superamento della divisione fra le due Europe e, quindi, fra le due Germanie, esistono concrete possibilità di cambiamento della linea ufficiale del governo di Bonn sulla questione tedesca. Il superamento della tesi della fusione fra i due Stati tedeschi, cioè, in pratica, dell’assorbimento della RDT nella RFdG, rafforzerebbe infatti in modo decisivo la capacità da parte del governo di Bonn di favorire le tendenze riformatrici all’interno del blocco sovietico, perché non sarebbe più possibile usare l’argomento del pericolo revanscistico tedesco per giustificare il mantenimento di strutture autoritarie e militaristiche. I federalisti, svolgendo un ruolo di avanguardia, possono pertanto influenzare l’evoluzione del governo di Bonn verso una linea sulla questione tedesca che, oltretutto, favorirebbe l’avanzamento verso l’Unione europea. Questa infatti incontra un ostacolo importante anche nella preoccupazione dei partners europeo-occidentali di Bonn per una Germania troppo forte. A parte l’influenza sul governo di Bonn, una chiara presa di posizione federalista a favore della tesi di più Stati tedeschi sotto un tetto europeo e nel quadro di una casa comune democratica europea rafforzerebbe le possibilità per le organizzazioni federaliste di estendere il loro raggio di azione nell’Europa orientale.
 
Sergio Pistone

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