Anno XLVI, 2004, Numero 3, Pagina 185

 

 

NAZIONI UNITE O PERICOLOSA ILLUSIONE?
 
 
Di fronte alla crisi del sistema internazionale e alla sua confusa gestione e soprattutto di fronte al terrorismo e alle sue conseguenze è emerso ancora una volta il dibattito sul ruolo dell’ONU, su cui vorrei fare qualche osservazione.
 
1. Anzitutto, temo, purtroppo, di dover essere senz’altro considerato non solo fra gli ONU-scettici, ma anche senza dubbio, fra questi, di poter essere annoverato fra i peggiori e più radicali.
Non entrerò nel merito delle diverse considerazioni sui costi dell’Organizzazione, la sua elefantiaca e ricca burocrazia (direttamente e indirettamente, pare, quasi centomila dipendenti e collaboratori), la sua corruzione, le missioni fallite o neppure tentate ecc., lasciando da parte i suoi, in alcuni casi anche utili, istituti autonomi collaterali (FAO, Unicef, Unesco, Gatt), agenzie e dipendenze varie; nonché i diversi problemi statutari che la riguardano attualmente in discussione, e così via. Mi limito, intorno a questo ultimo tema, a notare che, qualunque riforma ne sia studiata, o possa essere realizzata, se — come allo stato sembra beatamente pacifico per tutti — nessuna revisione interverrà a modificare in radice i poteri e le norme riguardanti gli attuali cinque paesi che fanno parte in via permanente del Consiglio di Sicurezza, con il relativo diritto di veto, le cose — per ciò che concerne la questione essenziale, di un qualunque ipotizzabile governo mondiale, in prevenzione dei più gravi conflitti fra gli Stati, e a tutela dei più elementari diritti umani — resteranno esattamente al punto di partenza.
Neppure le proposte, del resto altamente improbabili, formulate ufficialmente dal Parlamento europeo il 29 gennaio 2004 (a) attribuzione al Consiglio di Sicurezza di un seggio permanente alla Unione europea, in sostituzione di quelli di Francia e Gran Bretagna, b) possibilità di esercizio del diritto di veto soltanto in forma congiunta da parte di almeno due membri del Consiglio, in casi determinati); o quella avanzata da Helmut Kohl (il diritto di veto francese dovrebbe essere in primis posto a disposizione dell’Unione europea con un breve termine consentito a quest’ultima per trovare nel merito un accordo) appaiono sufficienti.
E questo senza dire dei pertinenti, difficilmente confutabili rilievi di Michael Glennon (Aspenia, n. 25): «Una riforma del Consiglio non serve. Sono gli Stati membri delle Nazioni Unite a dover compiere dei veri sforzi di riforma; riforme anche innovative, ma generate dall’ONU, non saranno probabilmente molto efficaci, per la ragione molto semplice che le cause essenziali che hanno determinato la crisi delle regole attuali vanno al di là delle capacità di influenza dell’ONU. Per esempio, intervenire sulla composizione del Consiglio di Sicurezza non avrebbe alcun impatto su queste cause di fondo — anzi, potrebbe accentuare le differenze di peso tra i diversi paesi, provocando una paralisi anche maggiore e incoraggiando quindi gli Stati Uniti ad aggirare il Consiglio di Sicurezza con una frequenza persino più alta nei casi controversi».
Mutatis mutandis, questo è press’a poco il discorso che si può fare, e si fa, da parte degli studiosi e degli uomini politici più avveduti, in merito al tuttora ratificando trattato pseudo-costituzionale dell’Unione europea: nessuna costituzione, nessun sistema di regole, hanno senso senza un potere che ne garantisca i principi proclamati e ne sostenga la gestione.
Ma, a mio sommesso avviso, c’è di più: dico questo per azzardarmi a rispondere anche a chi parrebbe accontentarsi delle Nazioni Unite come di un foro di costruzione del consenso fra gli Stati: perché non soltanto l’ONU ha già dimostrato di poter servire ben poco (nella migliore delle ipotesi, e quasi sempre solo in apparenza) al primo, prioritario, solo veramente interessante fine accennato di governo del mondo; ma anche perché mi sembra evidente il pericolo che l’Organizzazione, distortamente considerata nelle sue reali potenzialità, non rappresenti e non abbia a dimostrarsi mai altro che un fattore di elusione e ritardo del tutto negativi rispetto alle necessarie, quasi sempre urgenti, iniziative, volte alla soluzione delle questioni o delle crisi sul tappeto, e delle più gravi minacce da affrontare, nel pianeta ormai fatto villaggio globale. Pare che l’esperienza della vecchia Società delle Nazioni (al cui impianto gli Stati Uniti, rifiutatisi di sottoscrivere i trattati conclusivi della prima guerra mondiale, come si sa, non parteciparono) non abbia insegnato niente, malgrado quella istituzione potesse godere, mi sembra, di uno Statuto (Covenant) sicuramente meno pretenzioso e squilibrato che non quello partorito dalla Conferenza di S. Francisco nel giugno del 1945. A questo riguardo osserverò solo che proprio l’occasione offerta dall’esistenza di quella illusoria Organizzazione dell’ordine internazionale, la S.d.N., sia da considerare uno dei fattori di non minor peso che, pochi mesi dopo Stresa (aprile 1935) e poco più di un anno dopo il tentato putsch nazista in Austria, spinsero la Gran Bretagna ad orientare la sua politica estera in una opposta, velleitaria e disastrosa direzione, avente per conseguenza la rottura del fronte Gran Bretagna, Francia, Italia, nonché, dopo la non più contrastabile rioccupazione della Renania da parte delle FF.AA. hitleriane (marzo 1936), il definitivo precipitare dell’Italia nelle braccia della Germania nazionalsocialista, con tutte le relative conseguenze.
Superfluo aggiungere che tutto questo non vuole, né potrebbe, assolutamente significare una attenuazione della condanna più severa per la politica fascista, in Africa e in Europa, di quegli stessi anni.
 
2. Quale, allora, l’alternativa — la sola ad evidenza per chi desideri seriamente trovare il modo di rimediare al vuoto e alla confusione nei quali il mondo sembra pericolosamente agitarsi e voler precipitare?
Sapendo cosa sia, e per cosa può contare, si lasci pure — se così posso osare esprimermi — che l’ONU campi come può e nei limiti in cui le può essere utilmente concesso. Del resto, qualunque proposta, o anche qualunque auspicio di scioglimento dell’Organizzazione — come fu fatto per la S.d.N. nel 1946 — appaiono allo stato assurdi. Il futuro — che peraltro già si tocca con mano — si chiama in un modo solo e sta nell’accordo istituzionalmente consacrato fra le nazioni democratiche dell’Occidente, qualunque nome gli si voglia dare, qualunque utilizzo o destino si pensi per le già esistenti intese internazionali (ONU, NATO — mostratasi incapace, sia detto di sfuggita, anche di decidere tempestivamente l’invio di pochi elicotteri in Afghanistan, come era stato raccomandato perfino dalle Nazioni Unite —, Unione europea, ecc.); Russia auspicabilmente compresa e, punto essenziale, aperto alla più ampia collaborazione con l’Islam cosiddetto «moderato» — ma che sarebbe più corretto qualificare senz’altro «ragionevole».
Al contro di questa intesa non possono non collocarsi, primi inter pares, gli Stati Uniti d’America, fatti più consapevoli anch’essi così del proprio gravoso impegno e del proprio ruolo insostituibile come dei propri limiti.
Dico, certo con presuntuoso anticipo sulle effettive possibilità di realizzazione, un patto articolatamente e istituzionalmente (quasi federalisticamente…) consacrato, non solo pensando a Hamilton («Sperare in una permanenza di armonia tra molti Stati indipendenti e slegati sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani e andar contro l’esperienza accumulata dal tempo»), ma anche amaramente riflettendo sulla pochezza, sempre al fine in questione, di quell’altra osannata organizzazione intergovernativa che è l’Unione europea; che, coi tempi che corrono, non è stata in grado di concepire e produrre neppure la messa a punto, fra i suoi membri, di un comune servizio di intelligence — a tacere di altre, più gravi considerazioni.
 
3. Supponendo, per un momento, che sia questo il termine lontano che sta a capo della strada non solo ideale da intraprendere, su due punti, la cui drammatica realtà mi pare difficilmente discutibile, penso sia necessario fissare in primissimo luogo l’attenzione.
Primo punto: l’intreccio e la miscela esplosiva costituiti — nel momento storico che stiamo attraversando — dalla esistenza nel pianeta, da un lato, di molteplici rigurgiti di irrazionale fondamentalismo nazional-religioso (al quale, in realtà, il sentimento nazionale e la fede religiosa interessano soltanto in quanto potenziale strumento della propria sete di potere); e insieme, dall’altro, dalla disponibilità, ormai difficilmente contrastabile allivello di Stati o di altre specie di radicate e strutturate organizzazioni fuorilegge, di armi di distruzione di massa (ovviamente non solo nucleari o mini-nucleari, ecc.). Non occorre subito pensare soltanto all’Iran, ma, per esempio, come riportato dalla stampa internazionale, anche a tutti gli Stati che si ritengano comunque minacciati da altri Stati ad essi contigui o meno; oltre ad Israele, fra questi, e per ora, già si può annoverare la Corea del sud; domani, chi sa, magari Giappone e Taiwan, e così via a catena o a cascata.
C’è qualcuno che voglia seriamente credere — non parlo, ovviamente, di nessuno degli Stati appena accennati — che gente e capi assetati di potere e disposti a sequestrare e uccidere intere scolaresche, possedendo simili ordigni esiterebbero, se del caso, nel farne uso? Ecco perché, dopo la strage di Beslan, si pone, anzi s’impone oggi anche il problema di pensare almeno — come ha esplicitamente detto il ministro della giustizia americano, John Ashcroff — a prevenire (in che modo?), col terrorismo che ci scuote, ogni altra analoga, non impossibile, e magari perfino più cupa minaccia. Ciò che vale anche a spiegare, se non a giustificare al 100%, il programma esposto da Putin di andare a cercare e di colpire uomini, basi e strutture così identificabili dovunque nel mondo.
Che senso ha allora, in tali condizioni, continuare a baloccarsi — sia detto con rispetto per qualunque opinione — con le Nazioni Unite e la loro riforma, o con simili questioni ed entità?
Secondo punto: anche le rapide riflessioni fin qui svolte minacciano di rappresentare niente di più o di diverso che una specie di alibi pubblicistico o accademico ecc., buono più che altro a nascondere l’esistente problema di fondo. Perché la questione (sicuramente di vita o di morte) di cui si tratta affonda le sue radici ed ha le sue premesse in una situazione di ordine storico e culturale che supera di gran lunga la immediata e superficiale considerazione politica: sta cioè, mi pare, nella crisi di identità e certezze nella quale oggi — diciamo, con Spengler, almeno più visibilmente, dall’inizio del XX secolo in avanti — si dibatte il nostro mondo occidentale. Come del resto, in modo e in termini differenti, per suo conto, anche l’universo islamico.
In entrambe le entità si agitano oggi nemici interni particolarmente minacciosi. Per quanto riguarda l’Europa continentale questi si chiamano, io credo: la sua storica faziosità, ossia i suoi rissosi e velleitari nazionalismi; l’acritico e ambiguo pacifismo da girotondi; gli ossessivi complessi antiamericani. Un coacervo dominante di emotiva e vuota irrazionalità dalla quale si dipartono confusi spunti verbali di polemica sulla ovvia necessità della tolleranza, sulle condizioni dell’uso della forza, sul dialogo multiculturale e/o interreligioso — non si dice mai sulla base di quale comune riferimento e di quale risolutivo criterio di soluzione o di verità, ecc. Ha scritto, in merito, Claudio Magris (Corriere della Sera, 5.9.2004): «E’ ozioso stare a chiedersi se l’Islam sia una civiltà superiore o inferiore, sommando e sottraendo l’Alhambra, la Shari’a, Avicenna e l’infibulazione. Quel che conta è, di volta in volta, e dinanzi ad una questione concreta, sapere dove sta la civiltà e dove sta l’offesa che le viene inferta. Indubbiamente oggi il fondamentalismo islamico, quali siano i motivi che hanno favorito la sua ascesa, comporta gravi e talora gravissimi attentati agli elementari diritti della persona, che dovrebbero suscitare maggiori proteste da parte dei movimenti libertari occidentali; non si sono visti molti cortei contro la lapidazione di adultere o la decapitazione di omosessuali avvenute in paesi musulmani».
Ma può bastarci sapere di volta in volta dove sta la civiltà (e di quale civiltà, poi, vuole parlarci Claudio Magris; o quante suppone forse che ne possano esistere, tutte da considerare press’a poco sullo stesso piano?)? A Magris, in qualche modo, indirettamente aveva già risposto Magdi Allam nello stesso quotidiano: «Manca un progetto di pacifica convivenza fra l’Occidente e l’Islam. Ebbene ciò non potrà avvenire se non sulla base di parametri certi e indiscutibili, pietre miliari della comune civiltà dell’uomo: l’affermazione della sacralità della vita come valore assoluto e universale, per cui non ci sono terrorismi buoni e cattivi, vittime lecite o illecite; il rispetto dei diritti fondamentali della persona; una democrazia sostanziale garantita dalla pacifica alternanza al potere».
Ma possono anche queste chiare, perfettamente accettabili, espressioni, essere sufficienti all’Occidente in crisi (ma poi anche a tutti) perché gli sia possibile, nella riconquistata convinzione dei valori di cui è portatore, ritrovare l’anima smarrita, e intravedere il profilo, almeno, del compito che lo incalza? Lo incalza perché, come ha detto Elie Wiesel (Corriere della Sera, 11.9.2004): «Domani il terrorismo internazionalizzato potrebbe fare ricorso alla violenza ultima, che sarebbe l’attacco chimico o biologico. Domani sarebbe forse troppo tardi». Dove sta la convinzione dei valori di cui siamo (dovremmo ancora essere) i portatori? Non è questa certamente la sede neppure per affrontare questo essenziale discorso, nella sua semplicità e complessità insieme intrecciate.
Ma qualche accenno, forse, può essere fatto, parendomi difficile equivocare intorno al senso sostanziale del messaggio di cui questo nostro mondo del sole che tramonta — dalle rive americane del Pacifico, procedendo verso est, attraverso l’Atlantico, fino agli Urali — sembra ancora, malgrado tutto, il meno incerto detentore. La sua storia travagliata e la sua non meno contrastata evoluzione culturale (dall’età classica, al Rinascimento e poi al secolo dei lumi, e anche più avanti, pur attraverso gravi infedeltà) ce lo dicono: è il messaggio della ragione liberatrice — una sola, uguale per tutti —, del riconoscimento cioè del primato assoluto della ragione nei confronti di qualunque altra presunta fonte o forma di conoscenza — dato e non concesso che ne esistano.
E’ cioè il messaggio che pone al primo posto, nella scala dei valori e fra le condizioni della convivenza, le esigenze di libertà e di rispetto della coscienza individuale e del suo travaglio illimitabile nei confronti delle pretese, ideali e pratiche, di ogni tipo di organizzazione comunitaria e/o collettiva (religiosa, etno-nazionalista, ideologico-politica, ecc.).
 
Guido Bersellini

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