Anno XLV, 2003, Numero 3, Pagina 191

 

 

Abbiamo ricevuto, e volentieri pubblichiamo, due lettere di amici federalisti che hanno voluto intervenire su articoli comparsi sul precedente numero di questa rivista.
 
 
Caro Direttore,
 
ho letto con interesse ed apprezzamento il tuo editoriale, pubblicato nel n. 2/03 del Federalista, «Per un Patto federale tra i paesi fondatori»; concordando per molti versi anche col titolo del primo paragrafo: «L’impotenza dell’Europa e la necessità di una politica estera e di difesa». Ma con qualche avvertenza (di cui dirò meglio più avanti). Consenti dunque ad un vecchio federalista — come me — di aggiungere poche, brevi riflessioni ai tuoi argomenti.
Come tali (vecchi federalisti, appunto) al di là di tutte le ovviamente essenziali premesse teoriche, che, del resto, tu hai già egregiamente riassunto, immaginiamo insieme, per un momento, di essere (ciò che, per fortuna, non siamo…) fra i dirigenti politici o fra i governanti di uno qualunque dei paesi coinvolti nel processo in corso di — si fa per dire — costruzione europea. O meglio ancora, di essere fra i governanti proprio di quel paese nel quale entrambi siamo nati e, alla men peggio, vogliamo continuare a vivere. Consideriamo la, per certi aspetti forse enfatizzata, Conferenza intergovernativa europea, testé apertasi a Roma.[1]
Quoi faire? In primis temo che Cossiga abbia senz’altro parecchie buone ragioni per sostenere che, forse, la via migliore da scegliere sarebbe ancora e soltanto quella di cercar di contribuire — comunque, ovviamente, col massimo garbo diplomatico e politico — a respingere la cosiddetta bozza di Costituzione (rectius: di Trattato internazionale) ereditata dalla Convenzione giscardiana; sia pure, probabilmente, finendo così col dover decretare insieme, purtroppo, anche il sostanziale fallimento del negoziato intrapreso. Temo però anche che, ormai, non sia più possibile — e forse neanche giusto — puntare, sic et simpliciter, in questa direzione.
Si è voluto, pur nelle condizioni sicuramente più discutibili, incamminarsi verso l’allargamento dell’Unione, traguardo — senza dubbio — altamente auspicabile e, prima o poi, non evitabile da proporsi. Sono stati chiesti a molti paesi sacrifici non lievi; e troppe ineludibili esigenze ed aspettative sono ormai da affrontare. Ma questa prospettiva ha portato con sé, di necessità, lo studio di modifiche dei meccanismi istituzionali dell’Unione, atte a consentire il funzionamento nelle previste nuove dimensioni — fra le quali spicca sicuramente, tu l’hai già scritto, l’introduzione, o l’allargamento della regola del voto deliberativo a maggioranza in molte (quali esattamente?) nuove materie. La paralisi dell’organismo — prescindendo anche da altre, non minori, difficoltà — sarà così forse evitata; ma senza dubbio aumenteranno, in tal modo, per la coalizione irrigidita in regole e condizioni non mutabili che nell’unanimità dei consensi, i pericoli di crisi insolubili.
Il destino al quale la nuova Unione va, o andrà, incontro non può essere visto senza gravi perplessità. Ma tutto questo a noi, federalisti di vecchia data, potrebbe anche interessare fino ad un certo punto.
Resta, in alternativa, o in ulteriore prospettiva, la proposta — ma è solo una vacillante speranza — di una seria, leale iniziativa (autenticamente) federalista e costituente, fondata sulla consapevole e incondizionata rinuncia alla propria sovranità da parte di alcuni degli Stati interessati, in primo luogo in materia di politica estera e della difesa: poiché il resto, quel poco o tanto di autonomia che si crederà debba a questi ultimi rimanere, o lasciare, in forza del principio di sussidiarietà — come bene avevano già visto i Padri fondatori degli Stati Uniti d’America, James Madison in testa a tutti — non tocca l’essenziale.
Quale mai tuttavia, fra gli Stati del nostro continente, si può pensare intenda veramente muoversi verso questo traguardo, oggi, o nel prossimo futuro, e con quali probabilità di successo? Forse uno, due, o più, fra i fondatori storici della vecchia Comunità? C’è qualcuno che possa veramente credere — o anche solo sperare — che Francia e/o Germania vogliano, anche solo l’una nei confronti dell’altra, in un prossimo avvenire, impegnarsi a tanto, e acconciarsi a così decisiva rinuncia? La Francia — e in coda anche la Germania — così prepotentemente restia già adesso (davanti ai nostri occhi) ad ottemperare, nell’area euro, e come prescritto dal Patto di stabilità, al semplice necessario riordino delle proprie finanze?
Certo il (o i) popolo (i) manca (no) per ora: comprendo l’ansiosa ricerca di riempire il vuoto che hanno lasciato e che lasciano. Ma saranno Chirac, o Schröder, a surrogarli?
Ho detto Francia e/o Germania perché lì, ovviamente, sta il nodo da sciogliere, e/o, d’altro lato, stanno anche i pericoli di non limpidi giochi egemonici da cui guardarsi. Ti confesso, caro Direttore, che, ai tempi della disputa sull’eventuale (allora) intervento militare in Iraq, l’allineamento di qualche rappresentante, o di qualche organo federalista, al seguito delle scissionistiche (per l’Europa e per tutto l’Occidente) posizioni di Parigi (con Berlino a, certamente provvisorio, rimorchio), assunte in difesa di abbastanza evidenti interessi particolari, nello spirito del più acritico e pericoloso antiamericanismo, era stato (ed è) per me cagione di dissenso stupefatto e non componibile.
E vengo qui, a sommaria conclusione, ad un punto essenziale delle questioni sul tappeto, e quasi del tutto trascurato: quello per il quale dicevo di voler aggiungere qualcosa al concetto riassunto nel titolo del primo paragrafo.
Nessun discorso sull’Unione, sulla Federazione e quant’altro, nonché sull’Europa ed il suo destino (ed anche su quello che più da vicino e direttamente può toccarci, pur senza fare troppo caso al sogno di qualche Imam, come Raed Misk ed altri, di poter un giorno «condurre a Roma — a Roma e non a Parigi o Berlino — i soldati musulmani», né alle minacce di Bin Laden, né all’allarmante analisi di Magdi Allan, nel Corriere della Sera: «L’Occidente per noi è un nemico, così gli estremisti ora si alleano») mi pare possa essere seriamente concepito al di fuori della più attenta considerazione del momento storico che il pianeta intero, ormai fatto villaggio globale, sta vivendo. Noi siamo oggi di fronte — e non occorreva l’11 settembre 2001 per farcene avvertiti — ad un rigurgito, forse alla marea montante, di forme di fanatismo o fondamentalismo nazional-religioso, non solo arabo-musulmano, mischiato all’esistenza e alla facile reperibilità per chiunque di armi di distruzione di massa, non solo nucleari; ciò che rappresenta una miscela esplosiva mai conosciuta nella nostra storia. Qualunque Europa, qualunque Unione, qualunque Federazione del vecchio continente sembra a me accettabile, e al limite degna d’interesse, soltanto nella visione e nel quadro della più stretta alleanza ed unità, di politica estera e militare (si pensi alla Comunità atlantica o ad altro) fra i (o il) nostri (o) Stati (o) e quella grande democrazia che sono, piaccia o non piaccia riconoscerlo, gli Stati Uniti d’America; riferimento essenziale, lo si voglia o meno, di qualunque responsabile disegno, od azione che miri ad un assetto politico del mondo in condizioni di libertà e stabilità.
Vada sé — ma ormai sappiamo tutti dove, se mai malcelato dietro quali ridicole velleità, può stare l’ostacolo più grande — nel consapevole reciproco rispetto della dignità e della parità dei diritti di tutti i partecipanti; tuttavia consapevoli dei sacrifici di (apparente) indipendenza e magari di immagine che le necessità del conflitto già in atto e della costruzione della pace oggi impongono. Ciò secondo la nota formula — kennediana o clintoniana che sia — di uguale, equilibrata partecipazione, che non penso qui, ora, di approfondire. Dirò solo questo: l’ipotesi di dover domani soggiacere a chissà quale «egemonia americana», per l’Europa mi sembra altamente improbabile. Gli Stati Uniti sanno bene (e tra l’altro lo vanno proprio in questo tempo sperimentando) che nell’opera di pace l’Europa, un’Europa che appena sappia quale è e può essere il suo ruolo, e non sogni o farnetichi di altre prospettive, è loro non meno necessaria di quanto non lo sia l’America alla sicurezza europea.
Ha detto con chiarezza Tony Blair al Congresso del suo partito, rivolto ai non pochi contestatori della decisione inglese di stare a fianco degli Stati Uniti nella iniziativa militare in Iraq: «…noi abbiamo cominciato la guerra, dobbiamo portare a termine la pace. Il terrorismo non può essere sconfitto se America ed Europa non collaborano». Standing ovation, anche se, a mio sommesso avviso, parlare di semplice collaborazione è ancora dir poco.
Su questi punti, caro Direttore, divergo da quella che mi pare essere la tua ferma opinione che «se nascesse un vero e proprio Stato europeo, sarebbe futile discutere dell’opportunità o meno di mantenere un legame istituzionale tra di esso e gli Stati Uniti d’America. Uno Stato federale europeo sarebbe in grado di garantire da sé la propria difesa. Esso stipulerebbe certo accordi e alleanze, ma seguirebbe di volta in volta politiche in assonanza o in contrasto con quelle degli USA a seconda della natura degli interessi in gioco». Posso sbagliarmi, naturalmente; ma l’errore, o il parere opposto potrebbe avere conseguenze disastrose — al di là della quasi certezza che ho, diversamente da te, che comunque la nascita di un ridotto nucleo federale segnerebbe una divisione non momentanea e non secondaria per il vecchio continente: di qua Francia e Germania, con qualche appendice fra cui l’Italia (alla quale si può ben lasciare il contentino di firmare a Roma qualche pezzo di carta), di là Gran Bretagna, Spagna, Polonia, Turchia, ecc. E non ho detto poco.
Il discorso, in ogni modo, dovrebbe essere portato ancora molto più a fondo. Politicamente, almeno per quanto riguarda le esigenze, ugualmente essenziali, di apertura e cooperazione con la nuova Russia; e poi (ugualmente scavando, proprio e soprattutto con riguardo alla vecchia Europa, e al di là della chiacchiera e dei trionfi massmediatici) considerando la confusa crisi che vivono oggi le sue certezze morali e che colpisce — dove più dove meno — anche il sentimento e le convinzioni di cui dovrebbero nutrirsi le sue comunità nei loro ordinamenti religiosi: ridotti talora alla realtà di «…istituzioni gerarchiche accentrate e ossificate nell’obbedienza dogmatica, che stanno perdendo il popolo». Così ha scritto il teologo cattolico Hans Küng con riferimento alla prima fra queste, per diffusione e influenza, la Chiesa di Roma.
Momento peraltro decisivo di debolezza, questo fatto, della stessa coscienza della propria identità che investe tutto l’Occidente; e, di conseguenza, anche delle possibilità di qualunque proficuo confronto culturale e delle esigenze del necessario dialogo fra Comunità euro-atlantica e mondo islamico. Un dialogo aperto ad ogni aspirazione religiosa, ma svincolato dalle pretese di paralizzanti mitologie e/o ideologismi approssimativi, ed assolutamente rispettoso del principio e delle condizioni del suo stesso svolgimento, che stanno nel pieno riconoscimento da parte di tutti del primato della ragione; e così (e solo così), quindi, capace di poter contribuire, almeno con qualche speranza, al processo evolutivo verso forme di convivenza democratica in quei paesi e fra quei popoli (gli islamici) oggi in permanente rivolta anche con sé stessi.
Siamo, come vedi, al tema fondante ed al motivo essenziale che percorre tutta la nostra storia di lotte, e la nostra tradizione di libertà: e cioè al tema dei rapporti fra ragione e fede, dall’antichità greco-romana fino a Berengario da Tours (secolo XI…); tema caro agli umanisti, ai sociniani, a Bruno, Spinoza, Leibniz, Kant, fino a Giuseppe Mazzini e Piero Martinetti: «Una fede che sia qualcosa di originale e di assoluto non è concepibile» (affermazione valida in sé e per sé, mi pare indubbio, ma soprattutto, e comunque, da accettare, se si vuole che abbia un senso qualunque speranza di fruttuoso dialogo).
Ma tutto questo ci condurrebbe ad affrontare questioni di ben altra portata delle quali, se mai, e se lo vorrai, potremo parlare un’altra volta.
 
Con ogni cordialità
Guido Bersellini

 

Caro Direttore,
 
desidero esprimere a te ed alla redazione la mia gratitudine per la pubblicazione del testo inedito di Albertini sul n. 2/2003 della rivista. Ho tratto dalla lettura di quell’Albertini del 1964 grande emozione e talune considerazioni che desidero qui esporti in questa mia lettera aperta.
Albertini indica il compito che il Movimento deve svolgere e dimostra come soltanto se saprà svolgere adeguatamente questo compito il Movimento potrà crescere come organizzazione e potrà incidere sul corso della storia. Questo compito Albertini lo indica nella ricerca scientifica che il Movimento deve condurre per poter «comprendere gli aspetti strutturali» della nostra moderna società e per poter formulare una sua «teoria della federazione». Dunque il Movimento deve studiare la società della conoscenza per comprenderne gli aspetti strutturali e, quindi, deve analizzare il corso della storia contemporanea al fine di costruire la teoria del federalismo.
E’ chiaro che se il laboratorio scientifico del Movimento produrrà un pensiero politico pieno di verità, il numero dei suoi aderenti aumenterà e aumenterà la sua influenza sulla società civile e la ragion d’essere stessa del Movimento apparirà nella sua importanza politica.
Albertini ci indica che l’oggetto della ricerca che il Movimento deve svolgere è rappresentato dallo studio del «corso della storia», studio che deve essere fatto con spirito scientifico. Cioè il corso della storia va studiato «per quello che è», senza deformazioni, senza false coscienze di tipo ideologico, senza pregiudizi, al solo fine della sua comprensione.
Inoltre il corso della storia non va studiato in termini economicistici, ovvero nella semplificazione marxiana dello scontro tra classi, ma va studiato tenendo conto del fatto che il modo di produrre di ogni società influisce sul modo di essere complessivo della società, sulle sue scale di valori morali, sulle sue regole giuridiche, sulla sua organizzazione istituzionale. Albertini scrive che «il modo di produrre supera di gran lunga l’economia… perché riguarda tutti i modi per produrre e riprodurre la vita sociale. Questa nozione di produzione è molto più larga di quella della scienza economica».
Il pensiero di Albertini (risalente al 1964!) è così straordinariamente anticipatore e profondo da giungere a dirci che il modo di produzione della modernità sta per cambiare strutturalmente essendo in gestazione la società post-industriale della scienza e della tecnica. Le sue parole sul punto sono rivelatrici: «il modo di produrre in gestazione è quello scientifico-tecnico» e questo nuovo modo di produrre determinerà nuovi modi di essere culturali e politici della società moderna. La nuova società produrrà modelli comportamentali diversi da quelli del mondo della manifattura, spezzandone i vincoli di ruolo che hanno sino ad oggi impedito a tutti di «darsi una mentalità aperta, libera, scientifica».
Il nuovo modo di produrre cambierà i rapporti sociali: il lavoro non consisterà più nella messa a disposizione della forza muscolare, ma sarà occasione di aggregazioni di attori di innovazione, di ricercatori, di studiosi e scienziati; il livello culturale della società civile sarà incomparabilmente e generalmente più alto di quello dell’Ottocento-Novecento. Scrive al riguardo Albertini: «il nuovo modo di produzione scientifico-tecnico trasformerà gli operai in tecnici, così come quello industriale aveva trasformato gran parte dei contadini in operai»; sicché nascerà una società civile prima europea e poi planetaria che sarà il referente culturale e politico del federalismo.
Dunque per costruire la «teoria federalista» Albertini ci indica quale deve essere l’oggetto dei nostri studi e cioè il nuovo modo di produrre della società della rivoluzione scientifica, al fine di tentare di intercettare il corso della storia, di comprenderne i nuovi valori in gestazione, di poter indicare le vie da percorrere verso la Federazione europea e quella mondiale.
Questo compito grande, appassionante, impegnativo che Albertini ci ha lasciato da svolgere richiede che il Movimento si concentri in uno sforzo di studio e di elaborazione, dia nuovamente slancio al proprio essere laboratorio scientifico per poter essere movimento politico capace di raccogliere consenso e di influire sulla società civile.
Se Albertini fosse ancora qui con noi egli riuscirebbe certamente a ricostituire quel laboratorio di pensiero politico che fu il Movimento dei suoi anni, che tutti noi, spinti da eguali valori morali e politici, ricordiamo come anni indimenticabili. Ritengo, dunque, che sia nostro dovere tentare di riprendere il costruttivo dibattito così come fu messo all’ordine del giorno da Albertini 40 anni or sono e sono certo che anche la tua rivista, caro Direttore, saprà essere luogo ed occasione di questo dibattito costruttivo da riproporre ed approfondire.
 
Ti abbraccio.
Alfredo Viterbo

 

 



[1] La lettera è stata inviata alla fine di ottobre 2003 e si riferisce perciò alla situazione e ai fatti di allora [N.d.r.].

 

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