Anno XLIII, 2001, Numero 1, Pagina 70

 

 

FASE POLITICA E FASE STRATEGICA
DEI PROCESSI DI UNIFICAZIONE
 
 
Negli ultimi due anni su questa rivista si è sviluppato un importante dibattito sulle categorie interpretative più idonee a comprendere l’attuale fase storica. Nicoletta Mosconi ha offerto alcune riflessioni ed indicazioni di metodo rispetto all’utilizzo dei concetti del materialismo storico e della ragion di Stato per comprendere l’attuale situazione di potere mondiale.[1] Si tratta di un punto di partenza importante perché offre un’analisi dello stato della questione nel quadro di riferimento teorico elaborato da Mario Albertini. Recentemente la stessa è tornata su questi temi con particolare riferimento al concetto di «crisi degli Stati», distinguendo tra crisi storica e crisi politica ed offrendo un’interpretazione specifica della prima ed una più generica della seconda.[2] Questo scritto propone una nuova distinzione tra due fasi dei processi di unificazione insieme ad una rielaborazione dei concetti di «crisi dello Stato nazionale» e «crisi dei poteri nazionali» proposti da Albertini e grosso modo corrispondenti a quelli trattati da Nicoletta Mosconi. E’ difficile individuare le parole più adatte a denominare la distinzione qui proposta senza provocare incomprensioni linguistiche dovute all’usuale utilizzo di alcune parole nella tradizione federalista. Talvolta sono state utilizzate espressioni come «fase pre-politica» e «fase politica», ma mi sembra più corretto utilizzare le espressioni «fase politica» e «fase strategica» che indicano con maggiore chiarezza la natura delle due fasi che propongo di distinguere.
 
1. Fase politica e fase strategica dei processi di unificazione.
 
Vorrei qui richiamare per sommi capi alcuni dei principali elementi teorici offerti da Albertini per comprendere il processo di unificazione europea. Analiticamente Albertini propone una tipizzazione ideale dell’integrazione europea in termini dinamici, come processo.[3] Essa si fonda sui concetti di unificazione, integrazione e costruzione intesi come elementi costitutivi del processo, nessuno dei quali è in grado, da solo, di descriverlo compiutamente.[4] La dinamica del processo si fonda invece sullo scontro tra la spinta verso l’unione, dovuta alla crisi dello Stato nazionale, e la forza della divisione, ovvero l’inerzia dello Stato nazionale nel mantenere la propria sovranità.[5] Su questa base propone uno schema esplicativo dello sviluppo del processo fondato su tre elementi fondamentali: la crisi dei poteri nazionali rispetto alla soluzione di un problema specifico; l’iniziativa di un’avanguardia federalista volta a risolvere il problema mediante un avanzamento del processo di unificazione; e una leadership europea occasionale che faccia propria la proposta innovativa e la introduca nell’agenda politica costruendo il consenso per farla adottare.[6] Su questo schema di comprensione del processo Albertini elabora la teoria normativa del gradualismo costituzionale riguardo alla strategia più efficace per costruire la Federazione europea.[7]
Il pensiero di Albertini si è sviluppato mentre il processo di unificazione europea era già in corso e con l’obiettivo di comprendere tale esperienza. Affinché quel quadro teorico possa essere utilizzato oggi anche sul piano mondiale sarà necessario un difficile lavoro di affinamento e di trasposizione per depurarlo da elementi che ne fanno parte in quanto riferito solo alla realtà europea. In particolare la riflessione di Albertini non era rivolta alla comprensione di una situazione nella quale fosse possibile l’avvio di un processo di unificazione, ma di una realtà internazionale di cui tale processo era già parte. Questo è particolarmente evidente per quanto riguarda lo schema esplicativo e la teoria del gradualismo costituzionale che su di esso si fonda.
La questione è comprendere quando inizia il processo di unificazione europea, inteso come «una individualità storica di grande rilievo, e carattere marcatamente politico».[8] Io credo che in un certo senso inizi a Ventotene o al più tardi con la nascita del MFE. Nel momento in cui Spinelli riconosce e denuncia la crisi dello Stato nazionale, individua la soluzione nella Federazione europea, e si propone di costituire un soggetto politico dedicato esclusivamente a realizzare tale obiettivo si apre la fase politica del processo di unificazione. Si tratta ovviamente di una fase in cui ben pochi risultati pratici possono essere raggiunti, ma si tratta già di una fase politica. Esiste la crisi degli Stati nazionali e c’è qualcuno che vuole risolverla con l’unificazione federale dell’Europa ed è intenzionato a cambiare la situazione di potere esistente a tal fine.[9] Nell’impossibilità di impegnarsi immediatamente per tale obiettivo Spinelli cerca di costruire le condizioni per poterlo perseguire: il primo numero de L’Unità Europea si apre con l’appello alla resistenza armata contro il nazifascismo. Senza la sconfitta del nazifascismo non poteva esserci alcun processo di unificazione pacifica.
In questo senso si potrebbe dire che il processo di unificazione mondiale avrebbe avuto inizio con la fondazione del World Federalist Movement, o magari con l’adesione ad esso dell’UEF (Unione europea dei federalisti), che si impegna per la Federazione europea intesa come condizione necessaria, ma non sufficiente, verso la Federazione mondiale. Questa affermazione può suscitare perplessità e tuttavia è in parte fondata, in quanto si riferisce ad una delle condizioni per l’avvio della fase politica dei processi di unificazione, ed è utile perché aiuta a distinguere tra una fase politica ed una fase strategica di tali processi.
La fase politica inizia quando si realizzano due condizioni. La prima, di carattere oggettivo, è l’inizio della crisi delle strutture politiche esistenti, nel caso europeo dello Stato nazionale sub-continentale, nel caso mondiale anche dello Stato nazionale continentale. La seconda condizione, di carattere intersoggettivo, è l’individuazione di tale crisi e la creazione di un soggetto politico rivoluzionario volto a superare l’assetto di potere esistente. Si tratta di una fase che è già politica per due ragioni: da un lato inizia a manifestarsi lo sfaldamento dell’attuale situazione di potere, dall’altro si manifesta una volontà chiaramente politica di agire per modificare tale assetto di potere. Ovvero si manifesta una prima iniziale e potenziale convergenza tra necessità tendenziale — la situazione di potere — e libertà umana sotto forma di volontà politica.
La fase strategica può iniziare invece solo se tale volontà politica ha già preso forma in un soggetto rivoluzionario ed è quindi in grado di prendere l’iniziativa quando la crisi dello Stato nazionale (sub-continentale o continentale) — processo di carattere oggettivo e generale — si manifesti in modo esplicito in una crisi dei poteri nazionalifenomeno specifico e socialmente percepito. In questo caso la coincidenza tra necessità tendenziale e libertà umana può produrre risultati pratici nell’avanzamento dei processi di unificazione.
Nicoletta Mosconi suggerisce che «il materialismo storico ci indica le grandi trasformazioni del quadro storico-sociale globale che rendono pensabili degli obiettivi politici. Ma l’identificazione concreta degli obiettivi e la strategia adeguata per raggiungerli sono legate all’analisi della situazione di potere esistente».[10] In altre parole il concetto di modo di produzione aiuta a comprendere se si sta avviando la crisi dello Stato nazionale e quindi la possibilità teorica di avviare un processo di unificazione.[11] Al contrario i concetti di ragion di Stato e ragion di potere sono utili soltanto nella fase strategica per individuare gli obiettivi politici concreti. Questa importante indicazione metodologica aiuta a capire l’errore in cui si cade nel rifiutare la possibilità di un processo di unificazione mondiale, almeno nella sua fase politica, sulla base dell’analisi della situazione di potere esistente.
 
2. Crisi dello Stato nazionale e crisi dei poteri nazionali.
 
La riflessione teorica di Albertini si riferisce essenzialmente alla fase strategica del processo di unificazione europea, in cui è «possibile o in atto una battaglia politica ben strutturata».[12] Rimanere all’interno della riflessione di Albertini riguardo alla fase strategica porta ad escludere l’esistenza di un processo di unificazione mondiale fintanto che non si manifesti «la volontà di cedere, sia pure progressivamente, potere da parte degli Stati in vista della creazione di un nuovo potere sovranazionale a livello mondiale».[13] Tuttavia, proprio la riflessione sulla differenziazione proposta da Albertini tra crisi dello Stato nazionale — condizione generale del processo di unificazione — e crisi dei poteri nazionali — condizione dei singoli avanzamenti del processo — permette di giungere alla distinzione tra la fase politica e la fase strategica.
Per capire meglio è utile soffermarsi ulteriormente sui concetti di «crisi dello Stato nazionale» e di «crisi dei poteri nazionali» al fine di cogliere pienamente la portata della loro distinzione. La crisi dello Stato nazionale è un processo oggettivo, reale, di lungo periodo — che può essere messo in luce attraverso l’utilizzo del materialismo storico e del concetto di modo di produzione[14] — ed è la condizione di possibilità generica per un processo di unificazione. La crisi dei poteri nazionali è invece un fenomeno specifico — anche se può protrarsi nel tempo — in cui la crisi dello Stato nazionale si manifesta rispetto ad un problema concreto. Questo fenomeno può permettere di compiere passi avanti al processo di unificazione in quanto è riflesso del primo processo, e pertanto è superabile solo mediante il trasferimento della competenza rispetto al problema concreto a livello sovranazionale e può favorire l’emergere di una leadership occasionale sulla base della ragion di potere.
Va qui sottolineata l’importanza dell’aspetto psicologico della crisi dei poteri nazionali. La crisi dello Stato nazionale viene percepita pienamente solo dai federalisti. Al contrario la crisi dei poteri nazionali permette passi avanti nel processo di unificazione solo se è socialmente percepita in modo diffuso almeno a livello di élites — sebbene non come manifestazione della crisi dello Stato nazionale, altrimenti sarebbe compreso anche che la soluzione passa per il rafforzamento del processo di unificazione e in ultima istanza per il suo completamento.
Una crisi dei poteri nazionali grave, ma non avvertita socialmente non porta a nulla nel breve periodo. Un esempio è dato dalla dichiarazione di inconvertibilità in oro del dollaro nel 1971. I federalisti individuarono subito la possibilità di impegnarsi per l’unificazione monetaria in quella fase,[15] ma tale crisi non venne percepita socialmente in modo sufficientemente acuto e la sua soluzione non venne immediatamente legata ad una risposta europea — forse anche perché seguita dalla crisi petrolifera, a cui ogni Stato cercò di rispondere individualmente. Solo la caduta del muro di Berlino e la riunificazione tedesca hanno permesso di realizzare finalmente l’unificazione monetaria. Al contrario una crisi non grave «oggettivamente», ma «psicologicamente sentita» può avere una portata enorme nel breve periodo. La richiesta americana di un contributo tedesco alla difesa dell’Occidente ha prodotto una crisi gravissima sul piano psicologico in Francia. E questo ha portato al Trattato CED, all’Assemblea ad hoc e alle soglie della fondazione della Federazione europea.[16] Tuttavia dal punto di vista della ragion di Stato e della situazione di potere si trattava di una crisi non dirompente. La difesa dell’Occidente era comunque appannaggio degli Stati Uniti e la loro egemonia permetteva di escludere un nuovo conflitto franco-tedesco all’interno del blocco occidentale. Proprio questo fatto ha permesso che, una volta caduto il progetto CED, il problema dell’esercito europeo non si riproponesse — come è stato invece per la moneta europea, che era la risposta ad una esigenza e ad una crisi reale e non solo psicologica — e la soluzione offerta dalla NATO, ovvero dal protettorato americano, fosse sufficiente, in quanto rispondente alla reale situazione di potere.
Questa analisi mette in rilievo che una crisi dei poteri nazionali solo psicologica può permettere importanti passi avanti, ma se l’occasione viene persa essa può non riproporsi per lungo tempo, perché anche la risposta può essere soltanto psicologica e non cambiare l’assetto di potere in maniera significativa. Al contrario una crisi dei poteri nazionali reale, anche se non avvertita psicologicamente in forma acuta, tende nel lungo periodo a portare ad avanzamenti reali, perché il problema rimarrà sul campo fintanto che una risposta adeguata, che muti la situazione di potere, non si sia affermata. In ultima istanza una crisi dei poteri nazionali reale e socialmente percepita è quella che offre maggiori probabilità di far avanzare il processo di unificazione, ma perché l’avanzamento si produca è sempre e comunque necessario che la crisi venga, almeno nell’ultima fase, percepita socialmente.
Quest’ultima osservazione porta a comprendere l’importanza dell’azione del soggetto rivoluzionario nel cercare di creare una percezione diffusa delle potenziali crisi dei poteri nazionali. Se è possibile riconoscere l’avvio del processo di crisi degli Stati nazionali, ciò significa che tale processo si sta manifestando in qualche forma, ovvero in una crisi dei poteri nazionali, per quanto debole possa essere. E tuttavia fintanto che tale manifestazione non venga socialmente percepita e collegata ad una risposta sovranazionale, non sono possibili passi avanti nei processi di unificazione. L’azione volta a favorire tale percezione è quindi già politica in quanto volta a produrre uno dei tre elementi necessari ad un’azione strategica, la percezione di una crisi dei poteri nazionali sulla quale poter far leva per proporre un avanzamento concreto del processo di unificazione e far emergere una leadership occasionale.
 
3. Il processo di unificazione mondiale.
 
La distinzione tra crisi dello Stato nazionale e crisi dei poteri nazionali e tra fase politica e fase strategica dei processi di unificazione permette di superare alcune erronee valutazioni rispetto all’esistenza del processo di unificazione mondiale. La fase politica del processo di unificazione è già in corso. Entrambe le condizioni richieste sono presenti.
L’affermarsi del modo di produzione scientifico a livello mondiale, spesso espresso sinteticamente con il termine globalizzazione, incomincia a rendere obsoleti anche gli Stati nazionali continentali,[17] ponendo le premesse per il loro superamento. La stessa futura Federazione europea dovrà essere superata, e certamente il processo che la sta conducendo verso l’unione federale le renderà più chiara tale necessità. La crisi è iniziata da un lato, almeno psicologicamente, con la creazione delle armi nucleari che, rendendo possibile la distruzione del genere umano, permettono di pensare l’umanità come una comunità di destino o almeno come una comunità di rischio.[18] D’altro lato essa continua oggi con l’emergere di problemi globali di carattere ambientale, demografico ed economico. Anche l’attuale dibattito politico americano mostra i segni di decadimento dovuti all’impossibilità di confrontarsi sui grandi temi — segni che caratterizzano da tempo la politica degli Stati nazionali europei e che vengono sempre più spesso riconosciuti.[19] Non solo, si tratta di una crisi che inizia a essere socialmente percepita in quanto tale. Il dibattito sulla crisi dello Stato in generale deriva dall’incapacità di distinguere Stato e nazione. E tuttavia lo sforzo di immaginare delle realtà politiche post-statuali testimonia della intensità con cui è percepita la crisi dello Stato.[20] Questo è un elemento importante perché può facilitare un’azione rivoluzionaria una volta che la crisi degli Stati nazionali continentali si manifesterà in una crisi dei poteri nazionali continentali in forma sufficientemente acuta. La realizzazione della Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e i dibattiti sulla opportunità di creare qualche forma di coordinamento monetario mondiale testimoniano una prima presa di coscienza di questa nuova realtà.
Anche un soggetto politico che ha identificato nella realizzazione della Federazione mondiale un obiettivo politico prioritario esiste: il World Federalist Movement. Al momento non è in grado di svolgere un’azione strategica significativa, anche a causa della situazione di potere non favorevole, ma è in grado di battersi per creare le condizioni propizie per poterla svolgere: prima fra tutte la realizzazione della Federazione europea. Questa osservazione permette di stabilire che la fase strategica del processo di unificazione mondiale non è ancora iniziata. Esistono delle potenziali crisi dei poteri nazionali continentali, legate ai cosiddetti problemi globali, in particolare i problemi di natura ecologica, percepiti anche dalle opinioni pubbliche degli Stati più sviluppati. Tuttavia non sono affatto al centro del dibattito politico o in cima alle priorità dell’agenda politica internazionale. In altre parole si tratta di problemi globali che possono provocare una crisi dei poteri nazionali continentali, ma ciò non è ancora avvenuto. Inoltre, la situazione di potere non permette l’emergere di una leadership mondiale occasionale. Gli Stati Uniti hanno interesse a cercare di mantenere la loro egemonia e non a favorire efficaci soluzioni ai problemi mondiali. L’Europa ancora non esiste come soggetto politico autonomo e non può quindi prendere l’iniziativa, anche se alcuni elementi indicano che potrebbe agire in tal senso una volta realizzata la federazione.[21] Difficilmente altri soggetti potranno avere presto la forza per assumersi un ruolo di indirizzo nella politica mondiale.
Nel momento in cui si riconosce che è attualmente in corso solo la fase politica, ma non quella strategica del processo di unificazione mondiale — che potrà iniziare solo una volta costituita la Federazione europea — si evita automaticamente il rischio di «strabismo strategico».[22] Tuttavia questa analisi ha due implicazioni importanti. La prima è che la realizzazione della Federazione europea è una tappa essenziale del processo di unificazione mondiale. La seconda è che con la sua realizzazione potrebbe aprirsi la fase strategica del processo di unificazione mondiale. Infatti si verrebbe a creare una situazione in cui potrebbero realizzarsi le tre condizioni individuate da Albertini. I problemi globali potrebbero provocare delle crisi dei poteri nazionali. Sarà presente un soggetto politico rivoluzionario e un ampio fronte di forze non governative che compiono un’opera di sensibilizzazione rispetto a tali problemi, facilitando così il diffondersi di una percezione sociale diffusa degli stessi — condizione, come abbiamo visto, per l’avanzamento di un processo di unificazione sia rispetto ad una crisi dei poteri nazionali reale, sia di una crisi puramente psicologica, che l’opera di tali forze può contribuire a produrre. Infine esisterà un soggetto politico, la Federazione europea, che potrebbe assumere il ruolo di leadership mondiale occasionale. Ritenere che la creazione della Federazione europea produrrà le condizioni che permetteranno l’avvio della fase strategica del processo di unificazione mondiale non significa ritenere che tale possibilità si manifesterà immediatamente. Né significa affermare che la realizzazione della Federazione europea creerà anche le condizioni per il raggiungimento dell’obiettivo ultimo di tale processo di unificazione, ovvero della Federazione mondiale.
Tutto questo richiede un’approfondita riflessione teorica rispetto al processo di unificazione mondiale già prima della realizzazione della Federazione europea, al fine di poter svolgere un’efficace azione strategica quando se ne presenterà la possibilità. In particolare è necessario dotarsi di categorie interpretative adatte al processo di unificazione mondiale.[23] Ciò non significa tentare di prevedere in termini concreti lo sviluppo del processo di unificazione mondiale, che è ovviamente impossibile — gli obiettivi strategici di volta in volta perseguibili dipenderanno dall’analisi della situazione di potere concreta nel momento in cui si svilupperanno delle crisi dei poteri nazionali continentali reali o psicologiche. Tuttavia la riflessione rispetto ai soggetti che potranno assumere una leadership mondiale occasionale, al ruolo delle Organizzazioni internazionali esistenti e delle ONG che compongono il movimento eco-pacifista può iniziare fin d’ora.
 
Roberto Castaldi


[1] Nicoletta Mosconi, «Interdipendenza uguale unificazione?», in Il Federalista, XLII (2000), pp. 70-7.
[2] Nicoletta Mosconi, «La crisi degli Stati come criterio di giudizio storico e politico», in Il Federalista, XLII (2000), specialmente pp. 191-3.
[3] Cfr. Mario Albertini, «L’integrazione europea, elementi per un inquadramento storico» (1965), in Nazionalismo e Federalismo, Bologna, Il Mulino, 1999.
[4] Cfr. Mario Albertini, «L’Europa sulla soglia dell’Unione» (1985), e «L’unificazione europea e il potere costituente», in Nazionalismo e Federalismo, cit.
[5] Cfr. Mario Albertini, «L’integrazione europea, elementi per un inquadramento storico», cit.
[6] Cfr. Mario Albertini, «La strategia della lotta per l’Europa» (1966), in Una rivoluzione pacifica. Dalle nazioni all’Europa, Bologna, Il Mulino, 1999.
[7] Cfr. anche Mario Albertini, «Il problema monetario e il problema politico europeo» (1973), e «Elezione europea, governo europeo, Stato europeo» (1976), in Una rivoluzione pacifica. Dalle nazioni all’Europa, cit.
[8] Mario Albertini, «L’unificazione europea e il potere costituente», in Nazionalismo e federalismo, cit., p. 291.
[9] Si potrebbe obiettare che il Movimento Paneuropa di Koudenhove Kalergi aveva lo stesso obiettivo. In realtà le posizioni di Kalergi erano sostanzialmente confederali e non mettevano quindi radicalmente in questione la sovranità e lo Stato nazionale.
[10] Nicoletta Mosconi, «Interdipendenza uguale unificazione?», cit., p. 72.
[11] Cfr. Lucio Levi, «L’unificazione del mondo come progetto e come processo. Il ruolo dell’Europa», in Il Federalista, XLI (1999), pp. 156-59, e soprattutto l’approfondita trattazione riguardo all’utilizzo del materialismo storico e del concetto di modo di produzione proposta da Guido Montani (Il federalismo, l’Europa e il Mondo, Manduria, Lacaita, 2000, cap. II).
[12] Nicoletta Mosconi, «Interdipendenza uguale unificazione?», cit., p. 75.
[13] Nicoletta Mosconi, «Interdipendenza uguale unificazione?», cit., p. 73.
[14] Cfr. Guido Montani, Il federalismo, l’Europa e il Mondo, cit., cap. II e ID. Il governo della globalizzazione, Manduria, Lacaita, 2001.
[15] Cfr. Mario Albertini, «Aspects politiques de l’unification monétaire», in Le Fédéraliste, XIII (1971), 1, pp. 39-51, oltre a numerosi saggi sul tema dell’Unione monetaria pubblicati dalla stessa rivista tra il 1971 e il 1974.
[16] Cfr. Daniela Preda, Storia di una speranza, Milano, Jaca Books, 1990; e Sulla soglia dell’unione: la vicenda della Comunità politica europea (1952-1954), Milano, Jaca Books, 1994.
[17] Cfr. Guido Montani, Il federalismo, l’Europa e il Mondo, cit., cap. IV.
[18] Cfr. Ullrich Beck, Che cos’è la globalizzazione, Roma, Carocci, 1999, p. 58.
[19] Cfr. Vittorio Zucconi, «I veleni del sexgate», in La Repubblica, 19 agosto 2000.
[20] Cfr. a titolo esemplificativo Daniele Archibugi, David Held & Martin Köhler, Re-imagining Political Community, Cambridge, Polity Press, 1998.
[21] Cfr. Lucio Levi, «L’unificazione del mondo come progetto e come processo. Il ruolo dell’Europa», cit., pp. 165-71.
[22] Cfr. Francesco Rossolillo, «Federazione europea e Federazione mondiale», in Il Federalista, XLI (1999), 2, p. 83.
[23] Al riguardo sono particolarmente apprezzabili i contributi di Lucio Levi che, sebbene non ancora pienamente convincenti, offrono numerosi e utili spunti di riflessione per la prosecuzione del dibattito.

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