Anno XLIII, 2001, Numero 2, Pagina 141

 

 

ALL’EUROPA OCCORRE UNA NUOVA «INIZIATIVA SCHUMAN»
 
 
Mettendo qui da parte le mie critiche alla strategia e alla stessa concezione del federalismo «ufficiale», l’argomento su cui qui mi soffermerò è quello dell’obiettivo costituente. Come attuare tale obiettivo?
Sergio Pistone ha recentemente detto l’essenziale quando ha proposto come di particolare attualità l’esempio di Robert Schuman (S. Pistone, «La prospettiva federale nella dichiarazione Schuman», in Il Federalista, XLII (2000), pp. 116 e segg.), che per lanciare il suo «piano», che poi divenne la Comunità siderurgica, si rivolse direttamente ai governi europei della parte del continente allora libera, dicendo in sostanza: «chi ci sta ci sta». La Gran Bretagna, contraria alla sovranazionalità, rifiutò, e così la prima Comunità, e poi l’Euratom e la CEE, nacquero a sei.
Per comprendere la novità di tale gesto occorre ricordare che fino a qualche anno prima gli stessi federalisti, lo stesso Spinelli, avevano sperato (e agito in conseguenza) che una prima Unione — se non federale, almeno pre-federale — potesse negoziarsi e realizzarsi nel e tramite il Consiglio d’Europa (invece con ragione ignorato da Schuman). Fanno fede di tale iniziale illusione federalista, a tacer d’altro, il Conseil de Vigilance (Congresso che fu convocato a Strasburgo, appunto per esercitare una pressione su quella che allora si chiamava «Assemblea Consultiva») e la stessa relazione Calamandrei al Congresso romano dell’UEF del novembre 1948.
Finita quell’illusione, anche i federalisti si disinteressarono interamente del Consiglio d’Europa (quasi mai più ricordato, neppure incidentalmente, nella loro problematica), Consiglio che ha continuato a vivere un’altra vita: forse utile, anzi certamente positiva in ambiti e settori meno «caldi» e non implicanti limitazioni drastiche di sovranità, ma del tutto tagliato fuori dalla battaglia per una Unione federale, che da allora non lo riguarda più, perché esso è, e deve restare, un’altra cosa.
Orbene, se l’iniziativa costituente, oggi al centro della strategia del MFE, può avere un significato e una possibilità, occorre portare fino in fondo, nel senso sopra indicato, il giusto suggerimento di Pistone.
Oggi il «Consiglio d’Europa di turno», da ignorare e mettere interamente da parte, è la stessa UE qual è, e, ancor più, quale sarà allargata: da lasciare alla sua deriva confederale e puramente economica, per ora immodificabile. Voglio dire che occorre puntare su una «iniziativa Schuman» del tutto al di fuori dell’UE, perché questa non ha, e per ora non può avere, alcuna vocazione federale.
Senonché — e qui cominciano le mie perplessità — resta da chiedersi (ed è questa la domanda fondamentale), anzitutto chi potrebbe essere lo Schuman di turno, e in secondo luogo quali potrebbero essere gli Stati disposti a dar vita a questo primo «nucleo duro», aperti all’adesione successiva degli altri, ma decisi ad andare avanti subito da soli.
Alla prima questione si può forse dare una risposta: l’attuale primo ministro belga, se sollecitato da un’adeguata pressione federalista — che però, stanti le attuali forze, adeguata non sembra poter essere — potrebbe esser lui il nuovo Schuman (ma il Belgio non è la Francia).
Alla seconda domanda però è difficile rispondere, perché sembra improbabile che Germania e Francia (senza le quali la proposta non ha più senso) siano davvero decise a muoversi «senza ambagi», come si dice in francese, in quella direzione.
Questa mi sembra ad ogni modo la sola via, per impervia e improbabile che essa appaia, verso cui può indirizzarsi l’attuale strategia federalista.
Aggiungo che tale indispensabile radicalizzazione di una simile strategia — che, come dicevo, ignori in modo altrettanto radicale, appunto, l’UE quanto Schuman e gli stessi federalisti intenzionalmente ignorarono e ignorano, dopo le prime illusioni, il Consiglio d’Europa — mi sembra essenziale per combattere il dilagante euro-scetticismo (e, ancor peggio, la crescente indifferenza) che l’opinione pubblica, i politici, la stampa manifestano verso l’UE (e non sempre a torto, perché questa ha interamente dimenticato gl’ideali dei Padri fondatori ed è rimasta una semplice impresa economica, con molti difetti anche come tale).
La prima cosa da fare, per confutare in modo credibile tale euroscetticismo è, come dicevo, quella di criticare duramente e, ai fini «costituenti», disinteressarsi interamente dell’UE — che, come il Consiglio d’Europa, «è un’altra cosa», qualitativamente diversa dal nostro obiettivo e per il momento, ripeto, irriformabile — e ricominciare da zero.
In altri termini, una strategia costituente — se vuol avere un minimo di credibilità — deve partire dall’accentuazione della giusta constatazione che l’MFE ha, negli ultimi tempi, fatto più volte: e cioè che l’epoca dei «piccoli passi» è finita: o si compie un salto qualitativo o si regredisce.
Ma accentuare davvero e dar davvero tutto il suo significato a questo jato, a questo salto qualitativo — rispetto al recente passato e alla recente strategia finora seguita — significa ritornare allo spirito del «Congresso del popolo europeo» quale fu da Spinelli espresso nel suo secondo Manifesto, edito da Guanda nel 1957 e secondo me assai più importante del primo: finora dimenticato dai federalisti, ma oggi da rivalutare, come sono da rivalutare le analoghe posizioni radicali in quel tempo e affermate, anche nel Federalista, da Mario Albertini.
Ma esiste realmente a) la volontà, b) la forza, c) una struttura di federalismo organizzato degna di questo nome anche fuori d’Italia, e altrettanto decisa? Esiste davvero tutto ciò in misura sufficiente per dar vita a un’azione con la necessaria determinazione, tenacia, perseveranza?
Questa è, di tutte, la domanda decisiva: hic Rhodus
A quest’ultimo interrogativo io non saprei rispondere; o, per dir meglio, per rispondere dovrei argomentare nei particolari tutte le mie perplessità a cui alludevo all’inizio, e che ho espresso più volte in altra sede, ma che qui non intendo toccare.
 
Andrea Chiti-Batelli

 

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