Anno XLII, 2000, Numero 3, Pagina 191

 

 

LA CRISI DEGLI STATI
COME CRITERIO DI GIUDIZIO STORICO E POLITICO
 
 
Nel corso del dibattito sul ruolo dei federalisti quando sarà a compimento il processo di unificazione europea, un punto cruciale è la diagnosi relativa alla crisi dello Stato a livello mondiale.
L’affermazione che il fenomeno della globalizzazione ha profondamente mutato il ruolo degli Stati e decretato la loro crisi è molto diffusa sia tra chi propone un ritorno al nazionalismo e a forme più o meno accentuate di protezionismo, sia tra chi ritiene che l’istituzione «Stato» sia ormai superata e che bisogna prendere atto che non si può (e non si deve) opporsi alla tendenza che vede il libero mercato come l’alternativa alla «gabbia statuale».
In questa nota non verrà affrontato il problema preliminare dell’importanza essenziale dello Stato come regolatore e come garante della pace e della solidarietà, che è il concetto fondante del federalismo secondo l’equazione kantiana «Stato uguale pace». Questo problema, d’altra parte, è già stato spesso trattato in questa rivista.
Ciò che può essere utile affrontare, per l’attuale dibattito, è il significato dell’espressione «crisi degli Stati» così come è stata usata nella analisi storica del processo di unificazione europea e nella diagnosi politico-strategica che ha dato impulso alla battaglia per la Federazione europea. A partire da questa indagine si potrà affrontare l’analisi della situazione mondiale per verificare paralleli e divergenze.
 
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Per spiegare il processo di unificazione europea un concetto chiave è senza dubbio quello di «crisi storica degli Stati nazionali».[1] Questa espressione identifica la fine di un ciclo storico caratterizzato dal ruolo predominante del sistema europeo degli Stati nei rapporti internazionali. Questo ciclo aveva cominciato a manifestare i primi segni di cambiamento già nel secolo scorso. «Molto prima che si potesse pensare al declino dell’Europa — scrive Geoffrey Barraclough[2] — …la politica internazionale erompeva fuori dalla sua sede europea». Già agli inizi della storia degli Stati Uniti, dopo la fase del consolidamento, la politica statunitense guardava al di là del continente americano, verso l’Asia attraverso il Pacifico, e lo stesso interesse verso l’Estremo Oriente manifestavano la Russia e il Giappone.
D’altra parte, la stessa logica del sistema di equilibrio ed egemonia messo in luce da Ludwig Dehio[3] aveva chiamato in causa nel corso del tempo delle forze, le superpotenze extraeuropee, destinate a porre fine alla centralità europea nella politica mondiale.
La svolta decisiva, nella transizione dall’età europea all’età della politica mondiale, è stata prodotta dall’entrata in guerra degli Stati Uniti nella grande guerra.[4] La crisi storica degli Stati nazionali europei divenne manifesta e la storia europea dei decenni successivi vide gli ultimi sussulti di soggetti politici ormai anacronistici e senza futuro, a cui la seconda guerra mondiale diede il colpo di grazia. Dunque, la definizione di questa crisi, che abbiamo definito «crisi storica», è strettamente collegata con la crisi e la fine del sistema europeo degli Stati e con il conseguente vuoto di potere creatosi nel continente europeo.
Il concetto di «vuoto di potere» è caratterizzato e definito attraverso l’«eclissi della sovranità», ossia l’incapacità di assumere un ruolo autonomo, e le relative responsabilità, nella politica internazionale, e l’abdicazione, in questo ambito, a favore degli Stati Uniti d’America.
Ma queste cause politiche non sono sufficienti a definire la crisi storica degli Stati nazionali europei. Esse infatti si sono manifestate nel quadro dell’avanzamento del processo di interdipendenza che, dopo la seconda rivoluzione industriale, ha fatto emergere la necessità di mercati più ampi rispetto ai mercati nazionali, separati da barriere rese ancora più rigide dalla politica protezionistica degli Stati europei. Il tentativo hitleriano di unire l’Europa con la «spada di Satana»[5] è stata la rovinosa risposta all’esigenza di superare i limiti degli Stati nazionali, e l’avvio del processo di unificazione europea è stato la conferma che a quell’esigenza si doveva dare una risposta: indietro non si poteva tornare.
 
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La «crisi politica» degli Stati nazionali europei non coincide concettualmente con la loro crisi storica, ma ne è la conseguenza, e in quanto tale la implica.
Il concetto di «crisi politica» è difficile da definire in modo inequivocabile, perché essa è più contingente, ossia meno legata al corso profondo della storia e più legata alla capacità o meno degli Stati di far fronte a problemi concreti, politici o economici, che man mano emergono.
Tutti gli Stati, nel corso della storia, hanno dovuto affrontare momenti di crisi legati a fattori interni o esterni, momenti in cui il potere è stato messo in gioco. Nessuno Stato è mai riuscito a raggiungere un livello di autosufficienza, nella sfera economica, ma anche in quella della sicurezza, tale da essere immune da crisi. E certamente la crescente interdipendenza fa aumentare sia il numero dei problemi, sia quello dei soggetti coinvolti nella loro gestione comune.
Ma se noi definiamo tutto ciò «crisi politica degli Stati», facciamo un uso puramente descrittivo di una situazione costante. Ciò che invece sarebbe utile è definire quel concetto di crisi che, usato con finalità di analisi di una determinata situazione storica, ci permette di identificare un momento di cambiamento, o di possibile cambiamento, della struttura del potere. Per fare un esempio, la collaborazione fra gli Stati che dà vita a organismi internazionali implica la rinuncia da parte dei loro membri alla assoluta autonomia, ma, trattandosi di una rinuncia sempre condizionata dal mantenimento della sovranità, essa non modifica la struttura del potere a livello mondiale, ossia non supera i poteri esistenti e la struttura gerarchica dell’insieme. Quella che si potrebbe definire «crisi Stati» come spinta alla collaborazione non identifica quindi una occasione di cambiamento della struttura del potere, ma un momento della gestione del potere esistente.
E’ questa distinzione che permette di identificare i momenti rivoluzionari durante i quali è possibile una battaglia politica per rispondere alla crisi con una alternativa di potere. Sono i momenti nei quali si fa strada nella mente di chi detiene il potere l’idea che è necessario un progetto politico nuovo e nei quali è chiaramente identificato e indicato l’obiettivo politico da perseguire per affrontare e superare la crisi, ossia la rinuncia esplicita a una sovranità e indipendenza ormai svuotate di contenuti a favore della creazione di un nuovo Stato (come di fatto avvenne con la Dichiarazione Schuman, che indicò l’obiettivo della Federazione europea).
D’altra parte, una volta emerso il progetto che spinge gli Stati nella direzione dell’obiettivo, l’inerzia dei poteri costituiti può essere superata con il salto istituzionale se si manifesta l’occasione, legata a fenomeni acuti di crisi che spingono gli Stati sull’orlo del baratro e fanno apparire l’alternativa in tutta la sua evidenza e improrogabilità.
 
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L’evoluzione del modo di produrre, che ha portato ai mutamenti della vita sociale che hanno dato impulso alle grandi rivoluzioni, è la causa della lenta erosione delle forme di potere esistenti. Questo concetto ci permette di scorgere da lontano, con uno sguardo che abbraccia ampi orizzonti, in senso spaziale e temporale, le linee generali dei profondi mutamenti avvenuti o in atto. Questa evoluzione, in quanto tale, preannuncia le crisi che costringeranno gli uomini a mutare un quadro istituzionale ormai superato. Ma non è l’unica determinante dell’evoluzione delle formule politiche.
Nella sfera politica i comportamenti umani sono soggetti a forme di determinazione che si possono riassumere nell’espressione «ragion di potere», e la determinazione più cogente è quella che induce chi ha il potere a mantenerlo o ad accrescerlo. Se la situazione di potere esistente, se cioè gli Stati esistenti e il quadro dei rapporti internazionali rendono possibile una gestione, sia pure provvisoria e insufficiente, dei problemi sul tappeto, prevalgono le determinazioni insite nella ragion di potere, cioè prevale lo status quo.
L’unica crisi degli Stati che crea uno spazio per un’azione rivoluzionaria mirante a modificare la struttura del potere o a trasferirlo dagli Stati esistenti a un’entità statuale allargata(è il caso della rivoluzione federalista) è quella che si manifesta come mancanza di alternative. E c’è mancanza di alternative quando la sopravvivenza della società è garantita a condizione che avvenga quel mutamento di potere.
Non bisogna comunque dimenticare che la risposta politica alla crisi degli Stati non è un fatto meccanico e unidirezionale. Anche di fronte a una grave crisi del potere non c’è mai la certezza che si manifesti la volontà politica adeguata al pericolo col quale ci si confronta: il suicidio o il regresso possono prevalere sulla volontà di vivere o sul progresso.
 
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Il quadro mondiale attuale può essere interpretato e giudicato con il criterio della crisi degli Stati? Ciò che è indubitabile è il fatto che stiamo vivendo una fase di passaggio da un modo di produzione a un altro, e che il nuovo modo di produzione che si sta affermando sulla base della rivoluzione scientifica e tecnologica pone le premesse per una lenta erosione delle forme di potere esistente. La consapevolezza di ciò sta alla base della scelta federalista, che ha acquistato rilevanza politica in ragione del fatto che l’interdipendenza sempre crescente fra gli uomini rende pensabile (e parzialmente attuabile in Europa) il superamento della divisione del mondo in Stati sovrani.
E’ dunque prevedibile che gli Stati saranno sempre più condizionati dalla necessità di gestire l’interdipendenza, e già da ora a questa necessità si cercano risposte, che rimarranno inevitabilmente parziali fino a che non sarà creata la Federazione mondiale.
Ma, detto ciò — e tenendo presente che il compito dei federalisti è sempre stato e sempre sarà quello di indicare il governo mondiale come l’unica soluzione ai problemi dell’interdipendenza globale —, si può, oggi parlare di «vuoto di potere» a livello mondiale, ossia di «eclissi della sovranità» degli Stati, tale per cui nelle classi politiche emerga la tendenza a progettare la rinuncia alla sovranità assoluta in favore di un nuovo Stato mondiale? Si può oggi parlare di «crisi degli Stati» percepita dalla classe politica come «mancanza di alternative» a una modificazione sostanziale e globale dell’attuale situazione di potere nel mondo?
Porsi queste domande non significa negare che, nella prospettiva federalista, già da ora sarebbe necessario lo Stato mondiale. Significa invece tenere gli occhi ben aperti sulla situazione reale. «Rivoluzionario è colui che obbedisce alla realtà», diceva Albertini. E la realtà che abbiamo davanti è un mondo in cui esistono potenze consolidate (USA), potenze in crisi (Russia), potenze in ascesa (Cina ed Europa, e una miriade di Stati medi e piccoli (democratici o parzialmente tali, sviluppati o in via di sviluppo) che potranno diventare membri attivi della politica mondiale solo se sapranno aggregarsi e procedere verso unificazioni regionali.
Ognuna di queste categorie di Stati ha ancora un ruolo da svolgere. Per alcuni si tratta di introdurre o consolidare una normale vita democratica e di porre le basi o avanzare verso lo sviluppo economico. Per altri, i più avanzati e quelli con maggiori responsabilità, si tratta di favorire una gestione ordinata dei problemi mondiali, facendosi anche carico, nel proprio interesse, delle situazioni di arretratezza e di instabilità.
C’è dunque ancora un ampio spazio perché i maggiori Stati attuali o quelli in formazione continuino a ritenere di essere dei soggetti politici a pieno diritto o di essere in grado di perseguire una politica interna e internazionale basata sull’interesse nazionale. E solo quando l’interesse nazionale non potrà più essere perseguito neanche in minima parte se non avviandosi verso l’autonegazione come soggetti politici indipendenti — solo, cioè, quando si manifesterà la crisi a livello mondiale — potrà emergere un progetto globale di unificazione.
Ciò che oggi possiamo prefigurare è che questo meccanismo di autosuperamento innescato dalla mancanza di alternative si manifesti a livello regionale, dove la possibilità di stare al passo con un’economia globalizzata e di costituirsi come soggetti politici autonomi passa attraverso l’unione dei piccoli Stati.
La semplificazione dell’assetto del mondo con la creazione di federazioni regionali, a cui una Federazione europea compiuta potrà dare un contributo ideale e materiale decisivo, procederà parallelamente ad un aumento sempre più accelerato dell’interdipendenza globale. Se la nostra diagnosi è esatta, verrà il momento in cui anche le grandi potenze diventeranno anacronistiche. Ma è difficile prevedere con precisione già da ora quali saranno i fattori scatenanti della crisi globale. Ciò che possiamo auspicare è che essi non assumano la tragicità che ha caratterizzato il declino degli Stati europei.
 
Nicoletta Mosconi


[1] Mario Albertini, Una rivoluzione pacifica, Bologna, Il Mulino, 1999, p. 161.
[2] Geoffrey Barraclough, Guida alla storia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1989, p. 97.
[3] Ludwig Dehio, Equilibrio o egemonia, Bologna, Il Mulino, 1988.
[4] Geoffrey Barraclough, op. cit., p. 121.
[5] Luigi Einaudi, La guerra e l’unità europea, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 47.

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