Anno LIV, 2012, Numero 3, Pagina 155

 

  

LA NUOVA POLITICA DI DIFESA DI OBAMA:
LE RIPERCUSSIONI SULL’EUROPA 
 
 
Il taglio da 487 miliardi di dollari recentemente deciso dal Pentagono, strenuamente difeso da Obama e ferocemente criticato dalla maggioranza dei membri del partito repubblicano, è un evento che segna un cambiamento importante nella storia recente della difesa americana.
I tagli, che non saranno immediati, ma cominceranno a partire dal 2013, prevedono il ridimensionamento dalle attuali 570.000 unità a 490.000 nell’arco di cinque anni, mentre il numero dei marines calerà anch’esso dalle 200.000 alle 182.000 unità; inoltre si prevede il rinvio di alcune grandi commesse militari.[1]
Panetta, segretario alla difesa, ha annunciato che il Pentagono chiederà al Congresso 525 miliardi di dollari per l’anno 2013, 6 in meno rispetto all’attuale budget. La spesa destinata alle operazioni belliche, esclusa dal bilancio militare di base, passerà da 115 miliardi a 88 miliardi, anche sulla scia del ritiro delle truppe americane dall’Iraq e dall’Afghanistan. Nel complesso, da qui al 2017, le spese annuali, pur aumentando (il Pentagono spenderà ogni anno una cifra che arriverà ad un picco di 567 miliardi di dollari nel 2017), saliranno meno di quanto non indicassero le precedenti previsioni, che stimavano nel 2017 un bilancio annuale di 622 miliardi di dollari. Quindi, non si tratta di certo di un’inversione di tendenza, quanto piuttosto del rallentamento di un trend comunque crescente. Nel 2001, prima dell’11 settembre, le spese militari per l’anno corrente ammontavano a 297 miliardi di dollari. Nel gennaio 2009, al debutto della presidenza di Obama, queste invece ammontavano a 513 miliardi. In termini reali, il budget annuale per la difesa è raddoppiato progressivamente nel corso di otto anni. Complessivamente, il piano di tagli proposto, prevede un “rallentamento” del trend, con il conseguente risparmio di 487 miliardi di dollari, spalmati su 10 anni. Nel prossimo quinquennio, il risparmio che si vuole conseguire sarà, cumulativamente, di 259 miliardi di dollari. Il Pentagono non ha tuttavia fornito dettagli, su come il taglio dovrà essere raggiunto, anche se, dalle parole di Obama, emerge la volontà di utilizzare questi tagli come volàno per rivedere fin dalle fondamenta le priorità della difesa statunitense, un programma che Obama aveva già avviato fin dal momento della sua prima elezione.
 
Il progetto di Obama e le nuove sfide.
 
Il principale obiettivo di Obama è quello di aprire una nuova fase nella difesa USA. Le attuali dimensioni della difesa, in termini di budget e di uomini impiegati, sono innegabilmente dovute all’impegno americano in Afghanistan ed in Iraq. Conseguentemente, il ritiro da questi due scenari bellici rende necessario un riequilibrio delle risorse, soprattutto in termini di impiego di soldati e di spesa. In sintesi, la difesa americana che concepisce Obama non può rimanere focalizzata solo sulla capacità di sostenere due guerre contemporaneamente. Le due lunghe guerre in Iraq ed in Afghanistan sono state costosissime non solo in termini di finanza pubblica e di vite umane, ma anche in termini di perdita di prestigio e di logoramento dell’apparato bellico statunitense. La nuova difesa, che Obama vuole entro il 2020, dovrà essere agile, flessibile, basata su un arsenale di elevatissimo livello tecnologico e legata ai propri alleati da un rapporto di leale collaborazione reciproca. Inoltre, coerentemente con gli impegni di riduzione della proliferazione nucleare, anche l’arsenale nucleare statunitense verrà ridimensionato, mentre verrà data maggiore importanza agli investimenti in termini di difesa missilistica, di guerra cibernetica, di sorveglianza e di intelligence.
Tuttavia, la principale novità riguarda proprio come i tagli verranno distribuiti a livello di dispiegamento internazionale. Sulla base della Defense Strategic Guidance, se la stretta collaborazione con i paesi europei all’interno della cornice della NATO rimane un punto fermo nella politica estera americana, è tuttavia prevista la riduzione delle truppe statunitensi sul suolo europeo, fino ad un numero non superiore alle 30.000 unità, a cui si affiancherà un progressivo aumento della presenza militare nel Sud-est asiatico. Considerata oramai un continente pacificato, lontana da possibili scenari di crisi, l’Europa è sempre meno al centro dell’attenzione per l’amministrazione Obama. Nonostante le recenti frizioni con Putin e l’annuncio di quest’ultimo di lanciare un nuovo programma d’investimenti bellici, la Russia non è più considerata una minaccia come in passato e, nonostante le recenti crisi nel Mediterraneo, quest’area non è considerata come fonte di tensioni destabilizzanti per la sicurezza mondiale. L’Unione europea sarà quindi chiamata a svolgere un ruolo di crescente importanza nella stabilizzazione del suo vicinato e potrà contare sempre di meno sulla sponda americana.[2]
La nuova arena mondiale, potenziale scenario per nuovi conflitti, è invece il Sud-est asiatico, dove il peso della Cina continua a crescere. Solo per l’anno 2012, il governo della Repubblica Popolare ha disposto un incremento delle spese per la difesa dell’11,2%, per la cifra di 106,7 miliardi di dollari.[3] L’aumento del peso e degli investimenti militari cinesi, sta inoltre portando ad una nuova corsa agli armamenti in tutta la regione. L’India infatti, il principale competitor della Cina nell’area, ha anch’essa annunciato un aumento delle proprie spese per la difesa, che cresceranno per l’anno 2012 addirittura del 17% rispetto all’anno scorso. Aumenti della spesa militare sono stati annunciati anche da altri governi dell’area, in primis il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan. Lo scenario in Asia resta molto teso. La pace nel continente asiatico è sempre più prossima ad uno stato di tregua permanente. Potenzialmente, dal momento in cui l’egemonia statunitense sull’area viene messa in discussione, l’Estremo oriente potrebbe rivelarsi lo scenario più instabile e più pericoloso per la sicurezza mondiale. Proprio per questa ragione, l’obiettivo degli Stati Uniti nell’area è continuare a detenere il controllo dei cosiddetti spazi comuni e rafforzare una strategia di containment nei confronti della Cina, considerata da tutti i report del Pentagono come il principale contendente al ruolo di potenza egemonica degli Stati Uniti.
Nel breve periodo, il Golfo Persico rimane lo scenario che più impensierisce Obama. La tensione fra Israele ed Iran non è mai stata così alta e si moltiplicano le voci di un intervento israeliano entro la fine dell’anno. Obama vuole ad ogni costo evitare il verificarsi di questa possibilità, e soprattutto intende evitare che gli Stati Uniti vengano trascinati in un possibile conflitto contro l’Iran, a meno che un’eventuale provocazione iraniana, quale il blocco totale dello stretto di Hormuz, non lo renda necessario. Questa guerra avrebbe costi elevatissimi non solo in termini di vite umane, ma anche politici, creando scenari imprevedibili. Sicuramente porterebbe anche ad un aumento esponenziale del prezzo degli idrocarburi, che sarebbe letale per la fragile ripresa economica mondiale. Inoltre, sfiancherebbe ulteriormente le finanze americane, renderebbe impossibile effettuare i tagli previsti ed al contrario porterebbe ad un ulteriore aumento nella spesa militare.
 
Quale ruolo per l’Europa nella nuova politica di difesa americana?
 
Dallo scenario descritto, emerge chiaramente che l’Unione europea sarà chiamata nei prossimi anni a ricoprire un maggiore ruolo nel garantire la sicurezza internazionale. Sia politicamente sia finanziariamente, è diventato insostenibile per i contribuenti americani continuare a pagare per la difesa di entrambe le sponde dell’Atlantico, soprattutto in un momento storico in cui la nuova strategia americana richiede una maggiore presenza nel Pacifico. Ne è dimostrazione l’assenza dell’Europa dal recente dibattito per le elezioni presidenziali. Il nostro continente è citato solo per la crisi dei debiti sovrani ad indicazione del fatto che l’attenzione degli USA è ormai totalmente rivolta altrove. Obama punta chiaramente ad emancipare gli europei dall’egemonia americana ed è nelle sue intenzioni avere un’Europa responsabile della propria difesa ma alleata e non concorrente degli Stati Uniti nel garantire la difesa mondiale. L’obiettivo di Obama è un’Europa forte ma filo-americana, in linea con la tradizione della politica estera statunitense a partire da Roosevelt, diversamente sia dalla dottrina neocon di Bush, che voleva un’Europa divisa ed essenzialmente succube degli USA, sia dalla recente dottrina neogaullista di Chirac, che voleva un’Europa forte ma concorrente agli Stati Uniti sullo scenario mondiale. La storia ha mostrato la fallacia di entrambe le dottrine. Un’Europa completamente succube degli Stati Uniti è infatti un costo che Washington non può né vuole più continuare a sostenere, mentre l’evoluzione dei rapporti economici internazionali e delle spese militari nel mondo, dimostrano che l’Unione europea non è nelle condizioni di sostituirsi agli Stati Uniti come potenza egemonica, ma può contribuire, su una base di parità con gli altri partner mondiali, a scrivere un nuovo capitolo nella storia di un nuovo ordine multilaterale della sicurezza mondiale.
E’ quindi venuto il momento, per gli europei, di cominciare ad assumersi le proprie responsabilità e a prendere coscienza dei rischi che la loro divisione comporta. Mantenendo ciascuno la propria politica nazionale sovrana, si scontreranno con il fatto che la priorità non sarà più solo quella di finanziare lo Stato sociale, ma che la spesa per la difesa potrebbe cominciare a pesare sempre di più sui bilanci di ogni Stato e conseguentemente sulle tasche dei cittadini. In questa prospettiva, occorre riflettere attentamente non solo sulla quantità della spesa, ma soprattutto sull’efficacia e l’efficiente allocazione di quest’ultima. Allo stato attuale, l’Unione europea sarebbe, aggregando i dati dei ventisette paesi membri, il secondo “paese” al mondo per spese militari. Secondo gli ultimi dati disponibili, i paesi dell’Unione europea nel loro complesso hanno speso poco più di 194 miliardi di euro nel 2010, pari all’1,61% del PIL[4] complessivamente. A livello di cifre assolute, un fantomatico esercito UE (sempre aggregando i dati di tutti i paesi membri) sarebbe il secondo al mondo, contando 1.695.122 uomini di personale attivo, 2.614.491 riservisti e 755.034 uomini di personale paramilitare. Inoltre, dei 194 miliardi spesi, solo 44 miliardi sono riservati alla voce “Ricerca e Sviluppo”, il più delle volte dispersi nella duplicazione di progetti simili fra paesi membri, mentre 100 miliardi, quindi più della metà del totale, sono impiegati in spese di personale. I mali più gravi che affliggono la difesa europea sono quindi la polverizzazione e la duplicazione di progetti, funzioni, strutture e reparti militari. La dispersione di risorse dovuta al mantenimento dei vari eserciti nazionali è il principale tributo che i contribuenti europei pagano ad uno sciovinismo obsoleto, senza citare i costi impliciti, cioè la continua marginalizzazione a livello internazionale, causata anche dalla mancanza di unità d’intenti e conseguentemente di strategia comune nella politica estera. La fusione fra EADS e BAE, in questo senso, poteva teoricamente costituire un’occasione per creare un grande conglomerato europeo specializzato nell’industria della difesa, ma la dipendenza britannica dalle commesse del Pentagono e l’ostilità al progetto politico europeo da parte del Regno Unito, lasciano molti interrogativi su come questo processo sarebbe evoluto. Tuttavia non sembra che il fallimento di questo progetto sia da attribuire all’esistenza di una solida ipotesi alternativa di impegno di Francia e Germania per una “core Europe” della difesa, nonostante la riapertura del dibattito sul tema, a livello comunitario, in questi ultimi mesi. La realtà è che stiamo assistendo ad una nuova corsa agli armamenti che coinvolge pressoché tutte le aree del mondo, non solo le neo-potenze asiatiche. Nel frattempo, l’Europa, costretta a sempre maggiori riduzioni nella spesa pubblica, sembra incapace di ripensare la spesa militare in modo più efficiente e più efficace. E’ evidente che occorre avviare, nel giro di brevissimo tempo, la costruzione di un governo economico e politico europeo dell’eurozona, ma anche che in questo progetto non potrà non essere prevista, altrettanto a breve, la questione della costruzione di una politica estera e di sicurezza unica degna di questo nome.
 
Francesco Violi

 

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