Anno LV, 2013, Numero 1, Pagina 43

 

 

GLI ABITI NUOVI DELL’IMPERATORE,
OVVERO LA FUSIONE BAE-EADS NEL SETTORE AREONAUTICO
 
 
Proprio come gli abiti nuovi dell’imperatore, proposti con grande enfasi da venditori truffaldini nella favola di Andersen, così falsamente è stata presentata, da molti commentatori, la tentata fusione fra la British Aeronautic Systems (BAE) e la European (in realtà franco-tedesca-spagnola) Aeronautic Defence and Space Company (EADS). E il fallimento della fusione, nello scorso mese di ottobre, è stato da questi descritto come un ulteriore scacco del processo di unificazione europea, a causa degli egoismi nazionali.
In realtà, dovremmo distinguere nettamente la conduzione della politica estera e di difesa – che in Europa è tuttora nelle mani di ventisette Stati diversi, e che tale sarebbe comunque rimasta anche nel caso di riuscita della fusione – dalle alleanze puramente commerciali di grandi gruppi industriali internazionali, operanti nel settore della difesa, come appunto BAE e EADS. E, in questa occasione, in cui solo di queste alleanze si trattava, l’Europa ha verosimilmente evitato di veder finire un intero settore strategico per il proprio futuro sotto il diretto controllo degli USA.
Le due società, certamente complementari, con la prima presente soprattutto nel settore militare e la seconda in quello civile, la prima attiva soprattutto sul mercato nordamericano, la seconda su quello europeo, insieme, avrebbero costituito – ma a quale prezzo per l’Europa – il primo gruppo mondiale dell’industria aeronautica, spaziale, missilistica. Invece, anche se all’ultimo momento, le ragioni meramente industriali e commerciali dell’iniziativa si sono infine scontrate con le preoccupazioni politiche della Germania e della Francia.
La BAE è infatti uno dei principali fornitori del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti. La partecipazione ai programmi più importanti del Pentagono (e, in particolare, a quello degli F.35, sui quali torneremo) l’ha di fatto trasformata in un’impresa americana, che ha accettato il controllo politico americano e strettissimi vincoli nella gestione delle conoscenze, che di fatto rendono impossibile il trasferirle dalla filiale americana ad altri rami della stessa BAE e, a maggior ragione, ad una nuova impresa europea. BAE si era addirittura già da anni dovuta disfare della propria quota del 20% del capitale di Airbus (contrariando lo stesso governo inglese) per non interferire con i programmi della Boeing della Lockheed.
EADS invece non arriva ancora, in America, ad un decimo della cifra d’affari annua realizzata dalla BAE. Ma, in vista della fusione, ne stava già seguendo le orme, dal punto di vista dell’americanizzazione: già al quinto posto assoluto per le spese di lobbying nel settore della difesa, a costo di gravi umiliazioni politiche, si era via via adeguata a tutte le restrizioni imposte ai fornitori non americani in vista di commesse poi non ottenute, giungendo a dissociarsi da posizioni politiche ufficiali dell’Unione europea, per esempio sul problema della revoca dell’embargo alla Cina, per tener conto della posizione degli Stati Uniti. Questo è il quadro nel quale va valutato il progetto di fusione con la BAE. EADS stava tentando di ridurre la presenza diretta degli Stati europei nel gruppo, con il pretesto di rendere quest’ultimo “un’impresa più normale” e facilitare il proprio accesso ai contratti americani; in altre parole stava tentando di sbarazzarsi dell’Europa per sistemarsi meglio sotto il controllo di Washington. Strana idea, trattandosi di attività legate alla difesa, create e finanziate per decenni dai contribuenti europei, depositarie di conoscenze e capitale umano, necessari per mantenere un margine di libertà di decisione e di manovra autonoma.
Il nome di questa operazione, dice Hajnalka Vincze, in un appassionato saggio sull’argomento[1] è tradimento. La Vincze inquadra questo tentativo, che effettivamente, in caso di riuscita, avrebbe condotto gli Stati europei a privarsi anche delle ultime vestigia di sovranità nel settore, nel più generale tentativo di riportare la difesa europea nel quadro atlantico.
La Vincze ricorda infatti che nel Trattato di Amsterdam del 1997 si parlava per la prima volta di cooperazione in tema di armamenti, in vista di una futura Europa della difesa e che il successivo vertice di Helsinki del 1999 aveva impostato la difesa europea su basi del tutto nuove. Ma la nascita della PESD (Politica europea di sicurezza e difesa) aveva provocato, malgrado tutte le precauzioni in cui era stata avvolta, una valanga di reazioni isteriche da parte dei commentatori euro-atlantici e una serie di messe in guardia da parte di Washington. Poi, nell’Unione europea, anche in questo settore, le cose sono cambiate: se gli americani ora non si preoccupano più della PSDC (nuovo nome dato alla PESD dal Trattato di Lisbona) è perché questa, intanto, ha cambiato natura. E non disturba più in alcun modo il controllo americano sull’Europa, tanto che gli esperti, in sempre maggior numero, parlano di ritorno della difesa europea sotto le ali della NATO e di fusione fra la PESD e l’Alleanza atlantica, piano in cui si sarebbe potuto benissimo inscrivere il tentativo di fusione BAE-EADS.
Notiamo di passaggio che il fallimento dell’intesa BAE-EADS potrebbe consentire all’Italia, che non fa parte dell’intesa EADS, di recuperare un ruolo maggiore in un settore strategico per l’Europa e difendere il suo patrimonio tecnologico e industriale nel settore aerospaziale. L’Italia potrebbe avere oggi l’opportunità di rientrare in un programma europeo tramite un’intesa EADS-Finmeccanica, che, oltre a fornire un’alternativa valida in termini industriali a quella fallita con BAE, darebbe di fatto la governance del nuovo gruppo industriale ai governi francese, italiano, spagnolo e tedesco, aprendo una nuova fase di sviluppo europeo di questa industria strategica.
Anche il previsto acquisto da parte dell’Italia degli aerei militari F-35 – criticabile  sul piano prettamente militare a causa dei problemi tecnici di questi aerei e divenuto problematico nelle attuali condizioni finanziarie – va inquadrato nella situazione di totale sudditanza degli europei a Washington: l’aeronautica italiana dovrà sostituire nel prossimo decennio i cacciabombardieri Tornado ed AMX (di progettazione rispettivamente europea ed italiana), che vedranno la fine della loro vita operativa. I velivoli F-35, che dovrebbero sostituirli, sono invece di progettazione interamente americana. Esisterebbe in realtà un’alternativa, di progettazione e costruzione europea, l’Eurofighter 2000, di cui sono dotate le Aeronautiche di Gran Bretagna, Germania e Spagna.
Il programma Eurofighter, nato col preciso scopo di affrancare l’Europa dalla dipendenza dagli Stati Uniti quanto a tecnologie militari, ha consentito alle industrie europee di fare un enorme salto di qualità in termini di ricerca, progettazione e tecnologie di produzione, con ovvie ricadute in tutti i settori civili più avanzati dell’elettronica e della meccanica. Al contrario il programma F-35 non darebbe alcuna ricaduta in termini di know-how, in quanto gli Stati Uniti hanno già ampiamente dimostrato di non voler trasferire nessuna conoscenza sulle tecnologie avanzate coinvolte. Con la cancellazione dell’acquisto dei velivoli F-35 ci sarebbero naturalmente delle penali da pagare, ma le operazioni della forza aerea italiana non sarebbero soggette all’approvazione politico-militare degli Stati Uniti, che altrimenti avrebbero tutte le leve tecnico-informatiche per consentire l’uso degli F-35 solo per operazioni di loro gradimento.
 
Elio Cannillo

 



[1] Hajnalka Vincze, « L’échec de la fusion BAE-EADS: que reste-t-il après la trahison? L’intention... » Theatrum belli, http://www.theatrum-belli.com/archive/2012/10/19/tribune-libre.html.
 

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