Anno LV, 2013, Numero 1, Pagina 46

 

 

L’ASCESA DEI PAESI BRICS
 
 
La crisi economica, che sta mettendo in grave difficoltà l’eurozona, sta provocando anche un rallentamento dell’intera economia mondiale, dato il posto centrale che l’Europa occupa nel commercio internazionale. Anche i paesi BRICS ne stanno risentendo, ed è per questo che stanno tentando di avviare nuove strategie economiche e politiche sia per compensare le perdite che subiscono sui mercati europei e porre le basi di una maggiore interdipendenza gli uni rispetto agli altri, sviluppando i rispettivi mercati; sia per ritagliarsi un nuovo spazio nel quadro globale.
Già durante il summit dei paesi BRICS tenutosi a New Delhi nel marzo 2012 i cinque paesi, per iniziativa soprattutto cinese, avevano iniziato a discutere tra di loro la possibilità della creazione una banca South-South (o BRICS Bank), la cui finalità sarebbe stata quella di favorire lo sviluppo infrastrutturale sia delle rispettive aree più deboli sia dei paesi ancora ai margini dello sviluppo mondiale (soprattutto in Africa). In particolare, tale banca avrebbe dovuto prevedere di sostenere anche alcuni tipi di infrastrutture tecnologicamente molto avanzate che non rientrano nei progetti della World Bank, come ad esempio quelle per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili.
La volontà di svolgere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale, ridimensionando il peso delle vecchie potenze, in primis gli Stati Uniti, aveva avuto manifestazioni evidenti durante il summit. Oltre ad iniziare a porre la questione di un'alternativa alla Banca mondiale i paesi BRICS avevano espresso infatti anche l’auspicio di presentare un proprio candidato presso la World Bank stessa e presso il FMI.
Uno dei punti centrali del vertice riguardava anche il difficile tentativo di emancipare la crescita dei Cinque dal mercato europeo in crisi, e quindi le iniziative da intraprendere per incrementare gli scambi tra paesi BRICS e tra questi e il resto del mondo, sia pure con la consapevolezza che si tratta di un processo di ri-orientamento del sistema produttivo e commerciale che richiede tempi abbastanza lunghi e uno sforzo molto ampio, poiché larga parte delle esportazioni di questi paesi è oggi diretta verso il mercato europeo, che ne condiziona fortemente l’impostazione economica.
Già pochi mesi dopo il vertice, il timore di essere contagiati dalla crisi dell’eurozona si è rivelato assolutamente fondato, tant'è che durante il 2012 la crescita dei paesi BRICS è nettamente calata rispetto agli anni precedenti. La Cina, che nel periodo 2006-2012 aveva mantenuto un crescita media del PIL del 10,4%, si è assestata nel 2012 attorno al 7,8%, e la previsione per il 2013 è solo del 7,5%. I tassi dell'India negli stessi periodi sono invece passati dal 7,8% al 5,5%, mentre la previsione per 2013 è allo 4,7%. [1]
Anche Brasile e Russia subiscono un calo della crescita: dopo aver registrato, in media, nel periodo 2008-1012 un PIL in crescita rispettivamente del 2,7% e del 4,3%,[2] per il 2013 prevedono una crescita dello 0,9%[3] e del 3,4%.[4]
Questo rallentamento nello sviluppo economico dei BRICS non sminuisce il fatto che essi in questa fase costituiscano la locomotiva dell’economia globale, né blocca la loro ascesa sul piano geopolitico, soprattutto a discapito dell’egemonia americana. La questione che rimane ancora incerta, tuttavia, è se ci si stia avviando verso un nuovo ordine multipolare, complessivamente capace di trovare equilibri stabili e positivi, o se piuttosto non si stiano creando le condizioni per una nuova anarchia internazionale dai risvolti potenzialmente disastrosi.
 
I BRICS, le “vecchie potenze” e il settore manifatturiero.
 
Uno dei fattori che maggiormente contribuisce al successo dei paesi BRICS è il forte sviluppo del settore manifatturiero. Il comparto manifatturiero di un paese moderno è un settore che ha un forte impatto sulla ricerca e sullo sviluppo della tecnologia. Esso influenza anche profondamente gli obiettivi della politica estera (e a sua volta ne è influenzato): basti pensare alla questione della scarsità e dell’approvvigionamento delle materie prime essenziali e non rinnovabili, come certi metalli o le terre rare; oppure ai rifornimenti di idrocarburi e di altre risorse energetiche, o allo sviluppo di una filiera globalizzata in determinati settori; o, ancora, al legame con la tecnologia militare.
Fino al 2000 il peso dei paesi ricchi (in particolare USA, UE e Giappone) nel campo manifatturiero era assolutamente dominante: il 73% della produzione manifatturiera proveniva dalle industrie di questi paesi. Nel 2005 la quota dei paesi ricchi è scesa al 69%, per poi raggiungere, nel 2011, il 54%. Questo trend ha comportato il fatto che gli Usa, da primo produttore industriale nel mondo, siano diventati il secondo (con il 18%), dopo la Cina (19,9%). Quest'ultima, in particolare, ha registrato tassi di crescita, rispetto alla produzione industriale globale del 7% nel 2000, del 9,8% nel 2005 e del 19,9% nel 2011, trainando in questo modo la crescita dell'output manifatturiero dei paesi in via di sviluppo. Analogamente Brasile, India e Russia si sono assestati su valori di produzione che rappresentavano in rapporto alla produzione industriale globale dal 2000 al 2011 l'1,7 e il 2,9%, l’1,2 e il 2,3% e lo 0,8 e il 2,3% rispettivamente.[5]
Se si pensa che nel 1900 la quota di produzione manifatturiera dei paesi ricchi era dell'87% contro il 13% del resto del mondo, è interessante notare come il percorso per arrivare alle quote rispettive di 54% e di 46% sia stato tutt'altro che lineare. Gran parte della trasformazione è avvenuta in un brevissimo lasso di tempo: dal 1900 al 2000 i paesi emergenti hanno raddoppiato la propria quota mentre sono passati dal 27% al 46% in soli 11 anni.
Questa crescita della manifattura nei paesi che ancora, alla fine del XX secolo, avevano un comparto industriale debolissimo, è stata largamente favorita dai paesi occidentali stessi, che, dopo la fine della guerra fredda e la caduta dei suoi muri, hanno perseguito l’apertura mondiale dei mercati e la libera circolazione di merci e capitali. La globalizzazione ha quindi diffuso il fenomeno della delocalizzazione della produzione, alimentata dall’illusione che si andasse configurando una nuova divisione internazionale del lavoro in base alla quale i paesi industrializzati evolvevano in direzione di uno sviluppo economico fondato sui servizi e sulla produzione di beni ad alto valore aggiunto, mentre la produzione di beni a basso contenuto tecnologico era destinata ai paesi emergenti. C’è voluta la crisi finanziaria ed economica per aprire gli occhi agli USA e all’Europa, e per porre il problema di un rimpatrio delle produzioni. Ad esempio, in Francia, nel “Pacte pour la compétitivité de l'industrie française”[6] della fine del 2012, si denuncia proprio l’eccesso di terziarizzazione dell’economia e si sottolinea, viceversa, la necessità di riportare nel paese almeno parte della manifattura e della produzione industriale e l’esigenza di rafforzare la competitività. La concorrenza delle manifatture cinesi e del loro basso costo del lavoro e della produzione è una delle ragioni principali della crisi del settore, che rischia di scivolare al di sotto di quella che viene considerata la soglia critica dell’irrecuperabilità. Anche India e Brasile costituiscono due fortissimi competitors, mentre per quel che concerne i prodotti di alta gamma i concorrenti fondamentali sono soprattutto ancora i paesi già sviluppati (in particolare USA, Germania e Giappone).
Il grido di allarme di chi cerca di richiamare l’economia europea alla necessità di rivalutare la centralità della manifattura, anche sulla base dell’esempio della stessa Germania, non impedisce però che, al momento, la crisi economica dell'eurozona offra a molti grandi investitori, soprattutto cinesi ed indiani, che dispongono di ingenti riserve di liquidità, un'opportunità per acquistare quote consistenti di società chiave della produzione industriale europea. Solo per fare alcuni esempi, la Cina, che già nel 2011 aveva triplicato i propri investimenti in Europa rispetto all'anno precedente,[7] investe sopratutto in Portogallo, Italia, Spagna e Grecia, ma non solo: ad esempio, ha anche acquisito la Volvo, ha investito lo scorso anno ben 12,6 miliardi di dollari per acquistare il 10% dell’aeroporto di Londra, Heathrow, e ha acquisito il 7% del costruttore francese di satelliti Eutelsat. In Portogallo ha negoziato con il governo portoghese la più grande privatizzazione del paese iberico diventando titolare del 21% della Energias de Portugal, una delle maggiori imprese di produzione di energia elettrica in Europa.[8] Anche la Tata indiana ha acquistato quote di Alti, l'impresa francese di IT services, con l'intento di estenderne il settore R&D, e, sempre nell'ambito delle IT companies, le imprese indiane scelgono sempre più spesso di tentare acquisizioni in Europa per estendere il proprio mercato e per accumulare know-how.
La conseguenza di questo trend è il progressivo accumulo di competenze da parte dei BRICS nel ramo della produzione di alta gamma. Tenendo conto del fatto che il costo della manodopera in questi paesi rimane comunque molto più basso che in occidente, è facile prevedere che anche nel campo delle tecnologie elevate ci sarà una crescita esponenziale della forza competitiva dei BRICS. Sarà difficile allora continuare a definirli come “copycats” che emulano prodotti innovativi del mondo occidentale, ma diventeranno a loro volta veri e propri innovatori del futuro.
 
I BRICS e le nuove risorse energetiche.
 
Il problema ambientale del surriscaldamento globale e il problema politico degli approvvigionamenti energetici rappresentano una sfida vitale per i BRICS, visti i loro numeri in termini demografici e date le loro ambizioni in termini di crescita e sviluppo.
La Cina si deve confrontare ormai da tempo con un gravissimo problema di inquinamento nei grandi centri urbani, come Pechino, e con le conseguenze del disordine climatico legate all'effetto serra. Deve riuscire a rimpiazzare il largo utilizzo attuale del carbone come fonte energetica per la produzione di energia elettrica (insostenibile, per i suoi costi ambientali, sia in termini di vivibilità a livello locale sia in termini di effetto serra globale), nella consapevolezza delle difficoltà politiche che gli approvvigionamenti energetici in Medio oriente pongono ad un paese che desidera crescere a ritmi elevati. Questo spiega le ragioni degli investimenti cinesi massicci nel campo delle energie rinnovabili. Nel 2011 la Cina ha investito 47 miliardi di dollari in risorse rinnovabili e la stima per i quattro anni successivi è quella di una spesa totale pari a dieci volte questa somma. Sono cifre che portano la Cina a diventare lo Stato che più investe in termini assoluti nell'energia rinnovabile. La quota di energia pulita della Cina è stata del 10% sui consumi nel 2010 ed è stato fissato il traguardo del 15% entro il 2020, sfruttando sopratutto l'energia eolica, quella solare, il biogas e l'energia idrica.[9]
Anche l'India si trova a dover affrontare problemi simili: già si parla di India's Clean Revolution e si prevede che gli investimenti privati indiani nel settore delle nuove energie aumenteranno del 736% nei prossimi 10 anni, con un incremento addirittura triplo rispetto a quello cinese e americano. Tra i progetti ci sono la produzione di automobili a zero emissioni, centrali che sfruttano il moto ondoso e parchi solari, con conseguenti investimenti in infrastrutture che arriveranno a 1.000 miliardi in cinque anni. Parallelamente, viene perseguita la crescita dell'efficienza energetica del paese, che si prevede possa triplicare entro la fine del decennio.[10]
La Russia, da parte sua, svilupperà l'energia geotermica, l'uso delle biomasse e l'energia idroelettrica. L'intento è quello di chiudere una fase dello sviluppo in cui il costo del gas per uso interno era mantenuto basso per favorire la crescita del mercato nazionale, a favore invece di una fase in cui, per fronteggiare la forte crescita dei costi del gas (il cui prezzo diventerà paragonabile a quello per l’esportazione), si incentiverà l’uso domestico delle fonti rinnovabili, investendo fortemente nel settore. In particolare, la Russia nel 2010 presentava una quota di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili soltanto dell'1,5%, ma il governo si è posto l'obiettivo di triplicare questa quota entro il 2020.[11]
Anche il Brasile deve confrontarsi con un aumento della domanda interna di energia in continua crescita. Il progetto del governo è quello di portare l’attuale 44,8% di quota di produzione energetica rinnovabile al 46,3% nel 2020; un incremento, quindi, meno rilevante, giustificato dal fatto che la quota di partenza è già molto elevata. Gli sforzi del paese si concentreranno sui settori dell’idroelettrico, dell’eolico, delle biomasse (si prospetta un aumento di veicoli che utilizzano biofuel da 29 milioni a 56 milioni entro la fine del decennio), e nel miglioramento della rete di distribuzione elettrica.[12]
 
Il summit BRICS del marzo 2013.
 
Il nuovo vertice dei cinque paesi, svoltosi a Durban nel marzo scorso, ha rinnovato l’accordo per stabilire una New Development Bank, iniziando ad entrare nei dettagli operativi. In particolare è stato discusso il problema del capitale iniziale che dovrà essere molto consistente, per poter sostenere effettivamente la crescita infrastrutturale dei paesi in via di sviluppo. Il progetto sembra però destinato a richiedere molto tempo prima di diventare operativo e tra le ragioni del ritardo c’è proprio la questione di come costituire il capitale iniziale. L'idea iniziale che tutti i paesi mettano la stessa quota, dell'ordine di alcune decine di miliardi, ha per la Cina  un peso ben diverso che per un paese più piccolo come il Sud Africa.
I BRICS, quindi, si devono confrontare di fatto con le difficoltà che caratterizzano i rapporti tra Stati sovrani nella politica internazionale, e sono paesi che sicuramente non mirano in questo momento a forme di integrazione reciproca. Troppo diversi per impostazione economica e per cultura, e soprattutto tesi ad affermarsi come nuovi protagonisti della politica mondiale, sono però uniti dalla comune volontà di cambiare i rapporti di potere internazionale e dall’interesse reciproco di fare fronte comune. La crisi in corso, che investe sia il Washington consensus, sia l'eurozona, costituisce un fortissimo collante e un incentivo a trovare accordi solidi. Non è un caso, infatti, che i leader si siano anche trovati d'accordo nello stabilire sia un Contingent Reserve Arrangement (CRA) di 100 miliardi di dollari per intervenire in caso di crisi di liquidità, sia la costituzione di una rete di protezione reciproca a fronte dei rischi provocati dalla volatilità dei mercati finanziari. Entrambe queste misure saranno approfondite durante l’incontro dei Ministri delle finanze in settembre. Inoltre, i linea con il summit precedente, è stato approfondito il tema del rafforzamento del mercato BRICS-BRICS per mettersi al riparo dalla crisi economica europea, istituendo due strutture di cooperazione: un BRICS think tank che coordinerà la rete degli attuali think tanks dei singoli paesi per condividere le analisi alla base delle scelte politiche e delle strategie di lungo termine e un BRICS Business Council per favorire i contatti fra le business associations di ogni paese. Entrambele  strutture, come si legge nel sito ufficiale del summit: “will strengthen intra-BRICS cooperation to develop new paradigms for sustainable and inclusive growth models“.[13]
 
* * *
 
Per il loro peso in termini demografici, territoriali, di quota nella produzione mondiale, i paesi BRICS sono una realtà sempre più influente e determinante nel quadro mondiale, e sono destinati a cambiare radicalmente l’assetto della governance globale, grazie alle loro giuste ambizioni e all’influenza che esercitano sui paesi ancora in via di sviluppo. Per l’Europa, si tratta di un ennesimo campanello di allarme e di un ulteriore monito a costruire in fretta l’unità politica. In un mondo dove le grandi potenze sono portatrici di strategie politiche ed economiche di lungo periodo, l’assenza di una politica europea pesa sul futuro del nostro continente come un macigno e ci condanna ad un’irreversibile emarginazione.
 
Nelson Belloni
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[1] http://www.conference-board.org/data/globaloutlook.cfm.
[2] http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.MKTP.KD.ZG.
[3] http://www.brasil.gov.br/para/press/press-releases/march-2013/brazil-sees-0.9-gdp-growth-in-2012/br_model1?set_language=en.
[4] http://en.wikipedia.org/wiki/Economy_of_Russia.
[5] http://blogs.ft.com/beyond-brics/2012/08/27/levelling-out-emerging-markets-and-the-new-industrial-revolution/#axzz2QXrtFQMu.
[6] http://www.gouvernement.fr/sites/default/files/fichiers_joints/rapport_
de_louis_gallois_sur_la_competitivite_0.pdf.
[7] http://www.ft.com/intl/cms/s/0/24a074dc-9561-11e2-a151-00144feabdc0.html#axzz2QjjzYJjy.
[8] http://www.spiegel.de/international/business/study-finds-massive-investment-in-europe-by-chinese-state-companies-a-894570.html.
[9] http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=chinas-big-push-for-renewable-energy.
[10] http://www.businessgreen.com/bg/news/2035074/report-renewable-resources-transform-indias-economy.
[11] http://www.engerati.com/2013/03/27/russias_untapped_wind_power/#.UW7XisocP-k.
[12] http://www.renewableenergyworld.com/rea/news/article/2011/09/brazil-sets-the-pace-in-clean-energy.
[13] http://www.brics5.co.za/

 

 
 

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