Anno XXXVIII, 1996, Numero 3, Pagina 218

 

 

FRANCIA E GERMANIA AL BIVIO
 
 
L’equilibrio delle aspettative fra unione e divisione.
 
La fine della guerra fredda e i primi tentativi di creare un sistema di sicurezza universale che comprendesse anche la dimensione ecologica ed economica, oltre che militare, hanno fatto sì che l’umanità prendesse coscienza dell’avvio di una nuova fase dei rapporti fra gli Stati. Ma la guerra del Golfo prima e la caduta di Gorbaciov con la conseguente disgregazione dell’URSS e della Jugoslavia, hanno mostrato quanto drammatico possa essere il passaggio da un sistema mondiale in cui la stabilità e la sicurezza di vaste aree erano comunque garantite dalla politica di deterrenza esercitata dalle due superpotenze, ad uno in cui l’instabilità politica, militare ed economica minacciano di estendersi al di fuori di ogni controllo. Il caso più evidente è costituito proprio dall’Europa, prima divisa in due aree di influenza che apparivano definitivamente pacificate al loro interno, oggi divisa in una regione occidentale ancora stabile ed una centro-orientale che rischia di precipitare il continente in una situazione di cronica instabilità.
Con la caduta di Gorbaciov, e quindi con la fine della prospettiva di riformare l’ONU sulla base della cooperazione sovietico-americana nel campo della sicurezza, si è indebolita l’aspettativa di costruire in tempi brevi un ordine mondiale più pacifico e sono riaffiorati in alcuni Stati l’orgoglio — è il caso degli USA, ma anche della Francia —, in altri l’angoscia — come in Germania e in Giappone — di dover assumersi delle responsabilità mondiali. Gli uni e gli altri continuano a rendere omaggio alla riforma dell’ONU, ma in concreto sono più preoccupati di non perdere privilegi o di acquisirne di nuovi piuttosto che di rendere le Nazioni Unite più efficaci e democratiche.
Mentre da un lato la globalizzazione produce crescenti attese per l’estensione dei poteri degli organismi internazionali, dall’altro lato alimenta l’illusione che il principio territoriale del potere sia superato.
I conflitti locali ed i rischi della proliferazione nucleare e delle armi di sterminio di massa testimoniano lo stretto legame che tuttora esiste fra politica estera e fattore militare.
Questi fenomeni contraddittori e scomposti sono il sintomo della crisi di potere che ha investito l’ordine mondiale e ricordano l’agonia del sistema europeo degli Stati descritta da Dehio:[1] un’agonia però che non è più causata dall’ascesa di nuove potenze, ma piuttosto dal fatto che nessun equilibrio di potere sembra ormai più possibile al di fuori della progressiva trasformazione dell’ONU in una struttura di governo mondiale. In questa situazione quali sono le possibilità d’azione politica per fare avanzare il federalismo?
Ad una simile domanda non è possibile dare una risposta senza superare la visione meramente internazionalista del liberalismo, della democrazia e del socialismo, che già due volte in questo secolo si è rivelata insufficiente per comprendere le cause profonde della crisi dello Stato nazionale e dell’anarchia internazionale. Questa visione, come ha messo in evidenza Albertini, ignorando la legge fondamentale del comportamento degli Stati, la ragion di Stato, de facto ne diventa prigioniera. E’ solo con il federalismo che la comprensione della ragion di Stato può essere analizzata sia nei suoi aspetti teorici — relativi appunto alla politica che gli Stati conducono per garantire la propria sopravvivenza — sia nel suo aspetto ideologico — relativo al culto della nazione. L’analisi degli aspetti teorico ed ideologico della ragion di Stato mette in luce un elemento strutturale nella vita di più Stati indipendenti che entrano in relazione fra loro. Ciò può aiutare a comprendere come la globalizzazione ed il fatto che oggigiorno la ragion di Stato non si manifesti con il volto demoniaco della politica di potenza, non implicano ancora che essa abbia cessato di essere «la norma dell’azione politica, la legge motrice dello Stato»:[2] certo la scelta della via che tende al perseguimento della ragion di Stato, come ricorda Meinecke, può essere «limitata dalla natura singola di Stato e di ambiente», ma finché esisteranno degli Stati indipendenti e sovrani, questi, in ogni istante, saranno governati dalla legge delle rispettive ragioni di Stato. Sempre Meinecke aveva del resto messo in guardia sul fatto che, «sotto la pressione coincidente di moventi ideali e utilitari», l’uomo di Stato può anche momentaneamente rispettare i confini del diritto e della morale. Ma che cosa accade nel momento in cui, con il venir meno di questi moventi, il potere di fare la guerra resta nelle mani di Stati indipendenti, sovrani ed armati?
Certo la ragion di Stato, intesa nel suo aspetto teorico è ormai costretta dall’evoluzione del modo di produrre ad operare tenendo conto anche della necessità dell’unità del genere umano.
Tuttavia la crescente interdipendenza economica e politica fra gli Stati limita il grado di libertà di scelta della ragion di Stato, ma non l’annulla. Le politiche di integrazione regionale e mondiale sono entrate a far parte del calcolo della ragion di Stato: in diverse regioni del mondo, e in primo luogo in Europa occidentale, proprio in nome della Salus populi, suprema lex, gli Stati hanno dovuto già accettare il trasferimento di parte della sovranità nazionale ad un livello superiore (come è accaduto sul terreno monetario nell’Unione europea). Tutto ciò non è però ancora sufficiente per spostare l’equilibrio delle aspettative delle politiche estere e di sicurezza nazionali verso la costruzione della pace. Certamente ci sono dei segnali del diffondersi nel mondo dell’esigenza di una maggiore giustizia e capacità di polizia a livello internazionale. Ma questa esigenza si scontra poi in ultima istanza con il fatto che, nonostante l’accresciuta fiducia reciproca, gli Stati non possono escludere la guerra dalle possibili scelte che potrebbero compiere. Questo spiega perché essi stanno riformando e ristrutturando i sistemi di difesa ed i rispettivi eserciti, ma non li stanno abolendo. In una fase di transizione come quella che stiamo vivendo, questa politica può conciliarsi con l’esigenza del rafforzamento delle funzioni di polizia internazionale degli eserciti nazionali. Inoltre, come hanno mostrato le crisi del Golfo, della ex-Jugoslavia, del Medio Oriente, della Somalia e del Rwanda, non è possibile promuovere alcuna politica di peace-keeping o di peace-making senza disporre di forze di intervento equipaggiate al meglio della tecnologia e senza un efficiente apparato militare capace di trasportare, spostare e proteggere consistenti contingenti militari. Proprio per questo l’aspettativa che oggi tende a radicarsi è quella che fa affidamento sulle uniche potenze ancora in grado di svolgere questi compiti globali: gli USA e le coalizioni di eserciti nazionali. Si tratta però di un’aspettativa a breve termine, che si scontra con l’impossibilità per gli USA di continuare a svolgere a lungo questo ruolo di leadership, e che in definitiva non offre alternative al ritorno all’anarchia internazionale, cioè ad un sistema in cui, come ammoniva Lord Lothian, il time-table militare dominerebbe inevitabilmente le scelte degli Stati.
L’unica alternativa a questa prospettiva starebbe nel rafforzamento immediato — in primo luogo in Europa — dei processi di unificazione regionale nell’ambito di un processo di riforma dell’ONU. Solo così, infatti, il time-table politico, quello della pacificazione internazionale, potrebbe dominare le scelte delle ragioni di Stato e creare un diverso equilibrio delle aspettative.
L’incertezza e le contraddizioni delle politiche estere e di sicurezza degli Stati, riflettono dunque i dubbi sull’esito della lotta contro il tempo per consolidare i capisaldi del processo di unificazione del genere umano prima che subentri la rassegnazione al caos.
I capi di Stato e di governo e le opinioni pubbliche nazionali più irresponsabili confondono questi momenti di transizione con l’aprirsi di un’era di maggiore libertà di scelta in politica estera, contribuendo così ad anticipare e ad aumentare i rischi di anarchia. Quelli più avveduti, ma preoccupati di conservare il potere nazionale, cercano pragmaticamente di tenere aperte tutte le strade. [3] In questo quadro, sia sul piano culturale che sul piano politico, il federalismo resta l’unico strumento per comprendere i rischi che corriamo, e per battersi per la realizzazione della pace.
Sulla base di queste considerazioni generali è possibile analizzare il futuro della politica estera europea e il ruolo di Francia e Germania, a partire dalle conseguenze della rivoluzione scientifica e tecnologica per quanto riguarda i problemi della sicurezza.
 
Innovazione tecnologica e crisi delle leaderships mondiali.
 
L’innovazione ha contribuito a mettere in crisi la strategia del confronto bipolare basata sulla corsa agli armamenti, ma non è in grado, da sola, di abolire il rischio della guerra.
Per decenni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo scientifico e tecnologico è stato alimentato, negli USA come in URSS, dalla ricerca e dalle applicazioni in campo militare. La rivoluzione dell’alta tecnologia, a partire dal 1945, sarebbe stata impensabile senza l’influenza della politica militare. Ma a partire dagli anni Ottanta questo non è stato più vero.[4] In quegli anni paesi che erano rimasti ai margini del confronto militare, come la Germania, ma soprattutto il Giappone, hanno incominciato ad acquisire considerevoli vantaggi sul piano dell’innovazione tecnologica in settori considerati fino ad allora strategici per il perseguimento della leadership mondiale, come l’elettronica e le comunicazioni. La capacità di innovazione tecnologica americana, che pure manteneva un ampio margine di vantaggio su quella sovietica, era ormai seconda a quella giapponese. La consapevolezza di ciò si manifestò in modo chiaro sia negli USA che in URSS.
Negli USA l’amministrazione Reagan tentò, con il progetto di guerre stellari, di rimettere in moto il circuito virtuoso dello sviluppo dell’innovazione finanziando ambiziose e costose ricerche in campo militare. Ma il progetto reaganiano non ebbe gli effetti sperati sull’industria civile: alcune delle maggiori imprese americane rifiutarono addirittura le commesse del Pentagono, perché accettarle avrebbe significato impiantare, per motivi di segretezza, poco convenienti catene di produzione parallele a quelle civili.
Nel frattempo in URSS Gorbaciov cercava di smantellare un sistema burocratico ed accentrato che aveva fino ad allora impedito la creazione di qualsiasi collaborazione fra l’industria militare e quella civile. Nel 1987, mentre negli USA erano già attivi milioni di computers, nell’URSS si facevano ancora piani per produrne solo alcune decine di migliaia all’anno. Al momento dell’insediamento di Gorbaciov, il computer-gap accumulato dall’URSS nei confronti degli USA era ormai stimato in 10-15 anni. Non fu dunque un caso se nel suo discorso al XXVII Congresso del PCUS Gorbaciov indicò l’ambizioso obiettivo di ridurre questo gap entro il 1990.[5] In URSS, più drammaticamente che negli USA, diventava evidente come la diffusione dell’innovazione tecnologica nella produzione civile nel campo delle tecnologie di punta (semiconduttori, computers, industria aeronautica) aveva progressivamente ridotto il ruolo delle spese militari come forza propulsiva nel campo dell’innovazione. Come sappiamo, l’URSS non ha retto a questa sfida.
Ma anche per gli USA si è posto il problema di rivedere la propria politica industriale militare. L’Amministrazione Clinton ha infatti dovuto ammettere l’impossibilità di mantenere la leadership mondiale come superpotenza senza perseguire una leadership tecnologica in campo civile. In questo contesto, ciò che era discusso da decenni solo sul piano teorico, venne tradotto in una strategia, quella del dual-use, che ammetteva la crescente dipendenza del settore della difesa dalle tecnologie sviluppate per usi civili.[6] A seguito di questa presa di coscienza, nel 1994 venne impressa una svolta decisiva nel sistema di approvvigionamento della difesa USA, quando il Ministero della Difesa disconobbe la supremazia delle specifiche e degli standards militari rispetto a quelle dell’industria civile. L’obiettivo del governo federale americano non è dunque più quello di promuovere l’innovazione attraverso i progetti militari, bensì quello di «facilitare l’inserimento di tecnologie commerciali nei sistemi militari».[7] Ma una simile scelta implica l’incentivazione della ricerca e dello sviluppo di tutte le applicazioni e le produzioni di nuove tecnologie da parte dell’industria civile, con il conseguente abbandono della produzione di costosi ed inutili prototipi militari.[8] Per gli USA la potenza militare torna così ad essere subordinata, come alla vigilia del loro ingresso nella prima guerra mondiale, al sistema produttivo civile.[9]
Ma la promozione delle capacità produttive nell’alta tecnologia per usi civili ha oggi delle implicazioni militari internazionali che i singoli Stati non sono in grado di governare. Da un lato ogni avanzamento sulla strada del modo di produrre scientifico e tecnologico implica una sempre maggiore circolazione delle informazioni sui progressi tecnici e scientifici conseguiti in tutto il mondo. D’altro lato la scomparsa delle barriere che per decenni hanno ostacolato la libera circolazione dei frutti dell’innovazione tecnologica rischia di accentuare il problema della proliferazione delle tecnologie militari più avanzate in quei paesi che, aspirando ad una politica di potenza, costituiscono i principali focolai dell’instabilità.
In questo quadro l’Europa è chiamata a svolgere un ruolo cruciale. Essa deve scegliere tra due alternative: o diventare una colonia sia sul piano tecnologico che politico e militare, oppure dotarsi delle istituzioni adeguate per diventare un soggetto attivo e positivo della politica internazionale.
 
Il futuro della politica estera europea e la ragion di Stato francese e tedesca.
 
In un mondo in cui le minacce alla sicurezza si moltiplicano e in cui la potenza di uno Stato non si misura semplicemente in termini di capacità militare, ma anche di capacità economiche e di potenziale innovativo, gli Stati europei presi singolarmente non hanno futuro. L’Europa degli Stati nazionali ha da tempo perso la leadership militare, ed ha accumulato preoccupanti ritardi sul terreno dell’innovazione tecnologica. Mentre alla fine del XVIII secolo la rivoluzione industriale si era irradiata nel mondo a partire dall’Europa, la rivoluzione dell’alta tecnologia è migrata prima in America e poi in Asia a partire dal 1945.
La Francia e la Germania, che sole in Europa hanno tentato di difendere nel dopoguerra, la prima la propria sovranità militare e la seconda la leadership scientifica e tecnologica, sono oggi di fronte ad una scelta: contribuire a rendere efficace la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, mettendo così definitivamente in secondo piano le aspirazioni nazionali, oppure rassegnarsi ad un inevitabile declino.
Nell’arco di dieci anni la Francia non sarà più fra le prime dieci potenze economiche mondiali e forse nemmeno fra le maggiori potenze nucleari, mentre il futuro della Germania è legato allo sviluppo della situazione ai suoi confini orientali. Di fronte a queste prospettive la conclusione di Chirac è stata che solo giocando un ruolo d’iniziativa in campo militare a livello europeo la Francia potrà garantirsi un futuro di pace e di prosperità.[10] E’ in questa ottica che è maturata la decisione francese di riformare il servizio nazionale di leva e di concentrare le risorse nazionali sull’adattamento della politica di dissuasione nucleare ad un quadro mondiale ancora in trasformazione. Una dissuasione che non può evidentemente non tener conto delle esigenze dei vicini, ed in primo luogo della Germania:[11] «La dimensione europea s’impone innanzitutto per le nostre forze armate tradizionali, che devono essere in grado di intervenire, ogni volta che sarà necessario, in un quadro europeo ed interalleato. L’esercito professionale di domani, in termini di mobilità e disponibilità, ci permetterà di rispondere meglio alle esigenze della nostra sicurezza, ma anche a quelle dell’Europa e dell’Alleanza atlantica. Ma la dimensione europea appare anche nel campo della dissuasione nucleare… Non si tratta di sostituire una garanzia francese o franco-britannica alla dissuasione americana. Noi vogliamo un rafforzamento della dissuasione globale. Questa cooperazione si iscrive nella prospettiva di una dissuasion concertée. Non si tratta né di allargare unilateralmente la nostra dissuasione né di imporre un nuovo trattato ai nostri partners. Si tratta di trarre tutte le conseguenze di una comunità di destino, di una interazione crescente dei nostri interessi vitali. Tenendo conto delle difficoltà che esistono su questo terreno in Europa, non proponiamo una formula già pronta, ma una marcia graduale, aperta ai partners che vogliono impegnarsi con noi… Bisogna mettere fine a ciò che viene percepito dal resto del mondo come l’impotenza europea».
Questa ammissione della crescente complementarietà fra interessi francesi, europei e mondiali sembrerebbe preludere ad una definitiva ammissione della necessità di superare la sovranità nazionale assoluta. Ma questo passo è difficile da compiersi da parte di uno dei custodi delle vestigia della sovranità nazionale, quale è in definitiva il Presidente della Repubblica francese. L’obiettivo di Chirac, questo è ciò che traspare dal suo discorso, è quello di prendere tutte quelle decisioni che lascino anche ai suoi successori, pur in un quadro in movimento, un sufficiente e autonomo margine di manovra in campo internazionale.
Nell’analisi di Chirac la visione europea continua ad includere la prospettiva di una Francia «potenza a vocazione mondiale», capace di contribuire alla buona organizzazione di «un mondo veramente multipolare», in cui non è chiaro se uno dei poli dovrà essere la Francia o l’Europa.
La proposta del Presidente Chirac di riforma del servizio nazionale è emblematica delle contraddizioni e della debolezza in cui si dibatte lo Stato nazionale anche per quanto concerne l’abolizione della coscrizione obbligatoria. Infatti, mentre da un lato Chirac riconosce l’inadeguatezza della coscrizione obbligatoria, d’altro lato non riesce a rispondere pienamente all’esigenza di sostituirla con un’istituzione che educhi il cittadino alla nuova dimensione della sicurezza collettiva. Questa ambiguità è evidente nel passaggio del discorso con il quale, il 28 maggio scorso, il Presidente Chirac ha annunciato ai Francesi che «la coscrizione tradizionale non risponde più alle esigenze di un esercito moderno in un grande paese moderno». Chirac in quell’occasione ha così proseguito: «Nell’ultimo secolo la coscrizione obbligatoria ha mescolato nella fratellanza delle caserme giovani di tutte le condizioni, di tutte le regioni. Se il servizio nazionale è progressivamente divenuto inadeguato, è mio dovere difendere l’ideale repubblicano al quale si rifà, che è un ideale di uguaglianza, di solidarietà e di patriottismo. E’ per questo che auspico che ogni giovane, senza eccezione, nel momento in cui diventa maggiorenne, viva un incontro con la nazione. Questo incontro permetterà di fare un bilancio generale del livello d’educazione raggiunto dai giovani francesi. Avrà come scopo quello di aprire delle nuove vie per favorire l’inserimento dei giovani in difficoltà. Sarà l’occasione per una informazione civica sul funzionamento della nostra democrazia e delle nostre istituzioni, sul rispetto dei diritti dell’uomo, sull’imperativo della nostra sicurezza. Questi giorni permetteranno di proporre ai giovani le diverse forme di servizio in cui potranno volontariamente impegnarsi. La durata di questo volontariato sarà variabile: nove mesi o forse meno, a seconda delle specialità». Il servizio volontario potrà essere esercitato nei campi del rafforzamento della sicurezza (esercito, gendarmerie, polizia, protezione ambientale e pompieri), del potenziamento della solidarietà nazionale relativa alla salute pubblica (quartieri, ospedali, scuole, associazioni varie), e della cooperazione internazionale.
Dunque, proponendo un servizio nazionale civile/militare volontario e non più obbligatorio Chirac ammette implicitamente la debolezza dello Stato francese. Da tempo la Francia non è più il quadro statuale adeguato per promuovere gli ideali universali della rivoluzione francese o per forgiare, attraverso l’esercito e la scuola, il cittadino-soldato necessario agli Stati nazionali per perseguire le rispettive ragioni di Stato. La Francia, al pari degli altri paesi europei, non ha più l’autorità morale e politica per costringere o convincere i propri cittadini a servire in modo disinteressato il proprio paese.
Le preoccupazioni sull’evoluzione dell’ordine mondiale dopo la fine della guerra fredda sono alla base anche delle riflessioni degli esponenti del governo tedesco. La fine del confronto fra i blocchi militari, dopo una iniziale speranza di maggiore sicurezza per tutti i popoli, ha aperto la strada ad una serie di drammatici conflitti locali e al rischio di una nuova fase nella proliferazione delle armi di distruzione totale. La Germania è il paese più interessato ad una stabilizzazione del quadro mondiale. Come ha riconosciuto il Ministro Rühe, «l’era della politica di potenza è finita in Europa. Il nemico oggi si chiama instabilità e le strategie per difendersi da esso non devono essere pensate per un confronto militare, ma per promuovere l’integrazione… Il confine orientale della Germania è anche il confine fra la stabilità e l’instabilità. Questo confine non può durare a lungo. O esportiamo stabilità oppure importeremo instabilità».[12]
Ma in attesa di una riforma della NATO e del completamento dell’unificazione politica dell’Europa la Germania ambisce a svolgere un ruolo militare che sia all’altezza della sua potenza economica. Per questo il Ministro Rühe dichiara l’impossibilità di smantellare il sistema della leva obbligatoria, che dà alla Bundeswehr la possibilità di mobilitare 340.000 uomini in tempo di pace e 700.000 in caso di guerra. Questa impostazione contrasta però palesemente con l’attuale tendenza dei giovani tedeschi a preferire il servizio civile a quello militare: il numero di obiettori di coscienza supera ormai quello dei giovani arruolati.
E’ in questo complesso quadro che la Francia e la Germania hanno manifestato la volontà di porre la politica estera e di sicurezza comune al centro della revisione del Trattato di Maastricht. Ma mentre la Germania punta all’obiettivo dell’unione politica federale dell’Europa, la Francia mette l’accento sul rafforzamento del ruolo del Consiglio europeo in materia di difesa, mantenendosi quindi nell’ambito delle politiche intergovernative. La Francia da un lato non vuole rinunciare alla propria sovranità in campo nucleare, ma dall’altro lato sa di non poter fare a meno dell’Europa per rendere credibile la propria forza limitata di dissuasione. La Germania dichiara di non volere assumere responsabilità nucleari, attraverso per esempio una forma di politica nucleare concertata con la Francia, ma allo stesso tempo sa di non poter rinunciare all’ombrello nucleare francese, non può abolire la coscrizione obbligatoria senza avere delle garanzie europee, ed è tentata di rafforzare il suo status di media potenza entrando a far parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Nel momento in cui gli USA manifestano l’intenzione di diminuire la loro presenza militare — e nucleare — in Europa, il destino della sicurezza europea sembra momentaneamente tornare nelle mani delle ex-potenze europee, le quali tuttavia si scoprono inadeguate ad assolvere questo compito ed oscillano quindi fra la tentazione di perseguire delle velleitarie politiche nazionali indipendenti e la rassegnazione a un ruolo subalterno alla politica americana. Ma i rischi connessi alla proliferazione nucleare e ai conflitti locali, con le conseguenze sempre più dirompenti sul piano degli equilibri e della sicurezza anche in regioni confinanti con l’Unione, rende ormai molto rischiose sia le vie nazionali che quelle subalterne all’America. Così il calcolo della ragion di Stato di Francia e Germania deve tenere aperta una terza via, quella europea, per garantire più chances a Francesi e Tedeschi di avere un ruolo nel definire il nuovo quadro di sicurezza mondiale. Il problema diventa dunque quello di stabilire se in questo momento basti semplicemente tenere aperta questa via o se invece non occorra accelerare la creazione di un vero Stato federale dotato di tutte le competenze in materia di politica estera e di sicurezza.[13]
 
Franco Spoltore


[1] Ludwig Dehio, «L’agonia del sistema degli Stati», in Sergio Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, Milano, Angeli editore, 1973.
[2] Friedrich Meinecke, «L’idea della ragion di Stato nella storia moderna», in Sergio Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, Milano, Angeli editore, 1973.
[3] Come aveva osservato il Presidente americano Richard Nixon, «quando si tratta della sicurezza nazionale, ogni presidente è semplicemente un anello di una catena. Ogni amministrazione eredita una potenza. E gli investimenti fatti dalle precedenti amministrazioni definiscono il quadro dei cambiamenti che è possibile fare nel breve termine… Io sono profondamente consapevole del fatto che le mie decisioni influenzeranno la possibilità d’agire dei miei successori per garantire la sicurezza della nazione. Ma sono altrettanto consapevole del fatto che non posso prevedere — e posso solo avere un’idea imperfetta in proposito — le crisi che i miei successori dovranno fronteggiare. Perciò non mi resta che rafforzare questo anello della catena». Si veda in proposito il suo Rapporto al Congresso del 25 febbraio 1971.
[3] Si veda in proposito il libro di Konrad Seitz, Europei: una colonia tecnologica?, Milano, Edizioni di Comunità, 1995.
[4] Si veda in proposito il libro di Konrad Seitz, Europei: una colonia tecnologica?, Milano, Edizioni di Comunità, 1995.
[5] David A. Wellman, A Chip in the Curtain, Washington, National Defense University Press, 1989.
[6] Rapporto del Presidente USA Bill Clinton, Technology for America’s Economic Growth. A New Direction to Build Economic Strength, Washington, febbraio 1993.
[7] Cfr. Ministero della Difesa USA, Acquisition Reform: A Mandate for Change, Washington, febbraio 1994: «La nazione deve provvedere ad aumentare velocemente le proprie capacità industriali per soddisfare le esigenze militari in caso di crisi».
[8] Ugo Farinelli, Scorie di guerra fredda, Roma, EDIESSE, 1996.
[9] E’ infatti solo a partire dall’ingresso degli USA nella prima guerra mondiale che l’economia americana viene fortemente condizionata dall’economia di guerra. Agli inizi di questo secolo, la maggior capacità produttiva industriale civile meccanica in Nord America aveva ipso facto messo a disposizione dello scarso arsenale militare USA un potenziale enorme, che infatti costì nel gro di pochi mesi l’invio sull’altra sponda dell’Atlantico di due milioni di uomini equipaggiati per la guerra, tre quarti dei quali in soli cinque mesi.
[10] Si veda in proposito il Discours du Président de la République Jacques Chirac devant l’Institut des Hautes Etudes de Défense Nationale, Parigi, 8 giugno 1996.
[11] Il vertice franco-tedesco di Digione del 5 giugno 1996 ha sancito la volontà della Francia e della Germania di approfondire sempre di più la cooperazione nel campo della difesa. Nel corso della conferenza stampa congiunta del Presidente Chirac e del Cancelliere Kohl quest’ultimo ha detto: «Il Presidente Chirac mi ha informato molto tempestivamente della sua intenzione di riformare l’esercito… E’ stato finora molto rassicurante poter contare sulle armi nucleari francesi per proteggere la sovranità tedesca. Questo non è stato in contraddizione con ciò che si è fatto e ciò che si fa nel quadro della NATO. Ne parleremo. Per il momento la Germania non vuole esercitare alcun diritto di controllo sulle armi atomiche francesi. Questo non è il nostro obiettivo».
[12] Si vedano in proposito gli interventi del Ministro degli Esteri Klaus Kinkel in NATO Review, 26 aprile 1996, e del Ministro della Difesa Volker Rühe alla John Hopkins School for Advanced International Studies, 30 aprile 1996.
[13] Il ministro degli esteri francese, Hervé de Charette, ha dichiarato, a proposito del ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, che si tratta di «stabilire come assicurare la rappresentanza popolare in un sistema in evoluzione» in cui «l’Unione europea non è ancora gli Stati Uniti d’Europa» (Séminaire Franco-Allemand, point de presse conjoint, Parigi, 2 ottobre 1996). Il problema, anche per la politica estera e della sicurezza, sta proprio in questi termini: la Francia e la Germania stanno lavorando per una transizione verso gli Stati Uniti d’Europa o per mantenere questa situazione pericolosamente ambigua? Questa ambiguità non viene risolta dalle dichiarazioni e dalle posizioni che la Francia assume. Sempre il ministro Hervé de Charette non vede per esempio la contraddizione fra considerare normale che il processo di unificazione europea porti alla redazione di una Costituzione europea con il contributo sia dei parlamenti nazionali che del Parlamento europeo ed escludere uno sbocco statuale europeo quando definisce gli Stati Uniti d’Europa «une utopie dangereuse» (Discours du Ministre des Affaires Etrangères M. Hervé de Charette sur la relation Franco-Allemande, Berlino, 7 ottobre 1996).

 

 

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