Anno LVII, 2015, Numero 1-2, Pagina 71

 

 

LO STATO TRA GLOBALIZZAZIONE,
RICCHEZZA E DEBITO:
LA SFIDA DELL’EUROZONA

 

 

La richiesta di cambiare in qualche modo il funzionamento dell’economia globalizzata, o quantomeno il tentativo di controllarne alcuni aspetti, si è fatta strada, da tempo, in vari paesi, dagli Stati Uniti all’Europa, ma è diventata più pressante da quando la crisi ha fatto emergere le molte distorsioni del sistema vigente.

Molti economisti e politici hanno rivolto le loro critiche a una liberalizzazione troppo spinta, a una politica spesso asservita ai grandi poteri economici e finanziari, ai profondi divari di ricchezza che la mondializzazione dell’economia e della finanza ha creato.

Tra questi, quello che ha suscitato maggior dibattito, è stato Thomas Piketty che nella sua opera Il capitale nel XXI secolo, ha presentato un’ampia analisi di dati storici e ha sicuramente dato un notevole contributo nel mettere in evidenza alcuni aspetti delle distorsioni dell’economia globalizzata, favorendo la ricerca delle cause dei divari di ricchezza presenti nel mondo e indicando, tra le possibili soluzioni, il ricorso alla tassazione dei grandi capitali. Ma tanti altri oltre a lui, da premi Nobel per l’economia a opinion leader, a economisti hanno messo in rilievo l’incidenza positiva e negativa che il processo di globalizzazione ha avuto sulle economie dei principali paesi mondiali. Un’osservazione accomuna tutte queste analisi: la constatazione che molti Stati si trovano alle prese con l’impoverimento dei loro bilanci e, di conseguenza della capacità di pianificare la loro politica, in relazione non solo al problema dell’indebitamento, che generalmente è andato crescendo nel tempo, ma anche alla evasione ed elusione fiscale delle grandi imprese globali.

Come osserva Piketty, “Il mondo è ricco: sono gli Stati ad essere poveri. Il caso più estremo è quello dell’Europa, che è insieme il continente in cui i patrimoni privati sono i più alti del mondo e che incontra più difficoltà a risolvere la crisi del debito pubblico”[1]. Emblematico, a questo proposito, è il caso dell’Italia che ha il debito rispetto al PIL più alto dei paesi dell’Eurozona, dopo la Grecia, ma ha un risparmio nazionale pari al 10% del reddito nazionale ed un risparmio privato pari al 15% del reddito nazionale[2]. E ancora: “...nelle prime otto economie sviluppate del pianeta, si osserva una graduale diminuzione del rapporto tra capitale pubblico e reddito nazionale, contestuale alla crescita del rapporto tra capitale privato e reddito nazionale...”. Siamo, cioè, di fronte ad “un processo di privatizzazione del patrimonio nazionale”[3].

Secondo Piketty, l’Europa ha risparmiato di più, nel tempo, rispetto agli Stati Uniti, atteggiamento accentuato negli ultimi decenni per effetto dell’invecchiamento della popolazione europea, soprattutto in alcuni paesi. I patrimoni privati europei “oggi si stanno avvicinando alle sei annualità di reddito nazionale, contro più di quattro annualità degli Stati Uniti”[4]. Il problema è che, se il reddito sale nei periodi di crescita durante i quali si attiva una sorta di circolo virtuoso, viceversa nei periodi di crisi la gente è più restia a spendere, non mette in circolazione abbastanza denaro e il risparmio è spesso in gran parte improduttivo per la crescita dell’economia del paese, perché indirizzato a investimenti su titoli di stato o in immobili, piuttosto che a finanziare l’attività di impresa.

E’ tuttavia importante rilevare, scrive Piketty, la indeterminatezza della nozione stessa di reddito nazionale e di PIL.

Se il reddito nazionale “misura l’insieme dei redditi di cui dispongono i residenti di un dato paese nel corso di un anno” e “il PIL misura l’insieme di beni e servizi prodotti nel corso di un anno sul territorio di un determinato paese”, che non sempre è di proprietà nazionale, può capitare per esempio che “un paese nel quale il complesso delle imprese e del capitale è di proprietà straniera può benissimo avere, una volta dedotti i profitti e gli interessi all’estero, un prodotto interno lordo molto elevato ma un reddito nazionale nettamente più basso. Mentre un paese che possiede buona parte del capitale di altri paesi può disporre di un reddito nazionale molto più elevato rispetto al suo prodotto interno”[5]. Questa situazione è indicativa di ciò che può succedere ai paesi fortemente indebitati verso l’estero: “oggi la realtà è che la disuguaglianza del capitale è molto più un fattore interno che esterno: contrappone più i ricchi e i poveri all’interno di ciascun paese che tra un paese e l’altro”[6].

Il debito: un male necessario?

Gli Stati si sono sempre indebitati per promuovere ed attuare le loro politiche, ma il peso del debito si è fatto sentire più gravemente sui paesi più deboli in occasione della crisi finanziaria.

Il debito si è formato nel tempo in relazione a: 1) andamenti ciclici negativi dell’economia (soprattutto negli anni Settanta) e cattive scelte politiche; 2) costo dello Stato sociale, anche per l’invecchiamento della popolazione e conseguente aumento della spesa pubblica; 3) crisi finanziaria e aiuto alle banche; 4) speculazione internazionale e oscillazioni dello spread.

Riguardo a quest’ultimo punto, alcuni Stati, i PIGS, tra cui l’Italia, hanno rischiato di andare in default, ogniqualvolta è aumentata la sfiducia dei risparmiatori nei confronti dei titoli di Stato, sempre sottoposti alle valutazioni delle agenzie di rating, ed al severo giudizio dei mercati rispetto a situazioni debitorie gravi e a situazioni politiche incerte.

Storicamente, coma osserva Piketty, il debito è stato percepito in modo diverso. “I socialisti del 1800 diffidavano del debito pubblico che percepivano – non senza una certa preveggenza – come uno strumento al servizio dell’accumulazione del capitale privato”, in quanto “il rimborso del debito avveniva a prezzi molto elevati, avvantaggiando chi aveva prestato soldi allo Stato e accrescendo il livello dei patrimoni privati”. Successivamente “nel XX secolo si è sviluppata una visione totalmente diversa del debito pubblico fondata sulla convinzione che l’indebitamento potesse diventare uno strumento al servizio di una politica di spesa pubblica e di redistribuzione sociale a favore dei ceti più modesti. Inoltre nel XX secolo il valore del debito è stato intaccato dall’inflazione e rimborsato con denaro di scarso valore”. Oggi, prosegue Piketty, agli inizi del XXI secolo “una tale visione progressista del reddito pubblico continua a suscitare il favore di molti, ma l’inflazione… è sparita”[7]. Ma anche a questo si può rimediare, pur di alimentare il debito: basta considerare gli effetti dell’inflazione su periodi sempre più lunghi e collegarli a strumenti finanziari nuovi.

In un recente articolo su Le Monde Didier Morteau scrive che gli Stati hanno modificato “progressivamente la struttura dei loro debiti, emettendo una quantità di obbligazioni indicizzate sull’inflazione, proponendo agli investitori una cedola ‘reale’ molto bassa, ma indicizzando in contropartita il capitale da rimborsare sull’inflazione. Così nel più grande silenzio, la Gran Bretagna ha emesso nel 2014 un’obbligazione al 2068, la più lunga della storia, dando una cedola reale dello 0,125%, ma il cui valore di rimborso sarà uguale al capitale dovuto, maggiorato da 54 anni di inflazione!”[8].

Tuttavia, secondo diversi osservatori, non è solo il debito pubblico che dovrebbe preoccupare i mercati in quanto, “il vero problema europeo è il debito privato”, come scrive Benoît Bloissère[9]. L’indebitamento pubblico in Europa è inferiore al debito privato. Nella zona euro questo tasso è del 126% del PIL alla fine del 2014 contro “solamente” il 92% del debito pubblico.

Come nota The Economist, un altro fattore che sta contribuendo a distorcere lo sviluppo dell’economia mondiale è rappresentato dall’aiuto che i governi stessi hanno dato e continuano a dare all’aumento del debito privato, consentendo ai propri cittadini e alle imprese di stornare dal loro imponibile il costo del denaro preso a prestito e di favorire così l’investimento dei capitali verso beni reali e soprattutto verso il settore immobiliare piuttosto che verso investimenti più produttivi. L’accumulo nel tempo di questa pratica, pone ormai dei seri problemi di governo dell’economia nel suo complesso.

“Il costo – e il danno – sono immensi”, scrive il rapporto dell’Economist. “Nel 2007, prima della crisi finanziaria, il valore annuale delle tasse sul reddito in Europa era circa il 3% del Pil – 510 miliardi di dollari – e in America circa il 5% del PIL – 725 miliardi di dollari. Ciò significa che i governi delle due sponde dell’atlantico stavano ormai spendendo di più per rendere meno caro il costo del debito che, per esempio, per la difesa. Anche oggi, con interessi tendenti a zero, i costi del governo americano per gli aiuti al debito rappresentano più del 2% del PIL: più di quanto spende per tutte le politiche per l’aiuto ai poveri. Collegato a questo, c’è il fatto che in questo modo si è incentivato l’indebitamento privato per l’acquisto di immobili, aumentando il prezzo delle case e gonfiando gli investimenti in beni reali piuttosto che favorire gli investimenti in attività produttive e che possono creare sviluppo”. Con il passare del tempo, prosegue The Economist “questo stato di cose ha fatto sì che i benefici sulla tassazione venissero largamente goduti dai più ricchi, accentuando così le diseguaglianze”. E conclude: “Per questo le decisioni delle grandi società finanziarie restano orientate più verso la massimizzazione dell’assistenza alla tassazione sul debito piuttosto che sull’incentivazione degli investimenti produttivi”[10].

Gli Stati sono in difficoltà, ma non solo per la crisi.

L’analisi fatta nel 1991 da Robert Reich[11] era riuscita ad anticipare ciò che sarebbe capitato nel momento in cui l’innovazione tecnologica, con l’avvento della società telematica, la capacità produttiva dell’impresa rete e la contemporanea liberalizzazione nel settore finanziario a livello mondiale avrebbero fatto sempre più sinergia tra loro. Questo fenomeno è iniziato a partire dagli anni Ottanta con Reagan e Thatcher e si è poi amplificato con l’ingresso nel mercato della Cina. E’ così aumentato incredibilmente il volume degli scambi a livello mondiale ed ovviamente i grandi colossi finanziari hanno a loro volta sfruttato l’occasione per espandere affari e profitti.

Nel tempo, lo spostamento di capitali ed i flussi finanziari che si sono creati prima verso l’Asia e poi, di ritorno per investimenti, verso gli USA hanno contribuito a determinare quegli squilibri che hanno trovato nella crisi dei subprime il fattore scatenante di una crisi che dagli USA si è rapidamente propagata nel resto del mondo. Le conseguenze catastrofiche della crisi si sono abbattute sugli Stati evidenziando le loro debolezze economiche e la loro inadeguatezza in termini di politiche sbagliate e di dimensioni statuali, incidendo pesantemente anche sugli indirizzi economici e politici di grandi paesi, nei quali si è sviluppato un atteggiamento più protezionistico sul piano commerciale ed industriale e difensivo contro le fughe di capitali e l’evasione fiscale. Un atteggiamento in generale di ripensamento dei meccanismi di liberalizzazione del mercato globale.

Seppure non si possano negare i grandi vantaggi che la prima fase della liberalizzazione ha dato allo sviluppo dell’economia, anche se in modo squilibrato, già il premio Nobel per l’economia Stiglitz aveva notato che: “L’economia moderna, con la sua fiducia nel libero mercato e nella globalizzazione, aveva promesso prosperità a tutti. La tanto decantata new economy – le strabilianti innovazioni che avevano caratterizzato la seconda metà del Novecento, comprese la deregulation e l’ingegneria finanziaria – doveva consentire una più efficace gestione del rischio, permettendo di porre fine al ciclo economico. Pure non avendo eliminato le fluttuazioni economiche, la combinazioni fra new economy ed economia moderna le tenevano se non altro sotto controllo. O almeno è quanto ci avevano raccontato”[12].

Da tempo gli Stati europei sono diventati spazi sempre più permeabili ai grandi mutamenti della globalizzazione e alle sfide politiche ed economiche che hanno una dimensione mondiale. Sono, quindi, sempre meno in grado di farvi fronte singolarmente o nel contesto europeo che è solo parzialmente integrato.

Nel sistema economico nazionale, i cui cardini sono lo Stato, le imprese e le famiglie, la sostenibilità del sistema si basa sul funzionamento integrato dei suoi componenti, che sono tesi al soddisfacimento dei propri interessi, ma orientati alla sopravvivenza del sistema stesso. Ma, con l’affermarsi della globalizzazione, un elemento del sistema è diventato sempre più estraneo a questo tipo di sistema: si tratta della grande impresa e di parte del sistema finanziario che operano, sempre più, seguendo logiche ed interessi del mercato globale, nel tentativo di reggere il confronto con la competizione in ambito mondiale, anche a scapito del mantenimento dell’occupazione e della stessa produzione materiale nel territorio nazionale d’origine.

Ora, come è noto, lo Stato si finanzia principalmente attraverso tasse, imposte e i titoli di Stato. Ma, mentre le prime sono a basso o a costo zero, sui secondi si devono pagare periodicamente degli interessi. Le imposte sul reddito sono diventate entrate sempre meno consistenti, soprattutto in questi ultimi anni e per diversi motivi. In proposito si può ricordare che: a) per effetto della crisi i redditi si sono molto ridotti e quindi anche le relative imposte pagate; b) a causa di un’alta evasione fiscale, presente in diversi paesi, e mai efficacemente combattuta, continuano ad essere sottratte risorse agli Stati; c) per l’impoverimento del tessuto produttivo industriale e commerciale e del relativo reddito di settore si è eroso l’ammontare delle imposte, accentuato dalla delocalizzazione delle grandi imprese e dalla difficoltà da parte delle amministrazioni fiscali nazionali di definire il reddito tassabile di imprese con capacità d’azione globale.

Per contro è cresciuto fortemente il debito per l’emissione di titoli da parte degli Stati per finanziare i propri sistemi di welfare e le proprie spese. Non deve quindi stupire che da più parti si levino appelli per ristabilire una maggior giustizia nella gestione della fiscalità da parte degli Stati. Si tratta di un’esigenza che riguarda tutti gli Stati, fortemente danneggiati da una globalizzazione finanziaria senza regole e da comportamenti fiscali elusivi dei grandi rentiers e delle imprese mondiali.

I dati sono noti. Secondo l’OCSE, circa il 60% del commercio mondiale passa attraverso le grandi reti di imprese ma “la libertà dei movimenti dei capitali, la presenza di intermediari e di paradisi fiscali permette alle multinazionali una relativa opacità nella determinazione dei ‘prezzi di trasferimento’, attraverso i quali esse rivendono a se stesse i prodotti nelle diverse tappe della loro lavorazione fino alla loro commercializzazione… I paesi sviluppati ci perdono non solamente in termini di posti di lavoro, ma anche – come i paesi poveri – di una parte della loro base fiscale”[13].

Ecco perché già all’indomani della crisi, sull’onda dell’indignazione sull’operato del sistema finanziario, negli Stati Uniti erano maturate azioni governative di controllo volte a una più efficace trasparenza delle transazioni e dei conti bancari.

Per esempio, dal 2014 è stato stipulato un accordo tra gli Stati Uniti e alcuni paesi europei denominato FACTA (Foreign Account Tax Compliance Act), per lo scambio di informazioni con gli USA che entrerà in vigore tra qualche anno. Anche in Europa alla fine del 2013, il Parlamento europeo “ha approvato... una risoluzione che obbliga gli Stati membri a raccogliere e condividere automaticamente i dati sui redditi da lavoro dipendente, i compensi agli amministratori, le assicurazioni sulla vita, pensioni, plusvalenze e dati bancari”[14]. I casi emblematici di questo stato delle cose sono ormai di pubblico dominio. Per esempio Apple dovrebbe versare allo Stato italiano circa 879 milioni di euro perché per cinque anni avrebbe pagato un’aliquota dello 0,05%, invece del 27% sui profitti. Il tutto grazie a un’organizzazione finanziaria delle sue attività globali che, sfruttando le debolezze del sistema giuridico interstatale, ha potuto far capo all’Irlanda, paese a fiscalità avvantaggiata. In questo modo si sono attribuite ad Apple Sales International con base in Irlanda i profitti generali dell’attività commerciale svolta in Italia[15].

Mentre si sta ancora pesantemente criticando l’ondata di liberalizzazione che ha dato origine alla crisi, la competizione tra imprese e Stati è sempre più forte a livello mondiale e si cercano quindi nuove strategie commerciali mondiali. Con altri obiettivi e in quadri diversi rispetto a quanto accaduto nel secolo scorso.

Come ha scritto Alain Frachon, su Le Monde “la globalizzazione economica potrebbe conoscere se non una regressione, un singolare rallentamento... . A Washington, ...i senatori democratici hanno maltrattato i progetti libero-scambisti del Presidente americano. Dal 2013, Obama ha lanciato due grandi programmi di liberalizzazione commerciale. Il Partenariato transatlantico di commercio e investimenti (TTIP) è destinato a creare una zona di libero scambio totale tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. Il Partenariato transpacifico (TPP) deve permettergli di instaurare la stessa cosa tra l’America e una dozzina di Paesi del Pacifico – a cominciare dal Giappone, ma con l’esclusione della Cina… Obiettivo: mettere l’America al centro di una zona commerciale integrata coprente circa i due terzi dell’economia mondiale... . Al di là delle critiche specifiche, il progetto di Obama si scontra – negli Stati Uniti come in Europa o in Giappone – con un riflesso di difesa di fronte a una nuova tappa della mondializzazione”[16].

L’area euro tra privilegi e rischi.

Frequentemente si mette l’accento sulla pesante situazione dell’economia europea e sulla perdita di competitività dell’Europa nel mondo. E’ anche però necessario rendersi conto, che su una popolazione mondiale che nel 2012 contava più di 7 miliardi di abitanti e che nel 2050 si attesterà sui 12 miliardi di persone, la popolazione dell’Unione è l’8%, 540 milioni di abitanti, e l’Unione europea detiene il 21% del PIL mondiale. L’Europa, nel complesso, è tuttora avvantaggiata rispetto ad altre aree del mondo.

Interessante e di immediata percezione è il dato del reddito medio mensile che nell’UE è di 2040 euro, contro i 1150 di Russia e Ucraina, i 780 dell’America Latina, i 580 della Cina, che ha però il 19% della popolazione mondiale, i 240 euro dell’India, che ha il 18% della popolazione mondiale, e i 200 euro dell’Africa. Certo hanno maggiori quote di reddito mensile gli Stati Uniti e il Canada con 3050 euro ed il Giappone con 2250 euro[17].

Ma all’interno dell’Europa permangono grandi distorsioni nel funzionamento dell’economia, come per esempio nel diverso trattamento fiscale delle grandi imprese. Alcuni Stati, anche in Europa, hanno mantenuto lo status di paradisi fiscali, attraendo capitali e risorse a discapito di altri Stati, che hanno dovuto caricare un maggior peso fiscale sulle fasce più deboli e sulle imprese medie.

Sino ad oggi, attraverso il tax ruling, cioè attraverso accordi fiscali segreti tra multinazionali e autorità fiscali, le grandi aziende possono decidere in quale paese è più conveniente pagare le tasse in Europa. Una situazione fortemente distorsiva delle regole del mercato unico. Per questo la Commissione europea ha deciso di rendere illegali questi accordi sotto banco, anche se sono “gli stessi che hanno permesso al paese del Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, ex-premier del Lussemburgo, di attirare sul proprio circoscritto territorio miliardi di euro grazie a tassazioni irrisorie, addirittura sotto l’1%... . Che ci sia molto da lavorare è chiaro sia al Parlamento che alla Commissione, che hanno definito lo stop al segreto del tax ruling il primo passo verso la trasparenza finanziaria. Il Commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici ha annunciato che a giugno verrà presentato un pacchetto di proposte che mirerà ad una maggiore equità nella tassazione europea alle imprese”[18].

Massimo Bordignon ha osservato in proposito che “...mentre i capitali e le imprese sono divenuti completamente mobili, la tassazione sugli stessi è rimasta saldamente nelle mani nazionali, con l’effetto di generare problemi crescenti di concorrenza fiscale tra i diversi paesi. Le imposte sui capitali sono scese ovunque in Europa, scaricando l’onere fiscale sui cespiti non mobili, cioè in sostanza sui redditi da lavoro. Un effetto perverso e alla radice di fenomeni di crescita della disuguaglianza che osserviamo in Europa. Forse è giunto il momento di dire che ci sono paesi che, avendo una moneta comune ed esigenze di armonizzazione diverse, devono necessariamente intraprendere politiche comuni, a cominciare dalla fiscalità. E se qualcuno, per esempio il regno Unito, non ci sta, la faranno quelli che ci stanno”[19]. E così prosegue: “Serve poi, ...una forma d’integrazione positiva, oltre a quella negativa del mercato unico: finora non ci siamo riusciti anche per la resistenza di una serie di paesi, che probabilmente hanno già deciso che dell’euro non vogliono saperne. A questo punto bisogna operare una cesura netta, e trovare meccanismi istituzionali e decisionali che permettano di funzionare in un’unione più ristretta. Ci vogliono più istituzioni federali, sovranazionali per i paesi dell’euro, perché l’UEM, così com’è, non funziona... . Le modifiche istituzionali rilevanti che abbiamo fatto negli ultimi due anni a seguito della crisi, maggiori che nei precedenti dieci, mostrano come ci sia una consapevolezza crescente degli attuali limiti della governance europea. Tuttavia bisogna essere onesti fino in fondo. Questo processo si può concludere solo con un’attribuzione molto più forte di sovranità alle istituzioni europee, che richiedono di essere ulteriormente legittimate sul piano democratico”[20].

Il caso Italia.

Riferendosi all’Italia Piketty rileva che “negli anni Settanta il patrimonio pubblico netto era leggermente positivo, per poi diventare ampiamente negativo a partire dagli anni Ottanta e novanta, in seguito all’accumularsi di enormi deficit pubblici... .Tra il 1970 e il 2010, la ricchezza pubblica è diminuita di circa un’annualità del reddito nazionale, mentre nel medesimo periodo i patrimoni privati sono passati da appena due annualità e mezza del reddito nazionale nel ‘70 a quasi 7 annualità nel 2010, con una crescita di 4 annualità e mezza. In altri termini, la diminuzione del patrimonio pubblico equivale a un quinto o a un quarto della crescita dei patrimoni privati, fatto tutt’altro che trascurabile”[21].

Questo anche perché “anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – o quantomeno la media degli italiani – hanno prestato denaro al governo acquistando buoni del Tesoro o attivi pubblici, accrescendo così il loro patrimonio privato senza accrescere il patrimonio nazionale... . Di fatto, in Italia, tra il 1970 e il 2010 malgrado un notevolissimo risparmio privato (15% reddito nazionale) il risparmio nazionale è stato inferiore al 10%. In altri termini, più di un terzo del risparmio privato è stato assorbito dal deficit pubblico”[22].

Le conseguenze sono ovvie. In base ai dati OCSE “La crisi ha allargato la forbice tra ricchi e poveri.Anche in Italia dove l’1% della popolazione detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta (definita come la somma degli asset finanziari e non finanziari, meno le passività), praticamente il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9%”[23].

Anche se bisogna notare che nonostante le criticità rilevate dall’OCSE, “l’Italia resta il paese dell’area euro con la minor percentuale di famiglie indebitate, il 25,2%, davanti a Slovacchia (26,8%), Austria (35,6%) e Grecia (36,6%), e ben lontana dai livelli delle altre due grandi economie dell’eurozona, Francia (46,8%) e Germania (47,4%), della Gran Bretagna (50,3%) e degli Usa (75,2%). Inoltre solo il 2,3% delle famiglie ha un rapporto debito-asset superiore al 75%, e solo il 2,8% ha un rapporto debito-introiti superiore al 3%“[24].

Che fare?

Le distorsioni dell’economia mondiale dipendono, oltre che dalla difesa degli interessi consolidati, anche dalla difficoltà di comprendere e agire in un contesto sempre più complesso e interdipendente. Notevoli sono le carenze dimostrate dalla scienza economica per affrontare il problema. Come ha osservato François Bourguignon “E’ stata soprattutto la convergenza degli interessi di tutti gli attori del settore finanziario la ragione per la quale la volontà di riforma è stata così debole. In questo settore più che in altri è l’economia politica che conta... . Se si sono capiti meglio i meccanismi che rendono i mercati finanziari economicamente inefficaci, le misure che consentono di correggere queste distorsioni e, più generalmente l’articolazione tra mercati finanziari e economia reale, restano poco conosciuti”[25]. Tra i rimedi, Piketty propone la tassazione dei capitali più elevati, con un imposta progressiva, anche se lui stesso riconosce i limiti di questa proposta in assenza di una qualche forma di regolamentazione mondiale. A livello europeo questa avrebbe certamente un senso, se ci fosse un sistema di governo capace di utilizzare queste risorse per promuovere sviluppo e occupazione.

La battaglia per una tassazione progressiva e più equa è certamente una battaglia che va fatta, pena il venir meno non solo delle conquiste raggiunte nel secolo scorso con l’affermazione del welfare state, ma anche della coesione e della solidarietà sociali[26]. Ma è una battaglia che si può fare solo a partire da un ordinamento giuridico e statuale definito, che richiede tempo e costruzione del consenso politico necessario per condurla a buon fine. Ci sono voluti decenni per affermare nel mondo occidentale il principio della tassazione progressiva, ma da quasi quaranta, a partire dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti questo trend è diventato fortemente negativo con governi sia conservatori sia progressisti.

Se vogliono contribuire a sciogliere questi nodi gli europei devono fondare un nuovo ordinamento statuale. Devono cioè innanzitutto combattere e vincere una battaglia politica.

Quel che è necessario fare è noto. L’economista francese e premio Nobel per l’economia nel 2014, Jean Tirole ha recentemente scritto: “noi Europei dobbiamo accettare la perdita di sovranità che va di pari passo con il vivere sotto lo stesso tetto. E per fare questo, dobbiamo redimerci e schierarci uniti per l’ideale europeo, il che di questi tempi richiede coraggio”[27].

In effetti, come ha ricordato Barry Eichengreen, “Se c’è una sola lezione da trarre dagli smacchi recenti dell’Europa è che l’unione monetaria senza unione fiscale e politica non funzionerà: se l’Europa continua a beneficiare di un tasso di crescita favorevole senza prendere le decisioni difficili necessarie per rimediarle, queste riforme diventeranno sempre più difficili da realizzare”[28].

Questa è la sfida di fronte alla quale si trova l’eurozona.

Anna Costa



[1] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Milano, Bompiani, 2014, p. 862.

[2] Thomas Piketty, op. cit. p. 283.

[3] Thomas Piketty, op. cit. p. 280.

[4] Thomas Piketty, op. cit. p.252.

[5] Thomas Piketty, op. cit. p. 74-75.

[6] Thomas Piketty, op. cit. p. 76.

[7] Thomas Piketty, op. cit. p. 201-203.

[8] Didier Morteau, Un pari dangereux sur l’inflation, Le Monde économie, 14 maggio 2015.

[9] Benoît Bloissère, Sauvons l’Europe, 29 maggio 2015.

[10] The great distortion, The Economist, 16 maggio 2015.

[11] Robert Reich, L’economia delle nazioni, Milano, Il Sole 24 Ore, Società Editoriale Media Economici, 1993.

[12] Joseph Stiglitz, Bancarotta, Torino, Einaudi, 2010.

[13] Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stemberger, Adrien De Tricornot, Inévitable protectionnisme, Parigi, Gallimard, 2012, p. 33 e ss.

[14] Qui Finanze, 13 gennaio 2014.

[15] Huffington Post del 24 marzo 2015.

[16] Alain Franchon, Mondialisation, l’heure du doute, Le Monde, 22 maggio 2015.

[17] Thomas Piketty, op. cit. dati da tab. 1.1 p. 104. Secondo recenti dati del FMI, negli ultimi cinque anni la Cina ha aumentato la sua ricchezza di 7 mila miliardi di dollari, gli USA di 3 mila miliardi di dollari e l’Europa intera di 2,2 mila miliardi di dollari. E, se si misura la ricchezza mondiale in base alla parità di potere d’acquisto, nel 2014 la Cina è il primo paese al mondo, e supera, anche se di poco e per la prima volta, gli Stati Uniti. Tuttavia, se si sommasse il PIL di tutti gli Stati europei, l’Europa è ancora la prima potenza economica mondiale.

[18] Gianluca De Falco, Evasione fiscale delle multinazionali, sarà davvero debellata?, Il fatto24ore.it, 21 marzo 2015.

[19] Massimo Bordignon, Europa la casa comune in fiamme, Bologna, Il Mulino, pp. 50-51.

[20] Massimo Bordignon, op. cit. p. 52-53.

[21] Thomas Piketty, op. cit. p. 281.

[22] Thomas Piketty, op. cit. p. 282.

[23] Italia, al 20% della popolazione il 61,6% della ricchezza nazionale, La Repubblica, 22 maggio 2015.

[24] Ibid.

[25] François Bourguignon, Remarques sur la mondialisation, la crise et la science économique, Commentaire, n. 146, estate 2014, p. 351.

[26] Anthony B. Atkinson, Inequality: What Can Be Done?, Harvard University Press, 2015.

[27] Jean Tirole, Più coraggio negli ideali UE, Il Sole24Ore, 19 marzo 2015.

[28] Barry Eichengreen, Le Poison de la croissance en Europe, Le Monde, 7 maggio 2015.

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