Anno LVII, 2015, Numero 1-2,  Pagina 83

 

 

IL PARADOSSO DELLA POTENZA TEDESCA

 

 


La crisi economico-finanziaria mondiale avviatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti si è sviluppata in Europa in modo acuto a partire dal 2010 e si è espressa in particolare nella precarietà dell’unione monetaria (con il rischio concreto della sua disgregazione e, quindi, del collasso del processo di unificazione europea) e nell’accentuato squilibrio economico, sociale e territoriale fra i paesi forti e i paesi deboli dell’Unione economica e monetaria. In sostanza fra il nucleo centrale guidato dalla Germania, di cui fanno parte Benelux, Austria e Finlandia (con la Francia in una situazione intermedia) e i paesi periferici, i più importanti dei quali sono Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia. Questo squilibrio, che si manifesta in una pluralità di divari (relativi a tasso di sviluppo, disoccupazione, squilibri interni agli Stati, fasce di povertà, produttività, competitività, squilibri commerciali e nella bilancia dei pagamenti, indebitamento e connesso spread) è la ragione preminente della precarietà dell’euro. Esso è d’altra parte il fattore fondamentale alla base del rafforzarsi delle tendenze nazionalistiche contrarie all’unificazione europea a cui si accompagnano contrapposizioni di tipo nazionalistico fra i paesi europei. Alle accuse di egoismo nei confronti dei paesi economicamente forti, che trarrebbero vantaggi dall’integrazione a danno dei paesi deboli, si contrappongono accuse di parassitismo e mancanza di disciplina economico-finanziaria nei confronti dei paesi in difficoltà. In questo contesto si segnalano diffuse preoccupazioni circa il ruolo egemonico della Germania nell’UE che evocano i fantasmi di un passato in cui la “questione tedesca” è stata il fondamentale fattore conflittuale sfociato nelle guerre mondiali. In riferimento a queste preoccupazioni e al dibattito che si è sviluppato attorno ad esse va segnalato il libro di Hans Kundnani (research director presso l’European Council on Foreign Relations e associate fellow presso l’Istituto di Studi Germanici dell’Università di Birmingham), The Paradox of German Power (London, Hurst Company, 2014). Attraverso una ricostruzione storica sintetica ma di alto livello del rapporto fra Germania ed Europa dall’epoca della unificazione nazionale fino all’attuale crisi dell’unificazione europea l’autore si chiede in sostanza se e in quali termini abbia senso oggi parlare di “questione tedesca”. Ritengo che, presentando nei suoi aspetti essenziali il discorso svolto da Kundnani, e cercando di chiarirne pregi e limiti, si possa contribuire al raggiungimento di una visione adeguata della questione tedesca.

In riferimento al periodo fra l’unificazione nazionale e il 1945, Kundnani sostiene la tesi del ruolo determinante della Germania nella genesi e nello svolgimento delle due guerre mondiali, che sono state nella loro essenza due tentativi di imporre l’egemonia tedesca sull’Europa. Fra di essi c’è dunque continuità, anche se è evidente la profonda differenza fra il regime guglielmino e quello nazionalsocialista, caratterizzato dagli spaventosi crimini interni e di guerra propri di un perfetto sistema totalitario. Alla base della politica egemonica tedesca c’è l’intreccio di due fattori: uno strutturale e l’altro ideologico.

Il fattore strutturale è costituito fondamentalmente dalla posizione di “semiegemonia” in Europa in cui la Germania si è venuta a trovare in seguito all’unificazione nazionale del 1871: di fatto, la Germania raggiunse una dimensione di eccessiva potenza, e quindi incompatibile con uno stabile equilibrio di potenza in Europa, ma d’altra parte non sufficiente per realizzare una stabile e pacifica egemonia. Questa situazione strutturale era destinata a spingere le altre potenze europee a formare coalizioni per bilanciare il peso tedesco. Ciò a sua volta non poteva non far nascere in Germania il timore nei confronti di tali coalizioni (l’incubo delle coalizioni e, quindi, dell’accerchiamento) che spingeva a misure per proteggersi da esse. Ma queste misure inevitabilmente minacciavano le altre potenze e quindi acceleravano la formazione della coalizioni. Questa dialettica strutturale – esempio classico del dilemma della sicurezza – ebbe un’impennata decisiva allorché la Germania negli anni Novanta del XIX secolo avviò la Weltpolitik, cioè la partecipazione senza più le remore che aveva avuto Bismarck alla gara imperialistica. L’obiettivo era quello di costituire un grande impero coloniale e di raggiungere in tal modo dimensioni corrispondenti a quelle delle grandi potenze mondiali (Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti) e di ottenere quindi lo spazio vitale di sviluppo indispensabile per evitare la decadenza a cui erano destinati gli Stati nazionali europei. Lo strumento fondamentale della Weltpolitik fu la costruzione di una potente flotta d’alto mare che doveva essere in grado di superare l’egemonia navale mondiale britannica. Essendo il primato navale la fondamentale garanzia della sicurezza britannica, la decisione tedesca costrinse Londra, oltre che a rafforzare la sua marina, a schierarsi con la duplice alleanza franco-russa, che divenne la triplice intesa contrapposta alla triplice alleanza, i cui pilastri stabili erano la Germania e l’Impero austro-ungarico, data la relativa debolezza dell’Italia e la sua incerta posizione. L’equilibrio europeo assunse pertanto una configurazione bipolare, il che rese inevitabile il passaggio da un grave conflitto fra due potenze appartenenti ai blocchi contrapposti (nel caso l’Austria-Ungheria e la Russia) a un conflitto generale. Kundnani ritiene dunque che nella genesi della prima guerra mondiale il fattore decisivo non sia rappresentato da errori di calcolo o colpe dei protagonisti (in particolare della Germania), bensì da una causa sistemica, cioè dalla posizione tedesca di semiegemonia con il connesso oggettivo sviluppo verso il bipolarismo. Proprio per superare la estremamente difficile e instabile posizione semiegemonia, la Germania ha perseguito, una volta scoppiata la guerra, l’obiettivo dell’egemonia sull’Europa, cioè il superamento dell’equilibrio delle potenze in Europa che implicava il costante pericolo dell’accerchiamento e bloccava la prospettiva di diventare una potenza mondiale.

In seguito alla sconfitta del 1918 la potenza tedesca subì importanti limitazioni a causa della perdita delle colonie, di vasti territori in Europa, di importanti sbocchi economici e a causa di pesanti limitazioni negli armamenti e del peso delle riparazioni di guerra imposti dal Trattato di Versailles. Ma la configurazione di base dell’Europa rimase invariata. In una situazione in cui la pace continuava a dipendere dalla balance of power – anche a causa dell’inconsistenza del tentativo di sostituire la politica di potenza con il sistema di sicurezza collettivo fondato sulla Società delle Nazioni, priva di un proprio potere coercitivo – la Germania si trovò di fatto ad essere in termini relativi più potente di prima, dal momento che gli altri imperi erano collassati, la Francia era esaurita per l’enorme sforzo bellico e pure la Gran Bretagna era fortemente indebolita. In questo quadro di equilibrio instabile e di generale decadenza economica dell’Europa, la Germania di Weimar perseguì l’obiettivo di recuperare la sovranità limitata da Versailles, di ottenere la parità formale con le altre potenze, di recuperare i territori perduti a vantaggio della Polonia. Questo obiettivo, condiviso dalla grandissima maggioranza delle forze politiche tedesche, fu perseguito cercando di sfruttare le divergenze fra le potenze occidentali e la tensione fra queste e l’Unione Sovietica ma con modalità diplomatiche e pacifiche, anche se era un dato di fatto che il revisionismo avrebbe portato ad uno squilibrio nel sistema europeo ancora più acuto di quello prebellico. La situazione cambiò in conseguenza della crisi del 1929, che ebbe conseguenze disastrose in Europa e in particolare in Germania, in cui si restrinsero fortemente le prospettive di sviluppo economico, già indebolite in seguito alla sconfitta del 1918. In questo quadro giunse al potere il partito nazista e poté costruire uno Stato totalitario avente come obiettivo della propria politica estera non solo il revisionismo rispetto alla sistemazione di Versailles, ma il perseguimento consequenziario e con i mezzi più brutali dell’egemonia sull’Europa, in modo da superare definitivamente la condizione di semiegemonia. La guerra scatenata da Hitler con questo disegno si concluse invece con la sconfitta definitiva della Germania e nello stesso tempo con il superamento della centralità del sistema europeo degli Stati ed il suo assorbimento nel sistema mondiale dominato da USA e URSS.

Sottolineata l’importanza della semiegemonia come fattore strutturale centrale della politica tedesca che sfociò sulle due guerre mondiali, Kundnani richiama anche l’attenzione sul fattore ideologico, costituito dal nazionalismo, il quale ha rafforzato la spinta oggettiva proveniente dal fattore strutturale. Il nazionalismo tedesco era caratterizzato, come tutti i nazionalismi delle grandi potenze, dalla tendenza a perseguire in modo prioritario l’interesse nazionale e, quindi, nel quadro anarchico dei rapporti internazionali, a sfruttare ogni occasione per incrementare la propria potenza ed estendere il proprio spazio economico. A questa tendenza di associavano peraltro tre caratteristiche che la distinguevano dalle potenze occidentali europee, in particolare dalla Gran Bretagna e dalla Francia.

La prima e più significativa era il rifiuto della liberaldemocrazia che aveva le sue radici nell’illuminismo e che si era affermata nell’Europa occidentale e nell’America settentrionale. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, si affermò nella Prussia, e poi nell’intera Germania unificata sulla base dell’egemonia prussiana, un sistema politico con aspetti formali democratici, come il suffragio universale, ma con il potere effettivo concentrato nelle mani della monarchia e dell’esercito (dominato dalla classe dei grandi proprietari terrieri, gli Junker), in sostanza un sistema autoritario illiberale. La connotazione autoritaria dello Stato nazionale tedesco si esasperò, dopo la parentesi weimariana in cui si cercò di realizzare un sistema liberaldemocratico, con l’avvento al potere del nazionalsocialismo, che costruì un organico ed efficiente sistema totalitario e, su tale base, poté perseguire senza più alcun ostacolo interno il secondo tentativo egemonico.

Accanto alla tendenza illiberale-autoritaria (che viene generalmente definita “Sonderweg”, cioè percorso particolare rispetto all’occidente), la seconda caratteristica del nazionalismo tedesco è individuata nella idea della missione tedesca. Nella classe dirigente dello Stato nazionale tedesco si affermò la convinzione che il sistema politico-sociale tedesco fosse non solo diverso da quello proprio dell’occidente, ma nettamente superiore ad esso. Pertanto, che il rafforzamento della potenza tedesca e quindi il perseguimento dell’egemonia in Europa fossero anche la via per diffondere gli aspetti fondamentali di questo sistema al di fuori della Germania. Un orientamento che si esasperò con il nazionalsocialismo.

Viene infine sottolineata (in modo peraltro meno approfondito) una terza peculiarità del nazionalismo tedesco, cioè il socialimperialismo e bonapartismo, con cui si intende la spinta all’imperialismo in quanto strumento per risolvere-controllare le tensioni interne connesse con il sistema politico-sociale autoritario e infine totalitario.

La visione proposta da Kundnani, e qui sinteticamente riassunta, delle ragioni profonde che stanno alla base della politica tedesca va nella giusta direzione nello sforzo di comprendere la questione tedesca superando i limiti della semplice cronaca degli avvenimenti e le semplificazioni fuorvianti sulle colpe della nazione tedesca. In effetti l’autore si rifà esplicitamente all’interpretazione sviluppata da Ludwig Dehio (specialmente al concetto di semiegemonia) che della questione tedesca è in assoluto la più chiarificatrice e rimane insuperata[1]. Non si può però non rilevare che Kundnani tralascia due fondamentali chiarimenti proposti dall’ultimo grande esponente della scuola rankiana[2].

In primo luogo non prende in considerazione il discorso relativo al legame esistente fra la posizione della Prussia e quindi della Germania nel sistema degli Stati e il carattere autoritario del suo sistema politico. Dehio si riallaccia alla teoria imperniata sulla distinzione fra Stati insulari e Stati continentali sviluppata da Alexander Hamilton nel saggio ottavo del Federalist[3], dalla scuola rankiana[4] e da John Robert Seeley5]. Gli Stati insulari (esempi fondamentali: la Gran Bretagna e gli Stati Uniti), godendo di una posizione strategica privilegiata per l’assenza di minacce provenienti da potenti vicini, sono stati storicamente caratterizzati da una politica estera relativamente più pacifica e da una evoluzione interna in direzione di strutture politico-costituzionali e sociali liberali, elastiche e decentrate, mentre gli Stati continentali (quali la Prussia-Germania, l’Austria e in minor misura la Francia) sono stati caratterizzati al contrario da una politica estera relativamente più aggressiva e bellicosa e, correlativamente, dalla tendenza all’accentramento autoritario al loro interno. Questa differenza è legata in ultima analisi all’influenza determinante della politica estera su quella interna. Negli Stati continentali l’esigenza di sicurezza caratterizzata dalla necessità di difendere confini terrestri contro il pericolo di un attacco per via di terra ha imposto un orientamento tendenzialmente più offensivo (che cerca non di rado di prevenire l’avversario con l’attacco di sorpresa) e determinato la formazione di enormi apparati militari impiegabili con la massima rapidità possibile e, quindi, reso inevitabile l’affermarsi per la propria sopravvivenza di strutture politiche accentrate ed autoritarie in grado di realizzare una mobilitazione rapida e completa a fini difensivi e offensivi di tutte le energie disponibili. Tutte queste servitù hanno invece pesato nettamente meno sui paesi insulari, data la loro favorevole posizione strategica e la connessa possibilità di una difesa assicurata essenzialmente dalla flotta da guerra, evitando la costosa, in termini economici ma soprattutto politico-sociali, creazione degli enormi eserciti di terra degli Stati continentali e dei connessi apparati burocratici accentrati, implicanti fatalmente il rafforzamento del momento dell’autorità rispetto a quello della libertà nella vita dello Stato. In questo contesto la Prussia-Germania appare come lo Stato continentale per eccellenza, circondata da potenti vicini e ossessionata dalla oggettiva prospettiva della guerra su più fronti. Ed è perciò comprensibile che le tendenze liberaldemocratiche abbiano avuto comparativamente minori possibilità di affermarsi in confronto con le altre grandi potenze europee.

Il che non giustifica minimamente le tendenze autoritarie-totalitarie e i loro crimini interni ed internazionali ma chiarisce la situazione oggettiva che ha decisamente favorito il loro prevalere contro le tendenze liberaldemocratiche che pur sono state presenti nell’esperienza prussiano-tedesca. Se non si tiene conto del potente condizionamento derivante dalla posizione nel sistema degli Stati (il cosiddetto “primato della politica estera”), non si capisce adeguatamente la questione tedesca e si finisce per cadere nella inconsistente teoria dei caratteri nazionali che tendenzialmente sbocca nell’idea assurda dell’anima demoniaca della nazione tedesca[6].

L’altra fondamentale chiarificazione proposta da Dehio e che Kundnani non utilizza in modo adeguato è il discorso sulla crisi storica degli Stati nazionali europei come filo conduttore dell’epoca delle guerre mondiali. Esso non è alternativo alla tesi della semiegemonia ma rafforza nettamente la sua capacità esplicativa. Quando Kundnani parla dell’imperialismo guglielmino precisa che esso venne giustificato con l’esigenza di ampliare lo spazio statale e quindi economico tedesco in una situazione in cui lo sviluppo industriale apriva il futuro al dominio su scala mondiale degli Stati di dimensioni continentali. Però questa argomentazione viene presentata essenzialmente come una giustificazione ideologica dell’imperialismo, mentre in realtà, come chiarisce Dehio, questa giustificazione era una risposta al problema reale costituito dalla crisi storica degli Stati nazionali europei, le cui dimensioni erano davvero strutturalmente superate nel contesto dell’avanzata rivoluzione industriale che richiedeva effettivamente dimensioni statali continentali. Di fronte a questa sfida si poneva una alternativa drastica: o l’unificazione europea pacifica e federale (che a partire dalla fine del XIX secolo comincia faticosamente ad emergere nel dibattito politico-culturale), o l’ampliamento delle dimensioni statali su base imperialistica. Proprio perché in tutte le classi dirigenti delle potenze europee non c’era ancora alcuna disponibilità in direzione della prima scelta, prevalse la scelta imperiale che si sviluppò logicamente in disegno egemonico europeo da parte del più forte Stato nazionale europeo che partiva da una posizione semiegemonica.

La spinta egemonica tedesca che si manifesta con le guerre mondiali rientra nella continuità dei tentativi egemonici che nel corso della storia moderna hanno perseguito i più forti Stati continentali europei nel momento in cui sono giunti all’apice della loro potenza, prima la Spagna, poi la Francia e infine la Germania. Nel caso della Germania il dato nuovo è il tentativo egemonico come risposta imperiale (con la “spada di Satana” come ha detto Einaudi) alla crisi storica degli Stati nazionali europei, il cui fallimento ha coinciso con il crollo della potenza degli Stati nazionali e con l’apertura di una nuova fase storica, il cui filo conduttore è rappresentato dalla spinta all’unificazione pacifica dell’Europa (con la “spada di Dio”)[7]. Il fatto che Kundnani non colga adeguatamente questo aspetto che caratterizza la questione tedesca nell’epoca che va dall’unificazione nazionale al crollo del 1945, indebolisce la capacità chiarificatrice della sua visione e non gli permette di capire in modo soddisfacente la problematica dell’unificazione europea. Con ciò veniamo alla sua visione della evoluzione tedesca dopo il 1945 che comincio con il ricostruire nei suoi aspetti essenziali.

Questa evoluzione si articola in due fasi che presentano secondo l’autore significative differenze: la fase dal 1945 alla riunificazione nazionale del 1990 e la fase dalla riunificazione alla crisi europea 2010-2014. La prima fase ha come filo conduttore il superamento nella Germania di Bonn del nazionalismo nei suoi due aspetti fondamentali sopraricordati.

Anzitutto, nel contesto dell’esaurimento storico della potenza tedesca (un fenomeno che coinvolge in sostanza tutti gli Stati nazionali europei e quindi anche quelli usciti formalmente vincitori dalla seconda guerra mondiale) e della connessa stabile egemonia degli Stati Uniti sull’Europa occidentale, viene sradicata la tendenza espansionistica e, quindi, la tendenza all’uso della potenza militare come strumento decisivo per ottenere la sicurezza e lo sviluppo economico. Queste esigenze vengono perseguite attraverso lo stabile inquadramento nella Comunità atlantica a guida americana e nel processo di integrazione europea, che vengono considerate come le basi insostituibili per la realizzazione della riunificazione nazionale. L’impiego delle forze militari tedesco-occidentali, che vengono ricostituite dopo il fallimento della Comunità europea di difesa con forti limitazioni degli armamenti e soprattutto inquadrate strettamente nella NATO, è consentito, su base costituzionale (un limite che verrà superato alla fine degli anni ’90), solo nell’area europea per la difesa della Comunità atlantica. In sostanza il modello a cui tende ad espirarsi la Germania occidentale è quello della “potenza civile”, che non significa soltanto potenza commerciale contrapposta a potenza militare, ma Stato la cui politica estera ha come obiettivo fondamentale il superamento della politica di potenza (la sicurezza fondata essenzialmente sulla forza militare nazionale), cioè la realizzazione di un monopolio multilaterale dell’uso della forza analogo al monopolio dell’uso della forza nel contesto domestico, in altre parole la pace in senso kantiano[9].

L’altro aspetto fondamentale del nazionalismo tedesco che, in collegamento con l’inquadramento nella Comunità atlantica e nell’integrazione europea, viene radicalmente superato nell’esperienza dalla Germania di Bonn è l’opposizione ai valore liberaldemocratici occidentali, il Sonderweg. Qui si realizza quella che Einrich August Winkler definisce la lunga marcia verso l’occidente, la quale trova la sua conclusione con la riunificazione nazionale[ix]. La Germania occidentale diventa uno dei più avanzati Stati liberaldemocratici del mondo, anche per la struttura federale interna e per il sistema dell’economia sociale di mercato. In collegamento con l’occidentalizzazione (la Westbindung), in cui si inquadra la sua europeizzazione (la scelta in direzione della “Germania europea” in contrapposizione alla scelta in direzione della “Europa tedesca”) si manifesta la condanna sempre più sistematica e coinvolgente del passato autoritario e ancor più di quello totalitario, con il riconoscimento dei suoi crimini spaventosi. La Germania occidentale è il paese che, esprimendo un forte senso di colpevolezza storica, ha fatto più di tutti i conti con il passato. La sua identità si è venuta fondando proprio sulla condanna radicale dei crimini commessi dal nazionalismo specialmente nella sua fase finale totalitaria. Si parla in effetti su un’identità tedesca fondata nell’orrore per Auschwitz (Auschwitz Identität).

Se la questione tedesca appare superata nell’esperienza della Germania di Bonn (la cui conclusione con la riunificazione nazionale è addirittura percepita, sulla scia di Winkler, come l’equivalente tedesco dell’idea di Francis Fukuyama della “fine della storia”), successivamente agli avvenimenti del 1989-1990, che hanno introdotto un mutamento geopolitico drammatico come quello del 1871, la situazione cambia in modo evidente. Nel nuovo quadro internazionale l’evoluzione tedesca dalla riunificazione nazionale fino al 2014 è in effetti caratterizzata dal progressivo riemergere della questione tedesca con un crescendo che ha la sua manifestazione più netta negli anni della crisi europea iniziata nel 2010.

Il dato fondamentale è rappresentato dal ripresentarsi di una situazione di semiegemonia tedesca, con caratteristiche diverse rispetto a quella precedente il 1945, e cioè non geopolitiche – gli Stati nazionali europei hanno perso definitivamente il ruolo di grandi potenze –, bensì geoeconomiche. In sostanza nel quadro dell’integrazione europea la Germania è diventata troppo grande sul piano economico per stare alla pari con i suoi vicini ai quali tende perciò a imporre le sue posizioni circa il governo dell’economia europea e le modalità con cui affrontare la crisi. D’altra parte è troppo piccola per assumere un ruolo di egemonia piena con tutti i costi che ciò comporterebbe. In altri termini si è prodotto un profondo squilibrio rispetto ai partner, ma c’è il rifiuto di assumersi gli oneri per rilanciare le loro economie. Questi dovrebbero consistere in misure per ridurre i surplus commerciali, per permettere un moderato aumento dell’inflazione, per agire come consumatore in ultima istanza, per realizzare una organica solidarietà comprendente forme di mutualizzazione dei debiti e il lancio di un piano Marshall per le economie indebitate dell’Europa. Questo approccio è per contro sistematicamente rifiutato e al suo posto c’è la monocorde insistenza sulla austerità, la quale rende più difficile il ritorno alla crescita per i paesi periferici, acutizza il loro squilibrio rispetto alla Germania e peggiora la crisi. La conseguenza più generale e preoccupante della politica tedesca nel quadro dell’integrazione europea è una crescente instabilità, che si manifesta nel riemergere dei nazionalismi e nella tendenza alle coalizioni che cercano di limitare la preponderanza tedesca. Non si tratta certamente di coalizioni diplomatico-militari implicanti la prospettiva di conflitti, inconcepibili fra gli Stati nazionali europei che hanno cessato in modo irreversibile di essere potenze autonome, ma si sta comunque sviluppando una instabilità che mette a serio rischio l’integrazione europea.

L’affermarsi di una situazione di semiegemonia tedesca nel quadro dell’integrazione europea con le sue inquietanti implicazioni è accompagnata, nella visione di Kundnani, dal riemergere in Germania di tendenze nazionalistiche. Non viene messa assolutamente in discussione la storicamente consolidata scelta in direzione della liberaldemocrazia e non si profilano velleità geopolitiche, ma destano preoccupazione alcuni sviluppi. Intanto si nota un’insistenza da parte di personalità politiche importanti (si citano in particolare Egon Bahr, Helmut Schmidt e Gerhard Schröder) e di intellettuali sul ritorno alla normalità che viene intesa come il perseguimento degli interessi nazionali e della sovranità senza essere condizionati dal ricatto di Auschwitz. Significativa è anche la insistita presentazione della politica economico-sociale tedesca (il Modell Deutschland) come modello più valido in assoluto, che i partner europei devono pertanto imitare e che si cerca effettivamente di imporre attraverso la posizione economica dominante della Germania – in sostanza una rinascita in forme nuove e certamente meno coercitive dell’idea della missione tedesca propria del periodo che si è concluso nel 1945. Degni di attenzione sono anche alcuni segnali dell’incrinarsi del legame con l’occidente. Al riguardo vengono in particolare ricordati: il mancato appoggio all’occupazione (e al cambiamento di regime) dell’Irak nel 2003; la mancata partecipazione all’intervento in Libia del 2011; la posizione nei confronti della Russia in occasione della crisi ucraina, che richiama per certi aspetti la politica del pendolo fra Est ed Ovest nel periodo fra le due guerre mondiali, e che era riaffiorata in certi aspetti della Ostpolitik di cui fu architetto Egon Bahr. Una forma di appannamento dello Westbindung è anche considerata la dura critica nei confronti delle teorie e delle pratiche neoliberiste anglosassoni e, in questo quadro, allo sviluppo economico fondato su un debito senza freni.

Ricordati gli aspetti essenziali della visione proposta da Kundnani dell’evoluzione tedesca dal 1945 ad oggi, ritengo che si debbano apprezzare molte interessanti informazioni e osservazioni, ma che si debbano altresì rilevare dei limiti che rendono insoddisfacente il suo sforzo di chiarire la questione tedesca riemersa dopo la riunificazione nazionale.

Comincio da un limite circoscritto che si manifesta nel discorso sull’allentamento del legame tedesco con l’occidente. L’aspetto chiaramente inaccettabile di questo discorso è rappresentato dalla commistione fra un concetto di occidentalizzazione intesa come coerente adesione ai valori liberaldemocratici, i quali hanno le loro radici nell’Illuminismo (di cui Kant è stato uno dei più lucidi esponenti) e hanno trovato le prime applicazioni pratiche nei paesi occidentali (e in particolare nei paesi anglosassoni e nella Francia), e un’idea di legame con l’occidente consistente nell’allineamento sistematico con le politiche americane. Sulla base della loro posizione egemonica mondiale gli Stati Uniti hanno indubbiamente svolto un ruolo di grandissimo valore in particolare nella lotta contro i totalitarismi e nel processo di pacificazione, integrazione e democratizzazione dell’Europa, e in parte anche nella decolonizzazione. Ma dopo la fine della guerra fredda hanno compiuto scelte tutt’altro che costruttive e fra queste rientrano in particolare l’avventurismo internazionale dell’Amministrazione di Bush figlio e anche la politica nei confronti della Russia post-sovietica – scelte riconducibili alla tendenza velleitaria a costruire un ordine mondiale fondato più sulla propria egemonia che su di un sistema pluripolare cooperativo. La resistenza della Germania nei confronti di queste scelte ha a che fare con il buon senso e non con il distacco dall’occidente. E lo stesso si può dire circa le critiche al neoliberismo, che è destinato a indebolire il sistema liberaldemocratico mentre l’economia sociale di mercato ne è un indispensabile fattore di consolidamento.

Ciò detto, il limite fondamentale di Kundnani è l’incapacità di inquadrare in modo adeguato la questione tedesca (come si presenta dopo la riunificazione nazionale) nel processo di integrazione europea. E’ sostanzialmente giusto sottolineare che il rapporto fra Germania ed Europa è contrassegnato da una situazione semiegemonica, che comporta un grave squilibrio rispetto ai partner e la conseguente tendenza a imporre la propria visione sul modo di superare la crisi economica e quindi la propria linea di politica economica. Ma questa argomentazione non è adeguatamente chiarificatrice se non viene collegata all’incompletezza dell’integrazione europea.

Il punto è che l’integrazione europea – come risposta alla crisi storica degli Stati nazionali europei che nella fase in cui essi erano grandi potenze è stata la causa di fondo dell’imperialismo egemonico tedesco – ha costituito il quadro decisivo del superamento della questione tedesca emersa nel periodo 1871-1945. Sono stati certamente importantissimi il crollo della potenza degli Stati nazionali e la conseguente egemonia americana che hanno sradicato i rapporti di potenza fra gli Stati europei, aprendo la strada alla loro cooperazione pacifica duratura. D’altra parte in questo contesto l’integrazione europea, favorita nel suo avvio dal Piano Marshall che subordinò un aiuto vitale al superamento delle chiusure nazionali, è stata determinante in quanto via per il superamento pacifico delle asfittiche dimensioni economiche degli Stati nazionali. Questi hanno potuto così perseguire il loro sviluppo economico, e quindi il recupero del ritardo rispetto agli Stati Uniti, tramite la pacifica costruzione di un sistema economico di dimensioni continentali invece che attraverso la ricerca imperialistica degli spazi vitali. Il progresso economico (e conseguentemente sociale) non più bloccato dai protezionismi nazionali, assieme al superamento della politica di potenza (la guerra è diventata praticamente impossibile fra gli Stati nazionali europei) è stato il fattore decisivo del progresso democratico generale in Europa, che, nel caso della Germania, ha significato la sua occidentalizzazione nel senso del superamento delle radicate tendenze autoritarie.

D’altra parte l’integrazione europea è incompleta dal momento che non è ancora giunta ad una piena federalizzazione ed è qui la causa di fondo degli squilibri fra paesi forti e paesi deboli e, in particolare, fra la Germania e i suoi partner. In effetti questo squilibrio è legato al mancato passaggio da un’integrazione economica essenzialmente negativa (cioè l’eliminazione degli ostacoli al libero movimento delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi, di cui è una componente essenziale l’unificazione monetaria in quanto elimina il protezionismo legato alla fluttuazione dei cambi) a una integrazione economica positiva (cioè forti politiche di coesione economica, sociale e territoriale, in modo da poter affrontare gli squilibri inevitabilmente prodotti dal mercato non adeguatamente governato). L’aver integrato economicamente paesi con forti differenziali di crescita, di produttività e di efficienza senza introdurre una strutturale solidarietà (che con i cosiddetti fondi strutturali ha un carattere appena embrionale) non poteva non produrre, pur nel quadro di una crescita complessiva dell’economia europea, i gravi squilibri che conosciamo e che sono all’origine della precarietà dell’euro e del diffondersi delle tendenze nazionalistiche. Se ciò è chiaro, deve essere altresì chiaro che l’integrazione economica positiva, e quindi una organica solidarietà fra paesi forti e deboli, richiedono un sistema istituzionale sopranazionale efficiente (e quindi implicante l’eliminazione senza residui dei diritti di veto nazionali) e democraticamente legittimato (le istituzioni sopranazionali devono fondarsi sul consenso dei cittadini europei raccolto contestualmente nei paesi forti ed in quelli deboli)[10].

Ciò significa una scelta federale in senso pieno, la quale è dunque la condizione per salvare l’integrazione europea e nello stesso tempo il quadro in cui si supera la questione, gravida di pericoli, del rapporto fra la Germania e suoi partner europei. Se in effetti si apre una concreta prospettiva di sviluppo economico armonico che coinvolga l’insieme dei paesi europei, sono destinate ad essere superate le preoccupazioni suscitate dalla posizione economicamente dominante della Germania. D’altra parte il passaggio da un sistema prevalentemente confederale (qual è quello attuale dell’UE) ad uno federale è destinato a relativizzare gli squilibri politici legati alle dimensioni demografiche (la Germania non ha nessuna colpa se è il paese più popoloso dell’UE), dal momento che si deciderebbe inderogabilmente a maggioranza e quindi senza veti nazionali, sia pure con le ponderazioni proprie dei meccanismi federali. Va anche sottolineato che la piena federalizzazione, che deve ovviamente comprendere una politica estera, di sicurezza e di difesa unica, comporterebbe anche l’introduzione, oltre alla solidarietà economico-sociale, di una organica solidarietà fra i membri dell’UE relativamente alle questioni della sicurezza. Ciò porterebbe al superamento degli atteggiamenti opportunistici consistenti nell’essere più consumatori che produttori di sicurezza, il che è un fenomeno diffuso nell’ambito dell’UE e riguarda anche la Germania.

Se il problema è quello della federazione, la difficoltà è rappresentata dalla resistenza strutturale dei governi nazionali ai trasferimenti di sovranità, pur essendo essi d’altro canto costretti dalla situazione storica di impotenza in cui si trovano gli Stati nazionali, a portare avanti una politica di integrazione europea. In questo contesto si deve rilevare che fra i grandi Stati europei la Germania è quello relativamente più disponibile rispetto a una consequenziaria scelta federale. Certamente tende a frenare un sistema di organica solidarietà da realizzarsi in un quadro intergovernativo, cioè al di fuori di un vero sistema federale fondato su decisioni democratiche a maggioranza. E ciò è comprensibile perché nel sistema intergovernativo i governanti nazionali, dei quali è richiesto l’accordo unanime per realizzare una politica economica europea implicante la solidarietà dei più forti rispetto ai più deboli, sono responsabili di fronte agli elettori nazionali e non agli elettori europei (si pensi a cosa avverrebbe se le politiche economiche a livello nazionale dovessero essere decise da un consiglio di presidenti di regioni decidenti all’unanimità!). La posizione dei responsabili politici tedeschi è in effetti contraria ad una “unione dei trasferimenti”, ma è anche integrata dalla affermazione secondo cui i trasferimenti di risorse devono essere collegati ai trasferimenti di competenze, in altre parole a un sistema federale. La questione di fondo da risolvere è se mai l’atteggiamento recalcitrante rispetto a una chiara scelta federale da parte del partner europeo più importante della Germania e cioè della Francia, la quale insiste sulla solidarietà sul piano economico-sociale, e anche su quello della sicurezza, ma è ancora dominata da un sovranismo antifederalista. Qui risiede la “questione francese”.

In conclusione, Kundnani centrando la sua analisi della questione tedesca sulla chiave interpretativa della semiegemonia (riemersa dopo la riunificazione nazionale) apre un discorso di ben diverso livello rispetto a quello contenente tesi tipo “il ritorno del quarto Reich” o “i tedeschi sono sempre gli stessi”, il cui sottofondo, anche se non chiaramente esplicitato, è il mito dell’anima demoniaca della nazione tedesca. La sua analisi di tipo sistematico, che si rifà al Dehio, è però incompleta proprio perché di Dehio non vengono utilizzati gli insegnamenti fondamentali sull’influenza della posizione dello Stato nel sistema degli Stati, sulla sua evoluzione interna, sulla crisi storica degli Stati nazionali europei, sull’integrazione europea come quadro del superamento dei rapporti e quindi degli squilibri di potenza, nella misura in cui venga portata al suo pieno compimento. Pertanto nell’analisi del Kundnani la questione tedesca non è chiarita in modo soddisfacente e in definitiva non se ne vede la soluzione, sicché aleggia nel suo libro un senso di rassegnato pessimismo tanto riguardo alla Germania quanto riguardo al futuro dell’Europa.

Sergio Pistone

 

 


[1] I testi fondamentali di Dehio a cui Kundnani fa riferimento sono: Equilibrio o egemonia (1948), ultima ed. it., Bologna, Il Mulino, 1988; La Germania e la politica mondiale del XX secolo (1955), ed. it. Milano, Comunità, 1962. Viene anche preso in considerazione l’ottimo lavoro di un autore che può essere considerato un allievo di Dehio: David P. Calleo, The German Problem Reconsidered. Germany and the World Order 1971 to The Present, Cambridge, Cambridge University Press, 1978.

[2] Rinvio a Sergio Pistone, Ludwig Dehio, Napoli, Guida, 1977.

[3] Cfr. l’edizione curata da Lucio Levi: Alexander Hamilton, John Jay, James Madison, Il Federalista, Bologna, Il Mulino, 1997.

[4] Rimando a: Sergio Pistone, F. Meinecke e la crisi dello Stato nazionale tedesco, Torino, Giappichelli, 1969; Id. (a cura di), Politica di potenza e imperialismo. L’analisi dell’imperialismo alla luce della dottrina della ragion di Stato, Milano, Franco Angeli, 1973.

[5] Cfr. John Robert Seeley, L’espansione dell’Inghilterra (1883), ed. it. Bari, Laterza, 1928. Vedi anche Luigi Vittorio Majocchi, John Robert Seeley, Il Federalista, 31, n. 2 (1989), pp. 164-195.

[6] E’ utile ricordare qui una considerazione di Alan I.P. Taylor in Storia della Germania (1945), ed. it., Milano, Longanesi, 1961: “Se un cataclisma naturale avesse creato un vasto mare fra i tedeschi ed i francesi, il carattere tedesco non sarebbe stato dominato dal militarismo. Se (ipotesi più facilmente concepibile) i tedeschi fossero riusciti a sterminare gli slavi loro vicini, così come gli anglosassoni nel Nordamerica riuscirono a sterminare gli indiani, l’effetto sarebbe stato lo stesso che sugli americani: i tedeschi sarebbero diventati sostenitori dell’amore fraterno e della riconciliazione internazionale”.

[7] Cfr. Luigi Einaudi, La guerra e l’unità europea, a cura di Giovanni Vigo, Bologna, Il Mulino, 1986. In generale sulla teoria della crisi storica degli Stati nazionali sviluppata dalla scuola federalista (con cui Dehio converge) si veda Mario Albertini, Il federalismo, Bologna, Il Mulino, 1993.

[8] L’autore fa riferimento in particolare a Hans Maull, Germany and Japan. The New Civilian Powers, Foreign Affairs, inverno 1990-1991.

[9] L’opera fondamentale a cui si fa riferimento è Einrich August Winkler, Germany: The long Road West, 2 volumi, Oxford, Oxford University Press, 2007.

[10] Cfr. Sergio Pistone, Il dibattito in Germania su democrazia e unificazione europea: il confronto fra Habermas e Streeck, Il Federalista, 55, n. 2-3 (2013).

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