Anno LVII, 2015, Numero 1-2, Pagina 97

 

 

LA RIFLESSIONE FEDERALISTA IN FRIEDRICH VON HAYEK

 

 

Molti intellettuali liberisti amano spesso citare autori liberali del passato per dare una base più solida alle loro tesi. Tra i più citati figura sicuramente Friedrich Von Hayek, che viene usato soprattutto quando si tratta di rafforzare la critica, o meglio il rifiuto, dell’idea di Europa federale. Generalmente questo rifiuto si accompagna all’accusa rivolta alla pubblica amministrazione europea di essere burocratica e pletorica, ma spesso finisce per dipingere scenari dispotici, in cui un governo tirannico di stampo sovietico mette a repentaglio la libertà, la democrazia e i diritti civili dei cittadini europei. Nel condurre questa speculazione intellettuale, questi pensatori equiparano questi principi alla difesa della sovranità nazionale, coerentemente con l’idea che questi principi siano difendibili esclusivamente a livello nazionale e coerentemente con un’interpretazione malintesa del principio hayekiano di “individualismo metodologico” nelle relazioni internazionali, che, essenzialmente, nell’interpretazione che ne viene fatta, diventa “nazionalismo metodologico”. Questo errore interpretativo deriva dall’idea di non considerare gli individui come soggetti di diritto internazionale e, conseguentemente, dal fatto di non porli al centro della riflessione.

Von Hayek invece focalizzava la sua analisi sull’individuo e nel corso della sua produzione intellettuale fu sempre molto attento a mettere in rilievo questo aspetto del suo pensiero. Nel periodo tra le due guerre, e fino all’inizio della Guerra fredda, egli elaborò una propria teoria delle relazioni internazionali che si contrapponeva decisamente a quella dei pensatori e dei politici liberali del XIX secolo, che a suo dire erano stati incapaci di capire e di affrontare le tensioni economiche e politiche che avevano portato alle due guerre mondiali. In particolare riteneva che il principale fallimento intellettuale di quella classe politica fosse stato l’incapacità di tenere separati il nazionalismo dal liberalismo politico e nel dimenticare la portata universale del pensiero liberale.

La presa d’atto della questione lo portò a elaborare una teoria del federalismo internazionale, spesso ignorata da molti opinionisti liberisti, che è stata nel corso degli anni oscurata da altri punti, più trattati e più vasti, della produzione filosofica di Von Hayek.

Von Hayek espose la sua teoria internazionalistica nell’articolo Le condizioni economiche del federalismo interstatale, nel capitolo XII dell’opera Individualismo e ordine economico e nel capitolo “Prospettive dell’ordine internazionale” all’interno dell’opera La via della schiavitù. Alcuni elementi che ci consegnano la figura di un Von Hayek sostenitore dell’unità europea emergono anche nell’opera La denazionalizzazione della moneta, sebbene in quella stessa opera il tema federalista non emerga chiaramente; essa rappresenta il contributo che Von Hayek diede al dibattito sull’introduzione di una moneta unica europea, che si era sviluppato tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta.

Il tratto fondamentale dell’ordine internazionale presentato dall’autore si basa sull’obiettivo di limitare l’intervento statale nell’economia e le eventuali distorsioni derivanti dall’azione pubblica. Hayek, dunque, sostiene la creazione di un governo sovranazionale, nella prospettiva di limitare il potere degli Stati nazionali. Un’autorità che deve essere organizzata secondo severi principi federali.

Le condizioni economiche del federalismo interstatale.

Questo saggio venne pubblicato la prima volta nel 1939, sulla rivista scientifica New Commonwealth Quarter e in seguito inserito nell’opera Individualismo e ordine economico come ultimo capitolo. Esso illustra la necessità di abolire le barriere economiche tra Stati membri al fine di raggiungere l’obiettivo della nascita della federazione. “...una federazione interstatale che faccia cessare tutti gli impedimenti come quelli al movimento degli uomini, beni e capitali tra Stati e che renda possibile la creazione di leggi comuni, un sistema monetario uniforme e un comune controllo delle comunicazioni”[1].

Mentre Von Hayek riconosceva che il principale obiettivo del federalismo è la pace interna tra gli Stati membri e i rapporti armoniosi tra gli Stati membri e l’autorità federale, tuttavia riteneva che una mera unione politica non fosse sufficiente ad assicurare un’esistenza duratura alla federazione e che quindi un’unione economica dovesse essere posta in essere assieme a una politica estera e di difesa federale.

Il sistema federale, nella visione di Von Hayek aiuta ad impedire che i governi nazionali intervengano nell’economia, in particolar modo impedisce loro di introdurre politiche protezioniste distorsive del mercato. Von Hayek, proprio per il fatto che un governo centrale in una federazione multi-etnica e multi-nazionale avrebbe maggiori difficoltà nel lanciare, programmare e sostenere politiche economiche, per via dell’eterogeneità e della mancanza di coesione interna, ritiene che in questo modo si riuscirebbero a limitare, su base costituzionale, gli interventi di politica economica tipici degli Stati nazionali. Non che l’eterogeneità – ad esempio tra regioni, città e campagne o tra classi sociali, produttori, e comparti economici – non esista anche a livello nazionale, tuttavia il “mito della nazione” fa sì che i governi possano in ultima analisi creare un consenso su quelle politiche e superare ogni tipo di opposizione all’intervento pubblico.

In conclusione, in una federazione “certi poteri economici, che sono esercitati dagli Stati nazionali, non possono essere adoperati né dalla federazione né dai singoli Stati”, il che rende possibile “meno Stato”.

Ciò conduce Von Hayek a dichiarare che “l’abolizione delle sovranità nazionali e la creazione di un effettivo ordine legislativo internazionale è un contributo necessario e il logico completamento del programma liberale” riassumibile nelle parole di Lionel Robbins “Non ci deve essere né un alleanza né un’unificazione completa; né un Staatenbund né un Einheitsstaat ma un Bundesstaat”. Inoltre, Von Hayek considera l’adesione dei liberali al nazionalismo, nel periodo a cavallo dei due secoli e agli albori della Prima guerra mondiale, come il loro più grande fallimento politico ed intellettuale. Nel pensiero hayekiano, liberalismo e nazionalismo sono completamente incompatibili ed impedire questa combinazione diventa fondamentale. Il liberalismo è al servizio dell’uomo come individuo, il nazionalismo invece intende ad asservire la libertà dell’individuo ad un supposto interesse collettivo.

Il filosofo austriaco crea pertanto una nuova visione di federalismo, che è stata definita come “funzionale”[2], nella misura in cui il federalismo non è pensato come fine in sé, né è definito in termini positivi, ma è concepito per limitare i poteri e le azione degli Stati nazionali. Sotto questo aspetto, la coercizione sovranazionale è essenziale per difendere e rafforzare la libertà degli individui.

Elementi federalisti ne La via della schiavitù.

L’ultimo capitolo de La via della schiavitù è concentrato, come recita il titolo, sulle Prospettive dell’ordine internazionale.

Questo capitolo può essere considerato una continuazione o un’espansione de Le condizioni economiche del federalismo interstatale. Sin dall’inizio, Von Hayek sottolinea il ruolo delle istituzioni sopranazionali come possibile soluzione per limitare il potere dei governi nazionali da una parte, e dall’altra per restituire poteri ai singoli cittadini e alle unità politiche subnazionali. Von Hayek propone una soluzione composta sia da un approccio top-down sia da uno bottom-up: da una parte limitare i governi nazionali dall’alto grazie al federalismo sovranazionale, dall’altra limitarli dal basso, con il ritorno di potere e competenze ai singoli e alle comunità locali. Le cose devono procedere di pari passo e sono entrambe componenti di una visione federalista e liberale delle relazioni internazionali e intranazionali.

Hayek spende le prime pagine del capitolo sul tema centrale della sua posizione liberale, ossia, la critica all’interventismo economico e alle proposte di dare poteri di politica industriale al governo federale. Hayek afferma che la pianificazione economica è condannata nei suoi effetti aggregati ad essere pericolosa persino da un punto di vista puramente economico e inoltre a produrre serie frizioni al mercato internazionale[3] allo stesso modo attacca duramente l’idea stessa di solidarietà nazionale, perché per quanto riguarda la pianificazione economica “c’è poca speranza di ordine internazionale o pace duratura se ogni paese è libero di adottare qualsiasi misura che ritiene desiderabile per il proprio interesse immediato, senza curarsi che possa essere dannosa per gli altri. Infatti molti tipi di pianificazione sono applicabili se e solo se l’autorità pianificatrice può effettivamente annichilire ogni influenza esogena. Il risultato di tale politica è quindi necessariamente la messa a punto di limitazioni alla libera circolazione di persone e beni.”[5] Von Hayek critica pesantemente anche l’approccio del New Deal, così come l’idea di una pianificazione economica a livello federale, anche se implementata attraverso una procedura democratica, perché, a suo dire, darebbe molti privilegi ad alcune minoranze a scapito di altre e perché un governo federale di uno Stato eterogeneo e sovranazionale dovrebbe utilizzare una maggiore leva di coercizione rispetto a quella richiesta a Stati più omogenei e più piccoli per portare a termine dei programmi di politica economica. Al “governo internazionale” dovrebbero essere garantiti poteri ristretti e limitati, sufficienti per raggiungere i propri scopi, mentre viene indebolito dall’altro il ruolo delle burocrazie nazionali a favore delle unità e dei centri di potere sottostanti, che devono tornare a essere responsabili per le loro necessità e compiti. Parafrasando Monnet, non si tratta di “coalizzare Stati” o “unire uomini”, ma di “ricostruire una nuova civiltà su una larga scala”.

Con questo Hayek non intende dire che il governo internazionale debba essere debole e alla mercé dei propri Stati membri o federati, ma piuttosto il contrario, ossia che deve essere un governo forte. “Mentre l’autorità sovranazionale deve essere molto forte, per il suo compito di porre in essere una legge comune, la sua costituzione deve essere allo stesso tempo disegnata in modo tale da impedire che le autorità internazionali così come quelle nazionali diventino tiranniche”. Per questo serve un equilibrio dei poteri ben bilanciato.

Il federalismo descritto ne La via della schiavitù è concepito in termini globali, piuttosto che europei. Nell’analisi di Hayek dovrebbe riuscire a realizzare il principio liberale ad ogni livello, da quello individuale fino a quello sovranazionale. Questa è, per Hayek, la definizione più genuina di federalismo: non un’ideologia a sé stante, ma l’applicazione di un sistema puramente liberale, che può avere solo una dimensione globale, nella quale la “ragion di Stato” e il nazionalismo non costituiscono più degli alibi.

Per questo motivo “un’autorità internazionale che effettivamente limiti il potere degli Stati sugli individui sarà una delle maggiori garanzie per la pace. La rule of law internazionale deve diventare una salvaguardia degli individui contro la tirannia dello Stato così come una salvaguardia delle comunità nazionali a garanzia che il nuovo super-Stato non si trasformi in una tirannia. Né un super-Stato onnipotente ma neanche una debole associazione di ‘nazioni libere’, ma una comunità di nazioni di uomini liberi deve essere il nostro scopo”.

La riflessione federalista in Von Hayek dopo la Seconda guerra mondiale.

Von Hayek restò un convinto federalista anche dopo la seconda guerra mondiale. Rimase a lungo membro della Europa Union-Deutschland e rimase sempre un sostenitore del processo di integrazione europea. Il filosofo riteneva che la comunità europea fosse uno spazio per sperimentare una nuova forma di governance economica. Conseguentemente riteneva che si dovesse evitare che la Comunità europea evolvesse in una sorta di Stato nazionale accentrato, e auspicava una nuova forma di federazione che impedisse ai governi nazionali di interferire sul corso economico e sul mercato. Su questa base Von Hayek si oppose all’idea di una moneta comune, non perché fosse contrario al progetto europeo, ma perché era contrario all’idea stessa che lo Stato, qualunque esso fosse, avesse il monopolio della moneta. “Sebbene io simpatizzi fortemente con il desiderio di completare l’unificazione economica dell’Europa occidentale attraverso la totale liberalizzazione della libera circolazione dei capitali, ho grossi dubbi sulla desiderabilità di fare ciò creando una nuova valuta amministrata da una qualsiasi forma di autorità sovranazionale[5]. In alternativa, egli proponeva un sistema europeo di free-banking nel quale valute private, locali, nazionali e continentali/multinazionali potessero competere tra loro ed essere liberamente scambiate tra di loro. L’unificazione europea doveva procedere non attraverso il trasferimento di monopoli dal livello nazionale al livello europeo, ma attraverso la loro totale distruzione. Hayek non amava l’idea di un’unica autorità monetaria perché presumeva che “una valuta internazionale non sarebbe meglio di una nazionale”[6].

Conseguentemente, si può ritenere che se Hayek fosse ancora vivo, non apprezzerebbe la BCE e il suo ruolo, ma con molta probabilità apprezzerebbe molto di meno tutte le proposte di tornare alle vecchie monete nazionali e tutto quanto è legato all’idea di “sovranità monetaria”.

La mancanza di opere o di studi dedicati alla questione del federalismo dopo la Seconda guerra mondiale ci può portare a ritenere che il filosofo austriaco abbia abbandonato progressivamente le sue idee federaliste, dopo che la situazione internazionale si era stabilizzata attorno al duopolio USA-URSS e dopo che i governi nazionali in Europa avevano accettato l’approccio funzionalista di Jean Monnet. Von Hayek rimase tuttavia un forte sostenitore del processo di unificazione europea, anche se la lentezza del processo lo portò ad adottare un approccio più nation-based, nel quale la libertà economica e la riduzione delle funzioni del governo divennero un obiettivo politico da conseguire prima di tutto a livello nazionale.

Questo graduale distacco dal processo di integrazione europeo procedette in parallelo con l’adesione di Von Hayek ad una interpretazione più misiana che robbinsoniana. Anche se, similarmente a Robbins, Von Hayek rimase sempre dell’avviso che una forma di federalismo internazionale potesse sussistere solo tra paesi di economia e ideologia capitalista e liberale. Questi elementi possono spiegare l’evoluzione delle sue proposte, da quelle contenute ne Le condizioni economiche del federalismo interstatale e La via della servitù a quelle caratterizzate da un approccio più scettico ne La denazionalizzazione della moneta.

Si può comunque dire che Von Hayek durante il periodo post-bellico accantonò l’idea di un limite superiore all’azione degli Stati, ma non la rinnegò mai in maniera esplicita. Semplicemente si può dire che l’evoluzione storica lo abbia portato ad apprezzare maggiormente un approccio bottom-up o comunque basato sull’azione di forze politiche nazionali o locali.

Al di là dell’apprezzamento o meno delle sue proposte, la rilettura del federalismo nell’opera di Von Hayek è interessante non solo dal punto di visa intellettuale, ma per ricordare le fondazioni liberali delle teorie federaliste, tipiche anche della scuola britannica del periodo interbellico: la limitazione del ruolo del governo e l’emergere degli individui come unità indipendenti. Bisogna inoltre tenere sempre a mente che l’obiettivo ultimo di Von Hayek era la rimozione di tutte quelle tensioni economiche che, nel periodo in cui scriveva le prime due opere qui citate, erano state causa delle due guerre mondiali.

Se osserviamo come è evoluto il diritto internazionale dopo la Seconda guerra mondiale fino ai giorni d’oggi, sia a livello mondiale sia a livello europeo, possiamo notare che le istituzioni internazionali giocano effettivamente un ruolo simile a quello auspicato da Hayek. Il dominio riservato degli Stati della comunità internazionale è stato progressivamente ridotto e diverse convenzioni e nuove consuetudini del diritto internazionale hanno teso, e tendono, a far emergere l’individuo come soggetto di diritto internazionale. Allo stesso modo, a livello europeo la Comunità prima e l’Unione oggi tendono spesso ha giocare un ruolo più “negativo” che “positivo”. Tendono cioè a limitare interventi distorsivi degli Stati membri nell’economia, ma non hanno una vera e propria capacità economica ed industriale. Per quanto si possa discutere sulla desiderabilità o non desiderabilità della cosa, è un dato di fatto che, volontariamente o non volontariamente, è stata percorsa una “via austriaca” all’integrazione europea che comunque continuerà a coesistere ancora per molti anni con nuovi approcci di tipo positivo.

L’altro elemento per cui vale la pena di studiare la riflessione federalista in Von Hayek è anche il principio per cui ogni obiettivo politico di portata universale, sia esso di tipo liberale o socialista o cristiano-sociale, ha una propria ragion d’essere solo se conseguito a livello sovranazionale.

 


[1] F. Von Hayek, Individualism and Economic Order, Chicago, Chicago University Press, 1948, p. 255.

[2] F. Masin, Designing the Institutions of International Liberalism: Some contributions from the Interwar Period, Constitutional Political Economy, 23. n. 1 (2012).

[3] F. Von Hayek, The road to serfdom, London, Routledge Classics, 1944, 2006 Edition, pp. 225-244.

[4] Ibidem.

[5] F. Von Hayek, Denationalization of money – The argument refined, London, The Institute of Economic Affairs, 1990, 3rd Edition, p. 24.

[6] Ibidem, p. 25.

Francesco Violi

 


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