Anno XXVI, 1984, Numero 1, Pagina 44

 

 

SULL’INGLESE COME LINGUA UNIVERSALE
 
 
La decisione del Comitato di redazione de Il Federalista di dare il via all’edizione inglese della rivista è stata il frutto di una lunga riflessione.
Il federalismo ha ormai in Italia una storia culturale che risale al 1941, data del Manifesto di Ventotene. Non siamo certo noi, che abbiamo tenuto viva questa tradizione per gli ultimi venticinque anni, a poter pretendere di stabilirne il valore. Ma una cosa è certa: che le riflessioni portate avanti fino ad oggi dal federalismo italiano, e che tuttora si trovano in fase di elaborazione, fino a quando rimarranno confinate nei limiti angusti dell’area linguistica italiana, quale che sia il loro valore, non potranno nemmeno tentare di trovare una collocazione nell’ambito della cultura mondiale né sperare di provocare un dibattito che non sia provinciale: e quindi non potranno trarre arricchimento dalle innumerevoli occasioni di confronto e di critica offerte dal mercato mondiale delle idee.
Il federalismo è un messaggio rivolto al mondo: esso si deve quindi dotare di uno strumento linguistico che sia in grado di trasmetterlo ai suoi destinatari. E uno strumento del genere non può essere che l’inglese.
Sappiamo di aver fatto una scommessa difficile. Il predominio dell’inglese nella comunicazione a livello mondiale è uno dei molti aspetti dell’interdipendenza crescente dell’azione, del pensiero e dei modi di vivere degli uomini prodotta dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. Un mondo che avanza verso la sua unificazione ha bisogno di una lingua franca. E se, fino alla seconda guerra mondiale, quando prese forma l’equilibrio mondiale degli stati – o quantomeno fino al 1954, quando fallì il progetto della Comunità europea di difesa – era legittimo chiedersi quale delle lingue esistenti avrebbe potuto assumere questa funzione (perché fino ad allora il francese avrebbe avuto le carte in regola per farlo), oggi nessun dubbio del genere è più possibile, perché la marcia dell’inglese verso lo status di lingua universale ha raggiunto ormai il point of no return.
Quelle che comunque devono essere sottolineate sono le conseguenze del fatto che questo processo non è ancora giunto a compimento. Fatta eccezione per il caso degli scienziati della natura e, in parte, degli economisti (anche se, in questo particolare settore, la tendenza non è ancora così avanzata come molti credono), il dominio dell’inglese a livello mondiale ha accresciuto immensamente la ricettività del mondo non anglosassone ai messaggi che provengono dall’area anglosassone, ma non ha aumentato in misura uguale la capacità di quello di indirizzare messaggi a questo. Il risultato che consegue da questa tendenza è l’imperialismo culturale anglosassone, che è di forte pregiudizio per la vita culturale sia delle regioni del mondo di lingua inglese che di quelle di lingua non inglese.
In un suo contributo ad un simposio sulla traduzione pubblicato dal Times Literary Supplement del 14 ottobre 1983, George Steiner osserva che « scrivere una commedia o un romanzo in una qualunque delle forme dell’anglo-americano significa disporre di un pubblico potenziale di dimensione quasi universale. Gli scrittori che si esprimono in una lingua “minore” (anche se, ontologicamente, non esistono lingue grandi o piccole) cercano sempre più insistentemente di ottenere che le loro opere siano tradotte in inglese. Dove il pubblico colto non legge ancora l’inglese, o lo legge in genere solo stentatamente, la produzione letteraria anglo-americana è ampiamente tradotta. Da Stoccolma a Valparaiso e a Tokyo, ma anche da Parigi al Cairo e, censura permettendo, a Budapest, le vetrine delle librerie traboccano di traduzioni nella lingua locale di ciò che si è pubblicato a New York e a Londra.
Questo gioco di potere a livello della lingua ha influenzato tutti gli aspetti dell’economia, della sociologia e della tecnica della traduzione letteraria. Molti dei modelli correnti della narrativa, del teatro e della poesia “importanti” sono il risultato non già di un ragionato giudizio di valore intrinseco, ma del predominio anglo-americano. Scrittori di primissimo piano, se non tradotti, o mal tradotti, o disponibili in inglese in modo soltanto frammentario – e sto pensando a esempi reali di scrittori di lingua tedesca, italiana, portoghese, ungherese, ma anche francese sono condannati a rimanere nella zona d’ombra di un riconoscimento puramente nazionale, o accademico-esoterico. Ne consegue una distorsione di valori che appare ancora più ironica in quanto né la narrativa inglese, né quella americana, per riferirsi al genere più generalmente seguito, si trovano attualmente in una fase particolarmente felice ».
Ciò significa che la causa reale dell’imperialismo culturale anglosassone sta nel fatto che il processo di acquisizione da parte dell’inglese dello status di lingua universale è giunto soltanto a metà strada. La sua conoscenza passiva è ormai sufficientemente diffusa da rendere il resto del mondo altamente ricettivo nei confronti di qualunque manifestazione della cultura (e pseudo-cultura) anglosassone; ma la sua conoscenza attiva è di gran lunga insufficiente a consentire alla cultura non anglosassone di penetrare il mondo anglosassone. Entrambe le aree culturali non possono che soffrirne. La ragione di ciò è evidente per quanto riguarda il resto del mondo, perché qualunque produzione culturale in una lingua diversa dall’inglese si trova ormai privata della possibilità di raggiungere un pubblico internazionale e viene così esclusa dal circuito mondiale – e ciò in un’epoca nella quale il quadro nazionale, ivi compreso quello francese, è di gran lunga troppo angusto per sostenere una vita culturale che non sia provinciale. Ma lo stesso vale anche per la cultura anglosassone, poiché essa, nella situazione attuale, è condannata a giocare un ruolo mondiale che non è preparata ad assumere ed è privata della possibilità di arricchirsi grazie al confronto con un largo ventaglio di contributi esterni ad essa. L’imperialismo culturale, come ogni altra relazione umana fondata sulla diseguaglianza, impoverisce sia il padrone che lo schiavo.
La risposta adeguata a questo fenomeno paradossale non sta nel chiudere gli occhi di fronte alla realtà di un processo che comunque va avanti, quale che sia l’atteggiamento che si adotti nei suoi confronti: sia che si rimanga ostinatamente attaccati alle lingue nazionali, sia che ci si impegni nell’impresa reazionaria (e culturalmente suicida) di far rivivere idiomi regionali da molto tempo decaduti al rango di dialetti, buoni soltanto a trasmettere messaggi poveri di contenuto ad un pubblico culturalmente povero esso stesso. La sola risposta progressiva sta nel raccogliere la sfida e nel fare uso dell’inglese come veicolo non soltanto per ricevere, ma anche per trasmettere idee. Ciò comporta la rinuncia allo sciocco tentativo di fermare una tendenza inarrestabile e che, per di più, costituisce il segno che il genere umano sta diventando, per la prima volta nella storia, una unica comunità di cultura.
Certo l’inglese non mancherà di subire tensioni e alterazioni nel corso di questo processo. La lingua franca che sta prendendo forma a livello mondiale tenderà a differenziarsi in modo sempre più marcato dagli idiomi parlati in ognuno dei paesi di lingua inglese: e ciò tanto più quanto più il processo si approfondirà e quanto più numerosi saranno coloro che, al di fuori del mondo anglosassone, faranno uso dell’inglese per esprimere contenuti provenienti da altre sorgenti culturali. Si può così prevedere che, col tempo, di mano in mano che questa lingua universale in formazione recepirà da ogni direzione le suggestioni più diverse, gli idiomi parlati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, etc. si differenzieranno dall’inglese internazionale altrettanto nettamente quanto oggi se ne differenziano il francese o il tedesco.
Ciò detto, si deve ricordare che l’inglese ha una particolare predisposizione ad assumere il ruolo del latino del nostro tempo (anche se le ragioni della posizione dominante che esso ha acquisito non sono intrinseche alla lingua in quanto tale ma sono di natura politica ed economica). La doppia origine (anglosassone e latina) dei suoi radicali gli conferisce una sorta di polimorfismo che gli consente di adattarsi alle più diverse nicchie culturali. Grazie alla elasticità della sua struttura grammaticale e sintattica, esso può essere manipolato e sollecitato ben al di là di quella che per qualunque altra lingua sarebbe considerata la soglia dell’accettabilità. Non a caso nelle aree di lingua inglese il grado di tolleranza linguistica è molto più elevato che in qualunque altra area.
Non è certo il caso di temere che la tendenza al predominio mondiale della lingua franca inglese possa mettere in pericolo le culture nazionali e regionali. La cultura si esprime a molti livelli – mondiale, nazionale e locale – ognuno dei quali richiede un proprio veicolo. Ed è possibile prevedere che, in un futuro non troppo lontano, l’intera umanità sarà bi-o trilingue, realizzando così una sorta di federalismo linguistico mondiale. Né bisogna dimenticare. inoltre, che una situazione del genere ha già avuto un inizio di realizzazione nel passato, quando il latino come lingua universale dei dotti forniva il terreno culturale comune dal quale le lingue nazionali poterono trarre il nutrimento che consentì loro di assurgere al livello di grandi veicoli di comunicazione culturale.
Una volta raggiunto questo stadio, tutti gli uomini saranno culturalmente uguali. Ma il contributo essenziale per raggiungerlo sarà dato da coloro che saranno capaci di superare lo stupido nazionalismo che si sforza di rendere impermeabili le culture e di perpetuare la disastrosa babele linguistica attuale.
 
Francesco Rossolillo

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