Anno XXXII, 1990, Numero 2 - Pagina 173

 

 

IL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE

 

 

Il principio di autodeterminazione, sia quando si tenta di definirlo sia quando si tenta di attuarlo, presenta delle ambiguità. Le ragioni sono numerose: può essere riferito a più soggetti (individui o popoli); applicato all’azione politica, può diventare strumento sia di progresso che di conservazione; ha assunto e assume spesso una connotazione emotiva difficilmente controllabile da valutazioni razionali; i valori che evoca (libertà, giustizia, pace) spesso sono stati e sono negati proprio in nome di quel principio.

Nonostante queste difficoltà e queste contraddizioni, l’autodeterminazione, e in particolare l’autodeterminazione delle nazioni, è stato un principio molto vitale a partire dalla rivoluzione francese e ancora oggi costituisce una parola d’ordine che suscita sentimenti ed emozioni e produce rivolgimenti. Di fronte alla scelta fra accettazione o rifiuto del principio di autodeterminazione, la stragrande maggioranza delle persone si pronuncia a suo favore. Ed è significativo il fatto che anche chi si contrappone, per ragioni di potere, ai tentativi di realizzarlo, non nega il principio in quanto tale. Un chiaro esempio di ciò è la posizione di Gorbaciov nei confronti dei paesi baltici e delle altre repubbliche sovietiche che mirano alla separazione da Mosca: mentre nega nei fatti, afferma a parole il diritto di secessione in nome di quel principio.

Ma è oggi possibile, coerente, giusto, progressista accettare tout court il concetto di autodeterminazione delle nazioni?

Per rispondere a questa domanda bisogna riflettere sul fatto che chiunque si pone il problema di realizzare valori e ideali per trasformare il mondo deve saper pensare la propria azione nell’ambito del processo storico; deve nello stesso tempo interpretare il passato e analizzare il presente con lo sguardo rivolto al futuro; deve saper rispondere alla domanda: dove va il mondo?

Le vicende storiche del secolo scorso ci mostrano un nesso inscindibile fra autodeterminazione e lotte per l’indipendenza nazionale, fra autodeterminazione e nazionalismo. E nell’Ottocento, dato il grado di sviluppo del modo di produzione, il nazionalismo ha avuto certamente un ruolo progressista laddove è servito a far avanzare i necessari processi di unificazione.

Oggi questo nesso non è più accettabile. L’interdipendenza mondiale e la necessità di creare condizioni di sicurezza globale ci pongono di fronte alla necessità di rivedere la categoria dell’autodeterminazione. Se essa provoca disgregazione (mentre il processo storico ci indica il cammino verso l’unificazione), se in nome di essa continua a perpetuarsi un modello ormai superato dell’organizzazione della società (lo Stato nazionale sovrano), allora quel principio è obiettivamente un fattore di regresso o di conservazione. Se invece si riesce a sottrarsi alla trappola del nazionalismo, se, come ha scritto Emery Reves, si riesce a «capire che ‘l’autodeterminazione delle nazioni’ è oggi l’insormontabile ostacolo alla ‘autodeterminazione del popolo’», questo concetto ci spingerà a cercare nuove forme di convivenza le quali permettano veramente che ognuno diventi padrone del proprio destino.

Le considerazioni di Reves su questo problema – esposte in un capitolo, che qui pubblichiamo parzialmente, del suo famoso libro Anatomia della pace, scritto nel 1945 (Bologna, Il Mulino, 1990) – mostrano come siano nocivi l’atteggiamento e l’azione di chi interpreta una realtà nuova con categorie superate, di chi, usando il linguaggio di Reves, è ancorato a concezioni politiche e sociali «tolemaiche», naziocentriche, in un mondo «copernicano».

 

***

 

«L’autodeterminazione è un anacronismo. Essa afferma il sacro diritto di ogni nazione ad agire a suo piacere dentro le sue frontiere, non importa se in modo mostruoso o dannoso verso il resto del mondo. Essa afferma che ogni aggregato di popoli ha il sacro diritto di scindersi in unità sempre minori, ognuna sovrana nel proprio angolo. Essa ammette che l’estensione dell’influenza economica o politica mediante unità sempre più grandi lungo linee centralizzate interdipendenti è, in sé stessa, ingiusta.

Per il fatto che questo ideale una volta è andato bene – in un mondo più vasto, più semplice, meno solidale – esso ha una enorme attrazione emotiva. Esso può venire usato e viene usato da molti politici, scrittori, agitatori, in slogans che fanno appello alla ‘fine dell’imperialismo’" alla ‘abolizione del sistema coloniale’, alla ‘indipendenza’ per questo o quel gruppo razziale o territoriale.

Il presente caos mondiale non ci è caduto addosso perché questa o quella nazione non aveva ancora raggiunto una completa indipendenza politica. Non sarà minimamente mitigato con la creazione di un maggior numero di unità sovrane o con lo smembramento di aggregati interdipendenti come l’impero britannico che hanno mostrato una capacità di progresso economico e politico. Al contrario, il morbo che ora devasta il nostro globo si intensificherebbe, poiché esso è in gran parte il diretto risultato del mito della totale indipendenza politica in un mondo di totale interdipendenza economica e sociale.

Se il mondo deve divenire un soggiorno sopportabile per viverci, se vogliamo ottenere la cessazione delle guerre, dobbiamo dimenticare il nostro attaccamento sentimentale all’ideale settecentesco del nazionalismo assoluto. Nelle condizioni attuali esso può produrre solo povertà, paura, guerra e schiavitù.

La verità è che la passione per l’indipendenza nazionale è il residuo di un passato morto. Questa passione ha distrutto la libertà di parecchie nazioni. In nessun periodo della storia si è vista l’organizzazione di tanti Stati indipendenti come in quello che ha seguito la guerra del 1919. Nello spazio di due decenni il nazionalismo ha divorato i suoi figli – tutte quelle nuove nazioni vennero conquistate e rese schiave, insieme ad un mucchio di vecchie nazioni. Fu, speriamo, l’ultima disperata espressione di un ideale reso antiquato da nuove condizioni, l’ultimo catastrofico tentativo di costringere il mondo entro un modello politico che aveva perduto il suo significato.

Senza alcun dubbio, l’indipendenza è un ideale politico profondamente radicato in ogni gruppo di uomini, sia esso famiglia, religione, associazione o nazione.

Se sulla Terra vi fosse soltanto una nazione, l’indipendenza del suo popolo potrebbe benissimo essere conseguita mediante il suo diritto all’autodeterminazione, mediante il suo diritto a scegliersi la forma di governo e l’ordinamento sociale ed economico più desiderabile, mediante il suo diritto alla sovranità assoluta.

Una tale assoluta autodeterminazione nazionale potrebbe ancora garantire l’indipendenza se in tutto il mondo vi fossero solo due o tre nazioni autosufficienti, separate l’una dall’altra da ampi spazi, prive di stretti contatti politici, economici o culturali l’una con l’altra.

Ma una volta che vi sono parecchie nazioni i cui territori si trovano a stretto contatto, che hanno vasti vincoli culturali e religiosi e sistemi economici interdipendenti, che sono in rapporto permanente mediante lo scambio di beni, servizi e persone, allora l’ideale dell’autodeterminazione – di ogni nazione con il diritto assoluto di scegliere la forma di governo, i sistemi economici e sociali che desidera, ognuna con il diritto a un’assoluta sovranità nazionale – diviene un problema totalmente diverso.

La condotta di ogni unità nazionale avente diritto di autodeterminazione non riguarda più esclusivamente gli abitanti di quella unità, ma interessa ugualmente gli abitanti delle altre unità. Ciò che lo Stato sovrano di una nazione che esercita il diritto di autodeterminazione può considerare interesse e benessere generale del proprio popolo, può essere dannoso agli interessi e al benessere di altre nazioni. Qualsiasi contromisura possano prendere le altre nazioni sovrane che hanno diritto di autodeterminazione per difendere gli interessi dei loro rispettivi cittadini, essa interessa ugualmente i popoli di tutte le altre unità nazionali sovrane.

Questo mutuo gioco di azioni e reazioni tra i vari Stati sovrani distrugge completamente lo scopo per il quale furono creati gli Stati nazionali sovrani, se quello scopo era di salvaguardare la libertà, l’indipendenza e l’autodeterminazione dei loro popoli.

Essi non sono più sovrani nelle loro decisioni e nel corso delle loro azioni. In grandissima misura sono obbligati ad agire come fanno da circostanze esistenti in altre unità sovrane, e sono incapaci di proteggere e garantire l’indipendenza dei loro popoli.

Si possono citare innumerevoli esempi per provare che, pur mantenendo la finzione dell’indipendenza e della sovranità, nessuno Stato nazionale dei tempi presenti è indipendente e sovrano nelle sue decisioni. Invece, ognuno subisce le decisioni e le azioni degli altri Stati nazionali.

Gli Stati Uniti d’America, così riluttanti a cedere una qualunque particella della loro sovranità nazionale, che rifiutano categoricamente di concedere a una qualsiasi organizzazione mondiale il diritto di interferire col privilegio sovrano che il Congresso ha di decidere in merito alla guerra e alla pace, furono costretti nel 1941 a entrare in guerra per una decisione presa esclusivamente dal Consiglio Imperiale di Guerra di Tokyo. Insistere nell’affermare che la dichiarazione di guerra del Congresso susseguente all’attacco di Pearl Harbour fu un ‘atto sovrano’ è la più ingenua delle sottigliezze.

Né l’entrata dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale fu decisa dalle autorità sovrane dell’URSS. La guerra fu imposta all’Unione Sovietica dalla decisione sovrana presa a Berlino.

L’incapacità della sovranità nazionale a esprimere autodeterminazione e indipendenza è ugualmente evidente nel campo economico, in cui ogni nuovo metodo di produzione, ogni nuovo sistema di tariffe doganali, ogni nuova misura monetaria obbligano gli altri Stati nazionali a prendere contromisure che sarebbe puerile considerare come atti sovrani da parte della settantina di Stati nazionali sovrani che godono di autodeterminazione.

Il problema, lungi dall’essere nuovo ed insolubile, è vecchio come la vita stessa.

Le famiglie sono interamente libere di fare molteplici cose che desiderano. Possono cucinare quello che loro piace. Possono arredare la loro casa a loro piacere. Possono educare i figli come credono conveniente. Ma in un paese cristiano nessuno può sposare tre donne contemporaneamente, nessuno che viva in una casa ad appartamenti può dare fuoco al suo alloggio, tenere come cagnolino un coccodrillo o nascondere un assassino nel suo appartamento. Se una persona fa queste o simili cose, viene arrestata e punita.

E’ un uomo libero o non lo è?

Evidentemente, è assolutamente libero di fare qualsiasi cosa desideri per tutto quello che riguarda soltanto lui stesso e la sua famiglia. Ma non è libero di ledere la libertà e la sicurezza degli altri. La sua libertà di azione non è assoluta. E’ limitata dalla legge. Alcune cose può farle solo secondo regole stabilite, altre sono proibite del tutto.

I problemi creati dall’ideale dell’autodeterminazione delle nazioni sono esattamente gli stessi problemi creati dalla libertà degli individui o delle famiglie. Ogni nazione può e dovrebbe rimanere interamente libera di decidere a suo piacimento negli affari d’indole locale o culturale, o in quelle materie i cui effetti sono puramente locali e interni e non toccano la libertà di altri. Ma l’autodeterminazione di una nazione in materia militare, nel campo degli affari economici ed esteri, dove il contegno di ciascuna nazione si riflette immediatamente e direttamente sulla libertà e la sicurezza di tutte le altre, crea una situazione in cui l’autodeterminazione è neutralizzata e distrutta.

Non c’è nulla che vada male nell’ideale dell’autodeterminazione.

Ma c’è qualcosa, e molto, che in verità va male nell’ideale della ‘autodeterminazione delle nazioni’.

Quest’ultimo concetto significa che la popolazione di questo piccolo mondo deve essere divisa in ottanta o cento unità artificiali, fondate su criteri arbitrari e irrazionali come quelli di razza, nazionalità, precedenti storici, ecc. Questo concetto vorrebbe persuaderci che l’ideale democratico dell’autodeterminazione può essere garantito e salvaguardato assicurando agli uomini il diritto di autodeterminazione all’interno dei loro gruppi nazionali, senza dare espressione collettiva di autodeterminazione all’aggregato dei gruppi.

Un tale sistema può garantire l’autodeterminazione del popolo soltanto fin quando la sua unità nazionale può vivere una vita isolata. Poiché le nazioni oggi sono in contatto e la loro vita economica e politica si interseca strettamente, la loro indipendenza ha bisogno di forme più alte di espressione, di istituti più forti per difendersi. In una interpretazione assoluta, le parecchie unità nazionali che posseggono la facoltà di autodeterminazione finiscono per cancellare l’una l’autodeterminazione dell’altra.

A che servì la ‘autodeterminazione della Lituania’ quando la Polonia, autodeterminandosi, occupò Vilna? E a che servì la ‘autodeterminazione polacca’ quando la Germania, autodeterminandosi, distrusse la Polonia? Incontestabilmente, l’autodeterminazione delle nazioni non garantisce ad un popolo la libertà e l’indipendenza, poiché esso non ha il potere di impedire gli effetti delle azioni commesse da altre nazioni che si autodeterminano. Se noi consideriamo la libertà e l’autodeterminazione dei popoli come un nostro ideale, dobbiamo fare quanto è possibile per evitare che si ripetano gli errori del 1919 e capire che la ‘autodeterminazione delle nazioni’ è oggi l’insormontabile ostacolo alla ‘autodeterminazione del popolo’».

 

Nicoletta Mosconi

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