Anno XL, 1998, Numero 2, Pagina 146

  

 

L’INTERPRETAZIONE DEL NOVECENTO DI ERNST NOLTE
 
 
Le ricerche storiche di Nolte si sono concentrate essenzialmente sulla prima metà del secolo, e in particolare sul periodo che va dalla rivoluzione sovietica del 1917 fino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945. Egli ha anche però dedicato alcuni scritti alla Germania nel contesto della guerra fredda, e, dopo la fine del conflitto Est-Ovest e la dissoluzione dell’URSS, ha sviluppato in alcuni saggi, articoli e libri-interviste alcune considerazioni sintetiche ma abbastanza articolate sulla seconda metà del XX secolo, che si riallacciano a quelle relative alla prima metà. Sicché si può dire che ha elaborato una sua interpretazione complessiva del Novecento, che cercherò ora di ricostruire nelle sue linee essenziali[1].
 
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Due sono le esperienze fondamentali del Novecento che ogni interpretazione complessiva di questo secolo deve cercare di capire in profondità. La prima, che si colloca nella prima metà del secolo, è rappresentata dal nazionalsocialismo. Da una parte esso ha costruito il più perfezionato ed efficiente dei regimi totalitari di marca fascista ed ha compiuto il crimine orrendo del genocidio del popolo ebraico, oltre agli altri crimini nei confronti degli zingari, delle popolazioni slave e dei minorati. Dall’altra parte, ha portato all’esasperazione le tendenze espansionistiche ed imperialistiche tedesche, già emerse in occasione della prima guerra mondiale, ed ha quindi scatenato la seconda guerra mondiale con i suoi orrori. La seconda esperienza è il conflitto Est-Ovest, che costituisce chiaramente il filo conduttore dell’epoca che va dal 1945 alla dissoluzione del sistema sovietico. Le due esperienze, ovviamente assai diverse, sono peraltro legate fra loro dal fatto che l’azione della Germania hitleriana è stata determinante nel passaggio dall’una all’altra. L’attacco sia alle potenze democratiche occidentali che all’URSS ha infatti prodotto la loro alleanza, la cui vittoria finale ha reso possibile l’ascesa dell’URSS al rango di superpotenza mondiale in grado di sfidare il mondo occidentale guidato dalla superpotenza americana.
Se queste sono dunque le due esperienze fondamentali del Novecento, la peculiarità dell’interpretazione di Nolte consiste nel ritenere che la rivoluzione sovietica sia la radice profonda non solo del conflitto EstOvest, ma anche della stessa esperienza nazista. Pertanto la sua visione è caratterizzata da una radicalizzazione della tendenza a considerare il comunismo come il male fondamentale del secolo, che è presente ad esempio in François Furet[2], ma che non giunge a una simile conclusione.
Il nesso fra bolscevismo e nazionalsocialismo è costruito da Nolte fondamentalmente sulla base di due argomentazioni. Secondo la prima, l’estremismo di sinistra bolscevico rappresenta il fattore storico decisivo che ha reso possibile l’avvento al potere in Germania dell’estremismo di destra nazionalsocialista. In sostanza, nel 1917 ha preso il potere in una grande potenza europea un partito che ha scatenato una guerra civile contro la società borghese non solo in Russia, ma in Europa e nel mondo intero, in quanto aveva come obiettivo ultimo e chiaramente proclamato l’assorbimento degli Stati nazionali in un sistema di governo socialista mondiale, avente come premessa non solo l’espropriazione., bensì l’eliminazione dei ceti proprietari. Poiché fu messo effettivamente in pratica il disegno dello «sterminio di classe» all’epoca della guerra civile in Russia e poi nella collettivizzazione forzata dell’agricoltura, non poteva non emergere un partito della resistenza al comunismo nei paesi in cui erano presenti forti partiti comunisti (o comunque forze estremistiche che avevano come punto di riferimento il modello sovietico) e in cui era perciò legittimo attendersi un destino analogo. Il nazionalsocialismo, che aveva avuto il suo più significativo precedente nel fascismo italiano, fu appunto la massima espressione della resistenza al comunismo e la sua vittoria fu resa possibile dal fatto che esso appariva in grado di eliminare in modo radicale un pericolo di fronte a cui sembravano invece impotenti le forze politiche favorevoli ai principi liberaldemocratici.
Secondo Nolte Hitler deve dunque essere considerato essenzialmente un anti-Lenin, nel senso che la motivazione fondamentale della sua azione politica fu la difesa della società borghese unitamente al rifiuto di un universalismo che avrebbe cancellato le nazioni. Di fronte a questa motivazione gli appaiono come elementi certamente importanti ma sussidiari sia l’antisemitismo (fondato sulla falsa convinzione, che Hitler peraltro condivideva con personaggi come Henry Ford, secondo cui l’ebraismo fosse il terreno di coltura del bolscevismo), sia l’espansionismo (che, nella misura in cui era rivolto anche in direzione dei paesi democratici, era funzionale al rafforzamento della capacità tedesca di sconfiggere la sfida internazionale comunista). L’individuazione nell’anticomunismo della motivazione centrale del nazionalsocialismo, se permette di dire che si è trattato di una reazione fino a un certo punto sincera e legittima e di comprendere il successo che ha avuto presso l’opinione pubblica, non implica minimamente per Nolte giustificare i crimini compiuti dai nazionalsocialisti, e in particolare il genocidio del popolo ebraico. E qui interviene la sua seconda argomentazione.
Il nazionalsocialismo ha potuto costituire un efficace partito della resistenza al comunismo nella guerra civile ideologica da esso scatenata, in quanto ha costruito una ideologia avente le stesse caratteristiche totalitarie, pur nella diversità degli obiettivi, dell’ideologia comunista, una ideologia cioè che prometteva la soluzione definitiva di ogni problema attraverso un radicale cambiamento della natura umana. Il passaggio dall’ideologia totalitaria allo Stato totalitario, proprio perché eliminava ogni limite al potere della classe politica, non poteva che produrre i crimini più efferati. I crimini compiuti dai nazionalsocialisti avevano d’altra parte un precedente di decisiva rilevanza in quelli commessi dai bolscevichi. Con lo «sterminio di classe» si è in effetti applicato, in dimensioni macroscopiche e in un paese europeo per la prima volta dopo l’Illuminismo, il principio per cui si è colpevoli per il solo fatto di appartenere ad un determinato gruppo considerato collettivamente colpevole, e non per le proprie azioni individuali. Lo «sterminio di razza» compiuto dal nazionalsocialismo rientra precisamente in questa logica, la quale venne peraltro applicata in questo caso in modo assai più pianificato e sistematico di quanto non sia avvenuto nel primo caso, caratterizzato sovente, anche a causa dell’arretratezza della Russia, dall’improvvisazione e dalla disorganicità.
La tesi secondo cui il bolscevismo costituisce il prius logico e storico rispetto al nazionalsocialismo non significa per Nolte, va precisato, la completa equiparazione fra le due ideologie. Egli riconosce in effetti la differenza qualitativa esistente fra di esse: il comunismo bolscevico è caratterizzato dai valori universalistici dell’emancipazione di tutti gli sfruttati e dell’affratellamento di tutti i popoli, per cui molti dei crimini bolscevichi possono essere considerati (e lo sono stati effettivamente da parte di molti comunisti) un tradimento degli aspetti più genuini dell’ideologia professata; per contro i crimini nazionalsocialisti sono perfettamente coerenti con la loro ideologia fondata sui principi deliberatamente antilluministici della disuguaglianza naturale degli uomini e dei popoli e del primato razziale. Rimane il fatto che il bolscevismo, con l’applicazione del principio della colpa di gruppo, ha introdotto una forma di imbarbarimento della lotta politica che ha fatto scuola ed ha aperto la strada alle idee e alle pratiche ancora più barbare dei nazionalsocialisti. Donde l’imperativo di liberarsi dalla «tirannia del pensiero collettivistico» e di impegnarsi nella difesa intransigente del regime liberaldemocratico contro ogni deviazione totalitaria.
Questa visione del nesso fra bolscevismo e nazionalsocialismo e in particolare la tesi che il secondo abbia rappresentato una reazione comprensibile e fino a un certo punto giustificata nei confronti del primo trova conferma, secondo Nolte, nell’esperienza successiva al 1945. Con la sconfitta della Germania nazista si è in effetti tolto di mezzo un serio pericolo per il mondo liberaldemocratico, ma in compenso il comunismo ha raggiunto, con l’ascesa dell’URSS a superpotenza mondiale, dimensioni tali da poter sfidare per quasi cinquant’anni l’Occidente, mettendo assai più a dura prova la sua sopravvivenza. La guerra civile ideologica scatenata dalla rivoluzione sovietica, che fino al 1945 è stata essenzialmente europea e poi è diventata mondiale, costituisce dunque il filo conduttore del Novecento, che si è concluso con la sconfitta irrevocabile del comunismo. Questa sconfitta è stata resa possibile soprattutto dalla fermezza delle forze politiche del mondo occidentale che più chiaramente hanno riconosciuto la natura totalitaria dell’URSS — denunciando l’ambiguità di un antifascismo che tendeva a mascherare questo dato cruciale — e hanno resistito ai tentativi sovietici di estromettere, in cooperazione con il «movimento pacifista», gli Americani dall’Europa, ottenendo con ciò una sorta di neutralizzazione della metà occidentale del continente.
 
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Queste considerazioni di Nolte sul periodo successivo al 1945 sono chiaramente un prolungamento piuttosto schematico della tesi di fondo relativa al rapporto d’implicazione logica e fattuale fra bolscevismo e nazionalsocialismo, che costituisce la vera specificità della sua visione storica. Per comprenderla meglio, occorre precisare che essa si contrappone fondamentalmente alla interpretazione secondo cui i Tedeschi devono essere considerati collettivamente colpevoli dei crimini del nazionalsocialismo, che quindi corrisponderebbe all’essenza stessa della nazione tedesca. Contro la prima tesi Nolte sostiene che le colpe possono essere attribuite solo ai singoli individui o a gruppi ben definiti delle classi politiche e non ai popoli nel loro complesso, i quali sono sempre ampiamente manipolabili da parte delle classi politiche. E precisa che l’idea della colpa collettiva della nazione tedesca non è altro che una manifestazione della tirannia del pensiero collettivistico introdotto dall’ideologia comunista. Contro la seconda tesi la sua visione del nesso fra bolscevismo e nazionalsocialismo è diretta a mettere in evidenza, in generale, che sono le condizioni storiche oggettive in cui un popolo si trova a spiegare il prevalere di certi comportamenti e, in particolare, che nelle condizioni concrete in cui si è trovata la Germania negli anni ’20 e ’30 qualsiasi altro popolo avrebbe reagito in modo sostanzialmente analogo. E precisa tra l’altro che, se negli Stati Uniti d’America si fosse affermato un partito comunista delle dimensioni di quello tedesco, sarebbe emerso un fascismo americano ancora più duro di quello tedesco.
La rilevanza pratica dell’interpretazione di Nolte è da lui stesso esplicitata nei seguenti termini. La colpevolizzazione collettiva dei Tedeschi implica che la Germania debba essere sottoposta a uno speciale controllo nel quadro di una unione europea o mondiale che limiti sostanzialmente la sua sovranità statale. Per contro il chiarimento del nesso fra bolscevismo e nazionalsocialismo permette ai Tedeschi di superare ogni complesso di inferiorità, di sentirsi una nazione normale. Il che non comporta essere contro l’integrazione sopranazionale, ma implica il concepirla in una forma confederale (cioè senza sostanziale limitazione di sovranità, secondo il modello della Confederazione tedesca del 1800 a cui viene fatto esplicito riferimento) e il riconoscere in questo quadro una ragionevole egemonia tedesca, che corrisponde oggettivamente alle dimensioni economiche e demografiche della Germania riunificata.
Questo discorso viene ulteriormente precisato nelle considerazioni sulle prospettive del dopo guerra fredda. Dall’esperienza del secolo del comunismo e della violenza e della guerra civile ideologica europea e mondiale, che si è conclusa con la vittoria del liberalismo, si deve, secondo Nolte, trarre l’imperativo della difesa intransigente del liberalismo contro ogni forma di totalitarismo e più in generale contro l’ideologismo astratto che si illude di cambiare radicalmente la natura umana e non può che produrre lo scatenamento della violenza. Ma il liberalismo vincitore non sarà in grado di affrontare le nuove sfide che si annunciano — non più le guerre generali fra le grandi potenze sviluppate, ma gli attacchi da parte delle masse dei paesi arretrati escluse dal benessere raggiunto dai paesi liberali — se non sarà corretto in due aspetti essenziali.
Da una parte, l’individualismo che non conosce altro fine che l’aspirazione a una felicità intesa edonisticamente (e che ha come conseguenza ultima la crisi della famiglia e il declino demografico) deve essere integrato dall’ethos della solidarietà. E in questo contesto Nolte sostiene il principio del minimo sociale garantito all’interno dei paesi avanzati, che però dovrebbe alla lunga valere anche nei rapporti fra paesi sviluppati e sottosviluppati.
Dall’altra parte, l’universalismo proprio del liberalismo — che in quanto «universalismo progressivo» realizza il nocciolo razionale del comunismo che è invece un «universalismo militante» — deve essere integrato dal nocciolo razionale che è presente nel fascismo inteso come «particolarismo militante». In sostanza, si dovrà trovare il coraggio, nonostante tutti i cattivi ricordi dell’epoca del fascismo, di «un’autoaffermazione nazionale e culturale che non stia più, come il vecchio `nazionalismo´, in un rapporto conflittuale col nucleo razionale dell’universalismo — il comandamento della convivenza pacifica degli uomini in una erra divenuta piccola e minacciata – ma in una convivenza che si è liberata dal diktat di un `umanitarismo´ che non ha ben chiare le reali conseguenze dei suoi postulati eccessivamente ideali»[3]. Pertanto non solo l’unificazione europea non deve superare i limiti confederali, perché altrimenti ridurrebbe gli Stati nazionali a province e distruggerebbe la coscienza nazionale, ma si deve altresì rifiutare in termini di principio l’obiettivo ultimo di un governo mondiale, che equivarrebbe al più odioso dispotismo mai realizzato sulla Terra.
 
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Dopo aver illustrato in modo estremamente sintetico ma, spero, fedele l’interpretazione noltiana del Novecento, esprimo le mie riserve critiche. Premetto che concordo con il rifiuto da parte di Nolte — che costituisce il Grundmotiv che lo ha spinto a costruire l’interpretazione che abbiamo esaminato — delle tesi sulla colpa collettiva dei Tedeschi e sulla essenza demoniaca della nazione tedesca. Si tratta di concetti inconsistenti, che nei non Tedeschi servono da copertura ideologica del nazionalismo antitedesco e, nei Tedeschi che li fanno propri, sono il segno dell’incapacità di comprendere le vere radici dell’esperienza imperialistiche totalitaria dello Stato nazionale tedesco nella prima metà del Novecento[4]. Questa incapacità riguarda purtroppo anche uno studioso di grande valore come Habermas, il quale nell’ambito della polemica sviluppatasi intorno alle tesi storiografiche di Nolte ha affermato che i Tedeschi dovrebbero tutti, anche oggi, anche le generazioni successive al nazionalsocialismo, continuare ad arrossire di vergogna per i crimini della Germania nazista[5].
Ciò detto, ritengo invece non convincenti le argomentazioni con cui Nolte contesta la colpevolizzazione e la demonizzazione della nazione tedesca. La tesi che il comunismo sia il male del secolo e che il fascismo costituisca una reazione fino a un certo punto giustificata nei suoi confronti, e contenga perciò un nocciolo razionale che deve essere recuperato, non chiarisce alcune questioni molto importanti che indico qui di seguito molto schematicamente.
- Il comunismo non è certo all’origine dello scoppio della prima guerra mondiale, che indubbiamente è un avvenimento cruciale della storia del XX secolo (perché Nolte indica il suo inizio nel 1917 e non nel 1914, da cui ha preso avvio la nuova guerra europea dei trent’anni?) e ha reso possibile la stessa rivoluzione sovietica del 1917.
- L’osservazione, tutt’altro che nuova, che il comunismo bolscevico e le sue ripercussioni fuori della Russia hanno favorito in modo decisivo l’ascesa del fascismo non è certo sbagliata (ogni estremismo favorisce un estremismo opposto), ma spiega ben poco se non viene inserita in una prospettiva più ampia che chiarisca: il fatto che l’affermarsi dell’estremismo comunista è stato anche una reazione alle stragi provocate dalla guerra e ai regimi autoritari e tendenzialmente totalitari che si sono affermati nel corso del suo sviluppo; il perché in paesi come l’America e la Gran Bretagna non sono emersi forti partiti comunisti.
- Se è vero che la rivoluzione sovietica ha portato allo «sterminio di classe», non si può dimenticare che tutte le grandi rivoluzioni (non solo quella francese) sono state caratterizzate da momenti eccezionalmente violenti. L’affermazione del liberalismo è passata, in Gran Bretagna, attraverso inaudite violenze nei confronti degli Irlandesi e degli Scozzesi (per non parlare degli orrori della prima rivoluzione industriale), e negli Stati Uniti d’America, attraverso i massacri della guerra civile[6]. Le violenze che hanno caratterizzato l’esperienza sovietica devono essere ricollegate, oltre che all’ideologia comunista, all’arretratezza asiatica di questo paese e alla necessità di una rapida industrializzazione per preservare la potenza russa in un contesto internazionale altamente conflittuale.
- Passando all’epoca del conflitto Est-Ovest, se è evidente l’importanza centrale della fermezza antitotalitaria dell’Occidente come fattore della sconfitta del comunismo, non possono essere trascurati almeno altri due importantissimi fattori: l’esistenza di armi in grado di distruggere il mondo intero, che ha eliminato la possibilità del ricorso all’arma estrema di una guerra generale come mezzo per tentare di salvare un impero dispotico e ha spostato il confronto essenzialmente sul terreno, rivelatosi alla lunga perdente per l’URSS, dell’efficienza economica; il processo di integrazione dell’Europa occidentale (fondato sulla riconciliazione franco-tedesca), che, pur non essendo ancora giunto alla sua conclusione, ha creato una situazione di cooperazione pacifica, di sviluppo economico e di progresso democratico in un’area precedentemente dilaniata dall’instabilità, ha costituito un polo di attrazione per l’Europa orientale e ha contribuito potentemente a delegittimare l’ideologia secondo la quale l’economia di mercato e la democrazia liberale su di essa fondata non potevano che produrre immiserimento crescente e guerre.
Lo schema interpretativo che, a mio avviso, è in grado di inquadrare questi fatti in un paradigma adeguatamente esplicativo, superando i limiti della visione di Nolte, è quello che individua come filo conduttore del Novecento non il comunismo e le reazioni che esso ha provocato, bensì la crisi degli Stati sovrani teorizzata dal pensiero federalista. In questa sede [7] mi limito ad alcune puntualizzazioni essenziali.
Per crisi degli Stati sovrani si intende la contraddizione fra la crescente interdipendenza fra tutti i popoli del mondo — prodotta dalla rivoluzione industriale e accentuata da quella tecnico-scientifica -, che richiede la creazione di entità statali di dimensioni continentali e, tendenzialmente, l’unificazione del genere umano, da una parte, e la sovranità statale assoluta, dall’altra. Questa contraddizione diventa operativa in Europa fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ed è, secondo il pensiero federalista, il filo conduttore dell’epoca delle guerre mondiali e del fascismo, cioè della nuova guerra europea dei trent’anni. Da una parte lo sviluppo dell’interdipendenza al di là delle barriere nazionali rende indispensabile l’integrazione sopranazionale a livello continentale per garantire lo sviluppo economico, la sicurezza e il progresso democratico. Dall’altra parte la volontà di conservare la sovranità statale assoluta (che è il principio-guida del nazionalismo e la causa strutturale dell’anarchia internazionale e delle guerre) impedisce lo sviluppo pacifico dell’integrazione sopranazionale e finisce perciò per aprire la strada al tentativo di unificare l’Europa sotto l’egemonia del più potente Stato del continente in quel periodo. La prima guerra mondiale ,è precisamente il primo atto del tentativo tedesco di unificazione imperiale dell’Europa,. e la sua conclusione non porta ad una soluzione duratura perché alla sconfitta della Germania fa seguito non una politica di unificazione pacifica dell’Europa, bensì una sistemazione che esaspera la crisi del sistema degli Stati nazionali sovrani in Europa. Mentre la creazione di nuovi staterelli produce un aumento delle barriere economiche interne all’Europa, il suo spezzettamento economico si approfondisce a causa dell’esasperarsi del protezionismo (reso possibile dalla sovranità illimitata) nel contesto di una crisi economica che è endemica proprio a causa delle dimensioni sempre più inadeguate degli Stati nazionali europei. E questa situazione pesa nel modo più grave sulla Germania che perde territori e sbocchi economici di grande importanza, ma che ancora conserva energie sufficienti per tentare un’altra volta l’avventura egemonica.
 
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Se si inserisce in questo quadro la storia tedesca fra le due guerre mondiali, si può capire perché proprio in Germania, e non invece in altri paesi abbastanza vicini ad essa per livello di sviluppo economico-sociale, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna e la Francia, si produca una sfida comunista così forte da favorire la vittoriosa reazione fascista. In effetti, mentre gli Stati Uniti non sono ancora coinvolti, a causa delle loro dimensioni, nel fenomeno della crisi dello Stato sovrano (e possono perciò uscire dalla crisi del 1929 con un consolidamento del sistema liberaldemocratico), questo fenomeno produce in Germania una catastrofica instabilità economico-sociale che rafforza in modo fatale le tendenze estremistiche antidemocratiche. E se ciò non avviene negli stessi termini in Gran Bretagna e in Francia, è decisivo il fatto che il loro declino in quanto Stati nazionali europei si sviluppa più lentamente in conseguenza delle cinture di salvataggio rappresentate dai loro ampi territori coloniali.
Il riferimento al fenomeno generale della crisi degli Stati nazionali europei e al suo manifestarsi in modo particolarmente acuto in Germania permette d’altro canto di comprendere a fondo il disegno espansionistico, che è la caratteristica più essenziale del nazionalsocialismo, e il nesso organico fra questo disegno, da un lato, e il sistema totalitario e l’ideologia razzista, dall’altro. In effetti il,nazionalsocialismo costituisce il tentativo più radicale e coerente di dare una risposta espansionistico-egemonica al problema della crisi degli Stati nazionali europei. La struttura totalitaria dello Stato è pertanto perfettamente funzionale a questo tentativo perché non fa che portare alle sue estreme conseguenze le tendenze all’accentramento, all’autoritarismo e al nazionalismo esasperato proprie delle potenze europee di tipo continentale (che sono strutturalmente più militariste e centraliste di una potenza insulare come la Gran Bretagna, perché 1’avere confini terrestri difficili da difendere rende più precaria la loro sicurezza), connesse con la progressiva esasperazione delle lotte di potenza in un sistema di Stati sempre più interdipendenti, ma incapaci di dar vita, a causa del dogma della sovranità assoluta. a un efficace ordinamento giuridico sopranazionale. E la stessa ideologia razzista, che, portata all’estremo, implica il genocidio, è funzionale al disegno del dominio permanente di un popolo europeo sugli altri popoli d’Europa. Collocato in questa prospettiva, Hitler appare non solo e non principalmente come un anti-Lenin, ma soprattutto come  l’espressione più radicale e coerente del tentativo di opporsi alla necessità storica del superamento dello Stato nazionale sovrano e della unificazione sopranazionale pacifica. D’altra parte l’individuazione del nesso fra crisi dello Stato nazionale in Europa e nazionalsocialismo permette di mettere in luce, oltre alle colpe della classe politica  nazista, le gravi responsabilità delle classi politiche dei paesi democratici dell’Europa occidentale, le quali hanno scelto, invece della via dell’unificazione europea, quella dell’egoismo nazionale, specialmente con l’esasperazione del protezionismo dopo la crisi del ’29, ed hanno così favorito in modo decisivo la vittoria del fascismo nel paese che per le sue condizioni oggettive era il più colpito dal fenomeno della crisi dello Stato nazionale.
Passando ora al periodo successivo al 1945, mi limito ad alcune considerazioni estremamente schematiche per mostrare come la crisi dello Stato sovrano costituisca il filo conduttore anche della seconda metà del Novecento. L’epoca delle guerre mondiali e del fascismo si è conclusa con la perdita di autonomia da parte delle potenze europee e il loro inserimento in un sistema bipolare egemonizzato, non a caso, da due potenze di dimensioni continentali. Questa eclisse di fatto delle sovranità degli Stati nazionali europei ha d’altra parte aperto la strada al processo di integrazione dell’Europa occidentale, che non è ancora giunto all’unificazione federale del continente ma ha compiuto sostanziali progressi n questa direzione e ha già prodotto risultati di enorme importanza in termini di sviluppo economico-sociale e progresso democratico, oltre a stimolare numerosi processi imitativi in tutto il mondo. Nel frattempo la crescita dell’interdipendenza internazionale — connessa con l’avanzamento della rivoluzione tecnico-scientifica — ha compiuto tali progressi da far emergere sfide che pongono all’ordine del giorno della storia il problema del superamento della sovranità statale assoluta su scala mondiale, cioè l’esigenza della graduale ma effettiva unificazione dell’umanità. Non si tratta soltanto della progressiva globalizzazione dell’interdipendenza economica, bensì delle sfide legate all’esistenza delle armi di distruzione di massa, alla questione ecologica e al divario Nord-Sud, che mettono addirittura in discussione la sopravvivenza dell’umanità. In questo contesto più ampio devono essere inquadrate la fine del conflitto Est-Ovest e la dissoluzione del sistema sovietico. Se è vero che queste svolte sono connesse anche ai fattori costituiti dal processo di integrazione europea e dall’impossibilità da parte dell’URSS di utilizzare in una guerra generale i suoi sempre più costosi armamenti, oltre che dall’insostenibilità della sua chiusura al mercato mondiale, è chiaro che la spinta all’unificazione mondiale, di cui questi fattori sono manifestazione, deve essere presa in considerazione come il filo conduttore del processo storico successivo al 1945.
In conclusione, da questa interpretazione del Novecento — non il secolo del comunismo e della violenza, bensì il secolo della crisi della sovranità statale illimitata e dell’avvio dell’unificazione sopranazionale — deriva un imperativo pratico sensibilmente diverso da quello proposto da Nolte. Non si tratta soltanto di respingere la tesi della colpevolizzazione della nazione tedesca, né semplicemente di rifiutare il totalitarismo in tutte le sue forme. Questi orientamenti vanno inquadrati in un orientamento più ampio che ha come obiettivo centrale il superamento della sovranità statale assoluta (in questo senso il conflitto fra nazionalismo e federalismo emerge come il conflitto ideologico cruciale della nostra epoca), cominciando dall’unificazione federale europea — ovviamente sulla base della parità di diritti e di doveri e quindi senza egemonie di sorta — per arrivare infine alla unificazione federale mondiale avente come suoi pilastri un ristretto numero di federazioni continentali e sub-continentali. Il «comandamento — di cui parla Nolte — della convivenza pacifica degli uomini in una Terra divenuta piccola e minacciata» deve indicare questo percorso, o altrimenti è pura retorica.
 
Sergio Pistone
 

 

 


[1] I testi fondamentali di Ernst Nolte da tenere presenti per la ricostruzione della sua interpretazione del Novecento sono: I tre volti del fascismo, Milano, Mondadori, 1978; Marxismus und industrielle Revolution, Stuttgart, Klett-Cotta, 1983; Deutschland und der Kalte Krieg, Stuttgart, Klett-Cotta, 1985; Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, Firenze, Sansoni, 1989; Geschichtsdenken im 20. Jahrhundert, Berlino, 1991; A. Krali (a cura di), Intervista sulla questione tedesca ieri e oggi, Bari, Laterza, 1993; F. Coppellotti (a cura di), Dramma dialettico o tragedia? La guerra civile mondiale e altri saggi, Roma, Perugia University Press-Settimo sigillo, 1994; Gli anni della violenza. Un secolo di guerra civile ideologica europea e mondiate, Milano, Rizzoli, 1995.
[2] Cfr. F. Furet, Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, Milano, Mondadori, 1995. Per una analisi critica del revisionismo storico cfr. D. Losurdo, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Bari, Laterza, 1996.
[3] Cfr. E. Nolte, Gli anni della ’violenza, cit., p. 147.
[4] Per una analisi critica della tesi della colpa collettiva della nazione tedesca rinvio ai miei seguenti scritti: F. Meinecke e la crisi dello Stato nazionale Torino, Giappichelli, 1969; Ludwig Dehio, Napoli, Guida, 1977; La Germania europea, Napoli, Guida, 1978; «A proposito delle colpe dei Tedeschi e degli Italiani», in Piemonteuropa, dicembre 1987.
[5] Cfr. G. E. Rusconi (a cura di), Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Torino, Einaudi, 1987, che riporta l’intervento di Habermas e di altri nel dibattito sulle tesi di Nolte e di altri revisionisti.
[6] Cfr. il libro di Losurdo citato nella nota 2.
[7] Per un approfondimento del discorso sulla crisi della sovranità statale illimitata come filo conduttore del Novecento rinvio ai seguenti testi: M. Albertini, Il federalismo, Bologna, Il Mulino, 1993; L. Levi, Il federalismo, Milano,F. Angeli, 1987; L. Dehio, Equilibrio o egemonia, Bologna, Il Mulino, 1988; S. Pistone, «Ludwig Dehio e l’interpretazione federalista dell’epoca delle guerre mondiali e del fascismo», in Piemonteuropa, dicembre, 1988; Id., «Alcune considerazioni sulla riunificazione tedesca e lo sviluppo dell’integrazione europea», in Piemonteuropa, ottobre, 1990; Id., «Il ruolo internazionale dell’Europa, la società cosmopolitica e la pace», in Piemonteuropa, maggio, 1997.

 

 

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