Anno XL, 1998, Numero 2, Pagina 166

 

 

FEDERALISMO E CITTADINANZA
 
 
    La tendenza alla globalizzazione, che costituisce il principale carattere distintivo della fase storica che stiamo vivendo, si manifesta, più che in ogni altro settore, nella crescente rapidità della circolazione delle informazioni e delle idee e nella loro facile accessibilità, ed offre ad un numero sempre più vasto di persone la possibilità di allargare il raggio delle proprie conoscenze e dei propri contatti fino ad orizzonti inimmaginabili fino a tempi molto recenti. Gli effetti che parrebbe normale attendersene sono la diffusione della consapevolezza che il genere umano costituisce una sola comunità di destino e l’approfondimento della comprensione tra i popoli. Ma la tendenza prevalente va oggi nella direzione opposta. La realtà della politica non è mai stata così profondamente segnata dal disordine, dal fanatismo, dall’ incomprensione e dall’ intolleranza. E le riflessioni di chi pensa la politica non sono mai state così radicalmente ispirate al relativismo e alla sfiducia nel dialogo.
    Abbiamo già avuto più volte occasione di sostenere su questa rivista che alla radice di questo apparente paradosso sta il fatto che, mentre i rapporti tra gli uomini stanno assumendo dimensioni planetarie, la politica rimane tenacemente legata alla dimensione nazionale. E anche laddove lo Stato ha dimensioni continentali, esso mantiene comunque la struttura rigida e chiusa dello Stato nazionale, mentre la forma che assume l’avanzata della globalizzazione è quella della rete, che si estende sempre più nello spazio e insieme moltiplica i propri nodi e infittisce le proprie maglie. Nella società globale i centri di iniziativa diventano sempre più numerosi, rendendo arduo il compito di governare soltanto, o prevalentemente, dal centro una società sempre più mutevole e articolata. E’ così che lo Stato, nelle forme che esso ha assunto in questa fine secolo, è impari ai suoi compiti sia come attore sulla scena internazionale che come promotore del bene comune al proprio interno: ed il consenso nei suoi confronti evapora progressivamente, e con il consenso evapora la solidarietà tra i cittadini.
 
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    La crisi dello Stato nazionale come attore nell’equilibrio internazionale spiega il successo della teoria di Huntington del conflitto delle civiltà. Secondo questa concezione i veri protagonisti della politica mondiale non sarebbero gli Stati, ma entità più vaste e dai contorni ambigui, che sono appunto le «civiltà». Il successo di questa teoria è spiegato dal fatto che essa sembra, a prima vista, rendere conto di fenomeni come il ruolo che gioca oggi nel mondo il fondamentalismo islamico o quello che ha nel dibattito politico il discorso sui «valori asiatici». Ma essa ha implicazioni gravissime perché le «civiltà» di Huntington sono modi radicalmente diversi di vedere il mondo e di interpretare la convivenza civile che hanno la loro origine in fattori naturali o in una storia millenaria profondamente interiorizzata, e che quindi si contrappongono le une alle altre senza possibilità di trovare un comune terreno di intesa. Gli stessi valori della libertà, della democrazia e della giustizia sono, secondo Huntington, patrimonio esclusivo della «civiltà» occidentale, e quindi non potranno mai essere esportati in altri contesti culturali, perché nessun altro contesto culturale è in grado di recepirli. Vi sono quindi «civiltà» condannate per sempre all’oscurantismo e alla dittatura, e non esistono valori universali, né esiste una comunità di comunicazione che comprenda virtualmente l’intero genere umano. Il confronto tra le civiltà avviene solo sul terreno della forza.
    I    dee non dissimili sono state generate dalla presa di coscienza dell’attuale incapacità dello Stato nazionale di garantire al proprio interno la pace sociale, il rispetto del diritto, lo sviluppo economico e la giustizia sociale. E’ così che l’idea di patria come fattore di solidarietà sta esplodendo ovunque, nel mondo industrializzato, in una miriade di «identità», intese come identificazioni di gruppo che consentono agli uomini di trovare un precario ubi consistam illudendosi di annullare la propria individualità in entità collettive di carattere razziale, etnico, religioso, di appartenenza sessuale, ognuna delle quali diventa un fattore di chiusura e di conflitto e un pretesto per sottrarsi agli imperativi della solidarietà e della collaborazione. Una volta di più, queste diverse «identità» sono radicate, nella mente di chi se ne sente partecipe, in fattori naturali, o in misteriose quanto immodificabili affinità ataviche, che le rendono impermeabili al dialogo e al mutamento. Del resto lo stesso termine «identità» si riferisce a qualcosa che non cambia, che rimane comunque uguale a sé stesso.
    Si badi bene che questi sussulti «identitari» non hanno nulla a che fare con i movimenti di emancipazione dei neri d’America, o delle donne, quantomeno nella misura in cui lo scopo di questi ultimi era ed è quello di consentire ad una parte dalla popolazione, che era ed è oggetto di discriminazione, di ottenere uno status di parità con gli altri cittadini. La rivendicazione dell’«identità», al contrario, non chiede l’uguaglianza, ma esaspera la differenza, non chiede l’apertura, ma rende ermetica la chiusura. Vuole impedire il confronto razionale rendendo l’idea stessa di verità dipendente dall’«identità». E’ così che è nato in America il concetto di political correctness, che giustifica e cementa la segregazione — soprattutto quella degli animi — promuovendo la pratica moralmente inaccettabile in forza della quale si tengono corsi universitari fatti da neri sui neri per i neri o vengono scritti libri da donne sulle donne per le donne, distogliendo così l’attenzione dall’imperativo fondamentale che deve guidare ogni politico morale, che è quello di lavorare per la creazione di una società nella quale bianchi e neri, uomini e donne partecipino insieme al perseguimento del bene di tutti.
 
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    L’elemento inquietante che emerge da questi modi di vivere e di pensare la realtà storica di oggi è costituito dall’affermazione della differenza tra gli uomini come fattore fondante della dialettica politica. In questa ottica l’umanità è una soltanto se intesa come specie zoologica; ma nell’agire storico essa si deve considerare come una giustapposizione di «civiltà» o di «identità», definite nel più vario modo, ognuna delle quali non ha nulla da dire alle altre, ma il cui problema è soltanto quello di convivere con le altre o, quando i rapporti di forza lo consentono, di prevalere su di esse. In questa prospettiva il ruolo dello Stato viene radicalmente ridimensionato. Esso non è più portatore di valori. La sede dei valori sono le civiltà, o i gruppi definiti da una comune «identità», ognuno dei quali ha una propria idea, ugualmente legittima, del vero e del bene. Nel loro ambito si gioca la vita morale degli uomini. Nei rapporti internazionali lo Stato gioca un ruolo vicario rispetto a quello primario delle «civiltà», mentre nei rapporti interni il suo compito è soltanto quello di essere un arbitro neutrale, che deve cercare di realizzare la pacifica convivenza sullo stesso territorio dei vari gruppi «identitari», mediando i loro conflitti e tentando di imporre regole di comportamento il cui contenuto non può essere determinato che dalla diagonale delle forze sul campo.
    Queste affermazioni ricordano sinistramente alcuni passi deliranti del Mein Kampf, che sostengono la tesi della preminenza dell’idea organica e naturale della razza su quella burocratica e artificiale dello Stato. Ma questa è appunto una tesi delirante. La verità è che lo Stato ha costituito nella storia la condizione politica indispensabile dell’affermazione dei grandi valori della pace civile, della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. E’ vero che gli Stati non hanno ancora saputo realizzare al di sopra di essi quel dominio della legge che ognuno di essi ha realizzato, anche se imperfettamente, al proprio interno. Ed è vero che questa loro incapacità li ha costretti a difendere la loro sopravvivenza mediante lo strumento barbaro della guerra. Come è vero che nell’ultima fase della loro storia essi hanno dovuto ricorrere, per puntellare la loro legittimità in un contesto internazionale sempre più precario e violento, al mito nefasto della nazione. Ma è anche vero che l’idea di Stato è legata indissolubilmente a quella di cittadinanza, che significa uguaglianza di tutti di fronte alla legge e al dovere di contribuire al perseguimento del bene comune. E l’uguaglianza tra i cittadini di uno Stato, a sua volta, non può essere affermata senza affermare insieme implicitamente quella tra tutti gli uomini in quanto cittadini di un virtuale Stato mondiale.
    Lo Stato non è il prodotto di pretese affinità naturali, ma si fonda idealmente su di un contratto sociale liberamente consentito. Ed è questa sua natura che gli consente di trasformarsi nella storia, di allargare l’orbita della solidarietà, di integrare culture e identità diverse facendo emergere, dal loro confronto, nuovi valori comuni. Tutto ciò non significa, come si è detto, che nella storia esso non sia stato protagonista di indicibili nefandezze. Ma le sue insufficienze sono la misura dello stadio ancora iniziale del processo di emancipazione dell’umanità. Rimane il fatto che i valori della convivenza civile non si possono esprimere ed affermare, nei limiti imposti dal grado di avanzamento di quel processo, che nello Stato o nella lotta per cambiare lo Stato, ma mai al di fuori e indipendentemente dallo Stato.
 
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    Il contratto sociale è l’atto con il quale, per riprendere una frase di Kant, la moltitudine diventa popolo. Non vi è quindi Stato senza popolo. A questo proposito bisogna guardarsi dall’equivoco funesto che consiste nel confondere il popolo con la nazione (e lo Stato con lo Stato nazionale), e quindi nel credere che l’idea di cittadinanza, come appartenenza al popolo (e allo Stato), comporti la negazione del pluralismo. La verità è che l’idea di nazione costituisce una perversione dell’idea di popolo, proprio perché questa implica l’idea di un’unione volontaria tra individui ragionevoli per il perseguimento del bene comune, mentre quella si fonda sulla rappresentazione mitica di un legame pseudo-religioso, o di sangue. Il popolo è una comunità di comunicazione, rispetto al quale ogni confine territoriale costituisce un limite che si tratta di superare, e che quindi si manifesta nella sua pienezza soltanto nella forma di popolo mondiale; mentre la nazione trova il cemento della propria unità in ciò che la distingue dalle altre nazioni, talché per essa la frontiera che divide costituisce una condizione essenziale di sopravvivenza.
    Se questo è vero, la cittadinanza, come appartenenza al popolo, non nega alcuna «identità» etnica, linguistica, culturale, religiosa, sessuale, ecc. La cittadinanza mette in valore, come riferimenti essenziali dell’identità degli uomini, la comune appartenenza al genere umano e l’assoluta originalità della personalità individuale: entrambe espressioni dell’irriducibilità del singolo alle caratteristiche che definiscono il gruppo o i gruppi ai quali ciascuno appartiene. In uno Stato liberato dal riferimento alla nazione tutte le «identità» possono convivere, rimanendo inteso che ogni comportamento che confligga con il dovere di rispettare la libertà altrui deve comunque essere represso con rigore. A ciò, si deve aggiungere che, se la cittadinanza non è destinata a rimanere un fatto formale, ma a diventare pratica del dialogo e della solidarietà, essa non può non portare ad una crescente comprensione reciproca tra gli uomini, e quindi ad una situazione nella quale le differenze diventeranno irrilevanti non soltanto di fronte alla legge, ma anche con riferimento all’aspetto conviviale della convivenza. Ed è per questo che, nella attuale fase di forte immigrazione nei paesi industrializzati di popolazioni provenienti da orizzonti culturali radicalmente diversi, se è senz’altro da respingere l’opinione che ne propugna l’assimilazione autoritaria, è da respingere con altrettanto vigore quella che ne vorrebbe la semplice inserzione nella società che le riceve, cioè sostanzialmente la ghettizzazione, nascosta dalla maschera della tolleranza e del rispetto della loro cultura. Il problema vero è quello di promuovere la loro integrazione cioè l’avvio di un processo che, nel rispetto delle loro specificità (in quanto queste non neghino i principi fondamentali dell’ordinamento dello Stato), le spinga a giocare un ruolo attivo nella vita politica e sociale del paese di accoglienza, nella prospettiva che esse diventino parte integrante del suo popolo, arricchendo la qualità della sua convivenza con i loro apporti culturali.
    Resta il fatto che il pluralismo che costituisce il fondamento della libertà non è la sterile giustapposizione di identità non politiche, ripiegate su sé stesse e chiuse le une nei confronti delle altre, e quindi incapaci di arricchirsi a vicenda. Il vero pluralismo risulta dall’applicazione dell’impegno politico dei cittadini, motivato da valori comuni, all’infinita diversità dei problemi che nascono dalla varietà dell’articolazione del territorio di uno Stato. La sua sede sta quindi nella comunità locale perché è nel quadro della comunità locale che questi problemi prendono forma e che su di essi si confrontano le opinioni, pur nel quadro più vasto dei problemi che riguardano l’intera collettività. Questo pluralismo non nega certo la comune umanità, ma consente a tutti coloro ai quali le circostanze della vita lo richiedono di far successivamente parte a pieno titolo di comunità diverse senza sentirsi un estraneo in alcuna di esse.
 
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    La sola risposta adeguata che la politica può dare alla sfida della globalizzazione è il federalismo. Soltanto il federalismo supera lo Stato nazionale senza negare lo Stato in quanto tale, anzi affermandolo nella sua espressione compiuta: quella della Federazione mondiale. Soltanto il federalismo realizza l’ideale della cittadinanza ricuperando la realtà del popolo contro la sua degenerazione nazionale e contro i tentativi di dissolverla in un pulviscolo di identità chiuse, anguste e ostili. Soltanto il federalismo realizza l’unione dell’uguaglianza e della differenza con la proposta istituzionale di una rete di livelli di governo che consente di affrontare insieme i problemi globali e quelli locali. E, nell’ atmosfera di progressivo degrado che oggi segna i rapporti degli uomini con la politica, e quindi tra di loro, il federalismo costituisce il solo punto di riferimento che consente di riorientare le aspettative, di riaccendere le speranze e di mobilitare nuove energie morali ricollocando nella realtà storica i grandi valori della convivenza civile.
 
Francesco Rossolillo

 

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