Anno LX, 2018, Numero 2-3, Pagina 114

 

 

L'AGONIA DI UNA NAZIONE

 

 

Un declino politico ed economico che dura da cinque anni e che sta portando il Venezuela verso la catastrofe. Una nazione tra le prime dieci al mondo in termini di riserve petrolifere, a seguito di politiche dissennate, è in ginocchio, con la popolazione ridotta alla fame e in fuga verso i Paesi confinanti. Nel corso del 2017 e degli inizi del 2018 si stima che oltre due milioni di venezuelani abbiano lasciato il proprio Paese, spesso in modo illegale, creando così anche nell’America Meridionale, come già nel resto dell’America Latina, il triste fenomeno dell’emigrazione.[1] La dimensione di questo flusso migratorio assume connotati impressionanti se si pensa che il Venezuela conta 31 milioni di abitanti. Si tratta di cifre che rendono quasi irrilevante il fenomeno migratorio che stiamo conoscendo in Europa[2] anche perché la massa dei venezuelani in fuga si è concentrata nell’arco temporale di poco più di un anno. Il Venezuela si sta spopolando e i suoi cittadini emigrati, in Ecuador come in Perù, sono come ghettizzati e svolgono i lavori più umili nonostante, in molti casi, abbiano un’alta scolarità. Ed è così che in Ecuador e Perù la popolazione locale riversa sui venezuelani emigrati le umiliazioni che i loro connazionali conoscono in Europa o negli USA.

La crisi venezuelana trova le sue origini già nei primi anni della presidenza Chavez, nonostante le grandi aspettative che il suo mandato presidenziale aveva suscitato in America Latina e in molte forze politiche occidentali, che vedevano in lui il prototipo del Presidente amico del popolo, anti-capitalista e anti-statunitense. La sua salita al governo, insieme a quella di Morales in Bolivia, sembrava prospettare la nuova via al socialismo nel subcontinente, dopo che a Cuba prima e in Nicaragua poi il socialismo si era trasformato in dittatura. L’avvio di un politica di nazionalizzazioni e di una politica estera fortemente anti-statunitense, portò in breve il Venezuela a stringere accordi commerciali con Cuba, Nicaragua, Russia, Cina e Iran al punto che il Paese venne classificato dal Presidente statunitense Bush una “nazione canaglia”. L’aspetto più importante è che l’intera politica economica e commerciale del Venezuela venne vincolata all’estrazione e al prezzo del greggio sul mercato internazionale. Nei primi anni della presidenza Chavez l’alto prezzo del petrolio al barile consentì facili elargizioni all’intera popolazione con l’applicazione di prezzi “politici” a molti beni primari. Il costo di un litro di benzina in Venezuela durante la presidenza Chavez era pari a 0,01 euro e ancora oggi, in piena crisi, il costo è di pochi centesimi, anche se ora il problema è riuscire a trovare distributori di benzina che ne abbiano disponibilità. Il paradosso è che il Venezuela si trova nella condizione di dover importare petrolio a seguito della chiusura di molti pozzi per la mancanza di pezzi di ricambio. L’intera economia venezuelana si è basata per anni sul petrolio, ma i ricchi proventi, anziché venire almeno in parte reinvestiti in infrastrutture o in nuove attività economiche, sono serviti per pagare l’acquisto di beni e servizi dall’estero, in particolare dai Paesi avversari degli USA. Da Cuba, per esempio, provenivano medici e farmaci che il Venezuela ripagava in barili di petrolio in una sorta di baratto che non comportava la movimentazione di capitali. Da Russia e Iran venivano acquistati armamenti. Il carisma di Chavez, la sua popolarità, il suo dichiararsi figlio del popolo, l’ossessiva propaganda che ne esaltava l’operato, riuscivano a far passare in secondo piano la tendenza all’autoritarismo che ormai stava portando alla nascita di un regime. La realtà della situazione divenne evidente con la sua morte nel marzo 2013 e con il crollo del prezzo del petrolio.[3] Dopo quattordici anni di presidenza Chavez salì alla presidenza del Paese il delfino designato Maduro, un altro cosiddetto “uomo del popolo”,[4] privo però di quel carisma che aveva consentito al suo predecessore di governare incontrastato.

La salita alla presidenza di Maduro e il contemporaneo crollo del prezzo del petrolio misero in evidenza una politica che stava portando la nazione al caos sociale e al default economico. Ai primi segnali di crisi la risposta di Maduro fu un inasprimento del sistema poliziesco, la chiusura di testate giornalistiche che lo contestavano e la prigione per gli oppositori. La mancanza di beni primari, la necessità quasi inverosimile per il Venezuela di dover importare petrolio raffinato, la mancanza di riserve in valuta della Banca centrale non erano viste come il fallimento della propria politica: le cause della crisi erano indicate nella borghesia che aveva esportato le proprie ricchezze all’estero; nel fatto che vi era un complotto capeggiato dagli USA per affamare il popolo venezuelano e osteggiare la politica socialista del governo; oppure erano gli oppositori che diffamavano il governo. Il populismo di Maduro, e quello di Chavez prima, negavano l’evidenza di una politica economica demagogica. La volontà di nascondere le vere cause della crisi portò infine Maduro alla scelta di indire un referendum costituzionale che, di fatto, proclamava la definitiva trasformazione del suo governo in una dittatura legalizzata da un voto popolare. Maduro conseguì la vittoria referendaria nonostante le accuse di frode e la contestazione da parte dell’intera comunità internazionale, con la sola eccezione della Russia e del silenzio della Cina. Il primo risultato della vittoria al referendum fu la sospensione del Venezuela dal Mercosur in base alla clausola democratica prevista dal Protocolo sobre compromiso democrático.[5] I Paesi membri del Mercosur, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, votarono alla unanimità per la sospensione del Venezuela, accusando Maduro di violare i diritti fondamentali di una democrazia.[6] Questo atto politico del Mercosur è stato altamente significativo: chi non rispetta le regole fondamentali della democrazia non può far parte di una comunità e merita l’isolamento. Si tratta di un segnale che in Europa dovremmo imparare ad utilizzare pensando alle situazioni di attacco alle basi della democrazia per esempio in Ungheria o Polonia.

Ma mentre il Venezuela vede venir meno anche la fratellanza continentale, il regime persiste nel proclamare la propria sovranità nazionale minacciata da vicini traditori o da potenze straniere che vogliono piegare un governo del popolo. Un governo però che ha dovuto rinunciare alla propria valuta nazionale, il bolivar, perché in default nonostante gli aiuti finanziari già pervenuti da Mosca agli inizi del 2018. Il tasso di inflazione dalla fine del 2017 ha raggiunto cifre assurde, a tre zeri, rendendo praticamente impossibile stabilire il prezzo di un qualsiasi bene tra il mattino e il pomeriggio, portando così al blocco degli acquisti interni e al blocco anche delle importazioni dall’estero per mancanza di valuta. Molti osservatori paragonano la situazione finanziaria del Venezuela a quella della Repubblica di Weimar del secolo scorso. Ma la Germania di Weimar usciva da una guerra disastrosa ed era gravata dalle esorbitanti richieste di risarcimento da parte delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale. Il Venezuela invece ha provocato da sé il proprio dissesto e caos sociale nel nome di un sovranismo esasperato. Nell’anno 2017 il tasso di inflazione nel Paese era stimato al 1.000% e a luglio 2018 al 1.000.000%, il PIL è al -50% rispetto al 2013.[7] Cifre fuori da ogni controllo. La crisi del Venezuela però ha conseguenze drammatiche che vanno oltre i propri confini. Si tratta di uno dei principali Paesi produttori di petrolio, è membro dell’accordo regionale del Mercosur (in questo momento ne è sospeso), vanta appoggi finanziari da parte di Cina e Russia ponendo la nazione in aperto contrasto con gli USA. La Russia è l’unica nazione al mondo ad aver accettato la criptovaluta imposta da Maduro in sostituzione del bolivar. La criptovaluta denominata Petro lega il proprio valore a quello del prezzo al barile del petrolio. Maduro la classifica come criptovaluta, ma è un termine improprio: in realtà il Venezuela sta vendendo la produzione petrolifera dei prossimi anni alla Russia in cambio di aiuti finanziari immediati. Il punto è che neppure la Russia può sostenere all’infinito una nazione di 30 milioni di abitanti che è in agonia economica.

Il fatto più grave resta però l’isolamento continentale che per altro sta creando una profonda frattura in seno al Mercosur. Lo scorso 4 settembre a Quito, capitale dell’Ecuador, i Ministri degli esteri di 13 nazioni latinoamericane si sono riuniti per discutere della crisi migratoria dal Venezuela. La fuga dal Venezuela ogni giorno di migliaia di persone ha colpito pesantemente la città di Cucuta in Colombia dove in poco più di un anno sono transitati oltre 600.000 profughi. Nel nord del Brasile, nella provincia di Roraima, al confine con il Venezuela, è stato schierato l’esercito per contenere il flusso migratorio. Perù, Ecuador e Cile richiedono il visto di ingresso e il passaporto ai cittadini venezuelani in fuga o in transito: sino al mese di luglio era sufficiente la carta di identità, in una sorta di Schengen sudamericana ora sospesa. L’agenzia di stampa venezuelana ha classificato l’incontro di Quito come inutile e tendente a screditare l’ immagine del Venezuela.[8] Il governo venezuelano vive quella che può essere chiamata la “sindrome dell’assedio”, tipica di quei governi populisti che, in America come in Europa, incapaci di un buon governo, scorgono nemici ovunque: nelle istituzioni internazionali, nelle banche, nelle nazioni confinanti o in quelle forze definite genericamente élite che neppure riescono a definire, perché il punto è quello di indicare un nemico sempre e comunque in nome del popolo sovrano in nome del quale si arrogano il diritto di parlare.

Maduro ha classificato come fakenews le notizie di una nazione allo sbando e con la popolazione in fuga. Tuttavia ha chiesto all’ONU un contributo di mezzo milione di dollari per favorire il rientro in patria (il progetto è denominato “Ritorno in Patria”) dei concittadini emigrati, che, secondo Maduro, sono fuggiti “…perché tratti in inganno… per essere depredati delle loro cose”.[9] Parole che danno il senso della totale perdita di contatto con la realtà. Dal momento che però l’opposizione a Maduro è incapace di agire unita e con alcuni dei propri leader in prigione, il rischio è che l’arbitro della situazione diventi l’esercito. Sarebbe un triste destino per una nazione che già in passato ha conosciuto la dittatura militare e un triste ritorno al passato per l’intera America latina che dagli anni Novanta ha visto la caduta di tutti i regimi militari e l’avvento della democrazia. Il vento del populismo venezuelano, la politica del facile consenso stanno però colpendo anche al di fuori dei propri confini. La più grande nazione latino americana, il Brasile, membro fondatore del Mercosur, ha eletto come proprio Presidente un populista che proviene dalle file dell’esercito e che in più di una occasione ha elogiato gli anni della dittatura militare e ha criticato aspramente la politica commerciale del Mercosur.[10] Il Venezuela e il vento populista che soffia anche dal Brasile rischiano di rimettere in gioco non solo il ruolo del Mercosur, ma anche le conquiste democratiche conseguite con la caduta dei regimi militari negli anni Ottanta in America Latina.

Stefano Spoltore


[1] Agencia Brasil, 24 agosto 2018.

[2] Avvenire, Milano, 15 settembre 2018. Da gennaio 2018 ad oggi dal Mar Mediterraneo sono sbarcati sulle coste dell’Unione europea circa 74.000 profughi.

[3] A marzo 2013, quando Chaverz morì, il prezzo medio del barile era di 112 dollari. Ad agosto 2018 era di 71 dollari (a marzo, 66). Fonte: CLAL.IT/MINI_INDEX.PHP.

[4] Maduro, prima di diventare un fedelissimo di Chavez e suo portaborse, era un sindacalista e autista di tram.

[5] Il Protocolo de Usuhuaia sobre compromiso democrático en el Mercosur fu sottoscritto nel luglio 1998 e successivamente integrato nel dicembre 2011. Con la sospensione del Venezuela è la terza volta che viene applicato contro un Paese membro; le due precedenti volte fu applicato contro il Paraguay.

[6] Si veda: Venezuela e Mercosur: la difficile via verso la democrazia, Il Federalista, 59 (2017), n. 2, p. 169.

[7] Si veda: Business Insider, 26 luglio 2017 e InvestireOggi.it del 24 luglio 2018.

[8] AgenciaNova, Caracas, 5 settembre 2018.

[9] Avvenire, Milano, 22 settembre 2018.

[10] Si veda: El Observador, Montevideo, 21 ottobre 2018; La Nación, Buenos Aires, 29 ottobre 2018.

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