Anno LXI, 2019, Numero 1-2, Pagina 66

 

 

L’ACCORDO TRA LA GRECIA E LO STATO MACEDONE

 

 

Alla Macedonia si pensa spesso facendo riferimento alla lunga diatriba tra quanti la ritengono l’erede dell’antica patria di Alessandro Magno e quelli per i quali essa rappresenta un vero e proprio furto culturale. Ci riferiamo naturalmente alla disputa con la Grecia sul nome del paese, ma non solo. Anche in questo piccolo paese possiamo cogliere gli effetti del grande scontro tra identità nazionale e identità spontanea, e del tentativo russo di preservare la sua storica influenza sui Balcani (una porta sul centro del Mediterraneo) contro eventuali allargamenti dell’UE e della NATO.

Tali contrapposizioni si sono potute osservare a seguito dello storico accordo tra Grecia e Macedonia sulla denominazione dello Stato, firmato il 17 giugno 2018 sul confine, presso il lago di Prespa. Con questo accordo, una freccia dell’arco del nazionalismo, l’esasperata vocazione identitaria, sembrava essere stata smussata in favore di un’apertura verso l’Occidente. Questa svolta è stata guidata dall’attuale primo ministro, Zaev, esponente del partito socialdemocratico e leader di una coalizione di centrosinistra, che ha saputo approfittare di due tendenze del paese. La prima è la grande impopolarità della principale politica di sviluppo economico varata dal precedente governo di centro destra, chiamata “Skopje2014”. Tale progetto, che prevedeva la riqualificazione della capitale per rilanciarne il turismo, tra ritardi (doveva concludersi nel 2014) e lievitazione dei costi, si è rivelata un pesante fardello per l’economia e causa di un ulteriore logoramento delle relazioni con la Grecia. Infatti Atene ha da subito considerato la costruzione di numerosi edifici in stile neoclassico e, soprattutto, l’elevazione di una statua al “guerriero macedone” come una provocazione inaccettabile. La seconda è il forte potere suggestivo e quasi taumaturgico che possiede la parola Europa nella popolazione.

L’azione del governo macedone si è incentrata quindi da un lato sullo smantellamento parziale della politica Skopje2014 negli aspetti che più irritavano la Grecia, soprattutto la ridenominazione dell’imponente statua di Alessandro Magno per onorare la rinnovata “amicizia greco-macedone”. Ciò è stato uno dei presupposti per il raggiungimento dell’accordo. Dall’altro ha cercato di fare leva sulla fascinazione esercitata dall’Europa, orientando in questo senso il quesito referendario per sottoporre al giudizio cittadini la firma dell’accordo: infatti la domanda sulla scheda chiedeva: “Siete a favore dell’adesione all’Unione Europea e alla NATO, accettando l’accordo tra la Repubblica di Macedonia e la Repubblica di Grecia?”

Tutto ciò non ha avuto però il risultato sperato: il referendum consultivo non ha raggiunto il quorum previsto della metà più uno degli elettori (anche se la percentuale del “sì” tra i votanti è stata quasi del 95%). Vi è innanzi tutto da dire che l’accordo, già alla stipula, appariva molto fragile. Il principale partito macedone di centrodestra, che da sempre fa leva sul sentimento identitario e nazionalista (anzi, si può dire che l’abbia creato) era fortemente contrario; così come, in Grecia, lo è la stragrande maggioranza della popolazione e il partito conservatore (Nuova Democrazia), da poco tornato al potere. Il governo macedone è riuscito a tenere in vita l’accordo, avviando l’iter di approvazione legislativa, anche di fronte alle accuse di “tradimento” e di voler imporre ai macedoni una nuova identità costruita a tavolino per ingraziarsi un governo straniero; accuse lanciate durante un’imponente manifestazione dell’opposizione, per protestare contro il governo reo, secondo loro, di non rispettare la decisione popolo. Chi invece ha votato massicciamente a favore di questo accordo è stata la minoranza albanese, nella speranza che la fine dell’isolamento della Macedonia possa portare a un miglioramento della sua situazione. Rimane vivo infatti nel ricordo degli albanesi l’irruzione nel 2017 di un gruppo nazionalista macedone in parlamento e la seguente furiosa rissa a seguito dell’elezione alla presidenza dell’assemblea di un esponente del partito albanese.

Il nazionalismo macedone affonda le sue radici anche in un’interpretazione molto parziale e forzata della storia. Ammesso infatti che l’identità di un popolo vissuto 2000 anni fa sia condivisa dal popolo che ora abita negli stessi luoghi, la popolazione dell’attuale Stato macedone, benché faccia parte della regione che i Romani chiamarono Macedonia, a causa delle migrazioni slave, è molto lontana dagli antichi macedoni. I greci hanno mantenuto molti contatti, non solo linguistici, con le varie stirpi che oggi chiamiamo “greche antiche” (tra cui figurano anche i macedoni). Inoltre molte antiche città macedoni, fondate vicino al mare, si trovano ora in territorio greco. Con ciò, ovviamente, non pretendiamo di liquidare una disputa molto più complessa che dura da quando nel1991 lo Stato macedone si è costituito come paese sovrano. La questione è però qui un’altra: la repubblica di Macedonia, appena nata, aveva necessità di procurarsi in fretta una coscienza comune dopo la caduta del collante federale Jugoslavo. Costruendosi una narrazione a partire dal proprio nome (che già aveva come parte della Jugoslavia), la Macedonia è rimasta al riparo dalle lotte intestine dopo l’indipendenza ed è riuscita a mantenere rapporti non troppo tesi con la minoranza musulmana albanese (se si eccettua il periodo della guerra nel Kosovo).

Per quanto riguarda invece le interferenze russe, esse si legano alla politica russa nella regione, che risale alla fine della Repubblica jugoslava. La contemporanea caduta dei regimi comunisti in Russia, Jugoslavia e Albania ha infatti portato sin dagli anni Novanta la Russia a cercare spazi di influenza nella regione balcanica. Mosca ha cercato di approfittare della frantumazione della ex-Jugoslavia per cercare di legare a sé i nuovi Stati venutisi a formare; anche se l’attrazione esercitata dall’UE è stata poi molto più forte e ha portato la quasi totalità degli Stati balcanici a firmare accordi di associazione con l’UE e a diventare membri della NATO. Bulgaria, Romania, Slovenia e Croazia, ormai paesi membri, si sono progressivamente sottratti dall’influenza russa. In questo quadro, paradossalmente, la Macedonia è sempre stata il paese balcanico meno vicino alla sfera di influenza russa: gli investimenti sono sempre rimasti residuali rispetto ai paesi vicini; oggi tuttavia è uno dei pochi paesi ancora contendibili per Mosca, che ha concentrato la sua strategia soprattutto attorno al tentativo di intorbidire le acque, sollevare accuse di violazioni nell’iter di approvazione dell’accordo con la Grecia e a fomentare manifestazioni violente contro di esso. Secondo l’intelligence americana, ci sarebbe proprio un oligarca russo di lontana origine greca, Ivan Savvidis, al centro di un’attività volta a far saltare l’accordo tra Macedonia e Grecia. Questo personaggio era salito agli onori delle cronache per una foto che lo vedeva protagonista di un’invasione di campo durante una partita della squadra di calcio, il PAOK di Salonicco, di cui è proprietario, armato di pistola. In seguito a questo avvenimento, il governo greco aveva deciso di sospendere il campionato di calcio nazionale. In base ad intercettazioni telefoniche è emerso che Savvidis finanziava gruppi, soprattutto ultrà di squadre macedoni, tradizionalmente di orientamento ultraconservatore e nazionalista, per organizzare manifestazioni violente contro l’accordo. Data la sua estrema popolarità a Salonicco, egli potrebbe aver promosso anche la manifestazione organizzata nella città contro la firma dell’accordo, a cui molti hanno partecipato indossando la maglia del PAOK. Inoltre Savvidis fa anche parte di un consorzio che ha comprato il porto della città, il secondo porto greco dopo il Pireo e uno dei principali asset strategici del paese.

Contro tutto questo, i leader di Grecia e Macedonia hanno, però, mostrato una forte determinazione. La Grecia, solitamente molto vicina a Mosca, ha espulso alcuni diplomatici russi, accusandoli di aver tentato di corrompere “funzionari” greci e fomentare proteste, con lo scopo di far naufragare l’accordo. Ancora più determinati sembrano essere gli stessi cittadini macedoni: in fondo quasi il 95% dei votanti al referendum ha scelto di appoggiare l’accordo. Tuttavia i passaggi parlamentari sono stati molto difficoltosi. Il parlamento macedone ha dovuto approvare due volte l’accordo, a causa del rifiuto della ratifica posto dal Presidente della Repubblica Ivanov (esponente del partito di opposizione), che accusava la maggioranza di attentare all’identità nazionale macedone. Dopo l’approvazione parlamentare (5 luglio 2018), la costituzione è stata emendata con il cambio del nome dello Stato (11 gennaio 2019). Sull’altro fronte, quello greco, la ratifica parlamentare ha portato ad una crisi di governo: il partito dei Greci Indipendenti (ANEL), un partito di destra populista vicino a SYRIZA per il comune sentimento anti-austerità, ha ritirato i propri ministri e il sostegno al governo. Dopo aver respinto un voto di sfiducia, il parlamento greco ha ratificato l’accordo il 25 gennaio 2019.

A seguito della ratifica bilaterale, la Grecia ha ritirato il veto per l’adesione della Macedonia all’UE e alla NATO. Il 6 febbraio 2019 i membri del Patto Atlantico hanno firmato un protocollo di adesione, mentre la strada per l’adesione all’UE sembra ancora in salita. Sciolto il principale nodo politico si dovevano affrontare una quantità di aspetti tecnici. Dopo la raccomandazione incondizionata della Commissione, il Consiglio Europeo non ha aperto i negoziati, ma, su pressione della Francia e dei Paesi Bassi, ha posto, già qualche giorno prima della firma dell’accordo, alcune pregiudiziali (con riferimento all’economia, al sistema giudiziario, alla lotta contro la criminalità e la corruzione) per un’eventuale apertura dei negoziati di adesione nel giugno 2019. Questa è la situazione attuale, con questi aspetti tecnici fatti propri dalla politica, perché, mentre le condizioni richieste non sono ancora state pienamente soddisfate, la Francia e i Paesi Bassi hanno deciso di rimandare la discussione in attesa dei risultati delle elezioni europee.

In realtà c’è un fattore che, in questo momento, ha peso più degli altri: il nazionalismo, risvegliatosi ormai da molto tempo, che ora sta raccogliendo i suoi frutti più maturi. L’indizio forse più importante di questa ingombrante presenza consiste nel fatto che, in entrambi i paesi, chi si oppone all’accordo fa uso della stessa obiezione: si tratterebbe di un attentato all’unità e alla sicurezza nazionale. Pesante è stato il suo impatto sull’opinione pubblica, non solo durante manifestazioni di piazza (ricordiamo la grande protesta sotto il parlamento greco, in cui le frange più violente si scontrarono ripetutamente con la polizia), ma soprattutto nel dibattito pubblico, in termini di violenza e ipocrisia.

Della nascita, recente, ma non per questo meno violenta, del nazionalismo macedone abbiamo già parlato. Invece il nazionalismo greco ha una storia più articolata. La sua origine può essere fatta risalire all’inizio dell’Ottocento in concomitanza della lotta di indipendenza contro l’Impero Ottomano. Ma ciò che ha avuto più influenza nella storia contemporanea è la dottrina politica della Μεγάλη Ιδέα (Grande Idea) che ha visto come principale fautore Eleutherios Venizelos. Essa si basava, sostanzialmente, su un primitivo concetto di “spazio vitale” e prevedeva la volontà di annettere allo Stato greco tutti i territori abitati da popolazione di “etnia greca”. Ovviamente la scarsa chiarezza di tale espressione ha portato le rivendicazioni territoriali ad espandersi ulteriormente includendo anche la parte meridionale di Albania e Bulgaria, l’intera regione della Macedonia, la Tracia con Costantinopoli e l’Anatolia occidentale. Il momento in cui la Grecia fu più vicina a perseguire questo obiettivo è stato nel 1921-22 quando, col trattato di Sèvres, essa ottenne parte della Tracia e la regione di Smirne. Il cocente fallimento di questo progetto maturato — dopo la perdita del sostegno e dell’interesse da parte degli alleati occidentali — sul campo di battaglia contro la Turchia ha lasciato segni tuttora presenti: innanzitutto uno strascico nei pessimi rapporti con gli Stati vicini tra cui il diffuso timore che ogni concessione sia il preludio di una cessione territoriale. A ciò dobbiamo aggiungere il diffuso sentimento nell’opinione pubblica (soprattutto dopo la crisi del debito sovrano) che l’interesse della Grecia fosse messo sempre in secondo piano rispetto all’interesse degli attori internazionali. In questo contesto, ha trovato spazio anche la recriminazione sul fatto che il nome “Macedonia”, considerato alla stregua di una proprietà, fosse stato “ceduto, senza ricevere nulla in cambio”. Ricordiamo anche che la struttura farraginosa del sistema scolastico e del libro di testo di storia (pubblicato dal Ministero dell’Istruzione, unico in tutto il territorio nazionale e molto reticente nell’affrontare pagine negative della storia greca quale fu la guerra civile e la dittatura del Colonnelli) priva i cittadini di occasioni per maturare strumenti critici e di riflessione per contrastare il ritorno del nazionalismo. Nazionalismo che viene quindi nuovamente usato, come all’interno di un circolo vizioso, come strumento per raccogliere consenso e che ha avuto molto peso anche nelle recentissime elezioni nazionali. Il nuovo primo ministro Mitsotakis è infatti espressione del partito di centrodestra ND che ha cavalcato, in modo spesso ambiguo e con grande superficialità, la forte opposizione popolare all’accordo (più del 60% secondo i sondaggi d’opinione) riuscendo anche ad attrarre elettori della destra radicale. Ora, però, alla guida del governo, con una congiuntura economica tutto sommato positiva, sarà costretto a ritrattare le sue affermazioni più radicali. Probabilmente la posizione greca sarà, almeno in questo primo momento, di attesa poiché i negoziati di accessione all’UE sono generalmente molto lunghi, e non è ancora chiaro come si muoverà l’opinione pubblica in futuro.

Da parte sua, la Macedonia ha dimostrato una seria dedizione nel seguire le clausole dell’accordo. È ora nell’interesse della Grecia e dell’UE convincere i paesi europei (principalmente Francia e Paesi Bassi) a mettere da parte la riluttanza nell’aprire i colloqui di adesione. Infatti il perdurare dello stallo consentirà a terze parti di sottolineare l’inutilità degli sforzi della Macedonia di entrare nell’UE con lo scopo di mantenere instabile l’area balcanica. I cittadini macedoni non devono essere lasciati soli in questa battaglia contro il nazionalismo perché questa è la campagna di tutti quelli che riconoscono il valore della pace e della libertà e della democrazia. In quanto cittadini europei, questo è ora un nostro impegno inderogabile.

Paolo Milanesi

 

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