Anno LXI, 2019, Numero 3, Pagina 164

 

 

COME GOVERNARE L’EUROPA E IL MONDO
NELL’ERA DELL’INTERDIPENDENZA GOLOBALE?

 

 

Entro il 2050 il 70% circa della popolazione mondiale, cioè quasi 7 miliardi di persone, vivrà in aree urbane. Questo trend non ha precedenti nella storia dell’uomo e inciderà sempre più sulle dinamiche internazionali e lo sviluppo di interi paesi e città, soprattutto su quelle più inserite nel processo di globalizzazione. Siamo in presenza di un trend che vede le città sempre più connesse tra loro e in grado di utilizzare tecnologie e infrastrutture che influenzano il modo in cui gli individui consumano lo spazio e il tempo su scala mondiale e in tempi sempre più stretti. Tuttavia né a livello continentale, né a livello mondiale ci sono ancora le istituzioni adeguate per governare il fenomeno della crescente interdipendenza globale. Una interdipendenza di cui sono ben consapevoli coloro i quali devono affrontare le sfide globali di fronte alle quali ci troviamo ma che, per affrontarle, si trovano disarmati.[1] Per questo diventa importante da un lato capire come stanno cambiando le città e, dall’altro lato, analizzare come esse si relazionano tra loro, e in quali quadri istituzionali e in funzione di quali rapporti di potere. Entro il 2040 si prevede che dovranno essere investiti nel mondo l’equivalente di quindicimila miliardi di dollari per sviluppare e governare i flussi commerciali e le interazioni fra le maggiori aree urbane, fra paesi più e meno sviluppati, e tra aree urbane ed aree rurali.[2]

L’Europa, per ragioni geografiche, storiche, politiche ed economiche, si trova al crocevia di queste sfide.[3] Essa dovrebbe aver maturato l’esperienza per affermare un nuovo modello di Stato in cui il coordinamento tra diversi livelli indipendenti di governo può e deve coesistere con il controllo e la partecipazione democratica dei cittadini nel processo decisionale articolato in più livelli. Ma questo nuovo modello istituzionale stenta a prender forma e ad affermarsi. E si assiste a rigurgiti di localismo e di chiusura nei vecchi confini ideologici, nazionali e/o micro-nazionali che, oltre ad essere anacronistici, ostacolano ogni avanzamento verso un sistema istituzionale più integrato, articolato e coordinato su scala sovranazionale. Non mancano né le analisi e gli studi sull’alto grado di interdipendenza raggiunto praticamente in tutti i settori dello sviluppo, né le conferme della necessità di creare istituzioni più adeguate al livello di sviluppo scientifico e tecnologico raggiunto dall’umanità.

Mancano ancora dei modelli politico-istituzionali di riferimento per governare la crescente interdipendenza raggiunta su scala continentale e globale.

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La crescente interdipendenza a livello globale è stata tra gli altri analizzata e ben messa in evidenza in uno studio di Parag Khanna,[4] da cui emerge come connectivity is the most revolutionary force of the twenty-first century. Nella sua analisi Khanna mostra con esempi e dati di fatto quanto alcuni leader politici, come l’ex-Presidente USA Obama, hanno sperimentato nella loro azione di governo.[5] Con ciò Khanna non fa che confermare con dati di fatto quanto qualche decennio fa aveva già intuito lo storico urbanista Lewis Mumford nei suoi studi sulla città, e cioè che, mentre in passato la città era un mondo in sé e per sé, progressivamente il mondo sarebbe diventato un’unica città globale.[6] Perché, come ha lucidamente descritto il giornalista Bastasin, “la sfida di fronte alla quale ci troviamo riguarda proprio il difficile adeguamento delle istituzioni e degli individui alle rapide trasformazioni delle strutture economiche, dei processi di interazione nell’era delle nuove tecnologie, del commercio globale e dello spostamento dall’industria ai servizi. Rispetto a queste trasformazioni sono in atto nelle società due tipi di reazione. Nelle regioni che per motivi geografici e storici sono ben inserite nelle catene produttive globali (come per esempio la Catalogna, il Veneto, la Lombardia, la Great London, l’Olanda, la Baviera) la trasformazione ha provocato un’accentuata mobilità e una crescente autonomia, che li ha resi insofferenti all’inerzia e inadeguatezza degli Stati e di chi vuole vivere al riparo della concorrenza o a trarre vantaggi dallo status quo. D’altra parte nelle periferie del cambiamento globale (come gli Stati centrali degli Stati Uniti, vaste regioni della Russia, il Nord dell’Inghilterra, la Grecia, il Mezzogiorno di Italia e Spagna, la Germania orientale) si è sviluppata la paura di un arretramento e dell’impotenza. In queste regioni la trasformazione industriale è stata aggravata dal declino degli investimenti e del supporto dell’industria pubblica degli anni Cinquanta-Settanta o dei bacini di materie prime ad alta intensità di lavoro. Contemporaneamente, in quasi tutte queste regioni è diventata più pressante, sia culturalmente sia geograficamente, la mobilità degli individui che ha implicato anche una perdita di radici ed ha alimentato un sentimento di vittimistica nostalgia” di una mitizzata ed immaginaria età dell’oro del passato.[7]

La conseguenza è che due fenomeni contrapposti si stanno contrapponendo su scala mondiale: quello della frammentazione e quello dell’integrazione delle politiche commerciali, economiche, industriali dei vari livelli di governo, con gli staterelli europei che sono diventati al tempo stesso vittime e protagonisti di questo processo.[8]

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Il fenomeno della crescente interconnessione ed interazione diretta fra grandi città ha creato l’illusione di poter fare a meno delle istituzioni statali, inadeguate per quanto riguarda la loro dimensione e la loro capacità d’azione nazionali, ancora immature per quanto riguarda il livello sovranazionale, ad uno stadio embrionale ed inadeguato per promuovere e governare la crescita, lo sviluppo ed il progresso.

In termini medici, abbiamo ormai una buona diagnosi, una prognosi discutibile, ma nessuna cura all’altezza del problema. Come anni fa aveva osservato Jane Jacobs a proposito del governo delle città,[9] siamo ancora al livello delle cure mediche pseudoscientifiche con il salasso anziché con efficaci terapie e medicine: abbiamo sì delle buone diagnosi, ma delle prognosi ancora approssimative, e nessun efficace metodo di trattamento del problema. In questa situazione hanno buon gioco le forze populiste e demagogiche nel far leva sul malcontento popolare per promuovere l’ascesa di personalità e formazioni politiche che, lungi dall’essere in grado di affrontare e risolvere davvero i problemi, si affermano come forze anti-sistema che fanno leva sul malcontento popolare nei confronti dei poteri e delle istituzioni esistenti, su quelle fasce della popolazione che si sentono solo vittime, e non anche protagoniste, degli effetti della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e che temono di essere marginalizzate economicamente e socialmente dalle ondate migratorie. Così i fenomeni di frammentazione e quelli dell’integrazione politica ed economica si intrecciano sempre più fra loro. Né gli stimoli fiscali, né quelli monetari adottati finora dai vari governi nel tempo sono in grado di risolvere sul piano economico e su quello politico questa contrapposizione, alimentando un circolo vizioso in cui la decomposizione dei quadri politici e la crisi sociale si alimentano a vicenda, a tutti i livelli. Intanto l’era delle connettività globale avanza, al punto che si prevede che nei prossimi quarant’anni si costruiranno nel mondo più infrastrutture che negli ultimi quattromila anni mentre ogni giorno 150.000 individui si urbanizzano.[10] E l’ordine mondiale fondato sui rapporti di forza e di potere fra Stati è sempre più intaccato e messo in discussione da attori privati che tendono ad agire al di fuori di istituzioni e regole controllate democraticamente.[11] Contemporaneamente, i nuovi principi che influenzano il governo e l’evoluzione dell’ordine mondiale sembrano sempre più fondarsi non sui rapporti di forza fra Stati, ma sulla connettività diretta tra i centri urbani e sul controllo da parte delle nuove grandi multinazionali delle catene di approvvigionamento delle materie prime necessarie ad alimentare il nuovo modo di produrre. In questo quadro, l’area del mondo in cui la contrapposizione fra processi di frammentazione e di integrazione si sta più palesemente manifestando è l’Europa, cioè il continente che è allo stesso tempo al centro dei processi produttivi e commerciali globali, preda di tentazioni nazional-sovraniste e in cui è in atto il più avanzato processo di costruzione di un nuovo potere sovranazionale: Ma la potenza in cui sono sempre più evidenti le contraddizioni commerciali e produttive del nuovo modo di produrre globale, che rischiano di produrre nuove tensioni e conflitti, è la Cina.[12]

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L’impatto delle attività umane sull’ambiente, dei suoi effetti sugli equilibri ecologici e sulla vivibilità dell’ambiente in cui viviamo è diventato una questione cruciale nella gestione delle politiche economiche in tutti i paesi del mondo. Il fatto è che, proprio a seguito della globalizzazione del fenomeno dell’urbanizzazione, ogni attività economica, produttiva e di consumo dei beni si traduce in un breve lasso di tempo in una potenziale minaccia per l’ambiente. Lo abbiamo sperimentato con i gas utilizzati per la refrigerazione, i CFC, considerati prima un innocuo e indispensabile strumento per la conservazione degli alimenti e, successivamente, una minaccia per gli equilibri atmosferici e responsabili del deterioramento dello strato d’ozono; oppure con la diffusione dell’uso dei materiali plastici per il confezionamento, la commercializzazione e la conservazione di cibi e beni di consumo, lo smaltimento dei quali rappresenta ormai un grave problema. Il problema evidentemente non risiede semplicemente nel regolamentare su scala regionale e/o nazionale la produzione, la commercializzazione e l’uso di questi come di altri materiali che sono stati e saranno inventati, ma nel promuovere ed applicare accordi e norme vincolanti nel consumo dei prodotti su scala continentale e globale per governare le emergenze ambientali.[13] Perché in un mondo sempre più interconnesso, interdipendente, densamente popolato e urbanizzato ogni bene prodotto e consumato è destinato ad avere nel tempo un impatto ambientale globale. Da questo punto di vista è fondamentale instaurare un nuovo ordine istituzionale che colleghi e coordini tutti i livelli di governo.

In Europa si sono sviluppati nel tempo diversi modelli di distribuzione urbana e territoriale legati a istituzioni sempre più complesse ed articolate. Questo ha fatto sì che il panorama urbanistico istituzionale europeo comprendesse sia dei modelli accentrativi esclusivisti, come Londra, Parigi, Vienna e Berlino; sia delle realtà policentriche molto collegate al rispetto dell’ambiente, come in Olanda e Germania renana; sia realtà con diverse stratificazioni gerarchiche orientate allo sviluppo del mercato come in Baviera e Lombardia. Il modello accentrativo si è affermato a seguito delle situazioni storiche e politiche che hanno portato al consolidamento di realtà istituzionali nazionali. Quello policentrico, tipico dei Paesi Bassi, fa tuttora capo a pochi grandi poli, come Rotterdam, Amsterdam, Utrecht e L’Aja, ben collegati tra loro da efficienti reti di trasporto, minimizzando la mobilità del lavoro e con grande mobilità delle merci, mantenendo buone aree verdi di separazione fra i poli urbani. Per contro il modello orientato alle esigenze del mercato ha favorito l’accentramento e la concentrazione di attività economiche e produttive in un numero ridotto di poli, come nel caso del triangolo industriale nel Nord Italia formato da Torino, Milano e Genova.[14] è dunque in Europa che il problema della qualità della vita e del governo della crescente interdipendenza tra grandi aree urbane ha assunto un’importanza particolare, mettendo in evidenza l’esigenza dell’attuazione di una programmazione che sia articolata, democratica e sovranazionale. Una programmazione che evidentemente non può essere realizzata nel quadro degli Stati nazionali esistenti, ma che richiede una struttura istituzionale di tipo federale, che consenta l’espressione e l’esercizio della volontà generale a più livelli di governo. Una struttura che non può rifarsi a vecchi modelli, come quello della convivenza di una moltitudine di Stati nazione, o di città- o regioni-Stato che interagiscono fra loro, come sembrano tuttora suggerire alcuni, ma ad un modello di Stato federale articolato su più livelli e su scala continentale e, in prospettiva, globale.[15] Uno Stato federale in cui non ci siano solo due livelli di governo, ma una pluralità di livelli, i cui ambiti territoriali dovranno coincidere con le naturali sfere di influenza dei beni e servizi centrali dei diversi ordini di complessità e di specializzazione, e delle “istituzioni” che li forniscono.[16]

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Per approfondire l’indagine sulle cause degli squilibri territoriali, è utile infine richiamare alcuni elementi della teoria del geografo tedesco Walter Christaller e al metodo da lui usato per comprendere le relazioni spaziali fra i vari insediamenti, partendo dalla constatazione che ogni processo economico e produttivo ha una dimensione spaziale, da cui deriva la distribuzione delle centralità di beni e servizi offerti,[17] distribuzione che storicamente presenta delle regolarità nella dispersione urbana e per quanto riguarda le dimensioni demografiche e le manifestazioni economiche, politiche e culturali. Christaller partì da uno studio regionale tedesco, e cercò di estendere successivamente la sua analisi anche su scala europea, ma con scarsi risultati a causa della scarsezza di dati di cui disponeva. Scopo dei suoi studi era quello di verificare nella pratica che “la vocazione principale, o anche la caratteristica fondamentale della città è quello di essere il punto centrale di un territorio (…). Per tale motivo parleremo d’ora in poi, di località centrali (Zentralen Orte). Tuttavia per determinare l’importanza centrale di un punto occorre scegliere un metodo che traduca quantitativamente la sua qualità di essere centrale”.[18] Ora, questo metodo per essere credibile e il più possibile oggettivo, deve basarsi sulla determinazione del flusso di dati e informazioni scambiato da e verso i centri urbani. Infatti, mentre per il successo economico del commercio di beni centrali si può usare l’indice del reddito di chi offre e usufruisce di questi beni, lo stesso non accade per esprimere il reddito di un ente per l’offerta di servizi come l’istruzione e la sicurezza. Per questo Christaller propose di risolvere il problema con il metodo dei telefoni: “occorre contare gli allacciamenti telefonici di una località, scriveva Christaller, il cui numero corrisponde con abbastanza precisione a ciò che intendiamo per importanza di una località”.[19] In questo modo Christaller, con rigorose formule che mettevano in relazione il numero di abitanti con il numero di telefoni allacciati, ridisegnò la mappa delle località della Germania meridionale, identificando le località centrali in modo ben diverso da quello che si otteneva con il metodo del numero degli abitanti, mettendo in evidenza le notevoli differenze di importanza.[20] Christaller era ben consapevole dei limiti della sua analisi, in quanto “né la raffigurazione dell’importanza attraverso il numero dei telefoni, né il sistema per calcolare la centralità sono esatti in senso matematico, tuttavia i valori così ottenuti corrispondono all’importanza centrale di una località in misura assai maggiore che il numero degli abitanti o magari i valori relativi alle persone attive nel commercio, nei trasporti o nelle libere professioni centrali”.[21] In ogni caso, attraverso questa indagine Christaller riuscì a mettere in evidenza come la centraltà di una località corrisponde all’eccesso di importanza che questa località ha nei confronti del territorio circostante. Dove l’eccessiva importanza di una località centrale in una determinata regione non farebbe che bilanciare un equivalente deficit di importanza da parte delle località disperse. La correzione di questo eccesso di importanza avverrebbe storicamente, secondo Christaller, in base a tre principi: il principio dell’approvvigionamento (Versonungprinzip), o principio del mercato (Marktprinzip); il principio del traffico (Verkehrsprinzip); e il principio dell’amministrazione (Verwaltungsprinzip) o dell’isolamento (Absonderungsprinzip). A proposito di quest’ultimo principio Christaller aveva ben presente quali enormi conseguenze derivano dai cambiamenti di confine amministrativi e politici nei confronti del destino dei centri urbani, avendo vissuto i cambiamenti innescati dal crollo dell’impero austro-ungarico all’indomani della prima guerra mondiale, in particolare nelle aree di frontiera della Germania e nel distretto urbano Vienna, Budapest, Bratislava, molto integrato amministrativamente, economicamente e per quanto riguarda il sistema dei trasporti fino al 1918.[22] Questo tema è stato successivamente ripreso ed approfondito in un’ottica federalista da Francesco Rossolillo.[23]

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Il fatto che le grandi città siano sempre più collegate direttamente fra loro economicamente, commercialmente e per quanto riguarda lo scambio di dati, informazioni e persone, rappresenta un potente volano per la produzione ed il consumo di beni e servizi e dell’energia su scala globale[24]. Anche considerando il solo aspetto economico, già nel 2017 le dieci città più grandi nel mondo generavano insieme un prodotto interno lordo più grande di quello aggregato di Giappone, Francia, Germania ed Italia[25] e alcuni studi indicano che entro i prossimi vent’anni l’80% della ricchezza mondiale verrà prodotta nelle città. Mentre per quanto riguarda il controllo dell’inquinamento, per definizione quello che può risultare innocuo per l’ambiente e l’umanità in piccole quantità, può diventare nocivo e pericoloso quando si diffonde su scala globale [26] Tutto ciò, oltre a generare un diffuso senso di consapevolezza dei grandi benefici e vantaggi che potrebbero derivare da un buon governo di questo fenomeno, sta alimentando anche un diffuso senso di disorientamento e di crisi della rappresentanza politica nei cittadini a tutti i livelli. Con la pericolosa illusione, abilmente alimentata e sfruttata da alcuni, di poter instaurare una sorta di democrazia diretta globale attraverso l’uso dei nuovi canali social via Internet.[27] Proprio per questo sarebbe importante mostrare, partendo dal consolidamento politico-istituzionale nell’eurozona di almeno un primo nucleo di paesi che ha già rinunciato alla sovranità monetaria, che è possibile instaurare un nuovo modello di Stato sovranazionale basato su molteplici livelli di governo indipendenti e coordinati in un quadro federale.

Franco Spoltore


[1] Si veda in proposito l’intervento della Cancelliera Merkel il 16 febbraio 2019 alla conferenza sulla sicurezza a Monaco laddove si riferisce alla intuizione di Humboldt sul fatto che tutto è interdipendente: ”Alles ist Wechselwirkung” https://www.bundeskanzlerin.de/bkin-de/aktuelles/rede-von-bundeskanzlerin-merkel-zur-55-muenchner-sicherheitskonferenz-am-16-februar-2019-in-muenchen-1580936. Anche l’ex-Presidente USA Obama ha recentemente sottolineato come “the world is more interconnected than ever before, and it’s becoming more connected every day. Building walls won’t change that…”, https://www.patheos.com/blogs/progressivesecularhumanist/2016/05/obama-mocks-trumps-anti-intellectualism/?fbclid=IwAR0zwdBHEesI8PjOUCo5O0UoI1alu7_SbZ0vc2nBt0hS3rHWUlyNDqYjxrk.
E’ di un certo interesse anche l’intervento del 3 Aprile 2012 dell’attuale Sindaco di Milano Sala: https://www.ispionline.it/it/eventi/evento/dialoghi-sul-futuro-le-citta.

[2] Stefano Riela e Alessandro Gili, The Future of Infrastructure: Which Options for Public-Private Cooperation?, Milano, Dossier dell’Istituto per gli studi di politaca internazionale, Dossier, 17 giugno 2019, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/future-infrastructure-which-options-public-private-cooperation-23309.

[3] Secondo un rapporto Eurostat, già nel 2012, nei 28 Paesi UE circa il 40% della popolazione viveva in città di media o grande dimensione. https://www.casaeclima.com/ar_9855__ITALIA-Ultime-notizie-eurostat--ue--popolazione--citt-Il-40-degli-europei-vive-nelle-citt.html.

[4] Parag Khanna, Connectography, Mapping the Future of Global CIvilization, New York, Random House, 2016.

[5] Ecco come si è espresso l’ex-Presidente degli USA Barak Obama: “Let me be clear as I can be: In politics and in life, ignorance is not a virtue. It’s not cool to not know what you’re talking about. That’s not keeping it real or telling it like it is. It’s not challenging political correctness (…) that’s just not knowing what you’re talking about (…). The world is more interconnected than ever before, and it’s becoming more connected every day. Building walls won’t change that”. (https://www.patheos.com/blogs/progressivesecularhumanist/2016/05/obama-mocks-trumps-anti-intellectualism/?fbclid=IwAR0zwdBHEesI8PjOUCo5O0UoI1alu7_SbZ0vc2nBt0hS3rHWUlyNDqYjxrk).

[6] Lewis Mumford, The City in History, New York, Harcourt Brace and World, 1961.

[7] Carlo Bastasin, E’ l’antagonismo centro periferia a nutrire i populismi, Il Sole 24ore, 13 ottobre 2017.

[8] Milena Gabanelli e Fabio Savelli, Le città connesse saranno sabotabili: chi non protegge i nostri dati e perché, Corriere della Sera, 14 giugno 2019, https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/smart-city-sicurezza-dati-5g-italia-rischi-furti-cyberattacchi/366c6500-8ec4-11e9-aefd-b9bfecbb01f9-va.shtml.

[9] Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities, New York, Random House USA Inc, 1993.

[10] Parag Khanna, op. cit., p. 11.

[11] Come mostra il caso della proposta di introdurre una nuova moneta globale virtuale, la Libra, controllata da Facebook.

[12] La Cina già nel 2015 importava il 34% di tutti i componenti elettronici prodotti nel mondo ed era la più grande esportatrice di tecnologie dell’informazione, Parag Khanna, op. cit., p. 153.

[13] Come ha spiegato Lewis Mumford, agli albori dell’era industriale era ancora il legno, e non il metallo, il materiale più utilizzato per produrre beni artigianali ed industriali, persino nella costruzione delle caldaie e delle stoviglie, in cui solo la parte esposta al fuoco veniva rivestita e protetta con il metallo. Si veda in proposito Lewis Mumford, Technics and Civilization, New York, Harcourt Brace Company, 1934, p. 120.

[14] Un’approfondita analisi di questi modelli e del loro sviluppo è stato svolto in una serie di lezioni tenute all’Università di Pavia negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, non pubblicate, da Gianfranco Testa. Di parte del materiale cartografico elaborato dal Testa si trova traccia nel suo intervento al Convegno nazionale sulla difesa della natura. Aspetti economici, urbanistici, giuridici, La difesa della natura a livello di problema urbano, svoltosi a Pavia nel 1970, pubblicato in Atti della Camera di Commercio I.A.A. di Pavia, Pavia, febbraio 1972.

[15] Parag Khanna, che pure ha svolto un’approfondita analisi della crescente interdipendenza su scala globale, sembra indulgere nella possibilità di ripristinare il ritorno alle città Stato nell’era moderna in La Rinascita delle città-Stato – Come governare il mondo al tempo della devolution, Roma, Fazi Editore, 2017. Nella prefazione di questo suo libro si legge infatti: “Una tecnocrazia diretta è il modello migliore per la governance del XXI secolo, laddove combina un esecutivo a presidenza collettiva e un Parlamento multipartitico di tipo svizzero con un’amministrazione pubblica come quella di Singapore”. Con ciò Khanna ricade nell’errore, già fatto a suo tempo da una illustre studiosa dei fenomeni urbani, come Jane Jacobs, la quale, dopo aver efficacemente messo in luce l’importanza dell’evoluzione delle strutture urbane per promuovere un’efficace e positiva vita sociale e lo sviluppo economico e produttivo, aveva ipotizzato nel suo libro Cities and the Wealth of Nations (Vintage, New York, 1985) l’instaurazione di un sistema di città sovrane, a partire dalla moneta, in libera competizione tra loro. Si veda in proposito la mia nota I rimedi casalinghi della Jacobs, Il Federalista, 29 n. 1 (1987), http://www.thefederalist.eu/site/index.php/it/note/353-i-rimedi-casalinghi-della-jacobs.

[16] Si tratta di un’indicazione che ci viene fornita dall’analisi della struttura del territorio in Europa fatta da Walter Christaller in Le località centrali della Germania meridionale, pubblicato in italiano a Milano da Franco Angeli nel 1980.

[17] Walter Christaller, op. cit.: lo studio del Christaller risale agli inizi degli anni trenta del secolo scorso. La sua opera cominciò ad essere apprezzata già alla fine degli anni trenta negli Stati Uniti e solo molto più tardi anche in Europa.

[18] Walter Christaller, op. cit., p. 44.

[19] Walter Christaller, op. cit., p. 183.

[20] Walter Christaller, op. cit., p. 186.

[21] Walter Christaller, op. cit., p. 193.

[22] Un approfondito studio sull’influenza dei confini degli Stati per quanto riguarda la distribuzione delle località centrali è stato fatto nel 1939 da un altro geografo tedesco August Lösch, consultato in The economics of location, Yale, Science Editions paperback, Yale University Press, 1967. Particolarmente laddove Lösch ha spiegato come e perché “Larger market areas are always transformed along political frontiers, and all areas are changed where the borders represent merely man-made obstacles to trade. We can classify these changes into: first, destruction of locations or their removal away from a boundary, which in the absence of disturbing influences together create the border wasteland; and second, removal of locations across the border”, p. 203.

[23] “Da tutto ciò deriva l’opportunità di adeguare l’articolazione costituzionale della federazione alla struttura che tende spontaneamente ad assumere la distribuzione dei luoghi centrali, e dei relativi territori, in assenza di fattori perturbanti. Il che significa che i territori dei livelli di autogoverno localizzati ai margini dei territori dei livelli immediatamente superiori non dovranno essere delimitati in modo da essere interamente compresi in uno di essi, bensì in modo da intersecarne due o più. In tal modo questi territori passeranno dallo status di periferia a quello di cerniera: assumeranno cioè il ruolo attivo ed evolutivo di aree di giunzione e di scambio tra due o più ambiti territoriali di ordine superiore. Se, per far un esempio, ipotizzassimo l’esistenza, in un quadro federale europeo o mondiale, di una regione Sicilia e di una regione Calabria, il territorio di Messina e quello di Reggio dovrebbero costituire un solo comprensorio, la cui funzione è resa di immediata evidenza dall’opportunità di gestire con criteri coerenti i problemi connessi con l’esistenza dello stretto. Ad analoghe conclusioni si potrebbe giungere con riferimento ad una ipotetica macro-regione che comprendesse tutti i territori rivieraschi del Reno. E così via”. Francesco Rossolillo, Città, territorio e istituzioni, Napoli, Guida editori, 1983, http://www.fondazionealbertini.org/sito/rossolillo/vol_i/RI-5-5-Il%20modello%20istituzionale.pdf.

[24] In base ad uno studio condotto dalla Cisco (Cisco Visual Networking Index: Forecast and Trends, 2017–2022 White Paper, https://www.cisco.com/c/en/us/solutions/collateral/service-provider/visual-networking-index-vni/white-paper-c11-741490.html), il traffico di dati via Internet fra i vari centri urbani è destinato a triplicare nei prossimi tre anni.

[25] Tobia Zevi, Global Cities as a Challenge for the 21st Century, Milano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), 2018, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/global-cities-challenge-21st-century-21551.

[26] Come abbiamo visto nel caso dei gas CFC usati per la refrigerazione, considerati innocui fino a quando non si è constatato l’impatto negativo dell’enorme quantità di essi immessa nell’atmosfera sul mantenimento di un adeguato strato di ozono.

[27] Una situazione, questa, denunciata esplicitamente, tra gli altri, anche da Ulrich Beck in Potere e contropotere nell’età globale, Roma-Bari, Laterza, 2010, laddove scrive che “l’Europa, così come si continua a concepirla, è un ibrido tra mercato e burocrazia, ma non è un’entità politica dotata di una forza visionaria, né per ciò che riguarda la forma del mondo degli Stati europei, né per ciò che si riferisce alla posizione dell’Europa rispetto alle altre regioni del mondo”, p. 300.

 

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