Anno LXII, 2020, Numero 1, Pagina 72

 

 

L’INCERTO FUTURO DEL MERCOSUR

 

 

Nell’agosto del 2017, l’ex-Presidente dell’Uruguay Luis Alberto Lacalle in una intervista al quotidiano argentino La Nación dichiarò che “…il Mercosur è in agonia e non serve più a nulla”.[1] Lacalle, nel 1991, in qualità di Presidente dell’Uruguay, aveva firmato il Trattato di Asunción insieme ai presidenti di Argentina, Brasile e Paraguay dando così vita al Mercosur. Negli intenti si trattava di un progetto di integrazione economica e politica che voleva seguire il modello dell’Unione Europea, come più volte sottolineato nei documenti preparatori. A quasi trenta anni dalla sua nascita, il Mercosur sta vivendo una profonda crisi rispetto al progetto ispiratore, sino a far temere per una sua deriva dopo gli avvenimenti degli ultimi anni. Per comprendere cosa è accaduto e cosa sta accadendo in questa area del Sud America è necessario cercare di analizzare alcune questioni, senza dimenticare, in primis, che solo dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso la democrazia si è affacciata nella regione. La nascita del Mercosur ha consolidato lo sviluppo economico e politico delle giovani democrazie, ma in questi ultimi anni rigurgiti nazionalistici, populismi e nostalgie di stampo militare stanno minando il progetto di integrazione.
 

Il Parlasur.

 Il Consiglio del Mercato Comune del Mercosur, nel dicembre 2005, aveva stabilito le tappe per arrivare alla elezione diretta del proprio Parlamento denominato Parlasur. Nella prima fase alle riunioni del Parlasur avrebbero partecipato parlamentari eletti nelle fila dei rispettivi parlamenti nazionali. La prima riunione si tenne, come stabilito, nel 2006. In una seconda fase, nel corso del 2014, si sarebbero dovute svolgere le elezioni a suffragio universale per l’elezione diretta dei parlamentari.[2] Nel 2011 il Consiglio dei Capi di Stato del Mercosur rinnovò questa proposta, ma nell’aprile del 2019 con una dichiarazione congiunta dei Presidenti di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay si è deciso di sospendere il progetto della elezione diretta. Si annunciava così la volontà di abolire l’idea di un Parlamento eletto direttamente dai popoli della regione rinviandolo sine die.[3]

Ogni Stato membro aveva ed ha un pari numero di membri (18) che si riuniscono una volta al mese nella sede del Parlasur a Montevideo. Con la decisione del Consiglio del 2005, si voleva procedere ad una elezione diretta a suffragio universale: proponendo il modello del Parlamento europeo che dal 1979 viene eletto direttamente. Ma sin da subito si frapposero degli ostacoli: innanzitutto il numero di rappresentanti spettanti ad ogni Stato membro. Un metodo puramente proporzionale per numero di abitanti avrebbe posto il Brasile in una posizione di maggioranza assoluta in occasione di una qualsiasi votazione. Con i suoi oltre 200 milioni di abitanti supera di gran lunga le popolazioni di Argentina (45 milioni), Paraguay (7 milioni), Uruguay (4 milioni) e Venezuela (33 milioni). Si poneva quindi l’esigenza di individuare un criterio di rappresentanza che impedisse da parte di un singolo paese di disporre della maggioranza precostituita. Mentre gli esperti di sistemi elettorali studiavano le varie opzioni, la politica iniziava a rinviare le elezioni di anno in anno. Quando fu trovata l’intesa sul numero di parlamentari spettanti a ciascun paese (43 all’Argentina, 75 al Brasile, 18 sia a Paraguay che a Uruguay, 32 al Venezuela per un totale di 186 rappresentanti), si pose il problema di scrivere una legge elettorale ad hoc in ogni Stato membro, disegnando i nuovi collegi elettorali. Il risultato è stato che solo il Paraguay ha scritto la propria legge elettorale ed eletto i propri 18 rappresentanti nel corso del 2018. Ma con la decisione di abolire l’elezione diretta dei parlamentari, si è deciso di mantenere l’attuale assetto del Parlamento con rappresentanti con il doppio mandato.

La questione di fondo è che le competenze del Parlasur sono rimaste puramente formali. Nel corso degli anni non gli sono stati assegnati compiti legislativi o di controllo del Consiglio, con il risultato che anche i parlamentari eletti direttamente, come quelli del Paraguay, hanno ammesso di sentirsi inutili e che è necessario “…dotare il Parlamento di competenze legislative e di controllo, caratteristiche principali di un organo legislativo, ma queste competenze sono oggi assegnate al Consiglio dei Capi di Stato, pertanto il nostro ruolo è totalmente inutile”.[4] D’altronde lo stesso Protocolo Costitutivo assegnava compiti puramente formali e consultivi al Parlasur.[5] Va però aggiunto che in seno al Parlasur non si è mai levata una voce da parte di un gruppo di parlamentari per condurre una battaglia che assegnasse loro reali competenze. A ben rappresentare la situazione che si è venuta a creare, il Ministro degli Esteri del Paraguay, Castiglioni, ha dichiarato che la sospensione delle elezioni era necessaria per studiare un miglior funzionamento delle attività del Parlasur “…anche se non esiste alcun progetto a tal proposito”.[6]

Ma se nel corso di questi anni si è arrivati addirittura alla drastica decisione di abolire l’elezione diretta del Parlasur è anche perché in seno ai Paesi membri si sono aperte profonde divisioni circa le prospettive future del Mercosur. L’allargamento ad altre nazioni ha inoltre creato gravi dissidi in seno al Consiglio. In ogni caso si è voluto riconfermare che la sovranità resta in capo ai singoli Stati membri, come i fatti del 2019 confermano.
 

L’adesione del Venezuela al Mercosur.

 Il Mercosur prevede la possibilità di nuove adesioni, esattamente come è previsto dall’Unione Europea. La prima nazione a chiedere di aderire al Mercosur è stato il Venezuela nel 2007, dopo che nel 2006 aveva deciso di uscire dall’accordo economico regionale della Can.[7] L’adesione prevede un periodo di transizione nel corso del quale la nuova nazione partecipa in qualità di osservatore ai lavori sia del Consiglio che del Parlasur. Il Venezuela, ha aderito formalmente al Mercosur nel luglio del 2012 aprendo però una polemica ancora oggi non superata tra gli Stati fondatori. A contestare prima la richiesta di adesione e poi l’adesione formale del Venezuela è stato il Paraguay che riteneva la politica anti-statunitense, la politica economica e la politica sociale del Presidente venezuelano Chavez contraria ai principi fondativi del Mercosur. L’adesione attiva di una nuova nazione al Mercosur prevede che vi sia il voto favorevole e unanime dei Parlamenti dei Paesi membri. Con l’obiezione del Paraguay l’adesione del Venezuela non era possibile. Nel 2012 però accadde il fatto dirompente. Il Paraguay era stato momentaneamente sospeso dagli accordi del Mercosur in base al Protocolo democratico che consente agli Stati membri, con voto unanime dei rispettivi parlamenti, di sospendere temporaneamente uno Stato se accusato di violare i principi democratici. Il Paraguay venne sospeso dalle attività del Mercosur a seguito di una crisi politica interna che aveva visto l’allontanamento forzato del Presidente Lugo dopo che la sua rielezione era stata contestata con gravi disordini nel Paese.[8] Durante questo periodo di sospensione, venne presa la decisione di votare l’adesione definitiva del Venezuela, cosa che avvenne con la contrarietà del Paraguay impossibilitato però ad esprimere il proprio voto. Quando a fine 2012 rientrò a pieno titolo nel Mercosur non era più nelle condizioni di contrastare la partecipazione del Venezuela. La presenza del Venezuela nel Mercosur ha creato da subito forti contrasti anche per la figura ingombrante del Presidente Chavez che con la sua politica di rottura con gli USA e con le sue continue dichiarazioni pubbliche alimentava posizioni di politica estera non allineate a quella degli altri Stati membri, con l’eccezione dell’Uruguay. Dopo la morte di Chavez nel 2013 e la crisi apertasi in Venezuela nel 2017, con il Paese alle soglie di una guerra civile, venne votata la decisione di sospendere dal Mercosur la nazione caraibica, ricorrendo al Protocolo democratico.[9] Ma così, come ai tempi l’adesione del Venezuela era avvenuta tra contrasti, anche la sua sospensione richiese un intervento congiunto dei Presidenti di Argentina e Brasile per convincere l’Uruguay a votare a favore della sospensione. L’Uruguay resistette alcuni mesi prima di accettare il pressante invito delle due potenze regionali, nella convinzione che contro Maduro (il nuovo Presidente del Venezuela) fosse in atto una congiura internazionale capeggiata dagli USA.

Il tema dell’allargamento è ancora al centro del dibattito politico tra gli Stati membri e più in generale pone il tema della politica estera della regione, specie ora che si profila l’ingresso della Bolivia e del Cile che, da Paesi osservatori, si apprestano nei prossimi due anni ad entrare a pieno titolo nel Mercosur, salvo nuovi imprevisti e ritardi.
 

I prossimi candidati all’ingresso nel Mercosur: Bolivia e Cile.

 L’anno 2019 per le due nazioni andine è stato drammatico. Scontri nelle piazze, interventi della polizia con cariche sui manifestanti, fuga all’estero del Presidente boliviano Morales per cercare di sedare la rabbia della folla che assediava il palazzo presidenziale, il coprifuoco in Cile con il ricorso ai militari dopo i tentativi di aggressione al Presidente Piñera.

Un quadro desolante e di paura per due nazioni che hanno conosciuto nel loro passato storie di colpi di stato a ripetizione (in Bolivia se ne contano 150 in poco meno di duecento anni) e di una feroce dittatura (il Cile del generale Pinochet). Nelle vicende tragiche di queste due nazioni, generate da questioni completamente differenti, si può tuttavia cogliere un elemento importante di novità: il diverso ruolo delle forze armate.

Le manifestazioni di protesta in Bolivia erano per contrastare la possibilità che il Presidente Morales si ricandidasse per un quarto mandato, in contrasto con la Costituzione. Pur di ottenere la possibilità di una nuova candidatura Morales aveva chiesto di indire un referendum per riformare a proprio favore la Costituzione. Perse il referendum, ma ciò nonostante chiese l’intervento del Tribunale Supremo (la Corte Costituzionale della Bolivia) che, contraddicendo l’esito referendario, dichiarò che Morales si poteva candidare in quanto negare una sua nuova candidatura sarebbe stato in contrasto con il diritto e la libertà dell’individuo. Il Tribunale Supremo era composto in maggioranza da giudici vicini al partito di Morales. Da quel momento le piazze dell’intero paese si riempirono di manifestanti per chiedere le dimissioni immediate di Morales, inneggiando alla difesa della Costituzione. Il fatto importante da sottolineare è che Morales, negli anni della sua Presidenza, aveva goduto di un ampio appoggio popolare grazie ai successi in campo economico che avevano portato al miglioramento generale delle condizioni di vita nell’intero Paese. La sua pretesa di mantenere la presidenza del Paese ha però scatenato la rabbia della popolazione che questa volta, contrariamente al passato, ha trovato nell’esercito il proprio sostenitore al punto che proprio il capo dell’esercito ha insistito con Morales perché abbandonasse il Paese prima di nuovi scontri di piazza. Era un fatto nuovo non solo per la Bolivia che l’esercito si facesse paladino della Costituzione democratica. In seno al Mercosur l’Uruguay prese posizione a favore di Morales, rimanendo però isolato.[10]

Anche in Cile l’esercito ha svolto un ruolo importante nel corso delle manifestazioni di protesta popolare che chiedevano una riforma della Costituzione a favore del ritorno al settore pubblico del sistema pensionistico, della sanità e della scuola. Negli anni della dittatura il Cile era diventato uno Stato iper-liberista che aveva portato alla privatizzazione, sul modello statunitense, del sistema pensionistico, della scuola e della sanità. Un modello che negli anni ha impoverito gran parte della popolazione rendendo inaccessibile ai più una pensione minima accettabile; un accesso alle Università anche ai meno abbienti e un accesso al sistema sanitario aperto a chiunque. Alle manifestazioni di piazza il governo rispose con la richiesta di aiuto non solo della polizia, ma anche dell’esercito, imponendo il coprifuoco. Nuove violenze che ai più hanno ricordato gli inizi della dittatura. Il richiamo dell’intera comunità internazionale al rispetto delle regole democratiche impose al governo di far rientrare nelle caserme l’esercito e di scendere a patti con i manifestanti. Memori degli avvenimenti che avevano portato al colpo di Stato in Cile nel 1973, questa volta la comunità internazionale reagì prontamente alle prime violenze dell’esercito imponendo un passo indietro. Ma qualche simpatia per l’intervento dei militari venne dal Brasile del nuovo Presidente Bolsonaro, un ex-capitano dell’esercito.
 

Bolsonaro Presidente del Brasil Primero.

 Lava Jato, le Mani Pulite del Brasile ha sconvolto profondamente il Paese coinvolgendo nello scandalo politico tre Presidenti e favorito una protesta popolare che ha sostenuto una nuova leadership che vedeva nel Presidente Trump il proprio modello. Così l’elezione nel 2019 di Bolsonaro alla Presidenza del Brasile è stata all’insegna del Brasil Primero ribadita anche in occasione del suo intervento all’ONU quando, durante l’intervento alla Conferenza sul Clima, dichiarò che “l’Amazzonia è del Brasile che ne può fare ciò che vuole”: proprio nei giorni in cui infuriavano gli incendi che la stavano devastando. Le sue dichiarazioni pubbliche lasciano spesso sconcertati per il tono provocatorio e spesso arrogante,[11] così come i suoi frequenti cambi di opinione a proposito del ruolo del Brasile nel Mercosur. Nel corso della sua campagna elettorale aveva più volte ricordato la necessità per il Brasile di poter attivare accordi commerciali bilaterali al di fuori dei vincoli posti dal Mercosur. Alcuni osservatori avevano anche prospettato addirittura una uscita del Brasile dagli accordi del Mercosur, viste le continue critiche di Bolsonaro.[12] Ma proprio mentre le sue critiche alimentavano il dibattito politico tra gli altri Stati membri, ecco che nel giugno del 2019, in occasione di un incontro bilaterale con l’allora Presidente argentino Macri, Bolsonaro formulò la proposta di creare una moneta unica del Mercosur: il peso-real. Una proposta neppure anticipata al Presidente argentino che comunque manifestò il proprio interesse. In una dichiarazione pubblica, però, il Banco Central do Brasil dichiarò che non era in corso alcuno studio per sostenere un tale progetto.[13] Ai più è quindi sembrata una delle tante uscite estemporanee di Bolsonaro.

E’ però noto che nel 1997 il Banco Nazionale per lo Sviluppo Economico del Brasile aveva formulato un progetto di moneta comune per le nazioni dell’area da realizzarsi entro il 2012, volendo anche in questo caso seguire il progetto in corso in Europa che, nel 2001, ha portato alla nascita dell’Euro.[14] In quegli anni però vi fu una netta opposizione dell’Argentina, guidata allora da Menem, che preferì procedere alla dollarizzazione per stabilizzare le finanze disastrate del proprio Paese.[15]La proposta di Bolsonaro ha avviato comunque un dibattito circa l’opportunità di creare una moneta comune in seno al Mercosur. In generale non vi è stata alcuna preclusione, ma molta prudenza da parte di tutte le istituzioni dell’area. Nel dibattito tra gli economisti e i rappresentanti delle Banche Centrali, si sottolinea che in ogni caso si tratterebbe di un progetto che richiede tempo e tappe di avvicinamento come insegna l’esperienza europea. Lo ha ricordato per esempio Alberto Graña, Presidente del Banco Central de Uruguay (BCU) quando ha dichiarato “… abbiamo visto le difficoltà che hanno portato alla nascita dell’euro e alle difficoltà che hanno, avendo politiche fiscali differenti… Obiettivamente pensare a una moneta comune implica, tra l’altro, allineamento delle politiche macroeconomiche, monetarie e fiscali… è necessario tempo per analizzare il percorso da intraprendere per sostenere questo progetto”.[16]

Ma il dibattito, così come era stato lanciato improvvisamente, altrettanto rapidamente è stato posto nel dimenticatoio dallo stesso Bolsonaro, preoccupato dalla campagna elettorale presidenziale in Argentina nel cui dibattito si è inserito con pesanti dichiarazioni. Arrivò a dichiarare che in caso di mancata conferma di Macri (il Presidente uscente), il Brasile sarebbe uscito dal Mercosur non potendo accettare di lavorare a fianco di un presidente comunista, qual era, a suo dire, il candidato peronista Fernandez. Fernandez è stato poi eletto nuovo Presidente dell’Argentina a fine 2019. E come già in altre circostanze dopo le prime dichiarazioni infuocate contro il neo Presidente, ecco che Bolsonaro è tornato a riaffermare una stretta collaborazione con l’Argentina anche perché Brasile e Argentina sono l’uno il principale partner economico dell’altro,[17] come qualche stretto collaboratore ha ricordato a Bolsonaro.
 

L’accordo commerciale UE-Mercosur.

 Nell’estate del 2019 il Presidente uscente della Commissione Europea Junker annunciava con grande enfasi la sigla dell’accordo commerciale con il Mercosur. L’accordo sarebbe effettivamente storico dopo quasi 20 anni di lunghe trattative. Il condizionale è però d’obbligo perché in realtà l’accordo raggiunto è solo una bozza che deve essere discusso ed approvato da tutti i Paesi membri dei due blocchi. Un iter che richiede pertanto tempi lunghi e che ha messo subito in moto le lobbies contrapposte su entrambe le sponde dell’oceano. In particolare, in Europa, la lobby del mondo agricolo e in Sud America la lobby del settore metalmeccanico. La bozza di accordo prevede l’eliminazione del 91% dei dazi fissati dal Mercosur sulle merci provenienti dalla UE e il contemporaneo abbattimento da parte della UE del 92% dei dazi fissati sulle merci in ingresso dal Mercosur. Nel caso delle merci importate dal Mercosur si tratterebbe principalmente di prodotti del settore agroalimentare, mentre l’export europeo andrebbe principalmente a favorire il settore metalmeccanico, in particolare quello dell’industria automobilistica. Proprio nel settore dell’auto in Argentina e Brasile si sono levate voci di protesta, perché l’abbattimento dei dazi andrebbe a colpire le industrie locali, anche se, una volta entrato in vigore l’accordo, i dazi sulle auto calerebbero nell’arco di sette anni. L’accordo favorirebbe l’importazione di auto di lusso in particolare da Germania e Italia che nell’area del Mercosur hanno proprie industrie, ma che oggi producono solo modelli commerciali o di auto di medio livello. L’abbattimento dei dazi andrebbe inoltre a colpire il settore metalmeccanico che produce macchinari agricoli o ricambi d’auto. Ma i contrasti più forti contro la bozza di accordo vengono dall’Europa dove l’Austria ha già dichiarato di non voler siglare alcun accordo, motivando questa decisione a seguito della polemica con il Presidente Bolsonaro per il suo rifiuto di ammettere la drammatica situazione della deforestazione in Amazzonia per garantire nuovi pascoli agli allevatori[18]. Contro l’abbattimento dei dazi nel settore agroalimentare si sono anche utilizzate argomentazioni di carattere sanitario: nel Mercosur gli standard e i controlli in particolare veterinari non corrispondono a quelli richiesti agli allevatori europei. A questo si aggiunga che molte coltivazioni in Argentina, Brasile ed Uruguay sono trattate con prodotti geneticamente modificati ed utilizzati sia per l’alimentazione umana che per quello dell’alimentazione animale: un uso proibito nell’Unione Europea.[19] Quale sarà il futuro di questo accordo resta ancora un punto di domanda tenuto conto che tutti gli Stati di entrambi i blocchi hanno sospeso al momento la discussione a seguito della pandemia. Va comunque aggiunto che l’entrata in vigore dell’accordo prevede l’unanimità di tutte i paesi per cui si dovrà anche prevedere una azione sul governo austriaco dove il Parlamento ha già votato contro l’intesa e i governi di Francia e Irlanda si sono espressi con toni fortemente negativi.

Una ulteriore nube si addensa comunque sugli accordi commerciali che il Mercosur sta intraprendendo. Mentre è in corso il dibattito sui contenuti dell’accordo UE-Mercosur, il governo argentino ha intenzione di porre il veto a possibili accordi commerciali con singole nazioni. Sono infatti in corso di definizione intese commerciali tra il Mercosur e il Canada, la Corea del Sud e l’India. L’accordo con la Corea del Sud in particolare vede la ferma opposizione dell’Argentina che reputa rischioso un accordo che metterebbe a rischio l’industria dell’auto e favorirebbe le importazioni di marchi coreani. Gli accordi commerciali, per poter entrare in vigore, prevedono il voto unanime di tutti gli Stati membri. A queste prese di posizione, che hanno fatto pensare che stavolta fosse l’Argentina a voler uscire dal Mercosur, hanno fatto seguito dichiarazioni del governo di Buenos Aires per smentire ogni ipotesi di rottura. E’ stato poi il vice premier brasiliano, il generale Mourao, a dichiarare che è indispensabile mantenere vivo il confronto interno al Mercosur per garantire e tutelare gli interessi dei singoli Stati membri, porgendo in questo modo un ramo d’ulivo all’Argentina.[20]
 

Un futuro incerto.

 I temi al centro del dibattito nell’area del Mercosur sono gli stessi che gli europei e i federalisti hanno conosciuto e fatto propri per condurre le battaglie verso una maggiore integrazione dell’Unione Europea. I temi dell’allargamento, del ruolo del Parlamento regionale, di una moneta comune sarebbero temi per una forte iniziativa in senso federalista anche nella regione del Rio de La Plata. Sappiamo che il processo di integrazione europeo ha conosciuto momenti di stallo, di tensione tra gli Stati membri,[21] ma anche momenti di grande slancio e di importanti iniziative come l’elezione diretta del Parlamento Europeo o la nascita della moneta unica. In tutte queste vicende un ruolo chiave è sempre stato giocato da Francia e Germania, lo stesso ruolo chiave che nel Mercosur svolgono Argentina e Brasile. Ma cosa accadrebbe in Europa se un Presidente francese o un Cancelliere tedesco usassero toni sprezzanti l’uno contro l’altro come è accaduto nel caso del Presidente Bolsonaro verso il neo Presidente argentino? Nel caso europeo l’Unione rischierebbe di andare in frantumi. Nel Mercosur questo non sta per ora accadendo, ma sono profondi i sintomi di un generale malessere: la crisi in Venezuela (Paese membro, ma al momento sospeso); la crisi in Bolivia (il cui ingresso nel Mercosur è a rischio a seguito della crisi interna che si riflette nelle relazioni con gli altri Stati membri); l’abolizione delle elezioni dirette del Parlasur; il tentativo del Brasile di primeggiare all’insegna del Brasil primero con la richiesta di poter stringere accordi bilaterali al di fuori del Mercosur. Inoltre, in questa sede, non si è affrontato il ruolo che uomini dell’esercito stanno svolgendo all’interno della Amministrazione brasiliana. Si è detto del fatto che Bolsonaro è un ex-capitano dell’esercito in pensione che in più occasioni ha elogiato il ruolo della dittatura nella storia del Brasile, ma sono numerosi i militari con compiti ministeriali nel governo: Vice-presidente è l’ex-generale Mourao, Ministro della Sicurezza è l’ex-generale Heleno, Ministro della Difesa il generale Azevedo, Ministro delle Scienze e Tecnologie l’ex-pilota di caccia Pontes, Ministro della Istruzione l’ex-comandante in capo dello Stato Maggiore dell’Esercito, infine Segretario del Governo l’ex-generale dos Santos Cruz. La democrazia in Brasile come nel resto del sub-continente ha una storia recente, ma vediamo come anche nell’Unione Europea governano leaders che inneggiano alla democrazia illiberale (in Ungheria) o modificano la Costituzione a proprio vantaggio (in Polonia) con restrizioni alla libertà di espressione. Sono questi segnali che possono mettere a rischio le istituzioni democratiche e con esse anche il proseguo dei processi di integrazione? Il mito della sovranità nazionale risulta più forte del desiderio di integrazione dei popoli? Si tratta di questioni profonde che vanno al di là di questa nota, ma c’è un aspetto che va sottolineato. La nascita del Mercosur si è resa possibile grazie a quanto è stato fatto in Europa dai Trattati di Roma in poi: l’Unione Europea è stato il modello di riferimento. E allora spetta di nuovo all’Europa dare un segnala forte e chiaro, riformando le proprie istituzioni in senso federale dotandosi di un governo. Ma questo sarà possibile solo se in seno all’Unione Europea un nucleo di Paesi saprà rompere il tabù della sovranità nazionale. Sarebbe un segnale importante non solo per l’Europa ma anche per quell’area del mondo, in Sud America, che ha guardato e guarda all’Unione Europea. Sarebbe anche una straordinaria risposta a tutti quei combattenti della resistenza cilena che nelle loro battaglie per le strade intonavano l’Inno alla gioia di Schiller, che è l’inno della Unione Europea, con la sua profezia di un giorno “in cui tutti gli uomini finalmente saranno nuovamente fratelli”.[22]

Stefano Spoltore


[1] Boletin Parlamento Mercosur (BPM), La Nación, Buenos Aires, 8 agosto 2017.

[2] Si veda: Consejo del Mercado Común, Protocolo Constitutivo del Parlamento del Mercosur, 8 dicembre 2005.

[3] BPM, Ultimahora.com, Asunción e La Nación, Buenos Aires, 21 aprile 2019.

[4] BPM, ABC, Asunción, 24 novembre 2019.

[5] Art. 4 del Protocolo, op. cit..

[6] BPM, Ultimahora.com, Asunción, 21 e 23 aprile 2019.

[7] Comunità Andina delle Nazioni, composta da Colombia, Ecuador, Perù, Cile e Venezuela sino alla sua uscita.

[8] A proposito del Protocolo democratico e alla crisi in Paraguay si veda anche: S. Spoltore, Brasile e Argentina al bivio nel Mercosur, Il Federalista, 54 n. 2 (2012), p. 160.

[9] S. Spoltore, Venezuela e Mercosur: la difficile via verso la democrazia, Il Federalista, 59 n.2 (2017), p. 169.

[10] Il Parlasur, con una nota dell’11 novembre 2019 condannava la persecuzione verso il Presidente Morales, costretto all’esilio e l’intervento dei militari sia in Bolivia che in Cile. Una presa di posizione comunque ignorata dai governi.

[11] Come quando dichiarò che gli indios sono quasi esseri umani, che la dittatura era stato un bene per il Brasile, che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il coronavirus è poco più di una influenza e che in Italia muoiono in tanti perché è un Paese di vecchietti, senza dimenticare le sue dichiarazioni contro i gay.

[12] BPM,Perfil.com, El brexit de Latinoamérica: la posible retirada del Brasil del Mercosur, Buenos Aires, 14 settembre 2019.

[13] , BPM, M24digital, Moneda común del Mercosur no es estrategia, es una irresponsabilidad, Buenos Aires, 18 giugno 2019.

[14] L’Espresso, 29 maggio 1997.

[15] Si veda: S. Spoltore, Il Processo di dollarizzazione in America Latina e la crisi del Mercosur, Il Federalista, 43 n.2 (2001), p. 130.

[16] Dello stesso tono l’intervento del Presidente della Banca Centrale del Paraguay José Cantero. BPM, El Observador, Montevideo, 7 agosto 2019.

[17] A. Mori, Argentina: debito e crisi sociale, due azzardi per Fernández, Ispionline.it, 2 dicembre 2019, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/argentina-debito-e-crisi-sociale-due-azzardi-fernandez-24542. Si veda anche: M. Rapoport, E. Madrid, Argentina Brasil de rivales a aliados, Capital Intelectual, Buenos Aires, 2011.

[18] Commercio, dopo Francia e Irlanda anche l'Austria boccia l'intesa Ue-Mercosur,Agrisole, Milano, 23 settembre 2019.

[19] Si veda: UE Mercosur: l'Accordo della discordia, Agronotizie, 27 agosto 2019. La protesta da parte del mondo agricolo europeo è praticamente unanime tra tutti i 27 Stati membri.

[20] BPM, Clarin, Buenos Aires, 14 maggio 2020.

[21] Si pensi alle recenti vicende legate agli aiuti da riconoscere agli Stati in difficoltà a seguito del coronavirus.

[22] A. Dorfman, L’Autunno del generale, Ediz.Corriere della Sera, Milano, 2019, pag.11. Titolo originale dell’opera Exorcising Pinochet, 2002. Erano 70.000 i presenti allo stadio nazionale di Santiago il 12 marzo 1990 ad ascoltare l’Inno alla gioia e ad unirsi al coro dell’Orchestra sinfonica del Cile per celebrare il ritorno alla democrazia.

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