Anno XXXIII, 1991, Numero 1 - Pagina 55

 

 

EUROPA E STATI UNITI LA LEZIONE DEL GOLFO

 

 

Occorre uno sforzo enorme e continuo per rendere trasparente ciò che si nasconde dietro la complessità della storia. La trasparenza è difficile perché ciò che è complesso è difficile da capire, ma in guerra tutto è più difficile e più complesso perché in tal caso più che mai il pensiero politico e sociale è irretito dall’antico demonio del nazionalismo.

E’ mistificatoria ogni interpretazione della storia e degli eventi che muove dal punto di osservazione nazionale e sono, di conseguenza, inadeguate le soluzioni proposte: un mondo visto come mosaico delle varie componenti nazionali è un’immagine che non avrà mai e in nessun caso alcun rapporto diretto con la realtà. Nulla deforma il quadro reale degli eventi più che considerare il proprio paese come il centro dell’universo e vedere tutte le cose soltanto a partire da questo falso punto fisso: si continua a leggere la storia sulla base della vecchia teoria «tolemaica» del naziocentrismo. Così si spiegano le guerre supposte vinte e le successive paci certamente perdute.

Queste valutazioni deformanti sono state prevalenti nell’analisi di un punto fondamentale delle vicende del Golfo (e perciò non hanno certamente contribuito a renderle comprensibili, né costituito una buona premessa per il futuro): il rapporto tra il ruolo svolto dagli Stati Uniti e il ruolo svolto dall’Europa, per essere più precisi dalla Comunità europea. Oltre alle varie posizioni nazionalistiche, sono emerse quelle del partito americano, del partito occidentale, del partito arabo, ma non ha trovato spazio adeguato sulla stampa quella del «partito europeo» per il semplice fatto che i vecchi, presunti interessi nazionali centrifughi hanno di fatto lacerato la fragilissima e incompleta tela istituzionale comunitaria, che per gli aspetti strategici è praticamente inesistente.

Poiché il ruolo degli USA e della Comunità è fondamentale per costruire la pace e il nuovo ordine mondiale, per rifondare l’ONU e assicurare la transizione alla democrazia ed allo sviluppo economico di quasi tre quarti dell’umanità, val la pena, ora che il clangore delle armi è cessato, di esaminare alcuni problemi che sono emersi proprio in seguito e in relazione alla guerra del Golfo: le ragioni della debolezza della risposta dell’Europa comunitaria alla emergenza del Golfo; il rapporto tra pax americana, equilibrio mondiale e struttura istituzionale e sociale degli Stati Uniti; la necessità di un governo europeo e di una sua efficace presenza nel nuovo assetto mondiale; i mezzi per colmare questo «deficit d’Europa» nel mondo.

La frammentaria iniziativa politica da parte della Comunità europea nella tragica crisi del Golfo e la sostanziale debolezza politica che sorregge le soluzioni prospettate a fronte dei problemi aperti – quelli di sempre, più i nuovi aperti dalla guerra, tra i quali il dramma dei Curdi – sono la dimostrazione più evidente del fatto che l’attuale contesto istituzionale è del tutto inadeguato: di fronte all’emergenza, la prevalenza del Consiglio europeo su ogni altra istituzione comunitaria porta soltanto alla ripresa di comportamenti ispirati esclusivamente agli interessi nazionali di breve periodo ed impedisce il manifestarsi di una politica europea unitaria; il che espone gli Europei ad accuse, minacce e ricatti e spinge i singoli paesi all’omertà reciproca ed a posizioni differenti, col risultato di un’azione collettiva del tutto irrazionale e perdente per tutti: i paesi presi singolarmente, l’Europa, gli alleati, il mondo intero.

L’ONU deve prendere decisioni di pace o di guerra e puntualmente il piano francese contrasta con quello inglese, col risultato che passa il piano americano. L’Unione Sovietica prende l’iniziativa di pace e i Ministri degli Esteri dei Dodici riuniti a Lussemburgo l’accolgono con favore; qualche ora dopo, appena arriva la posizione della Casa Bianca, Francia e Gran Bretagna si contraddicono, allineandosi con gli Stati Uniti. A Londra non par vero di poter fare il pilastro europeo di questi ultimi e così, complice la guerra, ristabilire la sua special relationship; ma essa non riesce neppure ad avere la condirezione delle operazioni militari.

Il generale De Gaulle si è rivoltato nella tomba: la force de frappe francese al comando degli Americani! Quale fatto è più emblematico, riguardo alla crisi di identità nazionale, delle dimissioni di Jean-Pierre Chevènement? L’opinione pubblica francese è cosciente del ruolo marginale degli Europei, a causa delle loro divisioni, e ritiene che il conflitto israelo-palestinese è assai più importante della sorte del Kuwait, sa che il paese avrà ben scarso peso nel riassetto post-bellico e Dumas afferma che la Francia può discutere solo con chi ha soldati nel Golfo! Ora sono lì ad aspettare il guidrigildo, ma quasi sicuramente Francia e Gran Bretagna usciranno da questa crisi peggio che nel 1956, pur non essendo più considerati colonialisti, nel senso che singolarmente perderanno del tutto la capacità di avere un’influenza residua sulle vicende dell’area.

La Weltpolitische Abstinenz della Germania, il suo isolazionismo monetario non sono soltanto i segni dell’orgoglio nazionalista, del ripiegamento sui problemi interni, perché nulla possa turbare il processo di unificazione; come non cogliere in questo distacco dalla politica mondiale anche la difficoltà del paese a superare la contraddizione tra il gigantismo economico e il nanismo politico?

Quanto all’Italia, i fatti non corrispondono alle affermazioni. Essa riconosce ufficialmente la «troppo timida integrazione politica europea», conferma l’impegno per la convocazione della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, afferma che d’ora innanzi le Nazioni Unite non potranno avere due pesi e due misure, chiede la riforma dell’ONU (in modo ambiguo: un unico seggio per la Comunità o un seggio anche per l’Italia?), ma nessuna concreta iniziativa politica viene assunta a livello europeo. Dopo il risultato del referendum a favore del mandato costituente al Parlamento europeo e dopo le vicende del Golfo, quali sono le proposte italiane per le due Conferenze intergovernative in corso sull’Unione economica e monetaria e sull’Unione politica?

L’Europa ha perduto la battaglia, ma non è sconfitta. Né può suicidarsi, perché senza il suo rientro nella storia i problemi della pace, della guerra, della democrazia e dello sviluppo non avrebbero soluzione. L’Unione europea dei federalisti, con una presa di posizione, ha confutato l’argomento secondo cui la mancanza di una politica comunitaria chiara durante il periodo precedente l’intervento militare nel Golfo dimostrerebbe che l’obiettivo di istituire un’Unione europea con competenze in materia di politica estera e della sicurezza sia soltanto un’illusione. Al contrario essa ha dimostrato ancora una volta che, laddove la Comunità è dotata di istituzioni e di poteri definiti in modo chiaro, un’azione è stata intrapresa.

L’assenza di istituzioni democratiche nei settori della sicurezza, della politica estera e della difesa ha condotto l’Europa alla confusione e all’impossibilità di definire una sua posizione. Si è piegata ad una strategia imposta in un altro quadro, si è fatta trascinare senza poter controllare il percorso e rischia ora di avere il ruolo riservato all’intendenza. Ma se nelle grandi decisioni l’Europa sarà assente, i prossimi tempi saranno forieri di emergenze ancora più acute: la governabilità del mondo non migliora passando dal sistema bipolare ad uno unipolare, ma costruendo ancor più velocemente il sistema multipolare attorno all’ONU.

Dunque è necessaria l’Unione politica europea. Come arrivarci, per quale via, qual è il punto di partenza?

Gli Stati Uniti d’America non sono fatti per l’egemonia. E, lasciati soli a se stessi, trasformerebbero ogni problema internazionale in una sorte di ordalia, progressivamente distruggendo il oro stesso sistema e e conducendo il mondo nel baratro. Nell’attuale situazione mondiale, caratterizzata da una dinamica carica d instabilità, prendendo a prestito l’immagine di Ilya Prigogine si può dire che «il battito d’ali di una farfalla in qualunque parte del mondo può provocare un leggero alito, il quale, a poco a poco, diventerà un uragano che si scatenerà sulla Casa Bianca».

Con l’URSS che ha bisogno del disarmo per affermare la perestrojka, e 1’80% dell’umanità che aspetta lo sviluppo economico, ci sarà sempre qualcuno da tenere a bada e il nuovo ordine politico mondiale che appena si intravede sarebbe messo a repentaglio se la risposta degli USA fosse quella egemonica: per questa via l’edificio europeo è crollato due volte in questo secolo; per questa via crollerebbe l’edificio americano trascinando con sé il mondo intero.

Al contrario di quanto pensa Francis Fukuyama, la storia non è finita e il mondo, ancor meno gli Stati, «non si governa con i Pater noster». E gli Americani, quando separano la realtà dalla retorica, sanno bene che il potere nel nuovo ordine mondiale deve essere ripartito, e la forza sottoposta al diritto: conoscono Montesquieu, quando ammonisce che «un grande impero presuppone un’autorità dispotica» e se c’è qualcosa che è veramente incompatibile con il sistema americano, in termini strutturali, con i suoi fundamentals federalistici – istituzionali, sociali e culturali – è il dispotismo liberticida.

Nel saggio ottavo de Il Federalista, Alexander Hamilton riconosce l’influenza decisiva della politica estera su quella interna: «... E’ indispensabile una costituzione federale, cioè il superamento della sovranità assoluta degli Stati americani, ...proprio onde evitare le influenze autoritarie ed accentratrici che deriverebbero da una situazione di anarchia internazionale...». La politica di potenza, nella saggezza dei fondatori, va di pari passo con la progressiva abolizione delle libertà all’interno dello Stato tanto più accentuata quanto più esposta è la posizione dello Stato stesso: «…persino le nazioni cui sta più a cuore la libertà ricorreranno, per raggiungere sicurezza e distensione,  ad istituti che potrebbero compromettere i loro diritti civili e politici. A lungo andare, pur di ottenere una certa sicurezza, esse diverranno propense a correre il rischio di divenire meno libere».

L’isolazionismo statunitense ha queste radici e ogni ritardo europeo aggrava questo dilemma americano. Gli Stati Uniti possono vivere nel disordine mondiale ancor meno degli altri paesi e quando vengono lasciati soli a difesa di principi grandi e nobili, vanno incontro a disastri come il Vietnam. Hanno bisogno del «Lusitania» o di Pearl Harbor per uscire dall’isolamento, e quando la «minaccia rossa» diviene permanente comprendono che occorre creare il pilastro europeo: i loro leaders, come John F. Kennedy, quando hanno la grande visione della storia, sanno che la vera sfida con l’Europa è l’equal partnership.

Del resto il riferimento ultimo delle sentenze della Corte Suprema è il Bill of Rights che sta per la difesa della libertà dei cittadini nei confronti della costituzione, che si preoccupa invece soprattutto di far funzionare lo Stato. E’ possibile che una democrazia il cui leader deve essere eletto ogni quattro anni e si ritira dopo al massimo otto anni, possa concepire un progetto egemonico? Certamente Zio Sam non va alla guerra per niente, ma la componente ideale, da Woodrow Wilson a George Bush, è prevalente. Da sponde opposte, William Fulbright ed Henry Kissinger concordano sul fatto che la sicurezza nasce da larghe intese e da un solido equilibrio strategico, che la dominazione non è compatibile coi valori americani, che oggi in particolare gli Stati Uniti non hanno neppure le risorse per tentarla e che comunque il fatto centrale è che l’egemonia

americana non potrebbe durare.

Come l’Empire Settlement Act del 1922 non fermò l’indebolimento strategico ed economico britannico, né la Conferenza imperiale del 1926 con la creazione del Commonwealth, così l’eventuale ipertrofia imperiale americana si scontrerebbe con i rendimenti già da tanto tempo decrescenti delle obbligazioni militari che gli Stati Uniti hanno nel mondo. D’altra parte, se la risposta alla contraddizione fondamentale tra l’interdipendenza globale e la realizzazione della libertà e della democrazia nel mondo da un lato e la presenza di centottanta Stati nazionali dall’altro fosse di tipo imperiale-egemonico, l’egoismo nazionale americano aprirebbe la strada alla fine dell’umanità.

Per rendersene conto basta riflettere, per restare all’era moderna, su Equilibrio o egemonia di Ludwig Dehio o su The Rise and Fall of the Great Powers di Paul Kennedy: ogni aspirazione egemonica all’interno del sistema degli Stati, da Carlo V a Hitler, è fallita. Occorre perciò superare l’anarchia internazionale per eliminare la ridice fondamentale delle tendenze all’autoritarismo ed al totalitarismo, altrimenti la continua tensione tra tentativi egemonici di un polo e reazione degli altri per ristabilire l’equilibrio condurrebbe al collasso nucleare mondiale.

Le sovra-estensioni, militare e monetaria, incontrano gli stessi limiti: il blood sharing, che diventa nel primo caso negativo, e il paradosso di Triffin nel secondo. Ognuno dei grandi poli mondiali attuali – USA, URSS, Cina, Giappone, Europa – e potenziali – India, paesi arabi, paesi sudamericani, Africa – deve fare i conti con i vecchi dilemmi dell’ascesa e del declino, con l’instabile ritmo della crescita produttiva e dell’innovazione tecnologica, con i mutamenti della scena internazionale, con la spirale dei costi e l’alterazione permanente di ogni equilibrio e nessuno di essi regge o reggerà alla divaricazione tra sistemi militarmente sovraesposti, le cui economie sono destinate a logorarsi (Stati Uniti e Unione Sovietica) e dinamismo economico che premia chi non è strategicamente egemone (Germania e Giappone).

L’ONU è senz’altro una istituzione imperfetta, ma il cammino verso il governo mondiale è una necessità. Ad esso si arriva «alla Popper», attraverso tentativi ed errori, solo però se si lascia la porta aperta al futuro e se l’Europa è capace di giocare il suo ruolo di battistrada e modello per le altre aree.

La pace nel Medio Oriente non può essere gestita solo da Bush, perché essa ha implicazioni che vanno al di là del ruolo americano in questo caso specifico e che riguardano i rapporti tra Occidente e Islam e tra Nord e Sud, la distensione, il futuro di Israele e l’unità del mondo arabo, la trasformazione in senso democratico dell’ONU. Gli Stati Uniti devono provare che non è vero che non è stata una guerra dell’ONU, e quindi che anche la pace deve essere dell’ONU. Le proposte Bush-Baker per il Medio Oriente hanno un senso se sono affiancate ed unificate con un «Piano di pace europeo per il Medio Oriente», per togliere ad esse il sospetto che si tratti di problemi di petrolio, di egemonia americana.

Con questa premessa dalla crisi può uscire un’ONU più forte e più democratica, cioè gli Stati Uniti possono vincere la guerra; diversamente tra non molto essi perderebbero la pace. Non vi può essere nessun nuovo ordine mondiale con un imperatore al vertice e la piramide dei vassalli e valvassori fino ai servi della gleba. E’ finita l’era dei giganti solitari. Democrazia politica e liberalismo economico sono punti di riferimento universali, ma rimarranno tali e si realizzeranno in tutto il mondo solo se non saranno considerati vuote parole.

A tal fine occorre impedire che gli Stati Uniti siano costretti ad assumersi la responsabilità di conservare l’equilibrio precario esistente. Occorre che l’Europa assuma la responsabilità storica di collaborare con loro per la nascita di un equilibrio nuovo, pacifico, democratico e progressivo, e per la riforma delle Nazioni Unite.

Schuman, il 9 maggio 1950, proponendo la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, aveva capito che la «messa in comune» dei due beni strategici di Francia e Germania avrebbe assicurato immediatamente la prima tappa verso la Federazione europea. Monnet, ispiratore di tutto, aveva capito anche che non si può agire su linee generali partendo da concetti vaghi e pretese in cui il sapore nazionalistico prevale; occorre concentrarsi su un punto strategico che determina tutto il resto.

Qual è oggi il punto strategico che rilancerebbe il processo di unificazione europea e contemporaneamente il rafforzamento dell’ONU?

E’ sempre più chiaro che il collegamento tra Unione economica e monetaria e Unione politica è solido e stretto, come dimostra l’avanzamento dei lavori delle due conferenze intergovernative. Il Parlamento europeo ha approvato in dicembre la risoluzione Colombo per l’Unione europea, che pone le basi di un progetto di Costituzione. Le proposte franco-tedesche per una politica europea di sicurezza apportano ulteriori contributi validi, Jacques Delors ha fatto a Londra proposte sull’impegno dei Dodici per la difesa e la politica estera comune. Il mandato costituente al Parlamento europeo e la codecisione Parlamento-Consiglio sono sul tavolo delle forze politiche. L’idea di costruire l’Europa partendo solo dal business o comunque aspettando che il processo funzionalistico dia tutti i suoi frutti va sempre più ridimensionandosi anche per i tempi lunghi che sembra comportare.

Eppure tutto sembra fermo. Cosa manca? Manca la visione dell’assetto finale. Il braccio di ferro Bonn-Parigi sull’Europa delle monete sottintende ben altro. I Francesi pensano che nella sua immensa maggioranza la popolazione tedesca oggi è priva delle ambizioni delle generazioni precedenti (la scelta di impegnarsi nel Golfo solo sul piano finanziario è caratteristica al riguardo). Ma questa «mancanza d’animo», come dice Günther Grass, non può durare per sempre: la potenza economica genera appetiti. In fondo è legittima la richiesta della Germania di diventare membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU: «No taxation without representation».

Ma quando Mitterrand parla, lo fa per ribadire che il nuovo mondo continueranno a forgiarlo i vincitori della seconda guerra mondiale! Così la miopia francese ignora l’Europa e produce l’arroccamento attorno alla force de frappe; di conseguenza la Germania aspetta tutti al varco del Deutsche Mark.

In realtà la nuova intesa storica europea sta nel suicidio monetario del marco contro il suicidio del seggio francese permanente all’ONU, entrambi a favore dell’Unione europea. Se Francia e Germania rinunciano oggi ad offendersi reciprocamente usando il marco e il seggio all’ONU, come hanno fatto quarant’anni fa rinunciando ad usare il carbone e l’acciaio in termini strategici, quella visione politica diviene chiara e la potenza economica dell’una e l’arsenale militare dell’altra, privi del loro prestigio malefico, si trasformano in garanzia di pace.

E si può scommettere fin da ora che anche la Gran Bretagna, dietro le nebbie della Manica, prima o poi si accorgerà che il clima è cambiato. Tutto si rimetterebbe in moto nella giusta direzione con l’Unione europea come prima tappa verso una nuova organizzazione del mondo.

Questa intesa cambia il funzionamento di tutto il sistema politico mondiale, avvia di fatto la rifondazione dell’ONU, crea un equilibrio al quale altri sono costretti a prendere parte – Giappone, mondo arabo, paesiACP, India – più aperto, più democratico, capace di far partecipare nuovi popoli al governo del mondo e quindi più adatto alla soluzione dei nuovi problemi che la crisi del sistema politico ed economico mondiale pone. E rafforza presso gli Americani l’importanza dell’Europa.

 

Emanuele Itta

Europa e Stati Uniti: la lezione del Golfo

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