Anno XLI, 1999, Numero 1, Pagina 34

 

 

RIFLESSIONI SUL TOTALITARISMO
 
 
Che cosa sia il totalitarismo, quali siano le sue radici, come mai abbia contrassegnato con la sua brutalità proprio il XX secolo, se sia un’esperienza finita o se possa ripetersi, sono tutte domande drammatiche, che continuano ad occupare un posto cruciale nella riflessione politica dei nostri giorni.
Il crollo del blocco sovietico e la fine del confronto Est-Ovest hanno portato a ritenere definitivamente sconfitta, e quindi completamente conclusa, l’esperienza dei regimi comunisti e del loro totalitarismo. Anche se rimangono ancora forze politiche e, soprattutto, paesi che si rifanno ancora all’ideologia comunista, si tratta, nel primo caso, di forze che hanno accettato il regime democratico in cui sono inserite come partiti, oppure, nel secondo caso, di paesi generalmente autocratici che però hanno iniziato un processo di integrazione nel mercato mondiale e stanno cercando gradualmente di adeguarsi ai modelli dell’economia occidentale. In ogni caso, sia gli uni che gli altri, hanno ripudiato come degenerazioni le parentesi totalitarie. Ma se il confronto con il totalitarismo di stampo comunista è più facile, quello con il fenomeno del nazismo è ancora molto controverso. Nei dibattiti che continuano a ripresentarsi su questo tema, soprattutto in Europa, si oscilla tra il desiderio di dimenticare questa esperienza, considerandola una parentesi di follia, in quanto tale irripetibile, e la paura che la storia possa invece ripresentare la stessa tragica dinamica. Questa paura è alimentata anche dal fatto che in quasi tutto il mondo, anche se con dimensioni diverse, sono attive formazioni politiche che si richiamano al pensiero e all’esperienza fascista e nazista, anche nei suoi aspetti più bestiali come il razzismo. Anche se si tratta di formazioni minoritarie, esse hanno comunque dimostrato di essere in grado di raccogliere un certo consenso tra gli strati della popolazione più colpiti dalle situazioni di crisi, e soprattutto di essere un grave pericolo potenziale per la democrazia.
Continuare, quindi, a cercare le risposte alle domande che ricordavamo inizialmente è importante non solo per capire il nostro passato, ma anche per valutare i potenziali rischi del futuro.
 
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Due studiosi che, tra gli altri, si sono posti questi problemi e hanno tentato di analizzarli con particolare profondità, e con cui quindi è estremamente utile confrontarsi, sono Hannah Arendt, soprattutto ne Le origini del totalitarismo, e Norbert Elias nei saggi raccolti in The Germans.[1] Entrambi ebrei tedeschi sfuggiti con l’esilio al nazismo, si sono confrontati a lungo con questa tragedia, che è stata anche personale, per cercare di capirne le radici. Come ricorda Elias nell’introduzione al libro, «molte delle considerazioni che seguono hanno origine dal tentativo di rendere comprensibile, a me stesso e a chiunque abbia voglia di ascoltare, come sia avvenuta l’ascesa del nazionalsocialismo, e quindi anche la guerra, i campi di concentramento e la divisione della Germania in due Stati».[2] E la Arendt scrive nella prefazione alla prima edizione del suo libro: «Questo libro… è stato scritto nella convinzione che sia possibile scoprire il segreto meccanismo in virtù del quale tutti gli elementi tradizionali del nostro mondo spirituale e politico si sono dissolti in un conglomerato, in cui ogni cosa sembra aver perso il suo valore specifico ed è diventata irriconoscibile per la comprensione umana, inutilizzabile per fini umani… Comprendere non significa negare l’atroce, dedurre il fatto inaudito da precedenti, o spiegare i fenomeni con analogie e affermazioni generali con cui non si avverte più l’urto della realtà e dell’esperienza. Significa piuttosto esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso. Comprendere significa insomma affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia».[3]
Entrambi, quindi, partono dal tentativo di comprendere la tragedia nazista, ma l’ottica in base alla quale sviluppano la loro riflessione è differente: la Arendt cerca di analizzare il totalitarismo in quanto tale, prendendo in considerazione anche l’esperienza staliniana e arrivando ad elaborare una sorta di tipo-ideale di questa «forma interamente nuova di governo che, in quanto a potenzialità e costante pericolo, ci resterà probabilmente alle costole per l’avvenire, al pari di altre forme che, apparse in momenti storici diversi e basate su diverse esperienze di fondo, hanno accompagnato dopo d’allora l’umanità a prescindere dalle temporanee sconfitte: monarchie e repubbliche, tirannidi, dittature e dispotismo».[4] La sua opera pone quindi con estrema efficacia il problema della radicale novità del totalitarismo e dell’impossibilità di assimilarlo ad altre forme storiche di dominio già sperimentate. Elias invece si concentra sul caso tedesco e cerca di spiegare le ragioni per cui in Germania è potuto maturare il consenso al nazismo partendo dal processo di formazione dello Stato tedesco ed esaminandone sia le peculiarità interne (il ritardo nello sviluppo dello Stato moderno, i rapporti sociali, ecc.), sia i condizionamenti esterni dovuti alla posizione geografica e al rapporto con gli altri Stati.
I due autori sono quindi, per certi versi, complementari. Vorrei innanzitutto cercare di richiamare i tratti principali della loro analisi, incominciando con Le origini del totalitarismo, per poi isolarne gli aspetti più utili e anche gli eventuali limiti.
 
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La prima distinzione che fa la Arendt per capire il totalitarismo è quella tra la semplice dittatura e il dominio totalitario. Ciò significa, tra l’altro, separare nettamente l’esperienza e l’ideologia nazista da quella fascista (il giudizio della Arendt sul fascismo in Italia, ad esempio, è che si trattava di «una comune dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica»). La differenza fondamentale sta nel fatto che, benché i sistemi dittatoriali monopartitici si propongano sia di impadronirsi dell’amministrazione pubblica che di ottenere una completa fusione tra Stato e partito coprendo tutte le cariche con i propri aderenti, e benché non tollerino altri partiti, o forme di opposizione, o libertà di opinione, essi lasciano tuttavia intatto il rapporto originario di potere tra Stato e partito. Il governo e l’esercito possiedono la stessa autorità di prima e il partito basa il suo potere su un monopolio garantito dallo Stato, senza più possedere un proprio centro di potere autonomo rispetto alle istituzioni.
La rivoluzione dei movimenti totalitari, una volta conquistato il potere, è invece ben più radicale. Tutto il potere viene mantenuto dalle istituzioni del movimento, al di fuori dell’apparato statale o militare; ciò viene ottenuto impadronendosi dell’amministrazione pubblica, ma senza fondersi con essa: l’ascesa nella gerarchia statale è limitata ai membri di secondaria importanza e tutti gli uffici statali vengono duplicati creando istituzioni omologhe che sono diretta emanazione del movimento e che svuotano quelli statali delle loro effettive prerogative. Il centro d’azione del paese resta quindi il movimento, al cui interno vengono prese tutte le decisioni. Lo Stato funge solo da facciata, rappresentando il paese nel mondo esterno; la polizia segreta, e non più l’esercito, diventa il centro del potere del paese, al di sopra dello Stato e dietro le facciate del potere apparente.
Il motore di tutto è il capo, dalla cui volontà e dai cui ordini dipende tutta la vita del movimento. Egli vive separato dai membri, anche da quelli delle gerarchie più elevate, circondato solo da una cerchia di iniziati che egli stesso si preoccupa di mantenere in una situazione di sospetto reciproco. La sua ascesa al potere è infatti dovuta in buona parte alla sua capacità di destreggiarsi nelle lotte intestine; ma una volta conquistato il predominio il suo potere è al sicuro perché si crea una totale dipendenza di tutta l’organizzazione dalla sua persona e una totale identificazione di ogni membro con la sua figura. Tutto infatti è fittizio nel regime totalitario; non contano i fatti, ma l’infallibilità del capo, che plasma la realtà. Egli detiene il monopolio assoluto del potere e la regola inderogabile è quella della fedeltà totale, indipendente da ogni contenuto concreto. Non esistono gerarchie nel sistema, eventuali secondi destinati alla successione; tutto ciò funziona dove c’è l’autorità, non dove si instaura il dominio totale, che non vuole limitarsi a ridurre la libertà, ma vuole bensì abolirla, distruggerla. Questo spiega il fanatismo dei militanti, che si sacrificano in nome di un ideale collettivo supremo, che non ha risvolti utilitaristici nel breve periodo, ma che assicura la grandezza della vittoria totale finale.
La grande innovazione dei regimi totalitari è quindi l’organizzazione, cioè l’arte di accumulare il potere. Gli slogans e i contenuti ideologici non sono generalmente nuovi; ma nuova è la capacità di basare su di essi, parafrasando un’espressione di Hitler,[5] «un’organizzazione d’urto» e di trasformarli in un sistema che faccia coincidere la realtà con l’ideologia. L’essenza di questo sistema è il terrore, che cresce man mano che il potere del movimento si consolida, in modo inversamente proporzionale rispetto all’esistenza di un’opposizione. Esso viene usato su una popolazione completamente soggiogata, indirizzato non tanto verso i nemici reali, che sono già stati eliminati, quanto contro i «nemici oggettivi», cioè coloro che appartengono alle razze e ai gruppi «oggettivamente» da eliminare. La categoria della colpevolezza perde così ogni senso e l’obiettivo non è la realizzazione di una qualche forma, per quanto distorta, di giustizia (del resto scompare l’oggettività di tutte le leggi[6]) ma il dominio totale permanente su ogni singolo individuo in ogni aspetto della sua vita.
I campi di concentramento sono i laboratori per la verifica di questa pretesa di dominio assoluto sull’uomo. Essi infatti servono innanzitutto per sperimentare la riduzione dell’uomo ad oggetto, privandolo della possibilità di ogni diritto, uccidendo la sua personalità morale (cosa che si ottiene togliendo ogni senso anche alla morte, cioè creando le condizioni per impedire il martirio), annullando la sua coscienza (le uniche alternative che ogni individuo ha di fronte sono quelle tra assassinio e assassinio, e vittime e carnefici sono ridotti allo stesso livello di abiezione) e infine uccidendo la sua individualità, cioè distruggendo la sua spontaneità, la sua capacità di reagire (il che spiega come mai siano stati praticamente nulli i tentativi di resistenza). I campi di sterminio sono essenziali per i regimi totalitari, perché «senza di essi, senza l’indefinita paura che ispirano e il ben definito addestramento al dominio totale, che in nessun altro luogo può essere collaudato nelle sue possibilità più radicali, uno Stato totalitario non può infondere il fanatismo nelle sue truppe scelte, né mantenere un intero popolo nella più completa apatia».[7]
I campi di sterminio, dice la Arendt, sono «la comparsa del male radicale, precedentemente sconosciuto, che pone fine alle evoluzioni e al trasformarsi di qualità. Qui non ci sono criteri politici, storici o semplicemente morali, ma tutt’al più la constatazione che nella politica moderna è in gioco qualcosa che non dovrebbe mai rientrare nella politica, come noi usiamo intenderla, che essa è al bivio tra tutto e niente: tutto, un’indeterminata infinità di forme di convivenza umana, o niente, la distruzione dell’uomo in seguito alla vittoria del sistema dei campi di concentramento, una distruzione altrettanto inesorabile di quella che l’impiego della bomba all’idrogeno riserverebbe alla razza umana».[8]
 
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Ciò che colpisce in questa analisi della Arendt che ho cercato di richiamare è la sua capacità di sviscerare con grande efficacia il baratro aperto dal nazismo, che effettivamente è nuovo nella storia e si distingue dalle altre esperienze assolutistiche o dittatoriali, costringendo a confrontarsi con la comparsa del «male radicale». Il male radicale è la capacità da parte dell’uomo di annientare tutto ciò che lo distingue in quanto tale, cioè ogni traccia della ragione. Se sia corretto arrivare a definirlo in questi termini assoluti, resta a mio parere problematico. Anche Eric Weil, nella Logique de la philosophie, scrive che Hitler può essere capito dalla ragione, ma che se ne pone al di fuori, che è altro da essa (e che quindi, nella sostanza, è pura violenza). Da un punto di vista logico, e quindi della comprensione, queste affermazioni creano delle contraddizioni (la ragione in realtà non può comprendere ciò che è altro da sé, perché non ha le categorie per farlo; quindi, come ammette la stessa Arendt, non si può comprendere il male radicale;[9] al tempo stesso, se ciò fosse vero non se ne potrebbe neanche parlare); resta tuttavia il fatto che esse hanno un riscontro empirico e che quindi, dal punto di vista morale, non possono essere eluse tanto facilmente. I dubbi che insinuano dimostrano infatti che la comprensione del nazismo presenta ancora lati oscuri.
Rimane poi ancora la domanda cruciale di come abbia potuto affacciarsi alla storia un’alternativa così drammatica. Qui, la Arendt non riesce a fornire risposte convincenti. Il fatto che un fenomeno del genere non sia comparso prima le sembra per certi aspetti casuale, addirittura dovuto semplicemente al fatto che mai prima un dittatore era stato così pazzo da dar vita ad un simile regime. Sulla cause, identifica come elementi determinanti l’imperialismo e il ruolo delle ideologie.
Sull’imperialismo il suo punto di partenza è corretto, e risale alla crisi degli Stati nazionali europei, iniziata nell’ultimo trentennio del XIX secolo e dovuta al fatto che in questa fase essi dimostrano di non essere più adeguati rispetto al processo di espansione economica. Tuttavia, invece di proseguire in questa direzione e cogliere le crescenti tensioni e le conseguenti degenerazioni dell’equilibrio tra gli Stati come una conseguenza di questa profonda contraddizione, la Arendt si sposta sul piano della dinamica interna agli Stati e attribuisce alla borghesia, che deteneva il primato economico, ma che fino a quel momento non aveva mai voluto il dominio politico, la responsabilità di aver imposto la soluzione imperialista al fine di tutelare i propri interessi. Poiché, sempre secondo la Arendt, l’imperialismo contiene i germi della degenerazione dello Stato nazionale (dato che comporta la sete di accumulazione continua del potere, che è il corrispettivo della sete di espansione capitalistica della borghesia, e si fonda sull’uso della forza), la conseguenza inevitabile non poteva essere che uno scontro mortale tra le nazioni e la fine della «spontanea solidarietà e della tacita intesa»[10] che caratterizzava il concerto delle nazioni europee, cui si sostituisce invece la contrapposizione tra «giganteschi complessi economici, che orgogliosamente si fregiavano del titolo di ‘impero’ ed erano armati fino ai denti».[11]
Un altro elemento che la Arendt sottolinea è che, fino alla fase dell’imperialismo, lo Stato nazionale era stato al di sopra delle classi e, quindi, fondato sul principio dell’autorità della legge. Nel corso della fase dell’imperialismo, invece, lo Stato nazionale cade nelle mani della borghesia e tende a degenerare, anche perché non può integrare le nuove popolazioni, dato che non ha gli strumenti per farlo, e quindi cerca di assimilarle o, dove non ci riesce, di opprimerle, venendo così meno ai principi fondamentali dello Stato di diritto. Lo stesso nazionalismo degenera in nazionalismo tribale, trasformandosi da sentimento di lealtà nei confronti del proprio Stato (che, secondo la Arendt, serve semplicemente a giustificare l’accentramento, un’esigenza che si manifesta immediatamente con la nascita dello Stato nazionale a causa dell’atomizzazione della società) in giustificazione della prevaricazione e della barbarie. Su questo terreno si prepara la degenerazione della politica e il successo dei movimenti antidemocratici, che iniziano a manifestarsi proprio in questa fase (sono i movimenti imperialisti e soprattutto quelli pan-germanisti, nei paesi di lingua tedesca, e quelli pan-slavisti in Russia, che presentano ideologie che saranno fonte di ispirazione per i movimenti totalitari del patriottismo).[12]
In queste frasi sono chiari i limiti di questa parte di analisi della Arendt che non riesce a cogliere il nesso tra avvento del nazismo e crisi del sistema europeo degli Stati. Nella sua preoccupazione di distinguere le forme dittatoriali comuni dal totalitarismo in quanto tale, e quindi più tesa a vedere i punti in comune tra nazismo e stalinismo che non a riconoscere le diverse radici dei due fenomeni, la Arendt ignora innanzitutto che il nazismo si inserisce in un contesto europeo di profonda crisi generale della democrazia e di affermazione di regimi dittatoriali in quasi tutti i paesi. Ciò significa che, alla base, vi è una contraddizione obiettiva di fronte alla quale gli Stati europei sembravano non aver altra via d’uscita se non quella indicata dal fascismo, e che quindi anche il nazismo ha questa stessa radice.[13] La contraddizione è la stessa indicata dalla Arendt, ma poi da lei non approfondita, tra il ritmo di sviluppo del processo produttivo e la struttura dello Stato nazionale. I mercati nazionali, infatti, non erano più sufficienti a soddisfare le esigenze della produzione (come dimostrava l’esempio degli Stati Uniti che, grazie al mercato continentale, erano ormai più forti economicamente degli Stati europei), ma la natura dell’equilibrio europeo degli Stati impediva all’economia europea di acquisire la necessaria dimensione continentale. Infatti, il «concerto delle nazioni europee», per riprendere la citazione della Arendt, non è mai stato caratterizzato dalla «spontanea solidarietà e dalla tacita intesa» tra i suoi membri; al contrario è sempre stato un sistema carico di tensioni che ha alternato fasi di equilibrio, e quindi di relativa quiete, a fasi di forte tensione, nel momento in cui si profilava qualche tentativo egemonico. Il colonialismo, e l’imperialismo come suo corrispettivo politico, furono quindi un tentativo di aggirare il problema con la ricerca di nuovi sbocchi economici che permettessero allo Stato nazionale di sopravvivere senza scalfire la contraddizione profonda causata dai radicali mutamenti in corso a livello delle forze produttive.
In questa situazione di impasse, il nuovo pericolo egemonico proveniente dalla Germania acquisiva una drammaticità senza precedenti: questa volta era in gioco l’esistenza stessa degli Stati del continente e per fronteggiare la minaccia era necessaria una mobilitazione di tutte le risorse dei vari paesi. Il continuo crescendo di tensioni dovuto a questa situazione, che esasperava le caratteristiche strutturali deteriori degli Stati nazionali, non poteva non portare allo scontro. La prima guerra mondiale ne fu il primo risultato, e a sua volta accelerò drammaticamente il processo. Essa fu la conseguenza inevitabile del disperato tentativo della Germania di liberarsi dalle pastoie dell’equilibrio europeo e di diventare il polo di un nuovo equilibrio mondiale. Poiché lasciò immutata la contraddizione di fondo del sistema europeo degli Stati, preparò, con il contributo dell’inevitabile crisi economica e sociale che ne seguì, il terreno di coltura del fascismo. L’incapacità delle istituzioni strutturalmente autoritarie degli Stati accentrati europei di assorbire le tensioni sociali ridusse al minimo il consenso alle istituzioni democratiche e aprì la strada a quei regimi che garantivano, anche se con la violenza, un minimo di ordine sociale. E soprattutto, il fascismo, stante il permanere della crisi del sistema europeo degli Stati, era l’unica via per tentare di assicurare la sopravvivenza dello Stato nazionale, perché era l’unico regime che permetteva di mobilitare in modo totale tutte le risorse dello Stato e di prepararlo perciò alla guerra. L’autarchia, l’imperialismo, la xenofobia e, naturalmente, il dispotismo, non furono degenerazioni del nazionalismo, imputabili a politiche soggettive, ma semplicemente esasperazioni di suoi tratti caratteristici, apparsi sin dalla rivoluzione francese — anche se inizialmente offuscati dagli elementi di progresso e di emancipazione dalle pastoie e dalle ingiustizie dell’ancien régime — ed ora portati alla luce dalle contraddizioni oggettive che la struttura stessa dello Stato nazionale aveva generato.
 
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Il nazismo, pertanto, condivide le stesse radici del fascismo che, nato in Italia, divenne un modello per tutta l’Europa. La Arendt, al contrario, insiste molto sul fatto che il nazismo (come del resto lo stalinismo) non avesse nulla a che fare con il nazionalismo, proprio perché aveva una vocazione di dominio globale. In questo modo non coglie a fondo la contraddizione tragica insita nel principio nazionale, che rimanendo ancorato al concetto della sovranità esclusiva può concepire l’allargamento solo in termini di dominio imperiale. E’ vero che lei stessa sottolinea l’incongruenza dello Stato nazionale che afferma valori universali validi solo al proprio interno, ed è ancora lei a scrivere che l’evoluzione dello Stato nazionale verso il totalitarismo è un pericolo inerente alla struttura dello Stato nazionale sin dall’inizio.[14] Tuttavia, su questo punto resta contraddittoria, tanto che arriva ad affermare che «la piena sovranità nazionale era possibile solo finché sussisteva il concerto delle nazioni europee; era infatti questo spirito di spontanea solidarietà e tacita intesa che vietava ad ogni governo il pieno esercizio del suo potere sovrano»,[15] che è come dire che la sovranità è una libera scelta degli Stati e che funziona solo se non la si esercita nella sua pienezza.
In realtà, per cogliere la contraddizione insita nel principio della sovranità assoluta bisogna avere in mente che essa sia superabile: se la si ritiene immutabile, la comprensione diventa impossibile. La Arendt invece, nonostante per un breve periodo dopo la guerra abbia creduto nell’idea dell’unificazione europea, e nonostante nella prefazione della prima edizione scriva che occorre trovare «una nuova garanzia, un nuovo principio politico, una nuova legge sulla Terra, destinata a valere per l’intera umanità, pur essendo il suo potere strettamente limitato e controllato da entità territoriali nuovamente definite»,[16] abbandona presto queste idee come utopistiche e torna a pensare che la politica autentica sia «l’intreccio di diversi popoli operanti nella pienezza della loro potenza».[17] Così non coglie che proprio la necessità «della pienezza della potenza», in un mondo sempre più interdipendente, è alla radice della follia totalitaria. La degenerazione totalitaria dell’ideologia comunista che si proponeva di favorire il processo di emancipazione umana, trova le sue radici (oltre che nelle tradizioni del dispotismo di stampo asiatico che erano fortissime in Russia e in Asia in generale), nella pressione esercitata dalla necessità di recuperare in una generazione lo sviluppo industriale che nel resto d’Europa era stato portato avanti in più di un secolo; e questa pressione era dovuta proprio alla necessità di raggiungere al più presto, in un’Europa che marciava a grandi passi verso una nuova guerra, «la pienezza della propria potenza» (spiegazione che vale anche per la Cina, che doveva emergere come potenza regionale e, in prospettiva, mondiale, e per la Cambogia, dove l’elemento nazionalista è stato determinante nel perseguimento del folle progetto di Pol-Pot). Certo non si trattava di sviluppi inevitabili; tuttavia erano sviluppi impliciti nella necessità di una politica di potenza coerente, imposta dagli equilibri di potere tra gli Stati.
 
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Oltre all’imperialismo e alla degenerazione del nazionalismo, l’altro elemento che la Arendt ritiene essere alle origini del totalitarismo è quello delle ideologie. I movimenti totalitari, e poi i regimi che riescono ad instaurare, si basano su una radicale falsificazione della realtà. Meglio ancora: essi disprezzano i fatti e addirittura prescindono dalla realtà, che ritengono di poter forgiare ex-novo in base a quelle leggi della natura o della storia di cui si sentono depositari, arrivando fino alla pretesa di trasformare la natura umana. Secondo la Arendt, addirittura, «l’aggressività del totalitarismo non deriva da sete di potenza; e se esso cerca febbrilmente di espandersi non è né per smania di espansione, né per profitto, ma solo per ragioni ideologiche: per dimostrare su scala mondiale che la propria idea aveva ragione, per edificare un mondo fittizio coerente non più disturbato dalla fattualità».[18]
Dato, come già si diceva, che la Arendt non vede la connessione tra spinta all’espansione imperialista e crisi del sistema europeo degli Stati, questo la porta a ritenere che, sotto questo profilo, le ideologie abbiano una fortissima responsabilità. «Un’ideologia è letteralmente quello che il suo nome sta ad indicare: è la logica di un’idea. La sua materia è la storia, cui la ‘idea’ è applicata… Le ideologie non si interessano mai del miracolo dell’essere. Sono storiche, si occupano del divenire e del perire, dell’ascesa e del declino delle civiltà, anche se cercano di spiegare la storia con qualche ‘legge di natura’… La storia non appare alla luce di un’idea (quindi sub specie di eternità ideale al di là del movimento storico) ma come qualcosa che può essere calcolato per mezzo di essa… Si suppone che il movimento della storia e il processo logico del concetto corrispondano l’uno all’altro, di modo che quanto avviene, avviene secondo la logica dell’idea».[19] E ancora: «Le ideologie sono opinioni innocue, acritiche e arbitrarie solo finché nessuno vi crede sul serio. Una volta presa alla lettera la loro pretesa di validità totale, esse diventano il nucleo di sistemi logici in cui, come nei sistemi dei paranoici, ogni cosa deriva comprensibilmente e necessariamente, perché una prima premessa viene accettata in modo assiomatico. La follia di tali sistemi non consiste tanto nella prima premessa, quanto nella logicità con cui sono costruiti. La curiosa logicità di tutti gli ismi, la loro fede ingenua nell’efficacia redentrice della devozione caparbia, senza alcun riguardo per i vari fattori specifici, racchiude già in sé i germi del disprezzo totalitario per la realtà e la fattualità».[20]
L’accettazione del totalitarismo sarebbe quindi stata preparata dalle ideologie che si erano sviluppate nel XVIII e nel XIX secolo, e il loro apparato «logico» avrebbe fornito strumenti importanti nella definizione della dottrina totalitaria. Ora, senza togliere nulla al fatto che i movimenti e i regimi totalitari si basano su una fortissima automistificazione, su un fortissimo disprezzo per la realtà (che contiene anche i germi dell’autodistruzione, perché impedisce di valutare correttamente le condizioni reali di successo) e su una dottrina costruita in modo rigido e assiomatico (cosa che serviva per motivare fortemente le masse e mobilitarle nello sforzo collettivo), tuttavia è innegabile che le ideologie siano state qualcosa di più rispetto al semplice tentativo di piegare la realtà alla propria logica da parte di gruppi e movimenti. Innanzitutto bisogna distinguerle in base ai valori cui si ispirano, cioè se si tratta di valori universali o di valori volti a creare differenze e divisioni tra gli uomini (sotto questo profilo invece la Arendt non fa nessuna distinzione tra l’ideologia razzista e quella comunista, ritenendole entrambe tragicamente dannose); inoltre, come ogni strumento concettuale, possono essere utilizzate in modo più o meno adeguato. Di per sé le ideologie sono teorie che non si propongono di descrivere la realtà, ma semplicemente di fornire le categorie per descriverla. La descrizione deve avvenire poi sul terreno concreto delle analisi storiche e sociologiche.[21] Per valutare il grado di obiettività o di falsificazione delle ideologie occorre perciò analizzare se pretendono di far coincidere la realtà con i propri progetti (che è quanto avviene nell’utilizzo che ne fanno i movimenti e i regimi totalitari) o se forniscono semplicemente dei criteri di conoscenza e azione, come è stato in molti casi per l’ideologia liberale, per quella democratica e anche per quella socialista e comunista. Storicamente, queste tre correnti di pensiero sono stati vettori importanti del processo di emancipazione delle classi escluse dal potere all’interno dello Stato; esse hanno fornito gli strumenti concettuali per comprendere la situazione storica e per individuare gli obiettivi politici da raggiungere. Gli elementi di automistificazione che contenevano erano dovuti soprattutto alla contraddizione tra i valori universali cui si appellavano e la parzialità della loro affermazione che di fatto perseguivano, sempre a vantaggio di una parte rispetto alla totalità dei cittadini. Ma in un’epoca in cui per la prima volta la stragrande maggioranza della popolazione, da sempre ai margini della vita dello Stato, veniva coinvolta nel processo politico, esse sono stati potenti strumenti di mobilitazione delle diverse classi e fattori di grande progresso.
 
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In conclusione, quindi, la Arendt ha l’indubbio merito di essere riuscita ad elaborare la categoria del totalitarismo enucleandone le peculiarità da due esperienze così diverse come quelle del nazismo e dello stalinismo, cosa che le ha permesso di isolare i tratti comuni e caratteristici e di individuare il totalitarismo come tipo-ideale, distinguendolo dalle altre forme dittatoriali ed evidenziandone il salto qualitativo rispetto alle forme di dominio già conosciute. Questo trova una dimostrazione nel fatto che, con le categorie da lei tratteggiate, è possibile riconoscere i regimi totalitari che si sono affermati successivamente (come la Cina della rivoluzione culturale e la Cambogia di Pol-Pot), distinguendoli dalle numerose dittature che hanno imperversato in tutto il mondo; dittature rese spesso più spietate dalla conoscenza dei precedenti totalitari, ma non per questo assimilabili ad essi.
L’aver invece voluto continuare ad utilizzare il criterio dell’analisi comune anche nella ricerca delle origini (oltrepassando quindi il confine della pura elaborazione della categoria tipico-ideale) ha portato la Arendt non solo a quegli errori di comprensione delle origini del nazismo che si è già cercato di delineare, ma anche a trascurare le profonde differenze che c’erano tra le due esperienze, soprattutto per quanto riguarda i valori cui si sono ispirate e le diverse condizioni da cui sono scaturite e che ne hanno determinato l’evoluzione e l’esito. Sul piano del giudizio storico, infatti, non è possibile valutare nello stesso modo il tentativo di assoggettare l’Europa ad una nuova razza di padroni e quello di realizzare il valore della giustizia economica. Per quanto quest’ultimo obiettivo sia stato perseguito nel modo sbagliato, per quanto si sia presto mescolato alle esigenze nazionalistiche, per quanto utilizzasse presupposti teorici che si sono rivelati sbagliati, per quanto abbia dato vita ad un sistema totalitario, resta il fatto che il significato storico oggettivo della rivoluzione russa è anche quello di aver affermato storicamente, anche se in modo solo parziale, il valore della giustizia economica, e che l’ideologia socialista e comunista sono state, laddove lo Stato ha offerto spazi di lotta democratica, uno strumento di emancipazione delle classi lavoratrici. Anche il fatto che la parentesi del nazismo si sia conclusa con l’autodistruzione in una guerra mondiale, mentre lo stalinismo sia evoluto «detotalizzandosi», è significativo non della diversa natura dei due regimi, quanto del loro diverso significato storico.
 
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Per quanto riguarda l’analisi del legame tra la crisi del sistema europeo degli Stati e le cause che hanno spinto la Germania ad instaurare un regime totalitario (e non una semplice dittatura) e a far assumere al sogno di restaurazione del Grande Reich caratteri così bestiali e tragici, è invece utilissima l’analisi di Elias, che spiega anche le ragioni per cui il totalitarismo ha fatto la sua comparsa proprio nel nostro secolo, e non prima.
Elias nota infatti come, accanto ad alcuni tratti peculiari solo del nazismo, ce ne siano altri che sono in realtà comuni a tutta la nostra società: «Proprio come le guerre di massa condotte scientificamente, così lo sterminio altamente organizzato e pianificato scientificamente di interi gruppi della popolazione, sia che avvenga in campi di sterminio appositamente costruiti o in ghetti sigillati, sia che sia provocato per fame, con il gas o mediante fucilazione, non sembra essere interamente fuori posto in società di massa altamente tecnicizzate».[22] Il processo iniziato a partire dall’industrializzazione ha provocato, dunque, profondi mutamenti, che presentano grandi potenzialità per il progresso degli uomini, ma anche grandi pericoli: l’aumento vertiginoso delle capacità tecnologiche va anche nel senso di un aumento delle capacità distruttive; il coinvolgimento di tutti gli strati della popolazione nella vita dello Stato, che è condizione essenziale per la democrazia, comporta la necessità di un pensiero comune «forte» per fondare il consenso alle istituzioni, ma i valori verso cui questo pensiero è orientato non sono necessariamente valori di tipo universale, anche perché se la società di massa è la nuova società democratizzata dal punto di vista sociale, essa non lo è necessariamente da quello politico. Il rafforzamento del monopolio statale della violenza, che può essere garanzia di rispetto della legge e di giustizia, può accompagnarsi anche alla possibilità di rafforzare l’apparato burocratico e il controllo dispotico sui cittadini. Il progresso, insieme alle opportunità, ha quindi anche creato le condizioni e gli strumenti potenziali per il dominio totale. Si tratta di una possibilità che può diventare concreta solo quando le istituzioni politiche esistenti non sono in grado di gestire le profonde contraddizioni che si vengono a creare e quando non si riescono a intravedere vie d’uscita razionali; in questi casi però la fuga dalla realtà può prendere le forme di questo progetto folle, e più i livelli di civiltà sono elevati, più assoluta deve essere la negazione dei suoi valori.
 
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Quali siano state le contraddizioni peculiari del caso tedesco, secondo Elias, si può comprendere sia dalla situazione tedesca del periodo tra le due guerre, sia dalle caratteristiche del processo di formazione dello Stato in Germania. Quest’ultimo è stato pesantemente condizionato dalla fragilità del Sacro Romano Impero, che era soggetto a forti spinte centrifughe a causa della eccessiva vastità del territorio. Di conseguenza, mentre in altri paesi europei si iniziava a sperimentare una crescente centralizzazione, nel Sacro Romano Impero la bilancia del potere tendeva a spostarsi a favore dei principi regionali e contro l’imperatore. Questa scarsa integrazione si dimostrò un elemento di grande debolezza e uno stimolo alle invasioni da parte dei vicini. L’Impero sperimentò un lungo periodo di guerre e invasioni, che impoverirono, non solo materialmente, ma anche culturalmente gli Stati tedeschi e svilupparono una forte propensione e addirittura idealizzazione della cultura e della pratica militare. A questo fatto si deve aggiungere che la Germania rimase sempre legata ad un modello di governo rigidamente autocratico e autoritario, che non prevedeva la capacità di mediare i conflitti, e anzi, tendeva a viverli come insubordinazione rispetto al potere costituito.
Le modalità di unificazione dello Stato tedesco non modificarono queste caratteristiche. Infatti, fallito il tentativo del ‘48, che incarnava le aspirazioni borghesi ad una democratizzazione della vita politica, l’unificazione avvenne su base militare, cosa che ebbe, sotto questo profilo, numerose conseguenze. Innanzitutto il nuovo Stato nacque sulla base di una tradizione dispotica del potere e il nazionalismo tedesco che si sviluppò di conseguenza non aveva nessun collegamento con gli ideali e gli eroi della rivoluzione democratica («l’auto-immagine della nazione, nel senso del ‘noi’, ha assorbito l’associazione con un potere centrale autocratico invece di sbarazzarsene, come è avvenuto in molti altri casi»[23]). In secondo luogo la borghesia, che non aveva avuto nessuna possibilità di accesso al potere fino al momento dell’unificazione, a causa dell’arretratezza degli staterelli tedeschi, iniziò il suo processo di inserimento nella vita politica quando ormai stavano maturando le condizioni anche per la nascita di un forte movimento operaio. La borghesia fu così schiacciata tra questi due fronti e, date le caratteristiche autocratiche del nuovo Stato tedesco, si trovò costretta ad integrarsi con l’aristocrazia (cosa che avvenne solo per gli strati più alti, mentre quelli più bassi continuarono a restare esclusi) e a farne proprio l’habitus e il rapporto con il potere, contro il nascente «quarto stato». La mentalità militaresca della nobiltà tedesca, sia nel senso del culto della forza che in quello della rigida disciplina e dell’obbedienza assoluta, e l’identificazione dello Stato con la classe dirigente, fortemente chiusa e incapace di integrare le nuove forze che si sviluppavano, furono quindi assorbite dall’alta borghesia, l’unica classe integrata nel governo del paese, che le fece proprie in modo ancora più rigido e fanatico rispetto all’aristocrazia. La parte di borghesia che rimase legata agli ideali liberali e democratici fu di fatto completamente isolata e rimase del tutto impotente in un sistema politico privo di ogni flessibilità.
Tutto ciò era in profonda contraddizione con il parallelo processo di industrializzazione, che era iniziato proprio grazie all’unificazione, e che faceva emergere nuove forze economiche che, essendo la base materiale del potere del paese, non potevano essere relegate indefinitamente ai margini della vita politica senza che questo creasse gravi contraddizioni. Ed era anche in contrasto con l’esigenza di coinvolgimento e mobilitazione di tutti gli strati della popolazione, che era comune a tutti gli Stati nazionali europei che avevano dato vita ad eserciti di massa a coscrizione obbligatoria, e che non poteva non portare ad un risveglio politico di ampie fasce di cittadini.
A questo proposito Elias sottolinea come l’ideologia nazionalistica, che era necessaria ai fini della mobilitazione di massa, e che in tutta Europa diventò un fortissimo elemento dell’identità di ogni singolo cittadino (abituandolo all’idea che è necessario subordinarsi come individuo alle necessità del proprio paese, la cui sopravvivenza è il valore supremo perché da essa dipende il senso della vita di ciascuno dei suoi membri), in Germania assunse toni particolarmente esasperati, nel senso della richiesta di una forte disciplina e di un assoluto attaccamento ai principi e agli ideali nazionali, indipendentemente dal loro riscontro con la realtà. Questo dipese proprio da quelle peculiarità nella storia della formazione dello Stato tedesco, in base alle quali si era forgiata la mentalità collettiva, che indicavamo prima. Lo stesso nome scelto per il nuovo Stato lo dimostra: Secondo Reich, ad indicare il sogno di far rivivere un grande impero germanico nel cuore dell’Europa, in «continuità» con il grande Impero germanico medioevale. L’unico momento glorioso del passato viene resuscitato e ripreso a modello, in un contesto europeo così diverso per cui non poteva avere nessuna possibilità reale di successo; eppure, ciononostante, viene perseguito con una determinazione e un vigore esasperati dal fatto che si tratta di un progetto irrealistico e con un grado di automistificazione elevatissimo. Un fatto comune a tutti gli Stati europei, quello dell’automistificazione ideologica nazionalistica, assume quindi in Germania dei tratti particolarmente negativi per la mancanza nella sua pratica politica di ogni esperienza democratica, per lo scollamento degli ideali rispetto alla realtà, per il riferimento esclusivamente nazionale e addirittura razziale dei suoi obiettivi, che non hanno nessun grado di universalità.
Questo retaggio permette di capire anche la fragilità della Repubblica di Weimar e come sia stato preparato il terreno per l’ascesa di Hitler. Non c’erano in Germania né la cultura né la pratica politica per affrontare la vita parlamentare, fatta di mediazione dei conflitti e di flessibilità. C’erano le fortissime tensioni che derivavano dalla incapacità di accettare la sconfitta militare e i cambiamenti politici interni, avvertiti come imposizioni dei vincitori; c’era il terrore suscitato dalla possibilità che anche in Germania avvenisse una rivoluzione di tipo bolscevico; infine c’era il caos della crisi economica. In questo clima Hitler era il capo che offriva un grande disegno di riscatto per la potenza tedesca umiliata e incarnava l’auto-immagine, completamente automistificata, della nazione: «Quando una nazione come la Germania, con un’inclinazione tradizionale ad un modello autocratico di coscienza e di ‘noi’ ideale, che aveva sottoposto il futuro ad una visione immaginaria di un grande passato, cadde, durante una crisi nazionale, in una spirale in cui, dapprima le élites al potere e in seguito ampie fasce sociali si spinsero a vicenda, attraverso un processo di mutuo rafforzamento, verso una radicalizzazione del comportamento e delle opinioni e verso una progressiva incapacità di percepire la realtà, allora nacque il fortissimo rischio che i tradizionali tratti autocratici si intensificassero fino ad assumere i contorni della durezza tipici della tirannia e che il sogno di dominio, benché inizialmente moderato, crescesse sempre più forte».[24]
Il nazionalsocialismo è quindi la versione «moderna» del grande sogno imperiale tedesco, in una società di massa «democratizzata», in cui un’ideologia forte, con un grado elevatissimo di scollamento rispetto alla realtà, è necessaria per offrire a ciascun cittadino una ragione e una motivazione cogente[25] per ubbidire fedelmente al capo della nazione, e in un contesto europeo in cui ogni progetto di egemonia continentale è assolutamente irrealistico e perciò può essere perseguito solo sulla base della disperata determinazione e ferocia di chi non ha più nulla da perdere.[26]
 
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Elias ricorda così che il totalitarismo non è stato una conseguenza necessaria, né del processo di sviluppo dello Stato tedesco, né delle condizioni createsi dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, ma solo una conseguenza possibile. Tuttavia, il fatto che la possibilità si sia realizzata deve farci riflettere profondamente sulla fragilità del processo di civilizzazione e sulla necessità di non abbassare mai la guardia nel difenderla. Quando si arriva a situazioni di crisi grave, in cui le istituzioni politiche si dimostrano impotenti di fronte ai problemi, le alternative che si offrono in un mondo sempre più interdipendente e in cui la tecnologia e lo sviluppo continuano ad accrescere gli strumenti della potenza, si fanno sempre più nette. O si trovano le soluzioni che permettono di allargare l’orbita della democrazia e di accrescere il controllo razionale degli uomini sulla tecnologia, cioè: o ci si incammina lungo il processo che dovrà alla fine sboccare in forme di governo comune di tutta l’umanità, oppure si spalancano gli abissi della disgregazione, del dominio, della possibilità della barbarie. Come ricorda Hannah Arendt, una volta che una nuova forma di governo si è affermata, essa può sempre tornare, al di là delle temporanee sconfitte storiche. Ciò dovrebbe essere di monito particolarmente per l’Europa, che ha tratto proprio dalla tragedia nazista la spinta per iniziare il suo processo di unificazione, e che sta smarrendo lungo la via la consapevolezza della sua responsabilità storica di affermare nel mondo il principio rivoluzionario del superamento della sovranità assoluta.
 
Luisa Trumellini


[1] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano, Edizioni di Comunità, 1996. La traduzione italiana si basa sull’edizione americana del 1966, anche se il traduttore, con l’accordo dell’autrice, ha tenuto presente anche l’edizione tedesca del 1962. Norbert Elias, The Germans, New York, Columbia University Press, 1996. Si tratta della traduzione inglese della raccolta di saggi Studien über die Deutschen, pubblicata in Germania da Suhrkamp Verlag nel 1989. Poiché l’opera non è stata tradotta in italiano la traduzione delle citazioni è mia.
[2] N. Elias, op.cit., p. 1.
[3] H. Arendt, op.cit., p. LII.
[4] H. Arendt, op.cit., p. 656.
[5] H. Arendt, op.cit., p. 502, in nota.
[6] Secondo la Arendt, la noncuranza del regime totalitario per il diritto positivo, persino per quello di propria emanazione, è il frutto della pretesa di essere una forma superiore di legittimità che può fare a meno della meschina legalità. La sua pretesa è quella di obbedire fedelmente alla legge della storia o della natura (che è il vero diritto) e di applicarla direttamente all’umanità senza il bisogno di tradurla in principi di giusto e ingiusto. Alla fine la legge, se correttamente eseguita, produrrà un’umanità che sarà l’incarnazione stessa del diritto.
Il terrore totale è lo strumento con cui il regime traduce in realtà la legge di movimento della storia o della natura (che è una legge di eterno movimento, che non può avere una fine, neanche una volta raggiunto il dominio totale, perché altrimenti perderebbe ogni senso), e i suoi compiti sono di impedire che l’azione umana spontanea ostacoli il processo e di creare una nuova umanità in cui gli individui siano eliminati a beneficio della specie. Inizialmente il terrore totale può essere scambiato per un sintomo di governo tirannico perché all’inizio il regime totalitario deve comportarsi come una tirannide per radere al suolo i limiti posti dalle leggi umane. Ma il suo vero obiettivo è quello di creare tra i singoli un vincolo di ferro che li tenga uniti così strettamente da far sparire la loro pluralità in un unico uomo di dimensioni gigantesche.
Queste riflessioni della Arendt sulla rottura che il regime totalitario opera del consensus iuris ritenendolo superfluo, sono una dimostrazione della subordinazione di ogni forma del diritto positivo al potere politico. La legge è l’emanazione dello Stato, che possiede il monopolio della violenza, e la legge è tale nella misura in cui le istituzioni dello Stato sono in grado di garantire che essa possa venire applicata e rispettata. Il contenuto della legge dipende dal regime interno di un paese e dai vincoli che a questo paese vengono imposti dal sistema di Stati in cui è inserito (basta pensare all’obbligo, presente in tutte le costituzioni nazionali, di morire e uccidere per la patria). Laddove il regime interno di uno Stato e l’equilibrio internazionale portano a dar vita ad un sistema di leggi che nega ogni dignità umana, la lotta contro questo regime non può mai essere portata avanti utilizzando gli strumenti del diritto, perché essi non hanno nessuna validità se non sono incarnati nello Stato. La lotta è perciò una lotta politica, per creare le condizioni per un diverso equilibrio internazionale e per rovesciare il regime. Ciò significa anche che i criteri di valutazione del regime non sono giuridici, ma politici. La politica è l’arte di rapportarsi al potere e gestirlo, con l’obiettivo di portare avanti il lento e faticoso processo di emancipazione umana; tra gli strumenti della politica vi è, importantissimo, il diritto. Ma la condanna del regime di Hitler non deriva da considerazioni di diritto, bensì dalla consapevolezza che il suo progetto era in assoluta, totale opposizione con il processo di emancipazione dell’umanità, che va nel senso della pacificazione e della realizzazione dell’uguaglianza e della libertà di tutti; la negazione del diritto era solo uno degli indici, anche se molto significativo, della barbarie del nazismo, che in un mondo di Stati sovrani può solo essere sconfitta con la guerra (cioè ancora con un mezzo che nega il diritto), e in nessun altro modo.
Parallelamente il diritto universale potrà affermarsi globalmente solo quando la necessità di imporlo con la forza verrà a cessare, quando, nella Federazione mondiale, politica (e quindi potere) e diritto finalmente coincideranno. Fino ad allora, continuerà ad esistere il primato della politica nella valutazione degli avvenimenti e delle responsabilità.
[7] H. Arendt, op.cit., p. 624.
[8] H. Arendt, op.cit., p. 607.
[9] H. Arendt, op.cit., p. 629.
[10] H. Arendt, op.cit., p. 387.
[11] H. Arendt, op.cit., p. 176.
[12] E’ in questo contesto di affermazione e poi degenerazione dello Stato nazionale che si delinea anche la questione dell’antisemitismo, su cui la Arendt si sofferma a lungo chiedendosi come mai «una questione apparentemente così insignificante abbia avuto il dubbio merito di mettere in moto l’intera macchina infernale di un apparato di potere totalitario» (p. 3). Proprio il rafforzarsi degli Stati nazionali e del loro sistema in Europa cambia profondamente le condizioni degli ebrei. Non c’è più spazio per il loro essere comunità separata (e infatti vengono equiparati dal punto di vista legislativo al resto della popolazione — il che significa garanzia di eguaglianza di diritti, ma anche assimilazione nella società), non c’è più spazio per il loro ruolo di finanziatori del sovrano (ora che il sistema finanziario e tributario garantiscono allo Stato le entrate) e per i conseguenti privilegi; anche dal punto di vista politico il loro ruolo di intermediari internazionali della diplomazia viene a cessare, perché si chiudono gli spazi per la diplomazia. Gli ebrei vengono colpiti nel momento in cui sono ormai una comunità inutile e impotente, senza più un ruolo specifico, eppure ancora «diversi» rispetto alla popolazione normale, ancora identificabili per la loro ebraicità, una categoria senza più connotazioni politiche e religiose ma solo valutabile in base ai criteri del vizio e della virtù. Loro, gli apolidi per eccellenza nella storia del mondo, torneranno ad essere tali in un contesto, quello del primo dopoguerra, in cui il problema dei profughi torna a sfidare drammaticamente i limiti dello Stato nazionale che non sa restituire a queste masse senza patria la dignità di cittadini. L’odio contro gli ebrei sarà un facile elemento catalizzatore degli umori di una massa a-politica privata di ogni guida politica (proprio perché la politica normale è entrata in una crisi irreversibile), una massa frustrata e umiliata dalla crisi economica e bisognosa di trovare una nuova identità. Gli ebrei saranno un eccellente strumento di definizione in negativo per la nuova razza da forgiare in vista del riscatto: come diceva Hitler, l’ariano è l’antitesi dell’ebreo.
[13] Queste osservazioni sono sviluppate nel saggio: Francesco Rossolillo, «Il fascismo come ultima linea di difesa dello Stato nazionale», in Il Federalista, XIX (1977), n. 2.
[14] H. Arendt, op.cit., p. 383.
[15] H. Arendt, op.cit., p. 387.
[16] H. Arendt, op.cit., p. LIII.
[17] H. Arendt, op.cit., p. 198, in nota.
[18] H. Arendt, op.cit., p. 628.
[19] H. Arendt, op.cit., pp. 642-3.
[20] H. Arendt, op.cit., p. 625.
[21] Sul concetto di ideologia cfr. M. Albertini, Il federalismo, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 91-4.
[22] N. Elias, op. cit., p. 303.
[23] N. Elias, op. cit., p. 338.
[24] N. Elias, op. cit., p. 344.
[25] Elias ricorda in più passi come il senso dell’autorità ereditato dal regime dispotico e quello nazionalista della subordinazione al bene supremo del proprio paese fossero stati fortemente interiorizzati in Germania, rendendo difficile per i singoli individui la disobbedienza a quella che si presentava come l’unica dottrina e l’unica possibilità politica di salvezza. Analogamente, rientrava in questa logica anche l’idolatria per il capo.
[26] Anche la questione ebraica, per Elias, si inserisce in questo quadro: non c’era nessuna ragione obiettiva, o utilitaristica, per perseguire il loro sterminio. Tutte le ipotesi «razionali» che sono state tentate non reggono nel modo più assoluto, inclusa quella della necessità di un capro espiatorio, di creare «un nemico». Benché fosse facile per i Tedeschi, come tutti i popoli abituati ad essere oppressi, prendersela con qualcuno più debole per rifarsi della propria frustrazione, questa spiegazione da sola è largamente insufficiente. In realtà non c’è nessuna spiegazione; si è trattato solo di coerenza con il proprio pensiero ideologico, che sin dall’inizio aveva indicato negli ebrei uno dei nemici principali della razza ariana. Il fatto che lo sterminio abbia avuto inizio solo dal 1939, con lo scoppio della guerra, si spiega facilmente: solo a partire da quel momento la Germania è stata libera di portare avanti fino in fondo i propri obiettivi, perché non doveva più mascherare i suoi disegni, come era necessario finché la guerra era in preparazione, e anche perché solo allora il suo apparato è stato pronto per mettere in moto la macchina colossale che deportazione e sterminio di massa comportano. Perché proprio gli ebrei siano stati fatti oggetto di questo odio ideologico da parte del nazionalsocialismo non viene invece affrontato da Elias. Su questo punto, invece, si è segnalata già nella nota (3) l’analisi della Arendt.

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