Anno XXIX, 1987, Numero 1, Pagina 57

 

 

I RIMEDI CASALINGHI DELLA JACOBS

 

 

Jane Jacobs è nota per aver analizzato la crisi urbana partendo dall’osservazione del tessuto urbano e delle sue relazioni con la vita quotidiana.[1] In polemica con le concezioni urbanistiche dominanti la Jacobs sostiene che l’urbanistica si trova ancora ad uno stadio di elaborazione scientifica rudimentale, paragonabile a quello in cui si trovava la scienza medica nel secolo scorso. Il suo approccio, pur trascurando i problemi posti dall’evoluzione storica del fenomeno urbano e del rapporto della città con il territorio, rappresenta tuttora un importante contributo nel dibattito sulla crisi dell’ordine urbano. L’interesse della Jacobs si è rivolto successivamente ai processi economici relativi allo sviluppo urbano e a ciò che ella definisce sostituzione delle importazioni nelle economie cittadine.[2]
Recentemente la Jacobs,[3] restando fedele all’indagine di tipo empirico-descrittivo, riprende ed amplia questi temi, occupandosi di quegli aspetti economici e monetari che, a suo parere, esercitano un’influenza decisiva nel differenziare l’accumulazione di ricchezza fra città e città e fra Stato e Stato.
Lo spirito con il quale la Jacobs imposta la sua indagine è riassunto in alcune righe che precedono l’inizio del secondo capitolo, non a caso intitolato Back to Reality: «Dobbiamo trovare linee di osservazione e di pensiero più realistiche e feconde di quelle che abbiamo usato finora. Scegliere una delle attuali scuole di pensiero non è di alcun aiuto. Dobbiamo contare solo su noi stessi» (p. 28).
E’ un richiamo allo spirito di osservazione autonomo esercitato in The Death and Life of Great American Cities. Ma, a differenza della sua prima opera, l’oggetto dell’indagine non è più il tessuto urbano, bensì sono l’interazione fra il fenomeno urbano e la dimensione nazionale del governo dell’economia e, come ci ricorda, «le distinzioni fra l’economia delle città e la miscela di ciò che chiamiamo economie nazionali». Infatti «l’aver mancato di fare simili distinzioni ha prodotto numerosi e dispendiosi insuccessi nelle economie arretrate, insuccessi dovuti appunto al fatto di non aver considerato che l’importante funzione della sostituzione delle importazioni è, nella vita reale, precisamente la funzione della città, piuttosto che quella di una economia nazionale» (p. 35).[4]
La Jacobs si concentra in definitiva sugli effetti prodotti da un solo fattore considerato sotto diversi aspetti: il fenomeno dell’approvvigionamento di beni di consumo. Questa riduzione del campo d’indagine non tiene tuttavia conto del contributo dato in questo campo dalla scuola dei geografi tedeschi, e soprattutto da Walter Christaller, nella prima metà del nostro secolo.[5]
 
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La Jacobs cerca di individuare gli ostacoli all’innesco dei processi di sostituzione delle importazioni che avvengono, o che non avvengono, anche all’interno degli Stati. Dal punto di vista dello sviluppo delle città, sostiene la Jacobs (senza chiarire se e come secondo lei importazioni diverse hanno impatti diversi sull’espansione economica), il fatto che i prodotti importati siano di origine nazionale oppure no, non fa differenza. Ciò che conta è la loro capacità di sostituire le importazioni. «Le città che generano città-regione di una qualche importanza possiedono la capacità, o l’hanno posseduta in passato, di sostituire le proprie importazioni. E’ proprio la meccanica della sostituzione delle importazioni che decreta la formazione di una città-regione» (p. 47). Al contrario, «quando una città al centro di una città-regione si trova in una situazione di declino economico, ciò accade perché non vive più da tempo esperienze di sostituzione delle importazioni» (p. 57). Nel tempo, ricorda la Jacobs, si è assistito a continui trasferimenti di ricchezza e benessere da una città all’altra e, di conseguenza, da un impero o da uno Stato ad un altro: «Finora, risalendo fino all’epoca del neolitico, sembra che non si sia mai verificata una contemporanea decadenza di tutte le città del mondo… Mentre Addis Abeba stava morendo, Roma era in ascesa. Mentre le grandi città della Cina erano in declino, Venezia stava emergendo. Senza dubbio in futuro (ammesso naturalmente che ci sia un futuro per un mondo sotto la spada di Damocle delle armi nucleari), si ammetterà che, mentre le città della Gran Bretagna stavano morendo, quelle giapponesi erano in crescita» (p. 134).
Ma è corretto, sul piano storico, imputare solo a una porzione dello spazio così specifica come le città questi trasferimenti di ricchezze?
Certamente la Jacobs si serve di alcune classificazioni storiche usate da Fernand Braudel, autore di cui si dichiara debitrice in relazione a diversi commenti storici (si veda in proposito la nota 4 a p. 236). Alcune formulazioni della Jacobs sono molto simili a quelle di Braudel,[6] senza tuttavia conservare la precisione metodologica dello storico francese. Braudel infatti mette in evidenza sia il processo di ascesa e di declino delle economie-mondo a dominazione urbana, sia l’elemento politico che è ben diverso per una città-Stato del XV secolo quale Venezia rispetto a una città del XVIII secolo quale Londra, «l’enorme città che dispone di tutto il mercato nazionale inglese, e quindi delle isole britanniche, fino al giorno in cui, essendo mutate le proporzioni del mondo, questo agglomerato di potenza non si ridurrà alla piccola Inghilterra di fronte a un gigante, gli Stati Uniti».[7]
In questa ottica Tokyo e le città-Stato del Pacific Rim non prefigurano un nuovo modello di organizzazione della vita economica e politica, come sembra credere la Jacobs, ma sono avvisaglie di un ennesimo trasferimento storico di risorse economiche, commerciali e di potenza politica, del décentrage in atto, come direbbe Braudel, dalle sponde dell’Atlantico a quelle del Pacifico.
 
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Continuando ad ignorare gli aspetti di potere che hanno storicamente influenzato l’andamento del commercio, nella seconda metà del suo libro la Jacobs si concentra sul ruolo giocato dalla competizione economica, e in particolare da uno degli strumenti attraverso i quali essa si esplica, la moneta, nel processo di accumulazione della ricchezza delle città.
La Jacobs cerca così «di dimostrare che le monete nazionali o imperiali forniscono errati e distruttivi feedback alle economie delle città» (p. 158). Perciò si domanda attraverso quali meccanismi le sovranità monetarie nazionali causano queste distorsioni.
Secondo la Jacobs la sovranità monetaria nazionale unifica mercati più ampi e si accompagna ad abbattimenti di barriere tariffarie fra città dello stesso Stato, ma ciò a vantaggio soprattutto delle città che alimentano in misura maggiore il commercio internazionale e che possono quindi beneficiare delle manovre monetarie effettuate per rendere competitiva l’economia nazionale (p. 172). Analogamente agiscono le politiche tariffarie nazionali innalzate per proteggere, o incentivare, lo sviluppo di certe produzioni nazionali: esse favoriscono un flusso economico che si manifesta sul territorio in un diversificato premio ad alcune città, quelle le cui produzioni possono diventare competitive nel commercio internazionale rispetto alle altre (p. 168).
In secondo luogo la Jacobs si domanda perché nel lungo periodo anche le monete dei grandi Stati continentali, o degli imperi, provocano dei flussi economici strutturali sul territorio altrettanto dannosi di quelli prodotti nei piccoli Stati.
Secondo la Jacobs, riducendosi il numero delle monete si riducono anche i meccanismi di regolazione automatica dei mercati cittadini e vengono distorti i meccanismi della competizione. Da tutto ciò la Jacobs ricava la conclusione che la creazione di un solo Stato mondiale, eliminando ogni fluttuazione monetaria, equivarrebbe in prospettiva alla morte delle città.
Infine, per mettere in evidenza il ruolo esercitato dalla moneta anche nelle politiche di aiuti nei confronti delle regioni meno sviluppate, la Jacobs si propone di dimostrare che gli aiuti incessanti, al pari delle produzioni militari, vanno a «discapito del commercio fra le città e del processo di sostituzione delle importazioni» (p. 189). Per la Jacobs «prestiti, aiuti e sussidi inviati in regioni prive di vigorose città… sono inutili per creare economie che si autogenerano, cioè inutili per creare città capaci di sostituire le importazioni» (p. 110).
La sua conclusione è che una politica di aiuti economici sarebbe meglio svolta dalla moltiplicazione delle monete. Per esempio, «se le regioni settentrionali e meridionali del Giappone avessero monete diverse, esse potrebbero automaticamente ottenere l’equivalente di dazi e sussidi» (p. 205). La concorrenza fra città, l’improvvisazione, l’innovazione, l’imprevedibilità delle conseguenze ad essa collegate, la promozione della creatività sono gli strumenti proposti dalla Jacobs per promuovere lo sviluppo delle città.
Una volta criticata la funzione delle economie nazionali e la sovranità assoluta degli Stati nazionali la Jacobs si trova di fronte a due alternative: o accettare la prospettiva del superamento dello Stato nazionale attraverso l’unificazione del mondo, oppure proporre di distruggere gli attuali assetti di potere nazionali promuovendo la moltiplicazione delle sovranità locali. La Jacobs sceglie senza esitazioni la seconda via: «Dobbiamo essere contenti che un governo mondiale ed una moneta mondiale siano ancora solo dei sogni» (p. 180). Così i suoi propositi di non volersi identificare con una delle scuole di pensiero economico o politico tradizionali cedono il passo ad una apologia delle tesi proprie della non nuova scuola del monetarismo nazionale.
Ecco come la Jacobs tenta di giustificare la sua scelta di campo: «Se il libero commercio fosse tutto ciò di cui le città o le città potenziali hanno bisogno per fiorire, un unico governo mondiale sarebbe l’ideale da un punto di vista economico» (p. 209). Ma il secondo bisogno fondamentale delle città, aggiunge subito la Jacobs, è quello di arricchirsi individualmente, attraverso la competizione, seguendo cicli economici espansivi che non coincidono necessariamente con i cicli economici dello Stato (p. 210). Sul piano teorico quindi la soluzione consiste nel «dividere un’unica sovranità in una famiglia di sovranità più piccole» in modo da produrre «una moltiplicazione delle monete» (pp. 214-215). Il problema, come ammette la Jacobs, sta proprio nel fatto che la creazione di «più monete implica l’esistenza di più sovranità» e ciò non può che avvenire a spese delle attuali unità nazionali.
Con ciò si può osservare che la Jacobs non propone di affrontare e risolvere i problemi che la crisi della città ci pone oggi, bensì di far ricominciare la storia dalla città-Stato, ignorando che non vi è solo la moneta tra i fattori economici della sovranità e che le manovre monetarie sono guerre non guerreggiate in cui la posta in gioco è sempre il trasferimento di ricchezza da una regione all’altra. Lasciare l’esito di questa contesa ai rapporti di forza senza preoccuparsi di sottoporli ad un governo razionale significherebbe perpetuare la sottomissione delle regioni già svantaggiate alla legge del più forte.
 
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Come l’analisi di Christaller ci aiuta a capire i fattori che determinano la gerarchizzazione delle funzioni urbane sul territorio (si confronti la nota 5), allo stesso modo Lionel Robbins[8] può aiutarci a capire quanto siano infondate le conclusioni a favore del monetarismo locale che, in definitiva, produrrebbe un aumento del disordine monetario. Se si può riconoscere che il libero commercio tra Stati nazionali sovrani tende a privilegiare certe città nei confronti di altre, ciò non deve costituire una prova della necessità di impoverirle tutte abolendo i condizionamenti nazionali senza preoccuparsi di instaurare un nuovo quadro di potere. Il problema semmai è quello di eliminare i fattori che privilegiano alcune città rispetto alle altre, ricordando che il commercio fra Stati sovrani non è comunque mai veramente libero, e cercando di chiarire in quale contesto istituzionale le città potrebbero conseguire l’indipendenza senza minare la loro stessa sopravvivenza.
Secondo Robbins, le arbitrarie fluttuazioni dei cambi sono il fattore di perturbazione più importante del commercio. Se le cose fossero così semplici come affermano i sostenitori del monetarismo locale, prosegue Robbins, «potremmo spingere il ragionamento alle sue logiche conclusioni e domandarci perché ogni particolare industria non dovrebbe avere una propria moneta, per permetterle, quando varia il valore dei suoi prodotti, di tenere costante il reddito in moneta, variando il saggio di cambio».[9] Naturalmente un sistema siffatto dovrebbe fondarsi sulla buona volontà e sull’impegno di tutte le autorità monetarie indipendenti di non sconvolgere il mercato dei cambi e di prevedere la possibilità di usare le diverse monete in tutte le parti del mondo.
Poiché la storia tormentata della difficile convivenza di più monete nazionali non offre alcuna garanzia sulla possibilità di favorire in modo pacifico e democratico lo sviluppo del commercio attraverso conferenze, vertici e accordi bilaterali e multilaterali, occorre che l’ultima parola spetti ad un’autorità federale al di sopra degli Stati nazionali. Un’autorità che abbia l’ultima parola per impedire che i singoli Stati, e tantomeno le singole città o industrie, abbiano il potere di danneggiare arbitrariamente gli altri Stati e città.
In questo modo, conclude Robbins, «le autorità federali potranno decidere che è meglio esista un’unica moneta ed un sistema bancario unificato; in tal caso non si avrà nessuna delle difficoltà che abbiamo esaminato. Potranno invece decidere che son preferibili dei sistemi monetari distinti; ma in tal caso dovranno tenere il controllo delle variazioni del saggio dei cambi e di ogni altra regolamentazione che sia necessaria. Si avrà così la garanzia che le variazioni avverranno per opera della autorità federale, e non per la decisione sovrana degli Stati indipendenti sovrani».[10] Robbins sostiene apertamente di preferire la prima ipotesi, quella che porterebbe alla creazione di un’unica moneta.
 
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Resta un’ultima ipotesi da contestare alla Jacobs, quella da lei usata per giustificare il suo rifiuto di un governo mondiale: l’impossibilità di creare delle istituzioni che consentano alle città di essere allo stesso tempo indipendenti e sottoposte ad un comune governo, con un’unica moneta. Se la Jacobs avesse ragione, ciò significherebbe doversi rassegnare a lasciare libere tutte le entità indipendenti, oggi gli Stati nazionali, domani le città-Stato, di farsi la guerra per perseguire davvero fino in fondo i propri scopi. In un’era in cui è certamente alla portata anche di città come Hong Kong e Singapore la produzione e l’impiego di ordigni nucleari, ciò implicherebbe credere nell’ineluttabilità della distruzione del mondo. Al di là di ogni discorso economico e monetario il mondo deve quindi unirsi per eliminare la guerra e per sopravvivere all’era nucleare. La via da seguire è stata indicata due secoli fa da Hamilton ed è perfettamente concepibile, come ha mostrato K.C. Wheare, una distribuzione del potere fra livelli di governo indipendenti e coordinati.[11]
I rimedi proposti dalla Jacobs risultano quindi essere peggiori dei mali che si propongono di eliminare e ricordano le cure pseudo-scientifiche della medicina dell’Ottocento condannate dalla stessa Jacobs. Appaiono, in definitiva, parafrasando un saggio di Mumford in quel caso forse troppo critico nei confronti della Jacobs,[12] «dei rimedi casalinghi per il cancro delle città».
 
Franco Spoltore


[1] Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities, Harmondsworth, Penguin Books, 1961.
[2] Jane Jacobs, The Economy of Cities, Harmondsworth, Penguin Books, 1969.
[3] Jane Jacobs, Cities and the Wealth of Nations, Harmondsworth, Viking Penguin, 1985.
[4] In Cities and the Wealth of Nations la Jacobs non spiega sufficientemente che cosa intende per sostituzione delle importazioni cittadine, dando per scontata, da parte del lettore, la terminologia da lei adottata nel suo precedente libro The Economy of Cities. Ma anche in quell’opera la Jacobs non ha chiarito in che cosa e come la sostituzione delle importazioni si distingua da una politica autarchica (l’impiego dell’espressione import replacement rispetto a import substitution dovrebbe essere sufficiente per l’autrice a chiarire che cosa vuole intendere). Questa ambiguità nasconde, come conferma il prosieguo del libro, il rifiuto a priori di voler considerare il dato di fatto che il commercio in sé è stato storicamente il maggior fattore di sviluppo storico. Solo riferendosi allo sviluppo del commercio è possibile infatti spiegare i mutamenti storici che si sono verificati nei flussi delle importazioni e delle esportazioni fra le diverse aree del mondo. E’ questo del resto il punto di vista che Henri Pirenne ha sostenuto in Les villes du Moyen Age, Bruxelles, Maurice Lamertin, 1927 (trad. it. Le città del Medioevo, Bari, Laterza, 1971): «Soltanto nel XII secolo… sotto l’influenza del commercio (il corsivo è mio), le antiche città romane si rianimano e si ripopolano; agglomerati commerciali si raggruppano ai piedi dei borghi e si stabiliscono lungo le coste del mare, dei fiumi, alla confluenza dei corsi d’acqua, agli incroci delle vie naturali di comunicazione. Ognuna di esse costituisce un mercato la cui attrazione, proporzionata all’importanza, si esercita sulla campagna circostante o si fa sentire in lontananza. Grandi e piccole, sono sparse ovunque, in media una ogni cinque leghe quadrate: in effetti esse sono divenute indispensabili alla società. Vi hanno introdotto una divisione del lavoro di cui non potrebbero più fare a meno. Tra le città e la campagna si stabilisce uno scambio reciproco di servizi» (p. 70). Non è che la Jacobs non prenda in considerazione questi fenomeni. Semplicemente li collega ad un processo, quello della sostituzione delle importazioni, che resta indefinito e non chiarito se non si fa riferimento alle cause dell’evoluzione del commercio. Ecco infatti come si esprime la Jacobs: «L’espansione che deriva dalla sostituzione delle importazioni cittadine consiste propriamente in queste cinque forme di crescita: improvviso ampliamento del mercato cittadino a causa di nuove e diverse importazioni, costituite in larga parte da beni agricoli e da innovazioni prodotti in altre città; improvviso aumento del numero e dei tipi di lavoro nelle città capaci di sostituire le importazioni; aumento del trasferimento del lavoro in località non urbane allorquando le industrie più vecchie non trovano più spazio per espandersi nell’ambito della città; nuove applicazioni tecnologiche, in particolare per aumentare la produzione agricola e la produttività; crescita del capitale cittadino» (p. 42).
[5] Walter Christaller, Die zentralen Orte in Suddeutschland. Eine ökonomischgeographische Untersuchung über die Gesetzmassigkeit der Verbreitung und Entwiklung der Siedlungen mit städtischen Funktionen, Jena, G. Fischer 1933 (trad. it. Le località centrali della Germania meridionale, Milano, Franco Angeli, 1980). L’analisi del geografo tedesco si occupa degli effetti prodotti sulla distribuzione delle funzioni urbane, oltre che dal mercato, dall’evoluzione del sistema dei trasporti, dalla scelta delle sedi amministrative, dalla politica fiscale. Grazie a queste intuizioni Christaller, a differenza della Jacobs, la quale non sa spiegarsi, per esempio, come mai non ci sia stato un coordinamento dello sviluppo di due città come Buenos Aires e Montevideo affacciate entrambe sul Rio della Plata, può spiegarsi gli effetti indotti dalla creazione di barriere artificiali quali i confini nazionali: «Gran parte della presente crisi che colpisce l’Europa centrale e meridionale, in particolare l’Austria e l’Ungheria», scriveva Christaller nel 1933, «è stata condizionata proprio dallo smembramento, potente ed improvviso, del sistema di località centrali, dovuto alla creazione di nuovi confini; quest’evento provocò una svalutazione, a volte grottesca, delle istituzioni centrali già esistenti ed una contemporanea necessità di creare nuove istituzioni centrali, non solo governative, ma anche private, culturali, commerciali ed industriali. Inoltre si ebbe un generale cambiamento di valore dei prezzi, delle tariffe, della domanda ecc., che forse è ancora più significativo dell’evidente trasformazione delle istituzioni centrali» (p. 163).
[6] Fernand Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme (XV-XVIII siècle). Le temps du monde, Paris, Librairie Armand Colin, 1979 (trad. it. I tempi del mondo, Torino Einaudi, 1982). Nell’esporre le regole tendenziali che «precisano e definiscono anche i loro rapporti con lo spazio», Braudel scrive: «Non esiste economia-mondo senza uno spazio proprio e per più ragioni significante: esso ha dei confini, e la linea che lo contorna gli dà un senso particolare, come le coste definiscono il mare; implica un centro, a favore di una città e di un capitalismo già dominante, qualunque ne sia la forma. La moltiplicazione dei centri costituisce una testimonianza di giovinezza, o una forma di degenerazione o di mutazione. Sotto la spinta di forze esterne e interne possono in effetti delinearsi e quindi compiersi forme di decentramento: le città a vocazione internazionale, le ‘città mondo’, sono in continua competizione reciproca, e si sostituiscono a vicenda; ordinato gerarchicamente, tale spazio è una somma di economie particolari, alcune povere, altre modeste, una sola relativamente ricca nel proprio nucleo. Ne derivano diseguaglianze, differenze di quel voltaggio che assicura il funzionamento dell’insieme. Ne deriva quella ‘divisione internazionale del lavoro’ della quale Sweezy spiega come Marx non avesse previsto che ‘si sarebbe concretizzata in un modello (spaziale) di sviluppo e di sottosviluppo tale da dividere l’umanità in due campi, gli have e gli have not, separati da un fossato ancora più profondo di quello che oppone borghesia e proletariato nei paesi capitalistici avanzati’. Non si tratta comunque di una ‘nuova’ separazione, ma di una ferita antica, e probabilmente inguaribile. Una ferita che esisteva ben prima dei tempi di Marx» (p. 7).
[7] Op. cit., p. 17.
[8] Lionel Robbins, «Economic Aspects of Federation», in Federal Union. A Symposium, London, Jonathan Cape, 1940 (trad. it. «Aspetti economici della Federazione», in Il federalismo e l’ordine economico internazionale, Bologna, Il Mulino, 1985).
[9] Op. cit., p. 202.
[10] Op. cit., p. 204.
[11] K.C. Wheare, Federal Government, Oxford University Press, Ely House, 1967.
[12] Lewis Mumford, The Urban Prospect, 1956, cfr. il saggio tratto da The New Yorker del 1° dicembre 1962 (trad. it. «Rimedi casalinghi per il cancro della città», in Il futuro della città, il Saggiatore, Milano, 1971).

 


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