Anno XXX, 1988, Numero 1, Pagina 30

 

 

FEDERALISMO E PENSIERO POLITICO DI ISPIRAZIONE CRISTIANA*
 
 
L’analisi attenta dello svolgimento del pensiero politico di ispirazione cristiana rivela un complesso di posizioni che si intrecciano obiettivamente, talvolta in modo diretto ed in altri casi solo indirettamente (ma con risultati egualmente significativi), con tendenze e finalità proprie del pensiero e della prassi federaliste.
Innanzitutto va sottolineato il problema fondamentale della pace, che è al centro della riflessione e dell’azione politica dei movimenti e dei partiti democratico-cristiani.
Il federalismo ritiene che la minaccia alla pace venga dall’attuale anarchia internazionale, cioè dal fatto che le relazioni internazionali appartengano ancora, in un certo senso, alla sfera pregiuridica dello stato di natura, ad un rapporto di forza temperato tuttalpiù da un sistema di accordi e di trattati ma non ancora dalla legge. Sostituire al trattato la legge nelle relazioni internazionali; questa può essere la parola d’ordine del federalismo.
Pur tenendo distinti l’elaborazione di specifici programmi politici dalle affermazioni del magistero della Chiesa, non si può trascurare che, da alcuni decenni, da quando cioè l’Europa è stata insanguinata da due guerre mondiali, la sollecitudine dei Pontefici si è particolarmente rivolta ai problemi della pacifica convivenza dei popoli, al loro diritto alla pace, alla giustizia ed allo sviluppo. Di questi ben noti documenti vanno qui ricordati soprattutto quelli che non si limitano a rivolgere un appello alla conversione dell’animo degli uomini — senza la quale ogni sforzo duraturo per migliorare le condizioni dell’umanità è velleitario — ma sottolineano la necessità e l’urgenza di un’organizzazione diversa dei rapporti fra Stati e fra popoli con la creazione di un’autorità mondiale capace di esercitare un’azione efficace per il superamento delle tensioni e la costruzione di una pace duratura.
Anche se non sono usate espressamente le parole «federalismo» e «federazione», il concetto sottinteso a questa impostazione in alcuni documenti del Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes), nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, nel discorso di quest’ultimo all’ONU nel 1965 e negli interventi di Giovanni Paolo II (in varie occasioni, specie per l’annuale Giornata della pace) ne richiama sostanzialmente le caratteristiche essenziali. Ancor prima, Pio XII, in alcuni discorsi del 1957 (ai delegati al Congresso d’Europa, indetto dal Movimento europeo, ai parlamentari della CECA, ai delegati al Congresso di Frascati della sezione italiana del Consiglio dei Comuni d’Europa), aveva fatto riferimento espresso all’interesse del Pontefice per gli sforzi per la federazione compiuti dalla fine del conflitto mondiale, alla «via salutare» seguita da quegli Stati che hanno accolto il principio di delegare una parte della propria sovranità ad un organismo sovrannazionale ed alla necessità di «costituire un’Europa in cui esista una vasta e solida maggioranza di federalisti propensi ai principi di un sano personalismo»: in varie occasioni fu riaffermata autorevolmente l’opportunità di «svolgere una propaganda molto efficace in favore dell’idea federalista, accelerando così le decisioni dei governi e offrendo loro l’appoggio di una opinione pubblica democratica».
Più recentemente, anche vari Episcopati nazionali (o loro conferenze), occupandosi dei problemi della pace e del disarmo, hanno invocato la creazione di «autorità» in grado di superare la gelosa sovranità dei singoli Stati.
 
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Tre filoni collegano, principalmente, il pensiero politico social-cristiano o democratico cristiano alla ricerca fondamentale della pace e, quindi, alla limitazione della sovranità, alla difesa e valorizzazione della persona, al rafforzamento delle autonomie: tre obiettivi che, per diversi aspetti, si ritrovano nei contenuti del federalismo.
Sul primo punto (pace e limitazione della sovranità nazionale) basterà ricordare le pagine di Jacques Maritain in L’uomo e lo Stato (1951) e l’intervento da lui svolto durante l’Incontro delle culture all’UNESCO, nell’aprile 1966. Riferendosi alla necessità di preparare una società «politica» mondiale, Maritain sottolineava due condizioni fondamentali. «La prima è la rinuncia decisiva all’idea o all’idolo della sovranità dello Stato, all’idea di questo dio mortale, come diceva Hobbes, che è nata nel cervello di Jean Bodin nel XVI secolo e che si chiama lo Stato sovrano». La seconda condizione consiste nel destare, presso tutti gli uomini che pensano, governanti e governati, una reale preoccupazione, sempre presente ed attiva nel profondo del cuore, del bene comune dell’umanità. Ne L’uomo e lo Stato egli scriveva: «Una soluzione federale apparirà come l’unica via d’uscita per l’Europa e per la stessa Germania». Ma — aggiungeva — «per arrivare ad una soluzione federale accettata, dopo la sanguinosa liquidazione dei sogni hitleriani, dall’Europa e dai popoli della Germania liberati dal nazismo e dallo spirito prussiano, per arrivare cioè ad una Federazione europea, di cui faccia parte una pluralità di Stati tedeschi, in conformità con la diversità delle eredità culturali, e nella quale tutti gli Stati membri accettino le equivalenti limitazioni di sovranità richieste da una cooperazione organica ed istituzionale, occorreranno ancora senza dubbio profonde ed incisive trasformazioni». Solo in questa prospettiva c’è, secondo Maritain, una speranza per l’Europa e per la civiltà occidentale.
E sintetizzava nella premessa: «La tesi che noi sosteniamo è che l’Europa federale è inconcepibile senza una grande Germania federale e una Germania federale è impossibile senza un’Europa federale. Questi due aspetti dell’idea federale appaiono inseparabili».
Anche a voler considerare la questione dell’Europa a sé stante — aggiungeva Maritain — bisogna affermare che «l’idea federale, conformemente al suo senso vero (è) valida anche per l’Europa intera», e comporta «per tutti gli Stati che la compongono comuni limitazioni della sovranità ed una comune buona volontà».
Nel suo A travers le désastre (La maison française, New York, 1941) Jacques Maritain parlava dell’«ideale storico d’una federazione di popoli liberi»; un tale ideale, reso fino ad oggi irrealizzabile dalle vecchie strutture d’un «regime politico-sociale del mondo fondato sull’egoismo e sulla cupidigia», avrebbe (una volta sconfitto il nazismo) «la probabilità di divenire realtà». Lo stesso concetto viene ripreso nei Messages (1941-’44) che Maritain lancia alla radio americana.
Ci sembra opportuno ricordare anche alcune riflessioni di Luigi Sturzo, il fondatore del Partito popolare italiano, obbligato a scegliere l’esilio durante la dittatura fascista in Italia. In un saggio pubblicato nel volume L’Italia e l’ordine internazionale (1944), a proposito della futura Lega della Nazioni Unite, di cui si discusse nell’incontro di Teheran nel 1943, egli contesta la frase: «eguaglianza sovrana di tutti gli Stati amanti della pace» inserita nel comunicato. «Il senso non è chiaro — egli scrive — in quanto essa potrebbe significare che la sovranità di ogni Stato deve rimanere intatta nella Lega delle Nazioni». Sturzo continua: «Ci piace ricordare qui il precedente degli Stati Uniti. Quando fu costituita la confederazione dei tredici Stati, fu fissato che ciascuno rimaneva Stato sovrano con tutti i poteri non esplicitamente trasferiti alla confederazione. Avvenne quel che doveva avvenire. La confederazione restò senza poteri, senza sufficiente tesoro da garantire il suo debito pubblico, senza autorità e senza esercito per far fronte ai movimenti di ribellione di ogni singolo Stato. Dopo circa dieci anni, i padri fondatori si riunirono a Filadelfia allo scopo di formulare una costituzione che permettesse la continuazione degli Stati Uniti. I diritti di sovranità dei singoli Stati circa le tasse, l’esercito, le tariffe e le questioni interstatali e degli Stati con il governo centrale furono trasferiti agli organi federali competenti e così nacquero gli Stati Uniti d’America.
Non ci sono oggi che due alternative: o una Lega delle Nazioni con poteri giuridici e politici propri, con propria polizia internazionale, con relativa contribuzione di armamenti di ciascuno Stato; ovvero la prevalenza imperialistica (per dirla con termine appropriato) delle grandi potenze che assumono la responsabilità dell’ordine mondiale e la protezione in solido o per sfere d’influenza degli altri Stati. Tutte le combinazioni che si possono escogitare fra questi due poli, non potranno riuscire che a dare prevalenza all’uno o all’altro sistema. Noi siamo per la Lega delle Nazioni con tutti i poteri necessari a creare un nuovo ordine nel mondo».
Si leggano anche le prese di posizione di Sturzo raccolte nei vari volumi Politica di questi anni (soprattutto per i periodi 1946-’48, 1948-’49, 1950-’51) e i messaggi da lui inviati al Congresso internazionale delle Nouvelles Equipes Internationales (1950) e al II Congresso de L’Aja del Movimento europeo (1953). Troviamo la firma di Sturzo tra quelle dei membri del Comitato promotore internazionale per la petizione di un «Patto federale» (1950).
Ma vi è un altro aspetto di tale intreccio tra filosofia del federalismo e pensiero politico di ispirazione cristiana: il personalismo comunitario. Jean Luis Loubert del Byle, nel suo Les non conformistes des années ‘30, affermava espressamente che lo spirito degli anni Trenta era ancorato, sotto vari aspetti, ad una concezione personalista e che esso «ha trovato, dopo la seconda guerra mondiale, una posterità diretta nel federalismo». Henri Brugmans scriveva nella rivista Esprit (novembre 1948, n. 625) che il «federalismo non è solamente un modo particolare di organizzazione delle relazioni internazionali, ma una dottrina completa, nata precisamente dalla filosofia personalista, che tenta di realizzare concretamente una certa concezione dell’uomo e della società». Denis De Rougemont, uno dei protagonisti del federalismo europeo, nel suo libro L’Europe en jeu, ribadisce che la dottrina federalista si trova innanzitutto in una certa filosofia della persona che porta al contemporaneo rifiuto dell’individualismo e del collettivismo. Vanno perciò inventate «strutture politiche di tipo federalista, le sole creatrici di pace, le uniche atte a salvaguardare la libertà nell’ordine». Tuttavia «nessuna federazione europea è pensabile se non in vista di una federazione mondiale. Nessuna pace, quindi, e nessun avvenire sono immaginabili — è sempre il pensiero di De Rougemont — se non nello sforzo teso ad instaurare un governo mondiale. E per far ciò il mondo ha bisogno dell’Europa, del suo senso critico quanto del suo spirito inventivo».
Tra le tante citazioni che ancora si potrebbero fare in proposito, ci sembra particolarmente indicativa l’affermazione di Alexandre Marc (nel suo libro Dialectique du déchaînement, Parigi, La Colombe, 1961): «Il federalismo è un personalismo. Ciò che ispira l’umanesimo federalista non è l’uomo in generale, ma la persona».
La concezione del personalismo è legata particolarmente al nome di Emanuel Mounier, ed alla rivista da lui fondata nel 1932, Esprit. Sin dal primo momento Esprit si è affermata come rivista internazionale. Di fatto, Mounier ed i suoi amici si sono sempre sforzati di andare al di là della ristretta idea di Stato-nazione, Stato-nazione che per la maggior parte di essi non è che un momento provvisorio dello sviluppo politico. Ciò a cui, a conti fatti, si mira — quest’espressione viene usata a più riprese — è una «democrazia mondiale»: l’Europa ne sarebbe almeno una tappa. Tuttavia, va detto che, se seguiamo l’evoluzione politica di Esprit, rimaniamo colpiti nel cogliere un vivo contrasto, dal punto di vista che ci interessa — quello dell’Europa —, tra il periodo precedente la guerra (gli anni Trenta) e il dopoguerra. Tutto avviene come se, dopo essere stato favorevole all’Europa ed alla sua unificazione finché si trattava solo di un’«idea», Esprit le sia divenuto ostile dal momento in cui si sono manifestate le prime attuazioni di questa idea.
Dopo la guerra — come ricorda espressamente uno dei suoi collaboratori più stretti, J.M. Domenach — Mounier (che muore, non lo dimentichiamo, nel 1950) ed i suoi amici restano fedeli alle loro posizioni teoriche precedenti: essi ricusano il nazionalismo e difendono esplicitamente l’idea europea. Ma in nome dell’Europa ideale, socialista, «neutralista», essi si dimostrano costantemente avversari degli sforzi concreti per la costruzione europea. Nel corso della contesa della CED (1950-‘54), essi manifestano la loro più viva ostilità.
Un terzo anello tra federalismo e pensiero o filosofia politica di ispirazione cristiana è quello che concerne il riconoscimento del significato e del valore delle autonomie e del principio di sussidiarietà.
Non è necessario ricordare come il pensiero politico di ispirazione cristiana abbia sempre rifiutato la contrapposizione tra individuo e Stato, intesi come unici poli e soggetti dell’organizzazione politica, ma abbia sempre sottolineato l’importanza di una concezione organica della società (orientata al rispetto della persona umana) e delle formazioni in cui questa si sviluppa: essa rappresenta un punto fondamentale della filosofia e dell’etica sociale cristiana. Di qui l’opposizione ad ogni forma di centralismo, la lotta per un decentramento non burocratico ma istituzionale, cioè per il riconoscimento di effettive autonomie garantite dalla Costituzione; di qui l’incessante sforzo di riscoprire il significato ed il fine della comunità locale.
Ne deriva la formulazione del «principio di sussidiarietà», che — per vari aspetti — richiama quello del metodo federalista (federalismo infrastatuale). Principio in base al quale non devono essere affidati a livelli superiori di governo territoriale compiti e responsabilità che possono essere più efficacemente esercitati da livelli più prossimi al cittadino. Principio che tutela le autonomie ma che sollecita anche la ricerca di nuovi livelli istituzionali che vanno oltre gli Stati tradizionali, quando sia dimostrato — come oggi avviene — che certi problemi non possono essere risolti ad un livello puramente nazionale. Questo principio rivela i limiti dello Stato nazionale centralizzato.
E’ bene ricordare che già nella metà del secolo XIX un pensatore cristiano tedesco, Constantin Franz, aveva svolto una critica vigorosa contro lo Stato-nazione, auspicando un forte decentramento interno e la Federazione europea, due aspetti complementari di un unico problema. «Poiché non siamo nazionalisti — egli scriveva — intendiamo affidare alle comunità che operano all’interno di un paese delle funzioni precise»; per la stessa ragione egli giudicava necessaria la realizzazione del l’aspetto cosmopolitico del federalismo.
Volendo concludere queste considerazioni, possiamo affermare che il tema della pace è l’anello di congiunzione del pensiero politico di ispirazione cristiana col federalismo che abbiamo chiamato istituzionale o sovrannazionale, cioè col federalismo come si applica alle relazioni internazionali. L’aggancio col personalismo ed il tema del regionalismo e, più in generale, delle autonomie coinvolgono invece prevalentemente l’altro significato di federalismo, quello che possiamo chiamare federalismo integrale o globale o infrastatuale.
 
Gianfranco Martini


* Si tratta di una parte della relazione su «Federalismo: basi filosofiche, esperienza storica e pratica politica», presentata dall’autore al colloquio promosso dal Partito popolare europeo, tenuto a Vienna il 23 e 24 aprile 1987 sul tema: «Dottrina dell’azione politica democratica cristiana».

 

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