Anno XXX, 1988, Numero 1, Pagina 36

 

 

PROPOSTE PER UN MOVIMENTO ECOLOGISTA EUROPEO*
 
 
Il mondo occidentale industrializzato si presenta come un insieme di «entità» (nazionali) di servizi e di concorrenza che non solo organizzano la concorrenza all’interno delle loro frontiere, ma la esercitano le une nei confronti delle altre anche a livello internazionale, nei settori industriale e commerciale. Fondandosi sulla loro sovranità nazionale, esse adottano misure unilaterali in campo monetario, di bilancio, fiscale, industriale, doganale, amministrativo, sanitario, ecc., allo scopo di elevare la competitività delle loro economie ed il loro tasso di sviluppo, nonché di far gravare su altri paesi i loro problemi economici, di inflazione e di disoccupazione. Se si prendono in considerazione le politiche attuate da tutti i governi nazionali (o regionali), si può constatare che lo scopo che essi perseguono attualmente è quello di raggiungere il massimo grado di efficienza, massimizzando la coesione fra l’azione governativa e quella delle forze industriali e sindacali, con il sostegno delle istituzioni educative.
Ritroviamo questa aspirazione alla coesione perfetta nelle parole con cui Galbraith si riferisce all’alleanza fra big governments, big business, big unions, e nella battuta di M. Van Den Avenne, Presidente del Vlaams Economisch Verbond, che dichiara che il paese fiammingo dovrebbe prendere esempio dal Giappone e che occorrerebbe parlare di pays flamand incorporated, così come si parla di Japon incorporated. La stessa idea emerge dalle dichiarazioni di Jean-Marie Dehousse che, nella sua qualità di Presidente dell’Esecutivo vallone, afferma di sentirsi più legato agli imprenditori valloni che ai lavoratori fiamminghi.
In questa ottica di coesione nazionale, le forze vive dello Stato (sindacali, sociali, politiche e di qualunque altro genere) sono invitate a limitare le loro critiche alla gestione nazionale e ad identificarsi con le politiche del governo e delle grandi forze industriali.
Nell’attuale situazione di crisi — che i verdi non ritengono sia congiunturale, ma costituisca l’inizio di una nuova situazione economica — gli esperti si aspettano un rilancio, non solo nazionale ma internazionale (un nuovo ciclo Kondratieff), dalle moderne tecnologie che porteranno non solo a forme diverse di razionalizzazione nei processi di produzione di beni e servizi, ma anche a nuovi prodotti di consumo.
 
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Le strategie dell’alleanza silenziosa tra governi nazionali, imprenditori, sindacati, centri di ricerca scientifica si fondano sul nazionalismo economico e sul produttivismo classico. A breve termine, queste forze tradizionali mobilitano le masse ed ottengono certi risultati puntando sulla competitività dell’economia nazionale; a medio termine, esse indicano gli importanti progressi da realizzare grazie alle nuove tecnologie, capaci di stimolare un rilancio dell’economia nazionale e mondiale.
Ma i governi ed i partiti tradizionali non hanno alcun progetto di società. Essi sanno di dover sostenere le loro imprese di punta nei confronti della concorrenza internazionale e di dover creare le condizioni necessarie allo sviluppo di un mondo industriale che provvederà ad elaborare il progetto di società. I partiti politici e le forze democratiche avranno il compito di correggere gli squilibri sociali ed ecologici prodotti nella società. A ciò si deve aggiungere che il mondo politico non ha la più pallida idea del progetto di società che il mondo industriale sta preparando. Sa soltanto che bisogna predicare l’ottimismo, che la gioventù deve essere studiosa, deve raggiungere i massimi livelli di specializzazione, deve imparare a cavarsela da sola, che i programmi scolastici e la formazione permanente devono rispondere ai bisogni delle industrie e delle nuove tecnologie. Ma quando si chiede alla classe politica verso quali obiettivi sono diretti questi sforzi, ci si sente rispondere che lo scopo è quello di mantenere la competitività rispetto alle altre economie nazionali e di raggiungere entro il 2000 gli standards dei paesi più avanzati, quali il Giappone e gli USA. Questo concetto è ripetuto ad ogni occasione nelle dichiarazioni governative, senza che si avverta il bisogno di descrivere anche «altre» realtà delle società giapponese ed americana: livello di vita, potere d’acquisto, sicurezza sociale, disoccupazione, povertà, costo degli studi universitari, sforzo per la difesa militare (il Giappone non ha un esercito), livello di conservazione o di distruzione del patrimonio culturale, naturale ecc.
Le forze tradizionali non hanno nessuna visione dell’avvenire: esse si basano solo sul riduzionismo monetaristico classico e sul nazionalismo economico per sviluppare una politica del giorno per giorno.
 
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Si può dire che i movimenti ecologisti e i verdi si distinguano dalle forze politiche tradizionali (che sono nate con le prime rivoluzioni industriali, all’epoca in cui il nazionalismo dinastico e religioso — cujus regio, ejus religio — cedeva il posto, nelle nascenti democrazie, al nazionalismo popolare e linguistico) per la loro critica al riduzionismo economico e monetario — un prodotto ideologico e pseudo-scientifico di queste rivoluzioni industriali — e per il loro atteggiamento nuovo nei confronti del nazionalismo, come base della sovranità degli Stati e come criterio supremo di solidarietà democratica.
Sarebbe interessante fare una rassegna delle azioni, dei programmi, delle proposte di legge degli ecologisti per vedere, da un lato, quali rientrino nell’ambito della lotta al riduzionismo economico-monetario e, dall’altro, quali si ispirino ad una critica del nazionalismo politico.
Alla prima categoria appartengono certamente tutte le proposte dirette ad innescare il dibattito sui beni da salvaguardare, produrre, riprodurre, sviluppare e mettere, con equità, a disposizione di tutti gli esseri umani anziché delle nazioni (il che è molto differente). I termini di questo dibattito ruotano attorno ad alternative di questo genere: energia nucleare o energia alternativa, agricoltura industrializzata o agricoltura alternativa, autostrade o natura incontaminata, valore di scambio o valore d’uso, produzione di ricchezze monetarizzate o produzione non monetarizzata, ecc.
Contrariamente alle forze tradizionali, i verdi hanno un progetto di società e certamente delle idee chiare sui beni e servizi da produrre (e riprodurre) e da non produrre. Essi non ignorano tuttavia l’economia monetarizzata (in un’economia dualistica) che resta indispensabile per la produzione di beni e servizi e per la realizzazione di gran parte dei provvedimenti in materia di giustizia sociale, ma che non può imporre le sue unità di misura ed i suoi criteri di valutazione come i soli validi ogni volta che si devono prendere delle decisioni economiche e sociali.
Le forze tradizionali incitano gli imprenditori ed i lavoratori a produrre qualunque cosa, purché si tratti di prodotti e di servizi che possano essere monetarizzati, commercializzati, esportati e tassati, senza tenere conto delle conseguenze e dei danni per il patrimonio naturale e culturale, per il benessere, per l’occupazione, per i paesi vicini, per il Terzo mondo e per la pace. I verdi hanno un altro atteggiamento. Le loro idee sulle scelte dei prodotti e sulle tecniche di produzione sono meno semplicistiche, più complesse, in quanto tengono conto di un numero di fattori ben più ampio. Le forze tradizionali incitano a produrre qualunque cosa, assicurando che lo Stato moderno (la sua sicurezza sociale, i suoi servizi previdenziali e sanitari, il suo ministero dell’ambiente) si farà carico di riparare i danni e di porre rimedio alle distruzioni. I verdi non incitano a produrre qualunque cosa: esaminate i progetti industriali, agricoli, dei trasporti, energetici, educativi, culturali, artistici, dei movimenti dei verdi e potrete constatare che essi prendono in considerazione una pluralità di aspetti, non soltanto quello monetario: il rispetto dell’ambiente e del patrimonio naturale e comunitario, la possibilità di decentralizzare la produzione e di promuovere la democrazia diretta, gli interessi del Terzo mondo, il benessere generale, la pace, ecc. Gli aspetti sociali ed ecologici non vengono dopo le scelte economiche, ma si integrano nella scelta stessa. Il pensiero sociale degli ecologisti è presente sin dall’inizio, sin dal momento in cui si deve compiere la scelta di cosa produrre e di come produrre, prima che i mezzi di produzione siano diventati mezzi di distruzione.
Il dibattito dei verdi con le forze politiche tradizionali sarà difficile e, su alcuni temi specifici, sarà impossibile il compromesso, sul quale si basa, in una società democratica, la dialettica fra governo e opposizione. Sotto questo profilo il movimento dei verdi non sarà soltanto una forza di opposizione e di critica, ma sarà il veicolo di comportamenti radicalmente alternativi — nel mondo della produzione e in tutti gli aspetti della vita quotidiana — sulla base di un nuovo progetto di società.
Creare una società a dimensione d’uomo, federalista, decentralizzata, transnazionale, sovrannazionale, che prefiguri la società mondiale, implica non soltanto un atteggiamento pacifico, non violento e solidaristico, ma anche una critica sistematica del nazionalismo, cioè della forza che si oppone alla solidarietà ed alla democrazia transnazionali.
E’ necessario dunque conoscere e capire il nazionalismo, la sua dialettica ed il suo successo (esso ha dominato e diviso gli uomini appartenenti alle stesse famiglie, alle stesse classi, alle stesse ideologie universali), così come occorre comprendere il riduzionismo economico ed il produttivismo espansionistico. Ma condannare il nazionalismo, biasimarlo e rifiutarlo non basta. Al nazionalismo dei governanti, che giustifica l’egoismo dei popoli, all’aggressività ed alla discriminazione verso tutti coloro che non fanno parte della nazione, i verdi contrappongono la solidarietà internazionale e, se possibile, la democrazia multi-culturale, transnazionale o sovrannazionale.
In questo quadro si collocano tutte le proposte degli ecologisti, quali, ad esempio, quelle sul disarmo, il sostegno agli organismi internazionali come l’ONU, la democratizzazione delle istituzioni europee (sostegno al Parlamento europeo eletto direttamente a partire dal 1979), la difesa dei lavoratori stranieri.
 
Ludo Dierickx


* Si tratta della sintesi dell’intervento svolto al seminario di formazione federalista tenutosi a Ventotene dall’1 all’8 settembre 1987.

 

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