Anno XXX, 1988, Numero 3, Pagina 205

 

 

BOLSCEVISMO, NAZIONALSOCIALISMO E CRISI DELLO STATO NAZIONALE
 
 
In un articolo del 1986, lo storico del fascismo Ernst Nolte ha sviluppato alcune considerazioni sul rapporto fra bolscevismo e nazionalsocialismo che continuano a far discutere[1] e sulle quali è doveroso che i federalisti esprimano, sia por rapidamente, il proprio parere.
Due sono le tesi fondamentali che emergono in queste considerazioni. Anzitutto, secondo Nolte l’estremismo di sinistra bolscevico rappresenta il fattore storico decisivo che ha reso possibile l’avvento al potere in Germania dell’estremismo di destra nazionalsocialista. La pratica dello «sterminio di classe», messa in atto dai bolscevichi in Russia all’epoca della guerra civile e poi della collettivizzazione forzata dell’agricoltura, e il timore che un destino analogo si ripetesse in Germania dove si era costituito un forte partito bolscevico, hanno cioè favorito in modo determinante la vittoria della forza politica che appariva in grado di eliminare nel modo più radicale un pericolo di fronte al quale sembravano invece impotenti le forze politiche favorevoli ai principi liberaldemocratici. In secondo luogo, gli stessi crimini compiuti dai nazionalsocialisti hanno un precedente di decisiva rilevanza in quelli commessi dai bolscevichi. Con lo «sterminio di classe» si è in effetti applicato, in dimensioni macroscopiche e in un paese europeo, per la prima volta dopo l’illuminismo, il principio per cui si è colpevoli per il solo fatto di appartenere ad un determinato gruppo considerato collettivamente colpevole, e non per le proprie azioni individuali. Lo «sterminio di razza» compiuto dal nazionalsocialismo rientra precisamente in questa logica, la quale viene peraltro applicata in questo caso in modo assai più pianificato e sistematico di quanto non sia avvenuto nel primo caso, caratterizzato sovente dall’improvvisazione e dalla disorganicità.
Per cogliere queste tesi nel loro preciso significato, occorre chiarire che con esse Nolte non intende minimamente cancellare le colpe dei nazionalsocialisti per i loro crimini. Se la loro reazione di fronte alla sfida bolscevica e ai suoi aspetti criminali è stata fino a un certo punto genuina, essi hanno però finito per rispondere a dei crimini con dei crimini ancora peggiori, giustificati sulla base di un’ideologia barbarica che attribuiva senza alcuna plausibilità agli ebrei la colpa di tutti i mali dell’epoca e, quindi, dello stesso bolscevismo. D’altra parte, se il nesso esistente fra nazionalsocialismo e bolscevismo non cancella le colpe dei nazionalsocialisti per le loro azioni e le loro idee, esso deve però richiamare l’attenzione anche sulle colpe dei bolscevichi e, quindi, sui gravi limiti della loro ideologia.
A questo riguardo va precisato che Nolte non sostiene la tesi dell’equazione bolscevismo-nazionalsocialismo. Egli riconosce cioè la differenza qualitativa esistente fra le due ideologie: la prima è caratterizzata dai valori universalistici dell’emancipazione di tutti gli sfruttati e dell’affratellamento di tutti i popoli, per cui i crimini dei bolscevichi possono essere considerati (e lo sono stati effettivamente da parte di molti comunisti) un tradimento degli aspetti più genuini dell’ideologia professata; per contro i crimini nazionalsocialisti sono perfettamente coerenti con la loro ideologia fondata sui principi antilluministici della disuguaglianza naturale degli uomini e dei popoli e del primato razziale. Rimane il fatto che il bolscevismo, con l’applicazione del principio della colpa di gruppo ha introdotto una forma di imbarbarimento della lotta politica che ha aperto la strada alle idee e alle pratiche ancora più barbare dei nazionalsocialisti. Pertanto l’insegnamento fondamentale che secondo Nolte deve trarsi dalle esperienze totalitarie di questo secolo è la necessità di liberarsi dalla «tirannia del pensiero collettivistico» e di impegnarsi instancabilmente per consolidare il regime liberaldemocratico.
Manifestazioni del pensiero collettivistico sono a suo avviso anche la tesi della colpa collettiva dei Tedeschi per i crimini del nazionalsocialismo e la tesi, a questa normalmente collegata, che l’avvento di Hitler al potere abbia la sua radice in ultima analisi nell’essenza stessa della nazione tedesca. Contro la prima tesi Nolte sostiene che colpe possono essere attribuite solo ai singoli individui e a gruppi ben individuati delle classi politiche e non ai popoli nel loro complesso, i quali sono sempre ampiamente manipolabili da parte delle classi politiche. Contro la seconda tesi sostiene, in generale, che sono le condizioni storiche oggettive in cui un popolo si trova a spiegare le sue scelte di fondo e, in particolare, che nelle condizioni concrete in cui si è trovata la Germania negli anni ‘20 e ‘30 qualsiasi altro popolo avrebbe reagito in modo analogo.
Passando ora alla valutazione delle considerazioni di Nolte, ritengo che si debba esprimere un sostanziale consenso sul suo discorso relativo alla questione delle colpe e, in modo particolare, sul rifiuto dei concetti di colpa collettiva dei Tedeschi e di essenza demoniaca della nazione tedesca. Più volte si è messo in luce sulle pagine di questa rivista l’inconsistenza di questi concetti e il fatto che essi sono, nei non Tedeschi, la copertura ideologica del nazionalismo antitedesco e, nei Tedeschi che li fanno propri, il segno dell’incapacità di comprendere le vere cause dell’esperienza imperialistica e totalitaria dello Stato nazionale tedesco.[2] Questa incapacità riguarda purtroppo anche uno studioso di grande valore come Habermas, il quale, nell’ambito della polemica sviluppatasi intorno alle considerazioni di Nolte, ha affermato che i Tedeschi dovrebbero tutti, anche oggi, anche le generazioni successive al nazionalsocialismo, continuare ad arrossire di vergogna per i crimini della Germania nazionalsocialista.[3]
Ciò detto, ritengo invece che non possa essere considerata convincente la tesi di fondo di Nolte sul nesso causale bolscevismo-nazionalsocialismo. Questa tesi, tutt’altro che nuova, non è sbagliata — nessuno storico serio può mettere in discussione che il bolscevismo e le sue ripercussioni fuori della Russia hanno favorito in modo decisivo l’avvento al potere del fascismo prima in Italia e poi in Germania e in gran parte dell’Europa — ma non è in grado di fornire una spiegazione adeguata del fenomeno in questione se non viene inserita in una prospettiva più ampia. E questa prospettiva è quella, elaborata dal pensiero federalista,[4] che individua come filo conduttore dell’epoca delle guerre mondiali e del fascismo la crisi dello Stato nazionale.
Con questa espressione si intende la contraddizione, che incomincia a manifestarsi fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, fra l’evoluzione del modo di produrre, che, realizzando una crescente interdipendenza fra tutti i popoli del mondo, spinge alla creazione di entità statali di dimensioni continentali e, tendenzialmente, all’unificazione del genere umano, e le dimensioni storicamente superate degli Stati nazionali europei. Di fronte a questa contraddizione, la sola risposta razionale era l’unificazione federale dell’Europa, come prima tappa in direzione dell’unificazione dell’umanità: una soluzione però che le classi politiche europee, legate al dogma della sovranità nazionale assoluta, non hanno voluto perseguire seriamente finché gli Stati nazionali sono rimasti potenze di primo rango. Da qui l’affermarsi inevitabile in una prima fase della risposta imperialistica al problema della decadenza degli Stati nazionali, vale a dire del tentativo di unificare l’Europa sotto l’egemonia del più potente Stato del continente in quel periodo. La prima guerra mondiale fu precisamente il primo atto del tentativo tedesco di unificazione egemonica dell’Europa, e la sua conclusione non portò ad una soluzione duratura perché alla sconfitta della Germania fece seguito non una politica di unificazione pacifica dell’Europa, bensì una sistemazione che esasperò la crisi del sistema degli Stati nazionali sovrani in Europa. Mentre la creazione di nuovi staterelli produsse un prolungamento di migliaia di chilometri delle barriere economiche interne all’Europa, il suo spezzettamento economico si approfondì a causa dell’esasperarsi del protezionismo nel contesto di una crisi economica che era endemica proprio a causa delle dimensioni sempre più inadeguate ai tempi degli Stati nazionali europei. E questa situazione pesò nel modo più grave sulla Germania, che aveva perso territori e sbocchi economici di grande importanza, ma che aveva ancora conservato energie sufficienti per tentare un’altra volta l’avventura egemonica.
Se si inserisce in questo quadro la storia tedesca nel periodo fra le due guerre, si può capire perché proprio in Germania, e non invece in paesi abbastanza vicini ad essa per il livello di sviluppo economico-sociale, come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna e la Francia, si sia prodotta una sfida comunista così forte da favorire la vittoriosa reazione fascista. In effetti, mentre gli Stati Uniti non sono stati coinvolti a causa delle loro dimensioni nel fenomeno generale della crisi dello Stato nazionale (e hanno potuto perciò uscire dalla gravissima crisi del 1929 con un consolidamento del sistema liberaldemocratico), questo fenomeno ha prodotto in Germania una catastrofica instabilità economico-sociale che ha rafforzato in modo fatale le tendenze estremistiche antidemocratiche. E se ciò non è avvenuto negli stessi termini in Francia e Gran Bretagna, è stato decisivo il fatto che il loro declino in quanto Stati nazionali europei si è sviluppato più lentamente in conseguenza delle cinture di salvataggio rappresentate dai loro ampi territori coloniali.
Il riferimento al fenomeno generale della crisi dello Stato nazionale e al suo manifestarsi in modo particolarmente acuto in Germania permette d’altro canto di capire a fondo il disegno espansionistico, che del nazionalsocialismo è la caratteristica più essenziale e il nesso organico fra questo disegno, da un lato, e il sistema totalitario e l’ideologia razzista, dall’altro. In effetti il nazionalsocialismo costituisce il tentativo più radicale e coerente di dare una risposta espansionistico-egemonica al problema della crisi dello Stato nazionale. La struttura totalitaria dello Stato è d’altra parte perfettamente funzionale a questo tentativo, perché non fa che portare alle sue estreme conseguenze le tendenze all’accentramento, all’autoritarismo e al nazionalismo esasperato proprie degli Stati europei di tipo continentale (che sono organicamente più militaristi e centralisti degli Stati di tipo insulare come la Gran Bretagna, perché l’avere dei confini terrestri da difendere rende più precaria la loro sicurezza), connesse con la progressiva esasperazione delle lotte di potenza in un sistema di Stati sempre più interdipendenti, ma incapaci di dar vita a un efficace ordinamento giuridico sovrannazionale. E la stessa ideologia razzista, che, portata all’estremo, giustifica il genocidio, è funzionale al disegno del dominio permanente di un popolo europeo sugli altri popoli dell’Europa.
Collocato in questa prospettiva, Hitler appare dunque non solo e non principalmente come un anti-Lenin, ma soprattutto come l’espressione più radicale e coerente del tentativo di opporsi alla tendenza storica al superamento dello Stato nazionale sovrano e alla progressiva unificazione pacifica dell’umanità. D’altra parte l’individuazione del nesso fra crisi dello Stato nazionale e nazionalsocialismo permette di mettere in luce, oltre alle colpe dei sostenitori di questo movimento, le gravi responsabilità delle classi politiche dei paesi democratici dell’Europa occidentale, le quali hanno scelto, invece della via dell’unificazione europea, quella dell’egoismo nazionale, specialmente con l’esasperazione del protezionismo dopo la crisi del ‘29, ed hanno in tal modo favorito in modo decisivo la vittoria del fascismo nel paese che per le sue condizioni oggettive era il più colpito dal fenomeno della crisi dello Stato nazionale. L’insegnamento che infine deriva da questa interpretazione del nazionalsocialismo è chiaramente assai più ampio di quello che Nolte trae dalla sua troppo parziale visione: non si tratta di rifiutare soltanto il totalitarismo in tutte le due forme, ma occorre altresì rifiutare il principio dello Stato nazionale sovrano che si oppone alla tendenza storica all’unificazione sovrannazionale pacifica e produce il rigurgito dell’irrazionalismo.
 
Sergio Pistone


[1] L’articolo di Nolte, intitolato «Vergangenheit die nicht vergehen will», apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 6 giugno 1986, è stato ripubblicato assieme ai principali interventi nel dibattito che ne è seguito (Habermas, Hildebrand, Fest, Kocka, H. Mommsen, W. Mommsen, Broszat, Hillgruber e altri) in AA.VV., Historikerstreit, Monaco, Piper, 1987. Di questi interventi c’è anche una raccolta in traduzione italiana: G.E. Rusconi (a cura di), Germania: un passato che non passa. l crimini nazisti e l’identità tedesca, Torino, Einaudi, 1987. Nolte ha successivamente sviluppato ampiamente e organicamente le sue tesi nel poderoso e molto istruttivo volume Der europäische Bürgerkrieg 1917-1945. Nationalsozialismus und Bolschevismus, Francoforte-Berlino, Propyläen, 1987. Nella ricostruzione che qui faccio delle tesi di Nolte tengo conto anche dei chiarimenti contenuti in questo volume.
[2] Cfr., in proposito, M. Albertini, Lo Stato nazionale, Milano, Giuffrè, 1960; Id., «La colpa della Germania (a proposito del processo Eichmann)», in Il Federalista, III (1961), pp. 178 segg.; S. Pistone, La Germania e l’unità europea, Napoli, Guida, 1978.
[3] Negli interventi riportati in Historikerstreit, cit. Habermas sostiene giustamente la necessità di togliere allo Stato nazionale la pretesa di essere il polo privilegiato dell’identità collettiva, la quale nell’epoca post-nazionale deve invece avere un carattere multidimensionale, fare cioè riferimento anche a comunità sovrannazionali e comunità infranazionali. Ma poi, con la tesi della vergogna collettiva dei Tedeschi (in realtà si dovrebbe parlare di vergogna collettiva di tutti gli Europei e, in definitiva, dell’intera umanità per tutti i crimini commessi in ogni tempo e luogo) dimostra di non essersi pienamente emancipato dai limiti propri dell’ideologia nazionale.
[4] Cfr. in particolare M. Albertini, Il federalismo, Bologna, Il Mulino, 1979 e L. Dehio, Equilibrio o egemonia, Bologna, Il Mulino, 1988.

 

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