Anno XXXI, 1989, Numero 1, Pagina 48

 

 

A PROPOSITO DEL CASO JENNINGER
 
 
Dopo aver preso conoscenza del testo integrale del discorso pronunziato da Jenninger nel cinquantesimo anniversario della «notte dei cristalli», le accuse mossegli di essere stato ambiguo circa le responsabilità del regime nazista, se non persino d’averle giustificate, appaiono semplicemente vergognose. E le immediate dimissioni di Jenninger, ben più che d’un gesto di stile, di uno stile non sempre rigorosamente osservato, hanno il significato d’uno schiaffo sonante a una stampa incline alla maldicenza calunniosa e a una classe politica smarrita. Per questo i federalisti non si limitano a esprimere a Jenninger la loro solidarietà, ma si rallegrano apertamente con lui come si conviene quando ci si rivolge non a un vinto, ma a un vincitore.
Il giudizio che abbiamo formulato sulla stampa non ha bisogno di spiegazioni. Ma perché sarebbe «smarrita» la classe politica? La risposta non è difficile. V’è un idolo in Germania che non solo è legibus solutus, ma che è sottratto persino al giudizio storico. Si tratta dello Stato nazionale tedesco. Il fatto che i Tedeschi, nell’esercizio di questo culto in ultima istanza pagano, si ritrovino in buona compagnia con tutti coloro che identificano la nazionalità con la statualità non modifica i dati del problema. Chi infanga l’immagine dello Stato nazionale incorre nel più grave dei crimini, quello di lesa maestà, se non addirittura nel peccato più esecrando, quello di chi bestemmia il nome di Dio, quasi si fosse ancora all’etica della polis e il nazismo non avesse mostrato apertamente a quali conseguenze abbia portato la negazione del sistema etico dell’Occidente.
Jenninger ha commesso questo crimine e s’è macchiato di questo peccato. Eccone qualche prova: «La nostra storia non si lascia spartire tra buoni e cattivi, e le responsabilità sul passato non possono essere divise secondo l’arbitrio geografico di confini tracciati nel dopoguerra… Tutti vedevano che cosa accadeva, ma la maggior parte guardava dall’altra parte e taceva. Anche le Chiese tacevano… E’ vero che tutti conoscevano le leggi di Norimberga, che tutti potevano vedere ciò che accadde in Germania cinquant’anni fa e che le deportazioni venivano fatte alla luce del sole». E, poiché «fino alla fine dei tempi l’umanità si ricorderà di Auschwitz come di una parte della nostra storia, della storia tedesca, è inutile la richiesta di ‘chiudere finalmente’ con il passato. Il nostro passato non avrà mai pace né mai passerà. E ciò indipendentemente dal fatto che le nuove generazioni non ne abbiano colpa… Tenere desti i ricordi e il passato come parte della nostra identità di Tedeschi, solo questo permette a noi, vecchi e giovani, di liberarci dal peso della storia».
Queste formulazioni molto nette segnano però anche il limite dell’analisi di Jenninger. E’ giusto, infatti, affermare che non solo Hitler e i suoi scherani portano la responsabilità del nazismo; ma lo è anche concludere che Auschwitz è una parte incancellabile della storia dei Tedeschi, una parte che concorre a definirne l’identità? Va da sé che ciò non è vero. Se lo fosse, dovremmo ammettere che il nazismo è parte dell’identità anche di coloro che, come Dietrich Bonhofer, furono giustiziati dalle SS o che, come Thomas Mann, scelsero l’esilio. E che è parte anche dell’identità dei cittadini di Zurigo, persino di quelli che diedero ospitalità alle vittime del nazi-fascismo. Queste ammissioni sono palesemente contrarie al buon senso, anche se il buon senso è solitamente impotente di fronte ai miti ideologici per anacronistici ch’essi siano. Tra questi miti ideologici, il mito anacronistico per eccellenza è quello della nazione, identificata arbitrariamente con la comunità politica, o meglio, giacché i confini delle comunità politiche mutano nel tempo, con quella particolare comunità politica che è lo «Stato nazionale». Nell’analisi di Jenninger ciò è chiarissimo. Così i Tedeschi, quei Tedeschi che secondo Jenninger dovrebbero portare per l’eternità la responsabilità del nazismo, sarebbero coloro che sono vissuti, vivono e vivranno nell’ambito territoriale che grosso modo coincide con quello dello Stato fondato da Bismarck al termine del conflitto franco-prussiano del 1870. Il fatto è che questi non sono «i Tedeschi»; sono semplicemente «dei Tedeschi» con esperienze diverse da quelle di altri gruppi di lingua tedesca. Supposto che vi sia una sola «storia tedesca», quella che secondo Jenninger costituisce l’identità dei Tedeschi, essa sarebbe, in ogni caso, altra cosa. E’ una constatazione che si può negare solo a patto di negare che la nazione tedesca, come Kulturnation, preesisteva allo Stato bismarckiano e aveva dimensioni ben più ampie e caratteri ben diversi. La verità è che a Versailles, nel gennaio del 1871, è nato uno Stato, lo «Stato nazionale» tedesco, uno Stato che fondava la sua legittimità sulla nazione tedesca (un fatto culturale, linguistico, etnico, cioè in sé non politico) identificata invece arbitrariamente con il popolo di quel particolare Stato tedesco (un fatto politico, i cittadini di quello Stato) e rappresentata con i caratteri della naturalità, come se esistessero razze. E’ questa rappresentazione ideologica che induce Jenninger a ritenere che vi sia una storia dei Tedeschi da imputare solo ai Tedeschi (come se fosse possibile capire Kant senza Rousseau), e che vi sia una sola storia di un’unica Germania (come se fosse possibile cogliere una continuità non solo tra la politica prussiana e quella del secondo Reich — una continuità che è indiscutibile —,ma anche tra la politica della Baviera, della Renania, del Palatinato e degli oltre trecento Stati che facevano parte del primo Reich dopo la pace di Westfalia e quella della Germania di Bismarck, di Guglielmo II, di Weimar e di Hitler; e come se fosse possibile spiegare Federico il Grande o Guglielmo II prescindendo dal sistema europeo degli Stati). Ed è sempre questa rappresentazione che lo porta a credere che i confini della prima storia (la storia della Kulturnation) coincidano con quelli della seconda (la storia dello Stato fondato da Bismarck).
Questa storia inesistente ha il suo fondamento nel nazionalismo di cui pure Jenninger è vittima. Si tratta per altro d’un velo ideologico ostinato, ma fragile. Per rendersene conto, basta considerare che quella rappresentazione della nazione tedesca, nata con lo Stato nazionale tedesco, è destinata a morire il giorno stesso in cui i Tedeschi prenderanno coscienza del fatto che la formula politica nazionale appartiene al passato ed è storicamente morta con la fine del secondo conflitto mondiale, l’internazionalizzazione del processo produttivo e sociale, e la nascita del sistema mondiale degli Stati. Quel giorno, che segnerà la fine del mito funesto dello Stato nazionale, del mito cioè che ha legato la nazione allo Stato (e quindi alla politica di potenza), i Tedeschi capiranno che è lo Stato, e non la nazione, il soggetto della politica di potenza e delle sue efferatezze, che la loro identità nazionale, al di fuori dell’età folle del nazionalismo,non è mai stata definita esclusivamente dall’appartenenza alla comunità politica, che anzi questa identificazione con la comunità politica è marginale rispetto ad altre identificazioni ben altrimenti significative quali quelle che li porterebbero a rintracciare le loro radici in una lingua e in una cultura che hanno espresso Cranach e Holbein, Bach e Beethoven, Holderlin e Goethe, Kant e Marx, Mommsen e Ranke, e persino Kafka e Lukacs.
Ciò non significa affatto liquidare la «questione della colpa» di ciò che è stato commesso. Al contrario. Ciò significa semplicemente rifiutarsi di giudicare un passato maledetto con i pregiudizi nazionali che lo hanno prodotto. Quando ciò sarà fatto, si comprenderà che, non la Germania, ma il sistema europeo degli Stati fu il motore del processo storico europeo nell’età moderna. Questo sistema è stato acutamente descritto da Ludwig Dehio come una situazione non solo caratterizzata da ricorrenti tentativi egemonici sempre contrastati dalle forze dello stesso sistema tese a ricostituire l’equilibrio, ma che ha manifestato anche il volto demoniaco del potere ogni volta che la potenza egemonica è stata tratta ad abbandonare la via cauta della ragion di Stato e a precipitare negli abissi della volontà di potenza. Sotto il primo profilo, il tentativo egemonico hitleriano non fu diverso dai tentativi egemonici di Filippo II, di Luigi XIV, di Napoleone e di Guglielmo II. Se i suoi aspetti demoniaci furono così più marcati da apparire di natura diversa, è solo perché Hitler poté valersi della miscela esplosiva di nazionalismo e tecnologia distruttiva moderna e perché, giunto ormai all’agonia il sistema europeo degli Stati, si trovò a confrontarsi con le nuove grandi potenze del sistema mondiale degli Stati. E fu proprio questo intreccio di elementi che esaltò la volontà di potenza sino a quella follia demoniaca che l’umanità non aveva sino ad allora conosciuto. Secondo Dehio, dunque, la Germania altri non sarebbe se non una tragica Maddalena, vittima di un destino che era in larga parte segnato e che la condusse, sempre più ostinata e insieme sempre più cieca, sino alla distruzione finale.
Quello di Dehio è un grande insegnamento, un insegnamento che, imputando correttamente al nazionalismo la catastrofe europea, redime i Tedeschi non personalmente coinvolti nel nazismo da una colpa che non hanno e li rende invece compartecipi d’una responsabilità che è comune a tutti gli Europei: quella di non aver fatto e di non fare tutto ciò che è necessario per chiudere la nefasta parentesi del nazionalismo e aprire la strada al nuovo corso del federalismo, superando — qui e ora — la formula politica dello Stato nazionale e fondando la Federazione europea: in sostanza, la responsabilità — che concerne anche Jenninger — di non aver fatto e di non fare tutto ciò che è necessario per sconfiggere, con la cultura dello Stato nazionale, la cultura della guerra e per dare inizio all’affermazione della cultura della pace, una cultura che concerne insieme il futuro da costruire e il passato da comprendere.
 
Luigi V. Majocchi

 

Condividi con