Anno XXXI, 1989, Numero 1, Pagina 52

 

 

IL DEBITO DEL TERZO MONDO E LA RIFONDAZIONE DEGLI ASSETTI ECONOMICI E POLITICI MONDIALI
 
 
1. La crisi debitoria in cui è immerso da anni il Terzo mondo non è una semplice crisi di liquidità, ma una crisi di insolvenza generalizzata. Come tale richiede decisioni coraggiose per contenerne gli effetti e soprattutto per rimuoverne le cause.
Nell’immediato il compito più urgente consiste nel consentire una ripresa del processo di crescita all’interno dei paesi in via di sviluppo. Nel corso di questi anni è stato perduto un decennio (od anche due, nel caso dell’Africa subsahariana) ai fini del decollo e della crescita di tali paesi. Le conseguenze della crisi in termini macroeconomici: la riduzione delle importazioni, il blocco dei nuovi finanziamenti da parte delle banche, il drenaggio di risorse verso i paesi creditori, si sono tradotte in cadute degli investimenti e bassi tassi di crescita, che in molti casi hanno comportato una riduzione del reddito pro capite di popolazioni spesso già ai limiti della sussistenza.
La strategia adottata dai paesi creditori, dalle banche multinazionali e dalle istituzioni creditizie internazionali ha evitato il tracollo del sistema finanziario mondiale, ma non è riuscita a rilanciare la crescita nei paesi indebitati. Le risorse necessarie per ripagare il debito non vengono in tal modo semplicemente prodotte e viene pertanto meno la precondizione reale che consentirebbe di superare la crisi di insolvenza. Lo strumento utilizzato per far fronte alla crisi, il riscadenzamento dei prestiti, abbinato alla deflazione delle economie debitrici, peggiora la situazione e ne nasconde il carattere di fondo, rinviandone semplicemente nel tempo le manifestazioni più gravi.
Un nuovo approccio che si limitasse a rimediare alle conseguenze della crisi debitoria sarebbe tuttavia insufficiente. Non modificando i meccanismi che hanno condotto alla situazione attuale, dopo qualche tempo le difficoltà si ripresenterebbero. Occorre pertanto porre mano alle riforme che si impongono per impostare su basi meno inique e squilibrate delle attuali i rapporti economici e di potere fra i paesi avanzati e i paesi in via di sviluppo, tenendo conto della loro interdipendenza crescente nell’ambito di un’economia-mondo sempre più integrata.
 
2. All’origine delle difficoltà in cui si dibatte il Terzo mondo a causa dei pesanti condizionamenti provocati dalla presenza del debito estero, si trova in primo luogo la scelta dei paesi sviluppati dell’Occidente di rinsaldare i legami di subordinazione finanziaria, economica ed anche politica con i singoli paesi in via di sviluppo, ricorrendo all’espansione dei prestiti bancari privati. Da un lato si trattava di utilizzare la tendenza oggettiva verso la formazione di un mercato mondiale delle merci e dei capitali per spingere i paesi del Terzo mondo ad integrarsi in forme sempre più accentuate in tale mercato e ad inserirsi nei circuiti di produzione governati dalle imprese multinazionali, agevolandone l’evoluzione in questa direzione grazie alle disponibilità di ampie risorse finanziarie da dedicare alla creazione di potere d’acquisto per i prodotti dell’Occidente sviluppato. In tal modo era possibile accrescere gli sbocchi delle merci prodotte al centro dell’economia-mondo, contrastando la caduta del tasso di profitto che si manifestava in quegli anni. Da un altro lato, nell’ambito di questo processo generale, l’impiego dei prestiti concessi dai vari paesi, a preferenza dell’uso dei prestiti multilaterali, consentiva a ciascun paese dell’Occidente di mantenere relazioni di dominio particolari sui paesi in via di sviluppo compresi nella sua specifica sfera d’influenza, dando vita ad una serie di rapporti egemonici tendenzialmente distinti.
In questo quadro va sottolineato il fatto che i paesi del centro affrontano gli squilibri successivi ai due shock petroliferi con la scelta di sottrarre agli organismi creditizi internazionali il compito di riciclare i capitali dei paesi produttori verso i paesi del Terzo mondo consumatori di risorse energetiche, affidandolo alle banche private, ciò che conduce in breve al fenomeno della privatizzazione del debito, ovvero al prevalere di una struttura del debito in cui la quota di origine privata supera ampiamente la quota concessa dai governi e dalle istituzioni ufficiali[1].
Con il rapido aggiustamento al secondo shock petrolifero deciso dai principali paesi industrializzati dell’Occidente, l’onere del debito diviene ben presto insopportabile. La politica monetaria restrittiva adottata dalle autorità statunitensi spinge verso l’alto l’intera struttura dei tassi mondiali e i tassi d’interesse applicati ai prestiti crescono in termini nominali e in termini reali, grazie al meccanismo dei finanziamenti a tasso variabile, raggiungendo livelli spesso superiori ai tassi di crescita del prodotto lordo dei paesi debitori. Anche l’apprezzamento progressivo del dollaro, sino al primo trimestre del 1985, si ripercuote in un aumento del peso del debito, dato che tale valuta costituisce in larga misura la moneta di denominazione dei finanziamenti privati concessi, mentre la presenza di ingenti fughe di capitali in uscita dai paesi del Terzo mondo contribuisce a rendere più problematica la prosecuzione del servizio dei prestiti.
Accanto ai fattori monetari e finanziari altri fattori di rilievo che spingono i paesi debitori sull’orlo dell’insolvenza riguardano i rapporti commerciali tra i due gruppi di paesi. Da una parte si manifesta un forte deterioramento delle ragioni di scambio internazionali dei paesi in via di sviluppo a causa della caduta dei corsi dei prodotti di base, con punte più elevate per i prodotti petroliferi. Dall’altra il riequilibrio della bilancia dei pagamenti dei paesi debitori viene ostacolato dal moltiplicarsi di misure protezionistiche nei confronti delle loro esportazioni, in un contesto di ripresa generalizzata delle tensioni commerciali fra i principali poli dell’economia occidentale[2].
 
3. Quando, con la sospensione dei pagamenti da parte del Messico nel 1982, la crisi debitoria diventa manifesta, le banche, i paesi creditori e le istituzioni finanziarie internazionali mettono in atto una strategia articolata, che mira ad impedire il ripudio del debito, dividendo il fronte dei paesi debitori e costringendoli ad un confronto con i consorzi dei paesi creditori (Club di Parigi e di Londra), nell’ambito della politica del caso per caso. Da una parte gli istituti di credito chiedono ed ottengono la garanzia di un intervento politico, rafforzando nel contempo la consistenza patrimoniale dei loro bilanci e accantonando riserve consistenti a fronte dei crediti concessi ai paesi in via di sviluppo[3]. Dall’altra, in forza soprattutto delle politiche del Fondo monetario internazionale, i paesi debitori sono costretti a deflazionare pesantemente le loro economie e a rendere disponibili surplus commerciali, con i quali ripagare almeno gli interessi sui prestiti.
In tal modo si impedisce che la crisi del debito si trasformi in una crisi dei crediti, con pericoli per la stabilità del sistema finanziario internazionale, e viene raggiunta una situazione di apparente equilibrio che maschera la profondità e la pervasività dello stato di insolvenza.
Grazie all’aggiustamento imposto ai paesi debitori e grazie agli artifizi finanziari dei paesi creditori, delle banche e delle istituzioni multilaterali, si rimandano nel tempo le scadenze mediante le rinegoziazioni successive dei prestiti, si evitano o almeno si circoscrivono gli episodi di sospensione dei pagamenti, alimentando così l’illusione che il Terzo mondo si trovi in condizioni di illiquidità più che di insolvenza, si congela infine l’ammontare assoluto del debito, in attesa che l’espansione del commercio internazionale ne riduca il peso relativo e ponga le premesse per una ripresa dei flussi creditizi verso i paesi indebitati.
Dopo una prima fase, in cui il problema del debito viene affrontato con una politica di overkilling nei confronti dei paesi debitori, vale a dire con una massiccia deflazione delle loro economie[4], nel 1985 viene lanciato il piano Baker, che vorrebbe associare la stabilizzazione delle economie debitrici ad una ripresa della loro crescita, mediante la concessione di nuovi prestiti da parte delle banche. Queste tuttavia non rispondono all’appello e negano i crediti, tentando anzi in tutti i modi di ridurre la loro esposizione mediante il disinvestimento. Anche questa seconda fase si conclude con un insuccesso.
Attualmente è in corso una terza fase, in cui si tenta di diminuire l’indebitamento attraverso una serie di opzioni pragmatiche (menu approach), che vanno dalla capitalizzazione del debito al riacquisto dei prestiti da parte dei debitori in base ai prezzi scontati del mercato parallelo (buy back). Fra queste, le più diffuse sono le operazioni di titolarizzazione dei prestiti, ossia la loro trasformazione in titoli negoziabili, che vengono poi ceduti dalle banche creditrici a terzi.
Neppure questo approccio sembra idoneo a risolvere il problema del debito. Sotto il profilo tecnico tali operazioni possono riguardare solo una parte dei prestiti; sotto il profilo politico la più nota fra esse, la capitalizzazione del debito (debt-equity swap), ha l’inconveniente di trasferire alle imprese multinazionali del Nord il controllo delle aziende più efficienti del Sud.
Le difficoltà in cui continuano a trovarsi anche i paesi debitori che hanno accettato disciplinatamente le politiche del Fondo e non riescono a far fronte al servizio dei prestiti, nonostante gli accordi di ristrutturazione, dimostrano che il problema del debito non è neppure avviato a soluzione. L’incapacità delle diverse strategie a sollevare il Terzo mondo dalle condizioni di insolvenza si riflette negli indicatori di rischio relativi ai prestiti concessi. Nell’insieme, infatti, i principali indicidi gravità della situazione debitoria dei paesi in via di sviluppo si situano oggi a livelli decisamente più alti di quelli del 1982 (l’anno in cui la comunità internazionale prende coscienza della gravità della crisi), con punte particolarmente elevate per i paesi dell’America latina[5].
 
4. Per il Terzo mondo le conseguenze della crisi debitoria sono pesanti e in alcuni casi drammatiche. I piani di stabilizzazione imposti dal FMI o adottati autonomamente dai governi hanno comportato il varo di misure deflazionistiche volte a ridurre l’assorbimento interno o a liberare avanzi di parte corrente per far fronte al servizio dei prestiti e hanno dato origine a tutta una serie di misure di accompagnamento dirette a liberalizzare i prezzi e ad aumentare l’integrazione delle economie del Terzo mondo nel quadro dell’economia mondiale.
In tal modo sono stati liquidati interi settori industriali sorti grazie alle precedenti politiche di sostituzione delle importazioni, facilitando l’insediamento delle imprese multinazionali e rafforzandone il controllo sulle economie in via di sviluppo, mentre l’estensione delle operazioni di capitalizzazione del debito con la trasformazione del debito in azioni delle imprese locali rende sempre più concreto il pericolo di una ricolonizzazione del Terzo mondo.
La disperata ricerca di divise estere spinge inoltre i paesi debitori a lanciare grandi progetti destinati ad alimentare il flusso delle esportazioni, con pericoli crescenti per la salvaguardia degli equilibri ambientali non solo nel Terzo mondo, ma nell’intero pianeta.
Nel contempo la riduzione degli investimenti associata ai piani di stabilizzazione, la cessazione dei finanziamenti da parte dei paesi creditori, la fuoriuscita netta di risorse attraverso il canale del servizio dei prestiti, le fughe di capitali, ad un tempo causa ed effetto della crisi debitoria, interrompono il processo di crescita dei paesi del Terzo mondo, minandone le prospettive di sviluppo nel medio-lungo andare[6].
Dopo anni di deflazione e di riduzione dei consumi, il reddito pro capite di molti paesi debitori risulta inferiore ai livelli degli anni Settanta, mentre si assiste al peggioramento delle condizioni di vita di ampi strati della popolazione[7].
All’interno dei singoli paesi, per effetto degli elevati livelli di disoccupazione e di inflazione, nonché in seguito alla riduzione e all’abolizione dei sussidi sui generi di prima necessità e allo smantellamento di molti servizi pubblici, particolarmente colpite risultano le classi popolari, mentre le borghesie nazionali riescono a difendere le loro ricchezze e i loro privilegi, schierandosi in alcuni casi a fianco delle banche e dei paesi creditori e traendo vantaggi diretti dalla crisi debitoria.
 
5. Gli organismi finanziari multilaterali, il FMI e la Banca mondiale, intervengono attivamente in questo processo, svolgendo un ruolo importante nell’imporre ai paesi debitori le condizioni delle banche e dei paesi creditori in ordine alla prosecuzione del servizio dei prestiti.
Il loro operato in difesa degli interessi dei paesi industrializzati costituisce il riflesso sia delle motivazioni che stanno alla base della loro origine, sia dei rapporti di potere fra i paesi del Nord e i paesi del Sud, quali si manifestano al loro interno, nella struttura dei loro organi di decisione. E’ noto infatti che le istituzioni di Bretton Woods non sorsero specificamente per affrontare i problemi finanziari connessi con la presenza del sottosviluppo, ma per ricostruire e rafforzare il mercato capitalistico e il sistema monetario internazionale dopo la seconda guerra mondiale; come è noto che i paesi industrializzati, a differenza di quanto accade in altre istituzioni internazionali facenti capo al sistema delle Nazioni Unite, posseggono solide maggioranze di voto all’interno delle due organizzazioni, mentre gli Stati Uniti dispongono di un vero e proprio diritto di veto nell’ambito del FMI.
Occorre ancora aggiungere che la tendenza del FMI e della Banca mondiale a favorire in ogni circostanza gli interessi dei paesi del Nord trova un solido fondamento nell’organizzazione del sistema monetario internazionale e nel ruolo egemone svolto al suo interno dalla moneta degli Stati Uniti, sia nella vecchia versione del Gold-Exchange Standard, sia nella versione attuale del Paper Dollar Standard, in presenza di cambi flessibili. La discriminazione a danno dei paesi in via di sviluppo deriva sia dai privilegi del dollaro come moneta internazionale, sia dalla doppia asimmetria delle regole scritte e non scritte su cui si basa il sistema dei pagamenti fra paesi. Da una parte, infatti, in caso di squilibri della bilancia dei pagamenti, l’onere dell’aggiustamento viene posto a carico dei paesi deficitari e non di quelli che gestiscono in modo speculare gli avanzi; dall’altra la stabilizzazione viene imposta solo ai debitori del Sud, mentre i paesi debitori appartenenti al Nord ottengono condizioni meno stringenti od anche sono sottratti all’aggiustamento, come dimostra il caso clamoroso degli Stati Uniti, alle prese da anni con deficit cospicui e col debito estero più elevato del mondo, grazie ai privilegi di cui gode il dollaro come moneta di riserva[8].
In questo contesto il FMI e la Banca mondiale hanno continuato a svolgere la loro tradizionale funzione di strumenti di perpetuazione del vecchio ordine economico internazionale, contribuendo, con i loro interventi, ad accelerare l’integrazione dei paesi in via di sviluppo nel sistema finanziario e commerciale internazionale dominato dai paesi del Nord e dalle imprese multinazionali, ad eliminare le esperienze di sviluppo autocentrato mediante la rimozione delle limitazioni che consentivano alle industrie nascenti nei paesi del Sud di rafforzare le loro strutture al riparo dalla concorrenza estera, a integrare gli aiuti bilaterali dei paesi industrializzati dell’Occidente, come veicolo di penetrazione commerciale e politica, a sostenere gli interessi commerciali del Nord fornendo risorse vincolate all’espansione degli acquisti nei mercati dei paesi sviluppati.
In rapporto alla crisi debitoria, il FMI e la Banca mondiale hanno agito fondamentalmente come agenzie per il recupero dei crediti delle banche occidentali, adottando la politica del caso per caso, rompendo il fronte dei paesi debitori e imponendo il confronto con l’insieme dei paesi creditori, coalizzati fra loro. Un ruolo di garanzia nei confronti degli istituti di credito è stato soprattutto svolto dal Fondo, i cui piani di stabilizzazione sono stati considerati dai paesi creditori come la condizione necessaria e sufficiente per dar corso alle rinegoziazioni del debito che si sono succedute con sempre maggiore frequenza dopo l’estate 1982.
Il Fondo è stato anche il principale agente che ha indotto i paesi debitori ad attuare pesanti deflazioni volte a rendere disponibili risorse per il servizio dei prestiti. La condizionalità del Fondo è stata rafforzata dopo il secondo shock petrolifero ed ha ispirato misure di concessione condizionale dei crediti anche da parte della Banca mondiale, riducendo fortemente i margini di autonomia per le politiche adottate dai paesi debitori, con pesanti riflessi sull’esercizio della loro sovranità economica.
Il contenuto della condizionalità ha contribuito in maniera determinante a ridurre la base produttiva delle economie in via di sviluppo, a far salire la disoccupazione a livelli intollerabili e ad aggravare in generale le condizioni di vita delle classi popolari. Le industrie locali sono state specificamente colpite dall’eliminazione degli ostacoli agli scambi e del controllo dei cambi, mentre le misure dirette a contrarre il potere d’acquisto delle popolazioni hanno riguardato principalmente l’imposizione di blocchi di salari o la riduzione di questi ultimi, la svalutazione della moneta con il conseguente rincaro delle merci importate e la riduzione della spesa pubblica mediante la diminuzione degli interventi dello Stato nei settori sociali, l’eliminazione delle sovvenzioni sui consumi di base, la contrazione dell’occupazione nel comparto pubblico.
La condizionalità dei crediti concessi dalle istituzioni multilaterali si rivela in tal modo uno strumento per mantenere le relazioni di dipendenza tra i paesi sviluppati dell’Occidente e il Terzo mondo e per indebolire la posizione delle classi popolari all’interno dei paesi in via di sviluppo.
In definitiva, mentre nell’immediato si pongono al servizio delle banche e dei paesi industrializzati dell’Occidente in vista del recupero dei crediti, nel lungo andare, nella misura in cui i programmi di stabilizzazione hanno la conseguenza di ridurre l’accumulazione, di ostacolare l’industrializzazione dei paesi sottosviluppati e di agevolare il controllo delle imprese multinazionali sulle loro economie, impedendo così l’emergere di una divisione internazionale del lavoro più equilibrata, il FMI e la Banca mondiale condividono la responsabilità di rafforzare gli attuali rapporti economici e di potere su scala mondiale, peggiorando anziché rendere meno pesanti le prospettive di crescita del Terzo mondo.
 
6. La soluzione del problema del debito esige una profonda riforma dei meccanismi finanziari e di accumulazione reale che governano l’economia-mondo.
In attesa che maturino le condizioni politiche perché tale riforma possa essere avviata, è necessario un intervento d’urgenza per evitare che la situazione si deteriori ulteriormente e divenga senza sbocchi. Già oggi la diffusa coscienza del carattere strutturale della crisi spinge un certo numero di paesi e di istituzioni a proporre forme di alleggerimento del debito, che comportino una rinuncia più o meno ampia da parte dei creditori ad esigere la restituzione dei prestiti, come molte volte è avvenuto in passato, e segnatamente all’indomani della seconda guerra mondiale nei rapporti fra USA e paesi europei.
L’UNCTAD chiede un condono del 30% dei debiti, i paesi del gruppo dei Sette sono disposti a concedere forme di alleggerimento parziale ai soli paesi meno prosperi, ed alcune banche si spingono al punto di prefigurare forme di cancellazione generalizzata dei prestiti concessi.
Se la Comunità europea creasse su questi temi un rapporto privilegiato con il Terzo mondo all’interno dell’ONU, sarebbe possibile lanciare un’iniziativa d’emergenza, che potrebbe assumere la forma di una moratoria immediata e della convocazione di una conferenza internazionale sul debito, nel corso della quale discutere le forme di condono generalizzato oggi praticabili.
In quella occasione dovrebbero essere poste anche le premesse per il lancio di un piano mondiale per l’occupazione e lo sviluppo, analogo per portata e significato al piano Marshall del secondo dopoguerra[9].
In tal modo, riattivando il processo di crescita nel Terzo mondo, si creerebbero le condizioni per procedere alle riforme più radicali che si rendono necessarie per superare la fase dei rapporti e degli scambi ineguali fra il Nord e il Sud del pianeta.
In questo nuovo contesto saranno sul tappeto la riforma del FMI e della Banca mondiale lungo linee che assicurino anche la salvaguardia degli interessi del Sud, e la necessità di sostituire il dollaro come moneta internazionale, con una pluralità di monete che riflettano l’organizzazione multipolare del mondo.
I paesi in via di sviluppo, rafforzando opportunamente le loro esperienze di integrazione economica regionale, al di là di una difesa della sovranità dei singoli Stati oggi impossibile, potrebbero esprimere l’opzione di lanciare una loro moneta, ancorata eventualmente all’ECU, almeno in un primo tempo.
Sono questi i contenuti concreti che potrebbe assumere nel campo della gestione dell’economia-mondo la creazione di forme di governo mondiale, che utilizzino come criterio regolatore non l’interesse di questo o di quel gruppo di paesi, ma dell’umanità nel suo insieme.
 
Franco Praussello
 
 


[1] Cfr. S. Griffith-Jones, «The Growth of Multinational Banking, the Euro-Currency Market and their Effects on Developing Countries», in The Journal of Development Studies, gennaio 1980.
[2] Su questi argomenti cfr. F. Praussello, Le interdipendenze economiche fra il Nord e il Sud del mondo, Genova, Ecig, 1986.
[3] In seguito alle politiche di rapida capitalizzazione e di aumento delle riserve sui crediti concessi ai paesi del Terzo mondo, il rapporto fra l’esposizione debitoria nei confronti dell’America latina e il capitale proprio per le cento maggiori banche multinazionali del mondo scende ad esempio dal 125 al 57% fra il 1982 e il 1987. Cfr. R. Monro-Davies, «Third World Debt: There is no Alternative to Forgiveness», in Financial Times, 5 gennaio 1989.
[4] Cfr. S. Dell, «Stabilization: The Political Economy of Overkill», in J. Williamson (a cura di), IMF Conditionality, Washington, Institute for International Economics, 1983.
[5] Tra il 1982 e il 1988 il debito totale del Terzo mondo è passato da 831 a 1320 miliardi di dollari. Il rapporto fra debito ed esportazioni nel periodo 1982-1987 è passato dal 120 al 157% per il complesso dei paesi in via di sviluppo e dal 271 al 332% per i paesi dell’America latina.
[6] Particolarmente scandaloso è il fatto che da alcuni anni il Terzo mondo esporti risorse in termini netti, finanziando i paesi del Nord. Negli ultimi anni i trasferimenti netti verso i paesi creditori sono stati superiori a 100 miliardi di dollari. Secondo Gunder Frank, rispetto alle riparazioni pagate dalla Germania dopo la prima guerra mondiale, che ammontarono al 25% del valore delle esportazioni e ad una media del 2% del PNL, i paesi dell’America latina hanno trasferito all’estero a titolo di servizio dei prestiti dopo il 1983 dal 60 al 100% degli incassi delle loro esportazioni, con una media del 6-10% del loro prodotto interno. Cfr. A. Gunder Frank, Causes and Consequences of the World Debt Crisis, documento presentato alla sessione del Tribunale permanente dei popoli sulle politiche del FMI e della Banca mondiale, Berlino Ovest, 26-29 settembre 1988, mimeo.
[7] In base ai dati della Banca mondiale, nel periodo 1980-1987 il reddito pro capite nei paesi maggiormente indebitati è diminuito di circa il 10%, mentre nei paesi dell’Africa subsahariana il calo è stato di oltre il 20%. Sui pericoli, anche politici, che la crisi debitoria comporta per i regimi democratici di molti paesi in via di sviluppo cfr. S. George, «The Impact of the Debt on Production, Income and Democratic System», in AA.VV., The External Debt, Development and lnternational Cooperation, Parigi, L’Harmattan, 1988.
[8] In seguito agli ingenti squilibri delle loro partite correnti con l’estero, successivamente al 1983 gli Stati Uniti sono diventati il paese con il maggiore debito esterno, superiore a quello dei paesi del Terzo mondo più indebitati. Alla fine del 1987 il loro indebitamento ammontava a 678 miliardi di dollari, in termini valutari netti. Nello stesso anno gli Stati Uniti assorbivano dagli altri paesi una quantità di beni e di servizi di gran lunga superiore a quella esportata, finanziando la differenza con 160 miliardi di dollari di importazioni nette di capitali, equivalenti a circa 660 dollari per ogni cittadino americano. Se si considera che questa somma è superiore al reddito totale che è a disposizione dei tre miliardi e mezzo di persone che vivono nel Terzo mondo, si comprende perché i privilegi di cui gode il dollaro come moneta internazionale siano definiti da Triffin come un vero e proprio scandalo monetario mondiale. Cfr. R. Triffin, The Intermixture of Politics and Economics in the World Monetary Scandal, Acceptance Speech, Seidman Award, 15 settembre 1988, Rhodes College, Memphis, Tennessee, mimeo.
[9] Sul possibile contenuto di un piano Marshall per il Terrzo mondo cfr. F. Praussello, «Keynesismo e Welfare su scala internazionale: a proposito di un piano mondiale pe l’occupazione e lo sviluppo», in Il Federalista,XXVIII (1986), pp. 135-140.

 

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