Anno XXXI, 1989, Numero 3, Pagina 223

 

 

ECOLOGIA E PIANIFICAZIONE DEL TERRITORIO.
QUALI ISTITUZIONI?
 
 
Il problema ecologico è certamente uno dei più complessi che l’umanità deve affrontare. Questa complessità si manifesta sia per quanto riguarda i vari ambiti fra loro interrelati in cui esso si articola: il problema della popolazione, dell’agricoltura, delle risorse alimentari, dell’industria, delle materie prime, dell’energia, dello sviluppo urbano, ecc.; sia, di conseguenza, per quanto riguarda gli approcci teorici e le categorie da utilizzare, che devono spaziare dall’economia, alla geografia, alla geologia, ecc.; sia, infine, per quanto riguarda l’ambito territoriale in cui si manifestano i problemi e il relativo quadro istituzionale ali’interno del quale sono possibili scelte efficaci e decisioni democratiche.
In questa breve nota ci occuperemo dell’ultimo aspetto, tenendo presente che esso è sicuramente il più importante, in quanto qualsiasi risposta di tipo tecnico a un problema complesso è pensabile e applicabile solo se i meccanismi decisionali non trovano ostacoli istituzionali, quali la mancanza o l’inadeguatezza dei centri di potere in cui possono manifestarsi responsabilità e volontà politica.
La scelta di questo approccio al problema si basa anche sulla considerazione che troppo spesso ci si ritiene soddisfatti di aver prodotto una ricca documentazione e aver elencato una lunga serie di obiettivi da raggiungere, oppure di dar prova di una profonda coscienza morale attraverso la proclamazione di grandi ideali e principi. Ma qualunque ideale o obiettivo ricevono valore non tanto dall’essere declamati o proposti, quanto dal fatto che essi siano realizzati. Lo scacco non rappresenta certo la confutazione del loro valore o della loro necessità, ma del modo di agire di chi li ha fatti propri. Dunque non basta battersi: bisogna vincere, e la vittoria dipende dalla capacità di conciliare il giusto con l’efficace, di indicare cioè i mezzi istituzionali adeguati.
A tal fine non si può non riflettere sul fatto che, laddove è necessario prendere delle decisioni che riguardano un problema complesso e che coinvolge ambiti territoriali nello stesso tempo diversi e interrelati sono particolarmente rilevanti la distribuzione del potere e la sua articolazione.
 
***
 
Prendendo in considerazione i problemi ecologici, ci si rende subito conto che c’è una grave divaricazione fra gli ambiti territoriali in cui si manifestano (livello della realtà) e la possibilità di dare loro una risposta (livello delle istituzioni). Mentre alcuni problemi si possono manifestare a livello locale o regionale o globale, non esistono, a questi livelli, istituzioni che possano assumersi la piena responsabilità di prendere decisioni. Ognuno di essi si scontra inevitabilmente con l’unico centro di potere cui viene riconosciuto il diritto e che ha la forza di prendere e imporre decisioni: il potere nazionale.
Ciò significa che, sia per quanto riguarda la gestione della propria città, o della propria regione, sia per quanto riguarda i problemi che superano i confini del proprio Stato per raggiungere talvolta una dimensione planetaria, non è garantita la possibilità di controllo dei fattori che riguardano la qualità della vita.
In un’epoca come la nostra, in cui la «qualità della vita» non coincide ormai più con il «tenore di vita», che nelle società avanzate ha ormai raggiunto livelli accettabili per la maggioranza della popolazione, la salvaguardia dell’ambiente è diventata uno dei valori prioritari e le scelte politiche devono basarsi sempre più su valori sociali e comunitari, privilegiandoli rispetto a quelli riguardanti la sfera della vita individuale.
Ma l’assenza di una vita politica attiva ai vari livelli in cui è necessario prendere decisioni rende impossibile l’esercizio concreto delle responsabilità individuali e fa sì che sia sempre più grave la contraddizione e la divaricazione fra i valori e i fatti in campo politico.
Se è vero che nella maggioranza della popolazione dei paesi avanzati si sta diffondendo sempre più quella che possiamo definire «coscienza ecologica», anche per merito dei mezzi di informazione di massa; se è vero che i movimenti ecologisti stanno proliferando in tutto il mondo, è anche vero che prendere coscienza di un problema, di una nuova emergenza, e del valore da affermare per farvi fronte (il valore prioritario della difesa della vita), è solo il primo passo. I passi ulteriori, che implicano il sacrificio di assumersi delle responsabilità, di pagare dei prezzi in termini di tempo e di denaro, sono compiuti in genere solo laddove si ha la certezza o la prevedibile prospettiva che il proprio contributo è possibile, necessario o indispensabile. Il presupposto del superamento della divisione fra sapere e fare è che ogni cittadino possa effettivamente diventare un membro attivo del governo comune.
Ciò non è solo la condizione per attivare energie disponibili, ma è anche la condizione per affrontare i problemi territoriali. La pianificazione del territorio è infatti uno degli aspetti della vita associata in cui sono particolarmente importanti la gestione non burocratica dei problemi e il contributo di coloro che ne conoscono concretamente gli aspetti e le implicazioni.
 
***
 
Nella pianificazione del territorio si manifestano necessariamente momenti conflittuali legati alla contrapposizione di interessi. Ma la rilevanza dei problemi ambientali nella società in cui viviamo deve spingerci a trovare soluzioni nuove per quanto riguarda il processo decisionale, per evitare che la conflittualità assuma un ruolo paralizzante.
Data l’attuale distribuzione del potere e la conseguente gestione politica della vita sociale, spesso sono proprio gli interessi settoriali che determinano la selezione della classe politica e che spingono verso determinate scelte, meno attente agli interessi globali della comunità che alla ricerca di un consenso funzionale al mantenimento del potere. In uno Stato centralizzato, il rapporto fra cittadini e amministratori locali è continuamente mediato dai calcoli politici dei partiti miranti al mantenimento e all’aumento del loro potere a livello nazionale.
Se dunque vogliamo superare questa impasse legata a una conflittualità permanente e alla sua strumentalizzazione, è necessario ripensare sia il processo decisionale, sia il quadro istituzionale in cui esso può esplicarsi.
Per quanto riguarda il processo decisionale, bisogna fare due considerazioni: 1) la gestione territoriale presenta un particolare carattere di complessità e l’indicazione di soluzioni implica spesso conoscenze tecniche abbastanza specifiche. Ma non bisogna da ciò trarre la conseguenza che solo un ristretto numero di persone (i tecnici) è dunque legittimato a decidere. In realtà, proprio per quanto riguarda le decisioni in questo campo è innegabile la necessità che esse siano collettive, coinvolgano cioè tutti coloro che di esse subiranno le conseguenze. 2) La contrapposizione di interessi e valori è ineliminabile, ma, per evitare situazioni paralizzanti o strumentalizzazioni, bisogna trovare lo strumento per eliminare il conflitto sostituendolo con la mediazione.
Il primo punto riguarda il problema della risposta democratica alla crisi del potere, alla crisi delle istituzioni, che caratterizzano la società in cui viviamo.
L’importanza di questo problema è evidente se si considera che i processi in atto e le proposte avanzate per dare una soluzione a questa crisi non vanno propriamente nella direzione di un avanzamento della democrazia. Le soluzioni spesso suggerite o messe in pratica tendono infatti verso l’autoritarismo quando privilegiano il discorso dell’efficienza e mettono un accento particolare sulla funzione degli esperti, considerati come gli unici in grado non solo di prendere decisioni di tipo tecnico, ma anche di indicare necessità e scopi sociali della pianificazione e della difesa del territorio. In realtà, come già ricordava Lewis Mumford (La cultura delle città, Milano 1954), l’opera del filosofo, dell’educatore, dell’artista, dell’uomo comune non è meno essenziale per quanto riguarda l’immissione di valori nelle scelte: poiché ciò che si richiede perla vita politica non è una pura e semplice scienza empirica, di per sé stessa inerte, ma la capacità di trasformare la realtà sulla base di scelte razionali, non possono essere esclusi da queste scelte coloro sui quali esse ricadranno (a meno, naturalmente, di accettare l’alternativa totalitaria). Ma certamente non basta esprimere l’esigenza della partecipazione senza proporre soluzioni istituzionali nel quadro delle quali la partecipazione stessa diventi un fatto positivo(democratico) e non corra il pericolo di assumere una valenza demagogica priva di sbocchi.
Il secondo punto riguarda il grado di conflittualità accettabile. Nel quadro istituzionale attuale il confronto di opinioni e di soluzioni tende ad essere basato soprattutto su esigenze strategiche (che mirano cioè solo al successo piuttosto che all’accordo tra le parti), mentre difficilmente è accettato e messo in pratica un confronto intersoggettivo basato su esigenze di razionalità. Il termine «mediazione» vuole significare proprio questo. Esso, in questo contesto, non ha il significato che l’attuale gestione del potere tende a conferirgli,il significato cioè di «compromesso» tra parti in lotta, ma può e deve assumere il senso di una dialettica democratica di tipo nuovo, all’interno di un nuovo quadro istituzionale.
 
***
 
Il quadro istituzionale è dunque il nodo cruciale. Come già detto all’inizio, l’impasse a cui ci troviamo di fronte (che non concerne solo i problemi ecologici, ma che comunque è particolarmente grave se riferita a questi, vista la loro complessità e la loro urgenza) riguarda l’articolazione dei livelli di potere. E uno dei livelli a partire dal quale possono essere mobilitate le energie disponibili per la gestione della vita sociale è quello locale. Esso è il livello che più ha subito e subisce i condizionamenti della gestione nazionale e burocratica dei problemi ed è il livello in cui il significato vero e più stretto del termine «democrazia» (coincidenza fra governanti e governati) può manifestarsi.
L’attivazione del polo comunitario (locale), attraverso il riconoscimento della sua autonomia e del potere decisionale in relazione a competenze determinate (che naturalmente si deve accompagnare all’autonomia impositiva) avrebbe come conseguenza la creazione di un quadro politico all’interno del quale ognuno potrebbe riconoscersi (e riconoscere gli altri) come soggetto di scelte razionali, ossia di scelte che siano risposte ai bisogni reali e ai valori che costituiscono il patrimonio della comunità a cui si appartiene.
Allo scetticismo nei confronti della capacità degli uomini di autogovernarsi e, sul fronte opposto, al velleitarismo di coloro che ritengono soddisfatte le esigenze di partecipazione laddove si riesca a coinvolgere la gente in azioni di protesta (privilegiando dunque l’aspetto conflittuale e strategico della gestione della vita sociale) bisogna opporre la scelta comunitaria. Le capacità razionali dell’uomo, che dovrebbero essere alla base di ogni scelta, non vanno, infatti, né negate né assunte come presupposto indubitabile. Esse sono il frutto di un lungo cammino e sono direttamente proporzionali alla possibilità che l’uomo ha di imparare ad utilizzarle. E ciò implica a sua volta la possibilità di pensare e agire in un contesto socialmente integrato, autonomo e responsabile.
E’ evidente che questo obiettivo non può essere raggiunto mantenendo intatta la sovranità esclusiva del livello di potere nazionale. L’unico modello alternativo che offre qualche prospettiva di soluzione al problema del superamento della sovranità nazionale esclusiva, e che valorizza nello stesso tempo il polo comunitario e il polo cosmopolitico, è il modello federale così come si va delineando nelle teorizzazioni che sono già apparse su questa rivista[1], un modello cioè, che, partendo dall’analisi della prima esperienza federale della storia, l’esperienza americana, vada al di là di essa proprio per quanto riguarda le risposte all’esigenza sempre più pressante di fare di ogni uomo un cittadino partecipe.
 
Nicoletta Mosconi
 
 


[1] Cfr., per esempio, Mario Albertini, «Discorso ai giovani federalisti», in Il Federalista, XX (1978), pp. 51-67; Francesco Rossolillo, «Il federalismo nella società post-industriale», in Il Federalista, XXVI (1984), pp. 122-137.

 

Condividi con