Anno LI, 2009, Numero 1, Pagina 57

 

 

L’EUROPA E LA RICERCA
 
 
Per comprendere le dinamiche della ricerca in Europa, occorre considerare che il suo finanziamento ed il suo indirizzo sono saldamente nelle mani degli Stati per quanto riguarda la ricerca di base, quella applicata ed il supporto alla ricerca e allo sviluppo delle aziende, mentre la Commissione europea promuove soltanto alcuni grandi progetti comuni quasi esclusivamente nell’ambito della ricerca applicata. Negli Stati Uniti, il nostro principale competitore, avviene esattamente il contrario: nell’ultimo decennio gli Stati membri della Federazione americana hanno investito solo l’1,9% del PIL contro il 2,6% del governo centrale.
Il quadro di riferimento principale per le politiche della ricerca in Europa sia a livello continentale che dei singoli Stati è costituito dalla Strategia di Lisbona, promossa dal Consiglio europeo e gestita dalla Commissione europea.[1]
Il progetto parte dalla constatazione che all’inizio degli anni Novanta due fenomeni di vasta portata hanno cominciato a rivoluzionare l’economia e la vita quotidiana del mondo intero, compresa l’Europa: da un lato, l’emergere della globalizzazione, con la sempre maggiore interdipendenza delle economie del mondo e, dall’altro, la rivoluzione tecnologica, con l’arrivo di Internet e delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. I leader dell’Unione europea, consapevoli dell’importanza dell’innovazione tecnologica per lo sviluppo economico-sociale, si sono resi conto dei pericoli che i loro Stati correvano nella competizione sempre più forte a livello internazionale. Riunitosi a Lisbona nel marzo 2000, il Consiglio europeo ha così conferito all’Unione un nuovo ambizioso obiettivo: diventare entro il 2010 «l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale». Il Consiglio europeo ha adottato una strategia dettagliata per conseguire tale obiettivo. La «strategia di Lisbona» prevede infatti interventi in numerosi settori, quali la ricerca scientifica, l’istruzione, la formazione professionale, l’accesso a Internet e il commercio on-line, la riforma dei sistemi di sicurezza sociale. Tra gli obbiettivi di questa strategia c’è l’incremento degli investimenti per l’istruzione superiore, che in Europa raggiungono appena l’1,3% del Pil contro il 3,3% degli Stati Uniti, per portarli a livello di quelli americani e la creazione di uno spazio europeo della ricerca e dell’innovazione.[2]
Manca meno di un anno alla scadenza del 2010 ed appare ormai certo che il vertice conclusivo, se vorrà occuparsene, non potrà che constatare che nessuno degli obiettivi del piano è stato raggiunto. In questi dieci anni l’economia e la società europee hanno al contrario subito pesantemente gli effetti negativi della globalizzazione e l’attuale crisi finanziaria ed economica rischia di affossare definitivamente gli ambiziosi ed irrealistici progetti dei Capi di Stato europei.
 
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Al cuore della Strategia di Lisbona stanno i programma quadro pluriennali, che sono gli strumenti con cui la Commissione europea ha stabilito e ha realizzato dal 1984 le sue politiche nel campo dello sviluppo tecnologico e della ricerca applicata.
Quello ora in atto è il Settimo Programma Quadro[3] che mira ad aumentare il bilancio annuale dell’Unione europea destinato alla ricerca e ad incentivare gli investimenti nazionali e privati.
Esso prevede quattro grandi obiettivi che corrispondono ad altrettanti programmi specifici, sulla cui base sono strutturate le attività europee nel settore della ricerca.
Il programma Idee si propone di incentivare le ricerche di frontiera in Europa, cioè la scoperta di nuove conoscenze che cambino fondamentalmente la nostra visione del mondo e il nostro stile di vita. Alla testa di questo programma sta un consiglio scientifico che definisce le priorità e le strategie scientifiche in maniera autonoma.
Il programma Persone stanzia risorse finanziarie importanti per promuovere le opportunità di mobilità e di carriera dei ricercatori europei ed per attirare un maggior numero di giovani ricercatori di qualità.
Il programma Capacità intende investire nelle infrastrutture di ricerca con lo scopo di fornire ai ricercatori degli strumenti efficaci per rafforzare la qualità e la competitività della ricerca europea. Si tratta per esempio di investire di più nelle regioni meno efficienti, nella creazione di poli regionali di ricerca e nella ricerca a vantaggio delle piccole e medie imprese.
Il programma principale è però quello di Cooperazione che mira a rafforzare i legami tra l’industria e la ricerca in un quadro transnazionale. L’obiettivo è costruire e consolidare la leadership europea nei settori della ricerca più importanti per la Commissione europea, e cioè la salute, i prodotti alimentari, l’agricoltura e le biotecnologie, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le nanoscienze, le nanotecnologie, i materiali e le nuove tecnologie di produzione, l’energia; l’ambiente (compresi i cambiamenti climatici); i trasporti (compresa l’aeronautica); le scienze socioeconomiche e le scienze umane; la sicurezza e lo spazio.
Lo stanziamento di bilancio per questo programma quadro è più di 50 miliardi di euro, ossia in media 7 miliardi di euro l’anno, per più di metà assorbiti dai progetti di cooperazione.
Un altro strumento di indirizzo dell’innovazione tecnologica utilizzato dalla Commissione europea è costituito dalle Piattaforme Tecnologiche Europee,[4] che costituiscono le nuove iniziative europee che riuniscono aziende, istituti di ricerca, mondo finanziario e istituzioni per definire un’agenda di ricerca comune per singole aree tecnologiche con l’obiettivo della leadership globale dell’Unione europea.
Attualmente le Piattaforme Tecnologiche Europee operative sono ventotto; tra i settori di cui si occupano vi sono la nanomedicina, la chimica sostenibile, il trasporto europeo su strada e la mobility, la salute animale globale, le reti elettriche del futuro, la nanoelettronica, i sistemi informatici integrati, le manifatture, l’approvvigionamento idrico e misure sanitarie, la silvicoltura, le «piante per il futuro», la costruzione, il tessile e la confezione, l’acciaio, l’energia fotovoltaica, la Piccola e Media Impresa ad alta tecnologia.
In realtà le piattaforme tecnologiche non sono promosse solo a livello europeo, ma hanno avuto grande sviluppo anche a livello nazionale, creando problemi di sovrapposizione e di coordinamento tra le iniziative degli Stati e quelle europee. Per dare un’idea del clima di confusione che contraddistingue queste iniziative vorrei citare due paragrafi di un recente documento della Confindustria italiana:[5] «Un punto molto critico riguarda la definizione di una posizione nazionale nel promuovere e sostenere alcune TPE e non altre, nell’ottica di dare priorità a quelle che posseggano un più alto valore strategico per la nazione… Il Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha avviato, dalla metà del 2004, un’iniziativa per la realizzazione e il sostegno in Italia di alcune piattaforme tecnologiche, con l’intento di costruire un corrispettivo nazionale degli analoghi programmi promossi dalla Commissione».
Il grosso limite delle politiche per la ricerca della Commissione europea, comunque, resta la scarsa presenza nella ricerca di base.[6] I finanziamenti, attraverso i programmi quadro, vengono diretti quasi esclusivamente verso la ricerca applicata, finalizzata al raggiungimento di obiettivi pratici nel breve e medio periodo, senza considerare che questa viene alimentata dai progressi delle conoscenze e dell’innovazione prodotti dalla ricerca di base.
Bisogna inoltre ricordare che per alcune discipline di frontiera, come l’immunologia e le biotecnologie, non è possibile distinguere in modo netto la ricerca di base da quella finalizzata. Negli Stati Uniti infatti le nuove scoperte in questi campi sono spesso tradotte in applicazioni pratiche sfruttate attraverso progetti di imprenditoria accademica.
E’ quindi necessario per l’Europa valorizzare il proprio patrimonio di ricerca fondamentale, promuovendo allo stesso tempo il suo trasferimento nell’innovazione tecnologica in cui è carente. E’ impensabile credere di riuscire a realizzare un’Europa basata sulla conoscenza senza una ricerca di base e senza strumenti operativi efficaci nel campo della politica della ricerca.
Il risultato è che l’Europa sta perdendo terreno in modo preoccupante rispetto ai suoi vecchi e nuovi competitori internazionali. Le statistiche rilevano che l’interesse degli scienziati a trasferirsi in Europa è in netto declino e che abbiamo sempre più difficoltà a trattenere i nostri ricercatori. Il calo vistoso del numero di premi Nobel assegnati all’Europa è l’indicatore più di sintomatico di questa tendenza. L’Unione europea produce più laureati in discipline scientifiche e in ingegneria degli USA o del Giappone, ma non riesce a fornire loro sbocchi professionali adeguati. Per esempio l’Irlanda, spesso citata come caso di successo nel campo della ricerca e dell’innovazione, è il Paese europeo che perde più cervelli, uno su quattro.[7]
In effetti, in uno scenario di ricerca ormai globale, il nostro problema non è esportare competenze (che potrebbe anzi essere considerato un positivo riconoscimento della qualità della nostra formazione), ma l’incapacità di attrarre competenze dall’estero. Purtroppo in una indagine tra i 15.000 ricercatori di nazionalità europea che hanno acquisito il titolo di PhD negli Usa nel 2001, circa 11.000 hanno dichiarato di non aver intenzione di far ritorno in Europa.
Inoltre, i rapporti pubblicati dalla Commissione europea rilevano sistematicamente che il gap di innovazione tra USA ed Europa continua a crescere. E’ semplicemente irrealistico credere di poter competere con gli Stati Uniti, il Giappone ed i giganti asiatici, come India e Cina, con gli strumenti di cui l’Europa è dotata a livello continentale.
Al giorno d’oggi la ricerca scientifica e tecnologica può essere organizzata in modo efficace solo dai grandi Stati, come mette in evidenza con grande chiarezza Alberto Mantovani, ricercatore dell’Istituto Mario Negri e dell’Università degli Studi di Milano, in un suo articolo:[8] «Proviamo ad immaginare gli Stati Uniti senza agenzie e senza una politica federale della ricerca di base, dove il Kansas e l’Ohio o la stessa California decidono autonomamente le priorità, selezionano e guidano i rispettivi sistemi di ricerca. Oppure gli Stati Uniti senza il National Institutes of Health, l’organo federale principale che distribuisce i fondi nel settore biomedico e che costituisce la base del primato scientifico ed economico del paese nelle biotecnologie.
La ricerca richiede sempre più massa critica ed investimenti in una dimensione continentale. L’attuale dimensione europea della ricerca invece è insufficiente e asfittica, frammentata e addirittura lillipuziana quando la si confronti con i nostri competitori. Gli attuali programmi quadro si focalizzano infatti su argomenti estremamente specifici e ristretti in una logica top-down in cui le tematiche sono definite dall’alto. La struttura di sostegno della ricerca di base ha invece bisogno di programmi di lavoro e priorità scientifiche molto più aperti rispetto a quelli della ricerca finalizzata. L’entità dei fondi che la Commissione gestisce è inoltre di ordini di grandezza inferiore se paragonata ad esempio con il National Institutes of Health statunitense.»
Tenendo presenti queste carenze della ricerca di base in Europa è possibile trovare una spiegazione anche al cosiddetto «paradosso tecnologico» che caratterizza l’attività di ricerca nei Paesi europei. La ricerca di base ha perso terreno in Europa soprattutto nei settori di più alto valore strategico, come la genetica e le nano-tecnologie, in cui sono essenziali programmi e finanziamenti a livello continentale, ma resta all’avanguardia in molti altri settori, in cui gli Stati riescono ancora a mettere in campo le risorse necessarie. Il declino è invece generalizzato nello sfruttamento dei risultati della ricerca di base, soprattutto in confronto agli Stati Uniti. Per esempio, i ricercatori europei pubblicano quanto i loro colleghi americani, ma rispetto a loro sono molto in ritardo per quanto riguarda il numero di invenzioni, brevetti, contratti di licenza e spin-off. Il problema di fondo della ricerca in Europa è lo scarto crescente tra la produzione di conoscenza scientifica e la capacità di trasformarla in innovazione tecnologica per sostenere lo sviluppo delle economie e delle società degli Stati europei.
L’Europa ha bisogno di una rete di centri di ricerca, di finanziatori, di industrie, di un vero e proprio sistema, simile a quello degli USA, che favorisca la trasformazione della ricerca scientifica in nuovi prodotti e servizi, per creare nuove industrie, attirare nuovi ricercatori e migliorare la posizione delle aziende europee nel mondo.
Le ragioni dell’insuccesso della Strategia di Lisbona non dipendono tanto dalle scelte politiche o dalla cattiva volontà delle istituzioni europee e dei governi nazionali, quanto dalle carenze strutturali che stanno alla base dell’organizzazione della ricerca in Europa.
La Strategia di Lisbona è l’ennesima dimostrazione di come la cooperazione tra gli Stati europei non garantisca il raggiungimento degli obiettivi fissati, ma anzi determini inefficienza e mancanza di credibilità per l’Europa.
Infatti, come spiegano i politologi con la teoria dell’azione collettiva, l’esistenza di potenziali ricadute positive non basta a garantire un comportamento cooperativo. Nel corso dell’attuazione della Strategia di Lisbona ha potuto manifestarsi la cosiddetta «tragedia dei beni comuni»: un singolo membro può trarre benefici dal deviare dalla strategia perseguita da tutti gli altri. E’ infatti interesse di ogni singolo Stato ritardare l’attuazione delle decisioni prese in comune per cercare di sfruttare le iniziative messe in atto dagli altri senza pagarne i costi.[9]
 
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La Commissione europea sta da tempo lavorando attorno all’idea di creare un European Research Council sul modello delle agenzie americane che sostengono la ricerca di base. La Commissione europea — e la comunità scientifica che caldeggia questa iniziativa — devono però ancora dimostrare all’opinione pubblica europea come essa potrà raggiungere il risultato di invertire la rotta della ricerca in Europa. Il brano dell’articolo di Mantovani che riporto sopra, confrontando i diversi contesti in cui operano gli scienziati in Europa e negli USA, mette in evidenza la relazione tra la vitalità della ricerca scientifica e la dimensione del quadro in cui essa viene organizzata. L’articolo non compie però il passo successivo, astenendosi dall’affrontare il tema fondamentale: la presenza in America — e l’assenza in Europa — di uno Stato federale che possa raccogliere autonomamente le risorse necessarie a finanziare la ricerca a livello continentale, che sia in grado di aggregare centri di ricerca, istituzioni finanziarie ed imprenditori attorno a grandi progetti di interesse comune e che risponda dei risultati direttamente ai cittadini, senza condizionamenti da parte degli Stati.
Riconoscere a livello politico ed istituzionale l’importanza della scienza, incrementare i fondi destinati alla ricerca e razionalizzarne l’utilizzo attraverso l’istituzione di un’Agenzia indipendente non bastano a garantire che tali fondi siano ben spesi. Partorito dal Consiglio europeo, l’European Research Council erediterebbe gli stessi geni delle altre istituzioni europee, che si stanno dimostrando inadeguate ad arrestare la decadenza degli Stati europei. Iniziative come quella del l’European Research Council possono rallentare la crisi della ricerca scientifica e tecnologica in Europa, ma non ne rimuovono le cause di fondo.
 
Laura Filippi


[1] European Commission, «Facing the challenge. The Lisbon strategy for growth and employment» (Rapporto Kok), Office for Official Publications of the European Communities, 2004.
[2] «Building the ERA of knowledge for growth», Communication from the Commission, Brussels, 6.4.2005.
[3] «Decisione n. 1982/2006/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006, concernente il Settimo programma quadro di attività comunitarie di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione (2007-2013)», Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea, serie L 412 del 30 dicembre 2006.
[4] European Commission, «Technology Platforms – From Definition to Implementation of a Common Research Agenda», Office for Official Publications of the European Communities, 2004.
[5] «Position paper su Piattaforme Tecnologiche europee e nazionali», Confindustria, 10-05-2007.
[6] «Science and technology, the key to Europe’s future — Guidelines for future European Union policy to support research», Communication from the Commission, Brussels, 16.6.2004.
[7] «Annuario scienza e società», edizioni il Mulino, 2009.
[8] «Per un European Research Council» Alberto Mantovani, Darwin Numero 5 - Anno 2 - I/II 2005.
[9] «Per una nuova strategia di Lisbona», Stefan Collignon, Italianieuropei, 02/2005.

 

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