IL FEDERALISTA

rivista di politica

 

Anno LII, 2010, Numero 2, Pagina 141

 

 

CRESCITA O DECLINO?
 
 
L’ultimo decennio è stato attraversato da accadimenti così straordinari per numero, impatto e portata da mettere in discussione tutti i modelli di società che conosciamo. Questo è, forse, più evidente in Europa dove la limitata capacità di manovra istituzionale rende questa eccezionale accelerazione della storia ancora più sconvolgente.
L’ultimo successo europeo concreto e indiscutibile è stato l’euro, introdotto come unità di conto nel gennaio del 1999 congelando tra loro i tassi di cambio delle diverse monete degli Stati che avrebbero partecipato a questa “cooperazione rafforzata ante litteram”; dall’inizio del 2002 è entrato in vigore come moneta unica circolante.
Il Trattato di Maastricht, sottoscritto nel 1992, forse ultimo passo decisivo verso il progresso dell’Europa, aveva introdotto dei criteri di convergenza nominali che non menzionavano convergenze reali e non tenevano conto, perché non potevano farlo a priori, dei cicli economici ordinari e tantomeno di quelli straordinari. L’ipotesi di convergenza prevedeva quindi un processo economico privo di shock. I fisici definirebbero questo stato un’ipotesi di moto rettilineo uniforme.
I criteri di convergenza che si basavano su un assioma di “responsabilità fiscale” erano frutto di una negoziazione con la Germania che aveva rinunciato ad un marco forte in cambio di chiari impegni di rigore e serietà. Il Patto di stabilità e crescita introduceva i famosi parametri di Maastricht. Tra gli altri: deficit al 3% del PIL e debito intorno al 60% del PIL.
L’architettura istituzionale che accompagnava la nascita della moneta unica prevedeva la creazione di un sistema europeo della banche centrali che aveva come braccio operativo la Banca centrale europea, incaricata di perseguire il solo obiettivo di proteggere la stabilità dei prezzi, ovvero di mantenere l’inflazione al di sotto del 2%. Essa inoltre stabiliva una completa separazione tra l’unica autorità monetaria, ossia la BCE, e le molteplici autorità fiscali, rappresentate dagli Stati nazionali sovrani.
Con queste prerogative il sistema euro risulta caratterizzato da una notevole asimmetria: un’unica autorità di alto livello in ambito monetario e assenza di un’unica autorità sorella a livello fiscale, politico e economico. Ma il problema è che, se la sovranità è la “capacità di decidere in ultima istanza”, essa risulta per definizione indivisibile: in Europa essa risiede ancora nelle mani degli Stati nazionali e l’ipotesi di operare trasferimenti parziali di sovranità è di fatto irrealistica. Il sistema istituzionale è in impasse e la politica funzionalista dei “piccoli passi” non sembra poter più fornire soluzioni valide.
Dunque, la politica fiscale rimane una prerogativa dei vari livelli nazionali che hanno un raggio d’azione stabilito a priori dal Patto di stabilità e crescita. Questa tuttavia non rappresenta la limitazione più grave del sistema, in quanto l’inefficienza degli Stati nazionali, definiti da Einaudi “polvere senza sostanza”, risiede proprio nell’essere divisi e nell’amministrare risorse che, per questo motivo, non producono effetti sinergici e perdono molta della loro efficacia.
Ritornando ai meccanismi che governano oggi l’Europa, oltre ai parametri di Maastricht menzionati, il Patto di stabilità e crescita contiene ulteriori principi: innanzitutto l’indipendenza della Banca centrale europea dal potere politico; inoltre, l’introduzione della regola di no bail-out (salvataggio) dei deficit dei governi nazionali e la proibizione di finanziamento dei deficit dei singoli Stati nazionali attraverso politiche monetarie.
In questo quadro di regole, il 1° marzo di ogni anno i programmi di stabilità dei singoli Stati vengono inviati alla Commissione. Il Consiglio (ECOFIN) esamina i report ricevuti e produce un parere. Se uno Stato diverge dalle indicazioni del Patto, il Consiglio raccomanda di perseguire un programma di stabilità ancora più stringente. Il Patto tiene conto di eventuali situazioni recessive evitando sanzioni nei casi di diminuzione significativa dell’output.
Questi meccanismi hanno subito la prova dei fatti in diverse occasioni in questi anni. Di solito in fasi recessive gli Stati sono messi sotto pressione per aumentare le tasse e tagliare le spese, ma questi provvedimenti producono un aggravamento della situazione di crisi e, nella migliore delle ipotesi una stagnazione economica.
Da diversi anni il dibattito sull’euro viene affrontato ai vari livelli, incluso quello specialistico. Vorrei citare, in particolare, uno studio del 2004 dell’economista Philip Arestis, nel quale, dopo aver sottolineato come l’eurozona sia il più importante esempio di formazione di un’area con una moneta unica pur senza un’unione politica e dopo aver riconosciuto l’indubbia valenza di tale costruzione, se ne mettono tuttavia in luce estesamente i limiti e i rischi.
Arestis fa riferimento a due lezioni frutto anche del suo studio della storia delle unioni monetarie: la prima lezione è che l’unione politica è un prerequisito molto importante, in quanto le unioni monetarie hanno una durata limitata e devono diventare unioni politiche per sopravvivere; la seconda lezione è che la convergenza economica risulta essenziale quando manca l’unione politica. Tale convergenza implica una condizione di stazionarietà e assenza di shock.
In un precedente scritto di Arestis e altri si fa un breve cenno storico alle unioni monetarie sottolineando come quelle che sopravvivono senza Stato sono, di solito, caratterizzate da piccole realtà economiche: in particolare il franco CFA in Africa o l’ECCU (Eastern Carabben Currency Union). Questa tenuta è essenzialmente dovuta alla facile convergenza di tali economie e, probabilmente, alla loro scarsa rilevanza. Sono riportati come casi frequenti, invece, molti esempi di collasso di unioni monetarie una volta dissoltasi l’unione politica che le garantiva: tra gli esempi più recenti l’URSS e la Jugoslavia.
Arestis analizza anche le politiche macroeconomiche dell’Unione che, a causa dell’assenza di uno Stato, si basano sui seguenti assunti: innanzitutto “viene data priorità alla politica monetaria rispetto alla politica fiscale ed è proibito il coordinamento delle politiche monetarie e fiscali”; inoltre “le condizioni della domanda macroeconomica, incluse le politiche monetarie e fiscali, non sono in grado di influire sul livello di equilibrio del tasso di disoccupazione (NAIRU, Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment), e, in termini più generali, sul livello dell’attività economica”.
Il presupposto su cui si basa questo sistema è infatti che la politica monetaria non abbia influenza sull’economia nel lungo periodo. Tuttavia, l’andamento della domanda è influenzato dal tasso d’interesse e in generale sono gli investimenti che gettano le basi per la crescita e la produttività futura. La politica fiscale non dovrebbe dunque essere soggetta a qualche regola aprioristica e arbitraria, ma dovrebbe sostenere l’occupazione. Ovvero, essa dovrebbe cercare di assicurare il più elevato livello di attività economica e, quando necessario, il deficit dovrebbe essere utilizzato per controbilanciare bassi livelli di domanda aggregata. La politica economica e monetaria europea è soggetta, invece, a regole avulse dai bisogni reali della società e perde la funzionalità di gestione macroeconomica che dovrebbe avere.
Nello stesso studio Arestis sottolinea che “credere che un’economia di mercato funzionerà in maniera efficiente senza interventi di redistribuzione del governo permette di ovviare a ogni necessità di politica economica nell’eurozona.” Ma il problema è che nell’eurozona sono presenti Stati con considerevoli disparità economiche e Arestis sottolinea come tale situazione potrebbe essere mitigata solo tramite politiche economiche che presuppongono uno Stato federale. “Un sistema di stato sociale unico migliorerebbe la mobilità dei lavoratori e comporterebbe elementi di redistribuzione. Una considerevole politica fiscale aiuterebbe l’integrazione economica, ma comporterebbe significativi trasferimenti fiscali tra le regioni e tra gli Stati”. All’Europa, invece, mancano i mezzi, e non solo quelli politici. Non esiste una fiscalità europea, così come non esistono un sistema sociale europeo e un vero e proprio mercato del lavoro europeo. Il bilancio dell’Unione europea, pari a circa l’1,24% del suo PIL, la rende paragonabile per risorse ad una organizzazione non-governativa.
Oltre agli studi di Arestis e del suo team vorrei citare anche un’ulteriore fonte super partes ovvero le ricerche di una studiosa americana che analizzano l’euro e l’Europa con curiosità e con approccio scientifico. Kathleen McNamara in un recente articolo si chiede se l’euro possa essere un reale concorrente del dollaro. La risposta è sostanzialmente negativa, perché lo studio individua un limite strutturale di tipo istituzionale e ne evidenzia i rischi, spiegando anche come mai l’euro non possa ancora assurgere al titolo di sostituto del dollaro e descrivendo dal punto di vista di oltre Atlantico l’attuale assetto dell’Unione: “[…] Se l’Unione accrescesse la sua integrazione politica con adeguate istituzioni al punto di poter agire nell’arena internazionale come motore per rendere effettivi progetti con influenza globale, allora l’euro sarebbe pronto a sostituire il dollaro. […] Tuttavia, l’uso internazionale diffuso di una moneta potenzialmente porta a perdita di controllo sulla stessa e il valore della medesima è difficile da stabilizzare nel caso in cui ingenti quantitativi siano posseduti da investitori internazionali. […] L’Unione è limitata in quanto è un para-stato ovvero una federazione mancata con qualche aspetto di potere di tipo statale, ma senza una capacità politica e istituzionale di parlare con una sola voce o di agire con l’alacrità che occorre per affrontare una crisi finanziaria internazionale. […]”
Sull’ultimo punto alcuni commenterebbero che l’Unione ha stanziato ingenti somme sotto la minaccia delle speculazioni e dei mercati finanziari in occasione della recente crisi greca. Per inciso spesso si definiscono speculatori i risparmiatori che vendono i loro titoli quando cominciano a perdere valore! Tuttavia, “agire alacremente” significa soprattutto investire in progetti per lo sviluppo con trasparenza. Gli USA hanno reagito alla crisi con questo spirito oltre che con progetti ambiziosi. Consultando la fonte Recovery.govè possibile sapere come sono state ripartite le risorse su singoli progetti. Proprio l’impossibilità di spiegare la stessa cosa per quanto riguarda l’Unione europea fa comprendere che una somma analoga messa sul piatto non produrrà gli stessi effetti perché in fondo è stata stanziata con porzioni di risorse nazionali ispirate dal principio del “giusto ritorno” e dell’egoismo nazionalistico. Spesso non è chiaro quanto invece i destini degli europei siano strettamente intrecciati anche nella sostanza dei conti economici. L’Italia, ad esempio, deve un terzo del suo debito pubblico alla Francia.
 
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L’Europa deve essere basata sui valori ed in particolare sulla solidarietà. L’impianto federale è, dunque, sia lo strumento più idoneo dal punto di vista razionale per realizzare i valori dei Padri fondatori sia l’unico mezzo conosciuto per riuscire ad affermare il benessere e la pacifica convivenza di tutti i cittadini.
E’ sempre più evidente che la crisi ha modificato l’ordine economico e politico del mondo, ma tale ordine di cose non è mutato all’improvviso. In Italia, ad esempio, è risaputo da tempo che l’attuale generazione di ventenni-trentenni, composta da schiere di “milleuristi”, sarà la prima dal dopoguerra ad avere un tenore di vita inferiore a quello delle precedenti generazioni.
Inoltre, l’impoverimento dell’Occidente non sempre è ascrivibile a trasferimenti di ricchezze in altri territori. Anzi, se le cose stessero semplicemente in questi termini forse non saremmo così preoccupati. Invece spesso si attinge al valore futuro, a volte presunto, scaricando sulle spalle delle generazioni che verranno pesi insostenibili. Inoltre, si scelgono modelli superati, ad esempio, sfruttando eccessivamente manodopera non qualificata senza un progetto di sviluppo incentrato sulla qualità — come in molti paesi manifatturieri — invece di puntare sull’automazione e le competenze, perseguendo così un’irrazionale distruzione di valore.
In questo quadro di minor creazione del valore le risorse si diradano e si polarizzano come in tutte le società che intraprendono un cammino di declino. I timori riguardo alla capacità di molti paesi di rientrare entro livelli di indebitamento più contenuti nei tempi e nei modi pattuiti sono del tutto razionali e non rappresentano solo un argomento frutto di intenti speculativi.
Sono stati fatti diversi tentativi di paragone tra la crisi attuale e le altre avvenute in passato, e quello che solitamente si constata è che i meccanismi di governo nel passato sono quasi sempre stati inadeguati. Tuttavia, la storia avanza proprio grazie alla capacità di andare oltre i limiti del passato, avendo come riferimento la cultura, i valori e il bene comune.
L’Europa è la somma di diversi Stati nazionali, ciascuno con una macchina per l’amministrazione della res publica che non trova paragoni. Alcuni leggono in questa peculiarità europea solo il pericolo dei costi, altri comprendono che proprio il saper conciliare crescita e perequazione è la chiave per garantire la pace sociale, anche in questo quadro globale più complesso e proprio per questo più evoluto. Queste risorse se riorganizzate e mobilitate in modo efficiente possono trasformarsi in una straordinaria chiave per creare nuovo valore. Si pensi a un sistema d’istruzione d’eccellenza e a quali ricadute formidabili avrebbe sullo sviluppo futuro.
Si tratta di riconoscere gli investimenti che generano valore e stabilità nel futuro. Anche le migliori forme di raccolta di nuove risorse per l’Europa e quindi per noi tutti, comprese le emissioni di Union Bonds, sono inefficaci senza uno Stato federale europeo che le amministri per creare una prospettiva di pace e benessere. In un quadro in cui è difficile decidere in modo democratico, uno strumento così importante sarebbe probabilmente efficace solo a condizione di fare contestualmente il grande passo costituente.
Gli Stati Uniti d’America, sebbene abbiano limiti come tutti i paesi, stanno reagendo alle sfide presenti e future con alcuni strumenti che potrebbero essere di ispirazione per l’Europa. L’aver puntato sulla realizzazione di infrastrutture continentali d’avanguardia e su un percorso di green economy sarà sicuramente parte della soluzione. L’American Recovery and Investment Act (CEA) è stata una mossa coraggiosa e ambiziosa, raggiunta con fatica, ma che è servita e serve a rilanciare l’occupazione.
In Europa nessuno sembra preoccuparsi di questa priorità: l’occupazione. Da un lato i singoli Stati nazionali non hanno più gli strumenti per garantire la competitività, dall’altro non ci sono istituzioni federali per assicurare un tasso di disoccupazione basso o per favorire alti livelli di attività economica. Chiediamoci se è competitivo delocalizzare intere filiere di prodotto disperdendo spesso irrimediabilmente delle competenze uniche accumulate in decenni, inquinando territori e spesso anche in spregio dei diritti umani e non solo dei diritti dei lavoratori. E chiediamoci se la compressione dissennata dei costi a scapito della sicurezza ambientale e lavorativa sia da iscriversi a bilancio negli attivi senza tener conto del danno sociale.
L’occupazione si garantisce anche con progetti statali come quelli che hanno messo in cantiere gli USA che investono al fine di creare opportunità nel futuro senza trasformarli nella sommatoria di ipoteche e problematiche per le quali non ci saranno gli strumenti e le risorse d’intervento. Indebitarsi per investire in ricerca, istruzione, formazione, infrastrutture è diverso dal farlo per pagare il conto sempre più salato di inefficienze strutturali.
Il quadro europeo, se organizzato sulla base dei principi dello Stato federale, sarebbe l’unico in grado di garantire quella massa critica capace di rendere efficaci gli investimenti a lungo termine. Si pensi ai vantaggi di una difesa unica senza duplicazione dei centri di comando in ventisette paesi. Oppure, pensiamo a quanto spesso è mancata in Europa la capacità di trasferimento tecnologico, proprio perché le infrastrutture non erano ricettive soprattutto a causa delle distorsioni del sistema istituzionale. Ad esempio, ricordiamo il piano Delors rimasto sulla carta e i molti progetti che sono in grave ritardo o meglio fuori tempo massimo. Citiamo, come mancato trasferimento tecnologico, l’invenzione del Web al CERN di Ginevra, poi sviluppata pienamente in primo luogo negli USA, e i vari Corridoi e il Progetto Galileo tra quelli fuori tempo massimo.
Inoltre, si parla spesso di crescita sostenibile ovvero di una crescita rispettosa del futuro. Il conflitto tra generazioni è, infatti, l’agente che può scatenare la dissoluzione della pace sociale. E’ a rischio l’Europa, ma con essa sono a rischio anche le prospettive di benessere di altri paesi. Sotto questo profilo l’Europa si è dimostrata modello in molti ambiti. Recentemente l’assistenza sanitaria USA è stata riformata prendendo come riferimento il sistema europeo ed è prevalso il concetto di solidarietà nonostante il dibattito sia stato molto incentrato sui costi e poco sui benefici che tale modello garantisce: perequazione, riequilibrio, giustizia significano anche prospettive di mobilità sociale e fondamento di meritocrazia. E’ una questione che non riguarda solo le istituzioni, ma che coinvolge anche la società, e infatti il tema dello sviluppo sostenibile è all’ordine del giorno non solo tra gli enti non-governativi e le amministrazioni degli Stati, ma anche nelle aziende. La Corporate Social Responsibility ovvero la presa di coscienza che le imprese debbano tener conto del bene della collettività è spesso argomento di discussione e molte aziende stanno investendo in questo ambito. Senza dubbio vi sono comportamenti strumentali, ma ci sono anche considerazioni che stanno modificando modelli di business che si sono dimostrati insostenibili.
Abbiamo citato gli Stati e le loro architetture istituzionali imperfette, le aziende e il loro ruolo di fronte alla nuova complessità, ma occorre prima di ogni cosa un forte sforzo individuale di impegno accompagnato da una critica vigile e costruttiva: si tratta di diritti, ma anche di oneri e doveri. Senza retorica, infatti, non si conoscono modelli duraturi e sostenibili per trasferire tutti i costi altrove nel tempo o nello spazio garantendo pace, sviluppo e benessere. E’ un mondo di diritti, ma solo a condizione di farsi carico quotidianamente dei doveri. Impegnarsi per costruire lo Stato federale europeo è il primo tra questi e si somma a tutti gli altri. Questo è il prezzo della democrazia e non pare troppo alto a giudicare dai valori e dalla posta in gioco.
 
Guido Uglietti
 
 

 

 

 

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